sabato 27 dicembre 2025

Violenza nella Cattedrale

 


Sangue e Violenza nella Cattedrale

 





Capitolo Primo: 

“Caroline-Louise-Victorine Courrière”


Erano passati due mesi dal massacro compiuto nei bassifondi da Gran Garrota alla Vigilia di Natale. Il canonico Dagger non aveva potuto coprire quell’atto folle, visti i suoi continui tentativi di mantenere la setta satanica e le sue attività illecite nell’anonimato. Gli aveva dunque voltato le spalle insieme a Fravaglio di Triglia e gli altri. L’unica persona disposta ad aiutarlo, dandogli rifugio alla sua villa isolata, era Victorine, una francese infognata nell’esoterismo, praticante di sesso necrofilo e succubato, ex membro della setta del prete scomunicato e anche sua ex amante.

Se ne stava sul divano del salotto circondata da opere d’arte moderna dal dubbio gusto e la difficile comprensione, astratti dai colori isterici sparsi su tele gigantesche e sculture dalle geometrie non comuni. Era nuda, con la vulva ancora impastata dal seme di Gran Garrota, sotto di lei uno strato di ostie consacrate che faceva rubare a posta nelle chiese vicine dalla sua domestica, gli piaceva farsi possedere così, tra le ostie, calpestarle col suo corpo sudato dissacrando in questo modo blasfemo, coi suoi fluidi organici e la lussuria immonda, la santità della comunione e con essa il metaforico corpo di Cristo.

Entrò suo marito, noto cornuto consenziente, non badò affatto a Gran Garrota, anche lui nudo, colossale, che si puliva il glande tra i capelli biondi di Victorine, moglie malata di mente da lui appoggiata in tutto.

“Vado in centro cara, hai bisogno di qualcosa?”

Disse il cornuto, la donna non rispose, mentre giocava con lo scroto di Gran Garrota massaggiandogli le enormi palle pelose.

“Sono stanco di starmene qui nascosto!” Asserì il gigante ignorando il marito della sua protettrice che lasciava il salotto con rassegnazione.

“Lo sai che fai veramente schifo Victorine? Con queste ostie tutte appiccicate addosso insieme alla mia sborra? E quel cornuto mi fa più schifo di te!”

“Me lo hanno detto spesso e in tanti!” Disse la donna ridendo, prendendogli entrambi i testicoli in bocca in un sol boccone, era matta da legare, lo si vedeva nell’abisso malato dei suoi occhi. Risputò le palle di Gran Garrota sorridendo come una ragazzina pazza:

“Devi startene qui buono, dopo tutto il casino che hai combinato alla vigilia, mezzo quartiere ha dato una tua dettagliata descrizione, hai lasciato il tuo lavoro di copertura in fabbrica destando ancora più sospetti, ma d’altronde non potevi fare altro; quelli della setta, di cui tra l’altro non eri membro ma solo un manovale assassino e rapitore, ti hanno chiuso tutte le porte, ti resto solo io dunque mio caro, solo la tua Victorine e quel cornuto di suo marito. Sono il tuo unico rifugio, ti svuoterò queste palle come fa una vampira col sangue, questa notte ti mostrerò come faccio a fare sesso coi fantasmi tramite il succubato, al quale mi ha iniziata lo stesso Canonico Dagger quando eravamo amanti.”

Gran Garrota sospirò strozzando momentaneamente Victorine con la propria verga ritornata dritta e liscia grazie alle manovre di quella pazza. 

Lo stava spompando da mesi con ninfomania irrefrenabile. Era proprio nella merda nelle sue mani, prigioniero in quella villa, malediceva la Monaca grassa della setta: quella che aveva abbandonato l’abito condotta sulla cattiva strada dal Canonico Dagger; era stata proprio lei a presentargli la folle e insaziabile Victorine.


Capitolo Secondo:

“Le delizie del Succubato”



Quella sera stessa alla villa di Victorine arrivò una processione di macchine lussuose. Gli ospiti si riunirono nel salone, c’erano la grassa monaca scomunicata e la ragazza ululante. Fu preparato un rituale: tra candele in circolo, al buio, una adolescente dai seni acerbi venne fustigata sotto gli sguardi crudeli da Gran Garrota, travestito da boia, in modo che nessuno potesse riconoscerlo. 

Seguì un’orgia perversa in cui tutti, in un languore estatico, si accoppiarono con tutti, in effusioni promiscue e dissolute. 

Gran Garrota sventrò la ragazza ululante col suo grosso membro. Non contento, col suo coltello a scatto dalla lama nera, le squarciò il ventre e iniziò a frugare con le mani nel caldo, sanguinante nido scarlatto delle sue viscere. 

A sacrificio umano compiuto accadde qualcosa di strano: 

Un grosso lupo mannaro apparve nel salone, il cui manto bruno era illuminato dal chiaro di luna, che filtrava attraverso le ampie vetrate. Era una lupa femmina, perché iniziò immediatamente a violentare Gran Garrota costringendolo a stare steso su di un divano, dopo essersi infilata l’arnese di lui tra le coltri della sua pelliccia, ove si celava una vulva cremisi e pulsante, cominciò a cavalcarlo ululando, sbavando sul suo petto filamenti luminescenti che le colavano dalle zanne gialle, come il colore sordido che assume una luna psicotica che seduce alla febbre del misfatto.

Victorine era fuori di sé, impazzita si provocò mediante uno stiletto un profondo taglio obliquo che da un seno le arrivava fino al pube, fulvo come la pelliccia di una volpe selvaggia.

Il pallore della sua pelle pareva rifulgere nel buio della stanza quando, dopo il suo atto, avvenne un ulteriore prodigio.


Capitolo terzo:

“Scambio di Corpi”

Mentre veniva cavalcato, improvvisamente Gran Garrota si rese conto di non essere più nel proprio corpo ma in quello della Lupa, praticamente stava violentando sé stesso.

La Lupa era in Gran Garrota e urlava di piacere facendo tremare i vetri della villa.

Il cadavere sventrato della ragazza ululante fu posseduto dallo spirito del Marchese De Sade, ospite improvviso giunto sotto forma di spettro, che iniziò a strangolare chiunque si trovasse a tiro, con una forza impossibile da riconoscere in un corpo minuto come quello dell’ adolescente di cui il “Divin Marchese” aveva preso possesso. Era assolutamente inquietante insomma, vedere quella ragazzina completamente nuda, spezzare le vertebre del collo degli altolocati ospiti, mentre li affogava con le sue dita sottili e affusolate da violinista, fino a fargli sputare sangue a fiotti sugli acerbi seni d’alabastro.

Terminato l’amplesso brutale, Gran Garrota nel corpo della lupa, che mai in vita sua aveva sperimentato il godimento femminile, avendolo molto apprezzato, soprattutto in quella qualità animalesca, violentò il marito inetto di Victorine, uccidendolo sul posto, infilandogli gli affilati artigli in gola, con ancora il membro di lui tra le gambe pelose.

Poi trucidò per vendetta la grassa monaca sacrilega in un rapporto saffico, la decapitò mediante le lunghe zanne dopo averla sbranata e gettò la sua testa contro le vetrate, infrangendole. 

In seguito a quell’atto plateale un freddo penetrante si insinuò nella stanza, come un fantasma, concedendo al gelido alito della notte di smorzare le fiamme del camino che fino a poc’anzi ardeva impetuoso, come le anime infernali di quei libertini dissoluti, rotti a ogni peccato.

La lupa nel corpo di Gran Garrota fotteva a sangue Victorine che era entrata nel corpo del Marchese e dunque viceversa il Marchese veniva stantuffato dalla lupa sanguinando nelle parti intime, traendone lubrica estasi; mentre Victorine nel corpo del Marchese, il cui spirito s’era impossessato del corpo di suo marito cornuto, si inculava i cadaveri dei suoi ospiti, uccidendo a colpi di revolver, spappolando il cervello, dei pochi che restavano vivi.

Fu insomma un delirio totale dalla dubbia comprensione.


Capitolo Quattro:

“Vendetta”

Approfittando del corpo della Lupa, Gran Garrota pensò bene di fuggire attraverso le vetrate sfondate dalla testa decapitata della monaca.

Compì un balzo prodigioso abituandosi già a quelle carni nuove, pelose e sovrumane. 

Atterrò in giardino in perfetto equilibrio e prese a correre tra i boschi che circondavano la villa deciso a raggiungere la città. 

Sbavava irrequieto mentre si inebriava della brezza notturna; perfettamente a suo agio, eccitato dalla sinfonia di odori intorno a sé.

Una condizione magica, meravigliosa.

Raggiunse la cattedrale, dove il canonico Dagger e il suo braccio destro Fravaglio di Triglia, celebravano abusivamente una messa nera per un vasto pubblico di ricchi, completamente nudi, dissoluti e squallidi figli di puttana.

La licantropa sfondò il portone della cattedrale, compiendo un massacro in pochi istanti.

I corpi nudi e mutilati, dilaniati da zanne e artigli si ammassavano come in una fossa comune. Gli astanti non avevano nemmeno avuto il tempo di comprendere la natura della loro sorte beffarda.

Le gambe del furbo e scaltro Fravaglio di Triglia furono separate dal tronco e gettate nel rosone gotico della cattedrale, infrangendone i vetri centenari; rendendo visibile una rossa luna di sangue.

Il tronco grondante fluido scarlatto di Fravaglio di Triglia  fu gettato contro il Canonico Dagger, che tentava di scappare tra le panche ricoperte di cadaveri.

Atterrato da quei resti umani ancora caldi a lui tanto cari il canonico pronunciò queste parole:

“Chi sei possente demone? Quale furia muove la tua ira funesta?”

“Sono Gran Garrota coglione! Pensare che la scorsa vigilia di Natale abbiamo mangiato insieme… E tu mi hai tradito bastardo, voltandomi le spalle insieme alla squallida combriccola di rammolliti che ti circonda!”

Il canonico tentava di giustificarsi, ma già fauci enormi gli divoravano la faccia estirpando pezzi di volto, spappolando le ossa del suo cranio.


Capitolo Quinto:

“Epilogo”

“Ho seppellito con l’aiuto di amici tutti i morti, qualcuno l’ho mangiato, ce n’è ancora per cena, delizioso il cannibalismo, quasi pari alla necrofilia o al vampirismo, se vuoi serviti pure, ma anche tu sei stato meraviglioso, hai fatto fuori quel presuntuoso di Dagger e nessuno potrà risalire a te, perché tutti i testimoni non hanno visto altro che un grosso licantropo incazzato che è tornato sui monti così com’è venuto. Fossi  stata in te però (è proprio il caso di dirlo dopo il folle e ironico scambio di corpi della notte scorsa) io l’avrei bruciata la cattedrale, sai che spettacolo a notte alta al chiaro di luna! Anche l’occhio vuole la sua parte, ma tu mon cher, non hai certo un animo raffinato come il mio! Hahahahahahahhahahahahahah.”

Gran Garrota si risvegliò il giorno dopo nel proprio corpo, ascoltando queste parole stravolte dalla isterica risata di una pazza furiosa.

Aveva l’ano sanguinante a causa di non si sa quali oscure pratiche.

Victorine, pallida come un foglio di carta era a cavalcioni, completamente nuda, su di lui; fissandolo con i suoi soliti occhi da squilibrata irrecuperabile…

…e aveva ancora voglia di cazzo!


Davide Giannicolo

A Huysmans


domenica 14 dicembre 2025

Necromanzia nel Ghetto

 

Il ghetto era molto antico, i suoi scantinati avevano visto i secoli e ne avevano anche l’odore. Ora era un coacervo di tutte le razze, persone provenienti da remote regioni dell’Africa e dell’Asia occupavano palazzi cadenti e popolavano quegli antichi scantinati, vagavano per scale silenziose, spacciando spezie e droghe, hashish e magia nera.

Gran Garrota amava bazzicare quei bassifondi in cerca di guai, anche se aveva ormai svariate denunce sulla testa a causa di queste sue violente gite nel ghetto, per non parlare dell’inimicizia di molte bande locali che non lo volevano lì intorno, dato che aveva mandato molti dei loro membri in ospedale. Era stanco di nascondersi però a casa della sua ricca e perversa amica Victorine, ed era scappato da quella prigione dorata in cerca di un pò d’azione scellerata dal sapore di kebab e spezie immonde.
Il ghetto lo attirava come una calamita, tornava sempre lì quando sentiva il bisogno di sfogare le sue pulsioni animalesche, gli piaceva essere attirato nella rete della malavita, fingersi una vittima e diventare un carnefice, o semplicemente essere un predatore tra i suoi simili, dato che ognuno in quei bassi fondi sembrava essere macchiato di una qualche forma di peccato. Calpestò un paio di tossici strafatti alla stazione camminandoci sopra con le suole pesanti dei suoi anfibi neri, li uccise entrambi spappolandogli le teste mentre erano stesi a terra privi di coscienza, nessuno se ne accorse e lui continuò a passeggiare con le mani in tasca. C’era una nigeriana immensa davanti a lui, dai seni giganteschi, decise di seguirla, sperando lo conducesse in qualche palazzo fatiscente infestato dalla nidiata straniera della sua razza perniciosa. Nella villa di Victorine ne aveva viste di tutti i colori, necrofilia, orge coi morti, scambi di corpi, sesso con fantasmi evocati attraverso il succubato (vedi Sangue e Violenza nella Cattedrale o semplicemente Violenza nella Cattedrale, il racconto circola con due titoli al fine di eludere la censura N.d.A.)
Ma nulla era paragonabile all’ebbrezza che provava in quel territorio pregno di energie primordiali, il ghetto era la sua riserva di caccia; d’altro canto aveva sempre amato le cose carnali e sanguigne se paragonate alle nefandezze esoteriche, pregne di stregoneria, tipiche della sua amica Victorine e della setta Satanica che era stato costretto a eliminare nella cattedrale poco più di un anno prima.
La negra dalle natiche gigantesche, come aveva immaginato, imboccò l’entrata di un vecchio palazzo dall’intonaco scrostato. Quei fianchi enormi riuscirono a stento a passare attraverso il portone.
Come un’ombra Gran Garrota seguì i suoi passi pesanti da pachiderma. Già sentiva nel palazzo gli odori nauseabondi di quei cibi esotici, pollame stantio e legumi sconosciuti bollivano in pentole incrostate, era ora di pranzo.
Ad attrarlo maggiormente però furono dei rumori nel sottoscala del palazzo, dove una stretta rampa conduceva agli scantinati. Era un misto di voci scimmiesche e uno strano tramestio. Allora Gran Garrota in un lampo fu sulle scale dov’era il donnone  nero, affondò il suo coltello nel fianco lardoso, era come immergere la lama nera in un panetto di burro, con la mano disarmata le tappò la bocca, lasciò momentaneamente la presa dal coltello, il tempo di scoprirle le natiche e liberare il proprio membro turgido e venoso, poi riafferrò il manico del pugnale servendosene come fosse un manubrio e affondò il proprio sesso, fino alla radice, tra le chiappone della matrona. Eiaculò in fretta, in una scarica violenta e brutale, nell’istante in cui lo stava facendo estrasse la lama dal fianco e la tuffò nella giugulare della donna rantolante, sgozzandola da dietro mentre la penetrava in spinte spasmodiche, riempiendola abbondantemente del proprio seme assassino.
Ripulì il coltello e il proprio glande con la veste di lei, lasciando il cadavere riverso in terra in una posa scomposta da burattino rotto. Solo allora discese le scale verso gli scantinati dove i rumori continuavano. Al fetore del palazzo intanto si univa il lezzo nefasto del sangue, dello sperma e della carne morta della donna di colore.
Aprì la porta che conduceva a una stretta galleria, lungo la quale ogni tanto spuntava qualche stanzetta di nuda pietra, dentro una di queste c’erano cinque uomini neri che stavano macellando una capra, erano tutti armati di minacciosi coltellacci e mannaie arrugginite. Il sangue dell’animale imbrattava il pavimento mescolandosi alla calce e alla polvere.
Uno di loro era alto più di due metri, guardò Gran Garrota con sguardo selvatico da scimmia impazzita e gli si avventò contro brandendo il coltellaccio.
Gran Garrota lo pugnalò in un occhio ma il gigante non frenò la sua furia scalfendo il braccio di colui che stava aggredendo, Garrota riuscì a sbatterlo di lato contro il muro menandogli altri due fendenti alla gola, ma intanto gli altri gli erano addosso. Lo ferirono profondamente alle braccia con le quali tentò di proteggersi, la sua giacca di cuoio spesso e duro aiutò ad attutire i danni dei tagli, ma il sangue sgorgò ugualmente a fiumi mescolandosi a quello del gigante africano che giaceva sgozzato in terra. Fortunatamente gli altri quattro uomini erano più piccoli e deboli. Gran Garrota riuscì a sbaragliarli servendosi di un tirapugni, fracassando crani e mascelle presto fu l’unico a rimanere in piedi, nonostante alcuni colpi di mannaia gli avessero sfregiato anche il volto che adesso pulsava emanando un calore malato e febbrile.
Si addentrò ancora di più negli scantinati fatiscenti ove non penetrava più la pallida luce del sole.
Sbucò in una grande sala in cui i nudi mattoni rossi senza intonaco divenivano meticci con la pietra grezza trasudante gocce d’umidità, l’aria pungeva i polmoni ed era quasi irrespirabile, contribuendo al malevolo pulsare delle sue ferite fresche. Incontrò una bella donna dalla pelle liscia e nera simile all’ebano di un pianoforte, era intenta a sgozzare un gallo nero circondata da un cerchio di candele, unica, flebile fonte di luce della stanza priva di finestre dall’aria rarefatta. Non appena il sangue del gallo sgorgò in terra Gran Garrota udì un gran trambusto alle sue spalle, come di convulsioni sul pavimento, rantoli, conati di vomito e ossa spezzate. Si voltò attendendo qualcosa di terribile, come gli suggeriva il suo intuito, infatti non si fece attendere il suono raggelante dello strisciare di passi confusi e asimmetrici, presto gli uomini che aveva ucciso poco prima, redivivi, si pararono dinnanzi a lui. 
Zombie dagli occhi bianchi come cataratte infernali, dementi, eppure risoluti e inesorabili, seppur lenti come carcasse mosse da languida vitalità.
Gran Garrota era un uomo d’istinto, non pensò, ma piuttosto che affrontare gli zombie preferì aggredire la negretta dai bei lineamenti e il corpo armonioso, infatti senza saperlo realmente aveva puntato direttamente all’interruttore legato a quelle abominevoli creature, tornate dalla morte grazie a un ancestrale, segreto e tribale rito di necromanzia. 

La colpì col tirapugni alla fronte crepandole il cranio, come se non bastasse lo shock di quel colpo che le aveva spento il cervello le infilò in un violento affondo il coltello in un padiglione auricolare, facendole sanguinare gli occhi, lacrime scarlatte che colarono lungo il suo volto contratto in una smorfia di dolore, serpeggiando fino al centro dei seni bruni. 
Quando la donna cadde in terra priva di vita spezzandosi le ginocchia nella caduta scomposta e incontrollata, fu seguita dai suoi fantocci, che tornarono nella loro natura di carne innocua e inanimata.
La puzza di sangue, animale e umano, in quell’ambiente umido pregno di muffa, divenne insopportabile. 
Gran Garrota ripercorse i suoi passi, tornò nell’androne del palazzo, dove ancora il cadavere della corpulenta negra che aveva violentato e trucidato giaceva sulle scale che portavano ai piani superiori. Poteva bruciare quel luogo dove albergava un male profondo, ma in fondo ci si era divertito come a un luna park, già sentiva un certo senso di malinconica nostalgia, avrebbe potuto pur sempre ritornarci.
Varcò il portone sgangherato del palazzo e si ritrovò investito dalla luce possente di pieno giorno, la strada secondaria dei bassifondi in quel quartiere malandato era deserta, dai molteplici angoli in ombra, immersa dal silenzio inquietante che regna in quella fase della giornata.
In fondo era ancora ora di pranzo.
Si incamminò verso la stazione, prese un autobus che lo avrebbe condotto in campagna, nella zona suburbana e isolata dove immersa da aceri rossastri sorgeva l’elegante Villa di Victorine, forse avrebbe fatto in tempo, nel tardo pomeriggio, a mangiare qualcosa di decente cucinato da mani bianche. 

Davide Giannicolo
Dedicato alla provocazione e alla realtà dei fatti.



domenica 30 novembre 2025

The Villain

Facciamo del Trash Talking oppure un po’ di Stalking?

Ti penetro

Nel feretro

Mi sento un po’ sul baratro.

Teschio di Diamante 

Magico e potente

Te lo mette in culo 

immediatamente.

Il pomo della spada

Fa una stregoneria

Brucia le tue viscere 

ti manda in agonia.



Ci sono ricchioncelli in stile Dungeon Synth.

Meglio non li veda il Capitano Flint.

Il nano nella torre 

Sa che il sangue scorre.

Ho borchie e pelle nera

Per l’elfa della sera

pallida ed altera

Come una bomboniera

Le rompo la cerniera.



Scheletro in armatura di te non ha premura,

Spada maledetta tagliamene una fetta.

Il Goblin nella grotta

Ti stupra e ti ricatta,

Di viscida pozione poi t’imbratta.



Teschio di Diamante

Magico e potente

Ti farà del male

Reiteratamente. 

Ci sono ricchioncelli in stile Dungeon Synth.

Meglio non li veda il Capitano Flint.

Davide Giannicolo



Dungeon Villain

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martedì 14 ottobre 2025

Fuck Me Serial Killer


La nebbia era bassa e densa, si vedevano a malapena le foglie morte sull’asfalto dei viali della zona suburbana, 31 ottobre sera, poco prima delle sette.

In biblioteca era rimasta solo lei, registrava gli ultimi testi al computer. Un silenzio mesto regnava nelle stanze deserte dell’edificio, neanche all’esterno, lungo le strade di aceri e castagni dalle foglie cadute, si udiva alcun suono.

Fu allora che lui apparve, alto e massiccio, nerovestito, una quercia immobile all’entrata della sala. Indossava una maschera e la fissava immobile. Lei si paralizzò, le labbra leggermente schiuse, una piccola goccia di orina tra le mutandine a causa dello spavento. Lo scrutava angosciata cercando di capire chi mai si nascondesse sotto quella maschera nera come il resto degli indumenti, un pessimo scherzo di Halloween a quell’ora in una biblioteca deserta. Avrebbe voluto sorridere, risollevarsi, rimproverare il buontempone, ma lui avanzò, lentamente, inesorabile, il terrore si impadronì del corpo di lei.

La mano inguantata le afferrò la gola, la sollevò e schiantò l’esile figura sulla scrivania, il silenzio era lacerante, si udiva solo l’affanno dell’’aggressore, come il rantolo di un orso. 

Le sfilò i pantaloni di pelle  nera che tanto amava indossare per tirare su il sedere, strappò il perizomino filiforme rosa confetto, estrasse un membro pulsante e gonfio dall’immenso glande rosso, le venne in mente una zucca illuminata nelle tenebre della notte mentre lui la penetrava con quell’arnese. La stuprò sulla scrivania, il mostro possente la sconquassava con la violenza meccanica di un pistone. Una danza di pipistrelli fuori dalle vetrate della finestra, il vento gelido di fine ottobre, il fruscio delle foglie cadute, la decomposizione tra le aiuole ordinate, brulicare di vermi impossibile da celare, notte d’Ognissanti, notte di lupi mannarivampiristreghe, mostri e stupratori mascherati. Fu un’esplosione organica, lei venne più volte mentre si stringeva alla sua schiena possente, ma l’orgasmo più grande avvenne quando venne anche lui, riversandole dentro il suo seme  in un getto perlaceo e veemente. Lo sperma le colava dalla vulva, era ancora distesa sulla scrivania a gambe larghe con il sesso ricoperto da una peluria bruna invischiata, mentre lui si allontanava lentamente, così come era venuto. 

Le era piaciuto, non c’era dubbio, era sempre stato il suo sogno, essere posseduta violentemente da un enorme tizio slasher, grosso, risoluto, rozzo e possente.

Tornò a casa, aveva organizzato un festino per Halloween con suo marito, se la gente avesse saputo, la classica bibliotecaria tutta perfettina e impeccabile.

Indossava una divisa nazista femminile con tanto di fascia rossa con svastica, frustino e berretto S.S.

Aveva legato il suo compagno, magrolino e insignificante, con delle manette alla spalliera del letto. Fu allora che lui, lo slasher mascherato, sfondò la porta facendosi nuovamente vivo, questa volta aveva in mano un grosso coltello da caccia modello Bowie. Accoltellò il povero coglione ammanettato e la possedette nuovamente, così, vestita da Gestapo sul cadavere del marito scempiato dalle coltellate. Era come una sorta di ménage a trois con il morto, sangue ovunque sulle lenzuola e sulla pelle, un amplesso dal sapore di macello, la carne impiastricciata di fluidi e odori ferrosi, grida di godimento mentre ci si strusciava rantolando sulla carne morta. Una perfetta notte di Halloween per la bibliotecaria repressa dalle tendenze sadomaso, con tanto di cadavere macellato. Lui sparì nella notte insieme ai pipistrelli e alle creature strane ed erranti che popolano quella magica notte d’autunno una volta l’anno, o almeno fu quello che lei raccontò agli inquirenti quando scoprirono il cadavere del marito, perché nessuno ha mai saputo, in quella cittadina fuori mano dove ciascuno sa tutto di tutti, se quella storia fosse vera o fosse stata lei a ucciderlo in un gioco erotico spinto troppo oltre.


Davide Giannicolo

domenica 14 settembre 2025

Mal d’Aurora

 


Nei sobborghi satanici della mia mente,

vaga una solitudine avida d’angoscia.

Impossibile coadiuvare azione e pensiero,

se il primo è zoppo e il secondo marcisce nelle fogne.

Ovunque io mi volti io scorgo il disagio,

la decadenza di un’umanità sull’orlo della catastrofe.

Eppure all’ aurora cantano gli uccelli del mattino, come frammenti ritrovati del Satyricon di Petronio.

Nessuna latebra può nascondere la disperazione del cuore umano, costretto a contorcersi come un verme, eternamente, nel fango dei secoli.

E allora penso, la vita è catastrofe da sempre.

Così come la carne nasce per decomporsi miseramente all’ombra dell’avello.

La mano carezza l’amante fremente e allo stesso tempo sferza la coltellata.

Tutto, ennui perpetua, è uguale a sempre, nel rigore di una nausea inalterata.

Solo la violenza ridona splendore a ogni azione.

Davide Giannicolo

domenica 7 settembre 2025

Tarda Estate

 


Soffia sul mare il vento di Settembre 

annunciando un fantasma d’autunno.

Gli amici partono.

Le onde portano via i ricordi,

cullandoli dolcemente sui fondali silenziosi.

Nulla ha più senso in questa spiaggia adesso, neanche le lacrime o la malinconia.

Inutile indugiare ancora accanto al suicidio delle passate emozioni e tentare di rianimarne il cadavere.

Resta solo l’ombra dei nostri sorrisi passati 

con la speranza di quelli a venire.

Davide Giannicolo



domenica 24 agosto 2025

Notti

 




Il pingue nanetto si avviava verso l'automobile, faceva freddo, un’aria gelida tagliava le ossa cercando di cristallizzarne il midollo.
Eppure qualcosa scaldava il ventre del tizio, un coacervo di immagini non ancora disgregate dal sonno appena infranto.
Turni di notte, che noia, se non fosse per i piacevoli svaghi mai sopiti della propria mente, grovigli di speranze pornografiche represse, ragazze che a lavoro avrebbero sorriso, si sarebbero chinate, mostrando lembi di carne intravista e da scoprire, sobbalzi pettorali di grosse tette il cui pudore viene distratto dalla foga del lavoro.
Tutto ciò era per lui, uno spettacolo messo in piedi unicamente per il suo piacere, o almeno così lui credeva, quei pensieri erano indelebili come un impronta calcata nella sua mente masturbatorea.
Montò in macchina, una leggera erezione aveva vinto il freddo, pensò a dei nomi, nomi femminili, chi si sarebbe chinata per prima? A quale di quelle troiette avrebbe spiato per primo i glutei posti in bella mostra?
Il placido torpore svanì di colpo, vide solo un ombra, enorme, oscura come quella di un orso, che però pareva un lampo.
Il parabrezza della macchina si schiantò in mille pezzi, un oggetto contundente ci si era abbattuto sopra con pesantezza, penetrando nell'abitacolo e spappolando la mascella del passeggero.
Il terrore pompò il sangue a mille, adesso non si trattava più di torpore, bensì di fuoco, roghi di paura che infiammavano il corpo del masturbatore incallito.
Qualcuno aprì la portiera, un gigante o qualcosa di simile, la sua presenza era opprimente, incombeva asfissiando, così come il pregnante odore della pelle nera che aderiva alle sue braccia enormi.
Una mano inguantata, anch'essa ricoperta di cuoio, strinse la nuca grassoccia del tizio, il dolore alla mascella si stava assestando, cominciava a indurre lacrime copiose e conati di vomito.
Venne catapultato sull'asfalto, con la spinta di quell'unico arto che lo aveva afferrato, per terra, stordito ma terribilmente cosciente, il masturbatore potė vedere con chiarezza colui che gli stava innanzi.
Brandiva uno spadone, da usare a due mani a giudicar dall'impugnatura, ma lui la brandiva con dimestichezza con la mano libera, ostentò questo suo mesto potere, poi lentamente appoggiò la spessa lama, molto simile a una mazza di ferro, sulla propria spalla.
Il suo volto non era chiaro nella notte, pareva però pallido, cadaverico, eburneo come quello di uno spettro.
Il colosso issò lo spadone sulla propria testa, indugiò ammirando la paura sul volto della sua vittima, poi abbatté la lama sulla rotula, in un colpo secco e maestoso.
La lama non era affilata, era stata concepita più per spezzare che per7 tagliare, cosa che fece, la gamba si accartocciò sotto il colpo, nessuno, badava alle grida nel parcheggio inghiottito da sbuffi maligni di nebbia, i grilli frinivano, reclamando il sangue in una macabra canzone dedicata alle tenebre.
Lo spadone cadde poi nuovamente sulla schiena dell'uomo rannicchiato sull'asfalto, che pensò bene di fingersi morto dopo quel colpo che forse lo aveva paralizzato per sempre.
Ma udì il clangore del ferro abbandonato con violenza sul cofano della sua automobile, allora aprì gli occhi, ma no, il gigante non stava andando via, srotolò una catena, lunga quanto una delle sue gambe.
Cominciò a farla roteare in aria, quel sibilo era agghiacciante, più volte, le maglie d'acciaio si schiantarono contro quegli esterrefatti sopraccigli che spaccandosi miserevolmente aprirono i getti fascinosi di fontane di sangue.
"La tua bocca è spaccata e non puoi parlare, i tuoi arti spezzati e non puoi muoverti, i tuoi occhi sono sfondati e non puoi guardare..."
Il gigante gettò in terra la catena, accanto al corpo contorto, mugolante e orribilmente contuso, l'uomo trasalì nell'udire quel suono, ma allo stesso tempo un pesante calcio fracassò il suo timpano, e i suoni circostanti non divennero altro che dolore.
Qualcosa poi gli spezzò le mani, forse la spada-bastone, poiché era quello il violentissimo stile del colpo.
"Le tue orecchie non possono udire né le tue mani toccare..."
La bestia era su di lui, in piedi, con uno scarpone a far pressione contro la sua guancia tumefatta.
"Ma vedi, anche in queste condizioni tu sei ripugnante e affatto innocuo agli occhi della giustizia del nostro creatore..."
Spinse ancora di più lo scarpone, sembrava che il cervello dovesse esplodere dalle orecchie e dagli occhi.
"Poiché è la tua mente, la tua anima, queste due cose inscindibili dal corpo, sono queste due cose a renderti sporco e spregevole."
Il piede venne sollevato, ricadde giù con violenza, ed il cranio si spappolò emettendo un sinistro scricchiolio.
Quello che restò sull'asfalto, non era che una parvenza umana, un pezzo di carne smembrato, devastato, semplicemente sfasciato con brutale criterio di logica folle.
"Ringraziami porco, poiché ben più furioso, può essere l'occhio di Dio!"
Igor Vetusta si allontanò dal parcheggio, aveva raschiato via il male dal mondo, anche quella notte.

Davide Giannicolo

Dedicato ai parcheggi isolati nottetempo.

Il Licantropo e la Studentessa

 


Lara stava giocherellando con il suo lecca lecca al limone e vi passava la lingua di sbieco come se volesse levigarlo in una stranissima, indefinita forma. Il crepuscolo uccideva ogni bagliore e la fatiscenza dei cassonetti dei rifiuti tentava di invadere le strade semideserte della città borghese.
La ragazza pensava in maniera sbarazzina a cose assurde e irrealizzabili, frivole ma quasi complesse nella loro incompiutezza.
“Pensa se fossi una Spice Girl, strafiga su tutte a dominare gli uomini tra feste d’ogni tipo, invece sai che palle papà a casa con la tele che mi aspetta e si masturba le cervella, l’autobus che non arriva e gli albanesi coi coltelli che sbucano dagli angoli.”
Effettivamente un Albanese fuoriuscì poco dopo da una piccola collina di rifiuti accatastati. Aveva pantaloni di pelle e maglietta nera unta e ricoperta di lattughe, cominciò a fissare Lara con insistenza da necrofilo.
“Ed eccolo manco a farlo a posta che sbuca l’albanese, cazzo fanno sempre più paura.”
Ma l’albanese in realtà si fermò in mezzo alla strada e vomitò un cerbiatto blu, poi ci si mise a cavallo e sgommò nella sera incombente.
Lara strizzò gli occhi, poi si mise a posto le mutandine, a sedici anni a volte ti vengono le traveggole se la tua sessualità è repressa.
Finalmente spuntò l’autobus all’orizzonte.
159 Scordate poesia e cose profonde” vi era scritto sulla didascalia luminosa, ma Lara non vi badò.
Nel pullman vi era una vecchietta e una ragazza, erano le uniche persone oltre il conducente ed erano sedute l’una accanto all’altra.
Lara si divertiva a sentirle parlare come spesso faceva quando non aveva niente di meglio da fare.
“Cosa fai dunque bella principessina?”
“Studio igiene filosofica del sadomasochismo vaginale, ma in realtà vorrei fare la scrittrice, ho scritto già un libro, si chiama Socrate contro Dracula.”
Al che la vecchietta si alzò dal sedile e cominciò a vomitare addosso alla ragazza, poi si strappò con le unghia le carni di dosso, in una cruenta, sanguinolenta e violentissima esibizione scenica la vecchia si scuoiò aprendosi in due come avesse una cerniera dalla quale svettavano immani quantità di sangue maleodorante.
La ragazzina era tutta impastata di vomito e sangue e nè Socrate nè Dracula potevano spiegarle cosa stava succedendo.
La vecchietta aveva rivelato la sua vera identità, era un diabolico essere metà DeFilippi metà Costanzo con al posto dei genitali un enorme fucile da caccia a doppia canna.
Un colpo sfondò il fegato della fanciulla aspirante scrittrice che si spiaccicò sul finestrino alle sue spalle colando come un pomodoro marcio.
Lara era sconvolta mentre osservava la scena, e intanto però notava che nuovamente le mutandine erano bagnate, che strana storia, che cazzo era quel essere mezzo Maria mezzo Maurizio? E l’albanese sul cerbiatto blu?
L’essere mostruoso gettò in terra la sua prima, sanguinante pelle di vecchietta, si avvicinò a Lara con fare laido e lascivo da cui si intuivano propositi di sadismo e affilata penetrazione.
Ma d’un tratto l’autobus si arrestò di botto, il goffo essere fu catapultato e fece un capitombolo fino ai piedi dell’autista che ora s’era alzato in piedi.
Era un grosso Licantropo peloso e ringhiante, era talmente grosso che poteva strappare via le lamine del pullman con gli artigli, probabilmente era un Ursus Cimiterialis, uno dei più grossi lupi mannari sulla piazza.
Il grosso licantropo fece a pezzi l’essere diabolico e ne disseminò i pezzi lungo tutto l’autobus, lo sfracellò senza emettere nemmeno un ringhio.
Lara sussultò, e ancora le sue mutandine, e non solo, si rivelarono esser bagnate.
Il lupo la fissò e le disse:
“Posso penetrarti con il mio grosso membro peloso?”
Ed allora le mutandine di Lara furono inondate, letteralmente travolte da una diga affluente. Il mannaro le strinse le morbide carni nelle mani artigliate, la denudò ferocemente e le fece vivere il rapporto sessuale più brutale ed estatico della sua sedicenne vita, stare qui a raccontare i particolari sfocerebbe nel pornografico, insomma Lara fu penetrata ovunque e in ogni modo plausibile dalla licantropa foga.
Quando si risvegliò e capì che era tutto un sogno Ezio Greggio era sopra di lei e la fotteva a sangue con in testa un frontino con le corna da satanasso.
Lara aveva sedici anni, e avrebbe dato il culo per fare la velina.

 

Dedicato a coloro che vogliono circondarsi solo di stronzate, che non meritano poesia né sublime metafora, che forse non se ne accorgono, ma sono proprio dei coglioni.


Davide Giannicolo

domenica 10 agosto 2025

Diario di un Cadavere

 


In questa landa che nessuno visita mai, sotto la quercia che affonda le sue radici nel mefitico terreno sconsacrato succhiando linfa nefasta, concimata dai morti abbandonati. Ai cui rami robusti penzolano dozzine di corde, sotto ciascuna di esse un impiccato langue nel terrificante abbandono della morte. In questo luogo desolato, solo il boia mette piede, neanche i becchìni osano farci visita, lasciando i nostri corpi appesi fino a che non divengono scheletri spolpati dai corvi.

Il boia vive in un capanno nel bosco poco distante, è un essere abbietto sia nel corpo che nello spirito, è sporco, dal volto sfregiato a cui qualcuno un tempo ha strappato via il naso con qualche attrezzo di tortura. Quando viene morso dal capriccio, favorito dall’estrema solitudine di questo luogo silente, ove si ode solo lo stridio delle corde, il frusciare delle foglie e l’ululato del vento, egli giunge al mio albero completamente nudo; si arrampica su una scala marcia, con l’aiuto di un coltellaccio arrugginito taglia la corda avvinta al mio collo, lasciando cadere pesantemente il mio corpo sulle foglie, senza curarsene minimamente, come se io fossi una bambola inerte e priva di valore alcuno. Approfittando delle mie già evidenti nudità e della mia totale incapacità di movimento mi possiede carnalmente, facendomi cose orribili, sussurrandomi all’orecchio atrocità indicibili, violando ogni orifizio e ogni intimità, dissacrando perfino la mia presunta morte. Sì, perché io sembro morta da settimane, ma in realtà, per chissà quale oscuro incantesimo malefico, io non lo sono, sono perfettamente cosciente durante questo suo stupro necrofilo, ma il mio corpo resta inerte, non riuscendo a muovermi né a proferire verbo sono costretta a subire le viscide spinte e gli affanni dal fiato nauseabondo di quell’uomo esecrabile. Quando infine ha scaricato dentro me il seme del demonio che striscia nel suo ventre, mi stringe una nuova corda al collo e con la forza di un bruto issa nuovamente il mio corpo sul ramo nodoso della quercia, al quale faccio da pendaglio fino alla sua prossima voglia.

Eterna solitudine compone i miei giorni tra questi morti impiccati, è quasi un anno che sono qui e non mi decompongo, il mio corpo resta florido e questo piace al boia, anche se l’ho visto giocare con altri cadaveri, con carcasse a cui già la carne putrida esponeva l’osso. Noi siamo i suoi balocchi e questo è il suo regno di follia. Il tempo sembra immoto ed eterno nei giorni normali, ma di tanto in tanto giunge un nuovo condannato, molta gente accorre dai villaggi vicini per godersi l’esecuzione, per me sembra un giorno di festa, non sopporto più questa solitudine.

Il mio ventre è gonfio e il Boia non se ne accorge, forse è distratto dai nuovi arrivati. Qualcosa si agita nelle mie viscere, sotto la luna piena, in una notte demoniaca ho capito di avere una vita scalciante dentro me.

Il frutto diabolico degli abusi del pazzo viene alla luce in una notte di luna piena, non vagisce, non urla, come fosse figlio della morte anch’egli. Assecondando uno stravagante prodigio si arrampica strisciando sul mio corpo nudo, avvinghiandosi avidamente alla mie mammelle, gonfie di un tetro latte cimiteriale e mortifero.

Pasce così la progenie mostruosa, è un maschio! Diviene sempre più alto e forte, giorno dopo giorno, nascondendosi tra le querce e all’ombra dei pini, scampando allo sguardo del boia.

Una mattina, ai grigi colori di un’alba autunnale, il piccolo giunse sotto il mio albero con in mano la testa recisa del boia, il padre degenerato era stato decapitato nel sonno, senza che neanche potesse accorgersi di avere un figlio, nato dal cadavere empio d’un’impiccata di cui aveva violato i resti.

“Mamma, è per te!”

Disse il mio bambino porgendomi la testa del boia che irrorava di sangue la terra dei condannati.

Spero che nessuno trovi il ragazzo nei dintorni, non capirebbero, in fondo è un’anima così innocente. Finirebbero per condannare anche lui, l’ultima cosa che vorrei è trovarlo qui di fianco al mio ramo, a penzolare insieme a me in questa eterna solitudine.


Davide Giannicolo