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sabato 5 marzo 2022

Evil Sword

 


La fellonia divorava le campagne, i corvi banchettavano su carcasse umane sparse qua e là per la gialla landa bruciata dal sole, l’odore di carogna era ovunque, anche nella limpida acqua dei ruscelli. Chi aveva un cavallo era andato via, razziato dai briganti strada facendo, gli altri erano rimasti, ammalati mortalmente dalla rara carne avariata e dai cereali contaminati da grappoli di muffe d’ogni genere. In più, ogni venerdì arrivava lui. I pochi contadini rimasti lo chiamavano verga di ferro, o fallo di ruggine. Qualcuno diceva fosse solo rancore che si impossessava della ferraglia di un armatura abbandonata in un campo di battaglia, spirito lussurioso che albergava nei resti di una corazza imbevuta di sangue di soldato assassinato con ferocia, maledizione ambulante, sotto il cui ferro arrugginito non ci fosse carne, tuttalpiù un nugolo di vermi che scimmiottava maldestramente la postura umana.

Non voleva cibo né oro, tanto non c’è n’era. Lui prendeva le donne, vecchie o giovani che fossero, e le portava via, nessuna era tornata, i più pensavano alla lussuria e al sadismo, per questo lo chiamavano verga di ferro, mazza che uccide, cazzo omicida innaturale, altri con più gentilezza, forse per paura, lo nominavano sussurrando e guardandosi intorno, con il semplice appellativo di Spada Malvagia.

Qual era la sua dimora? Una torre diroccata? Un cimitero? Una caverna nel bosco?

Arrivava di notte privo di cavalcatura, si udiva solo il suono del ferro avvicinarsi. Stringeva la mano ricoperta di piastre intorno alla bocca della sventurata impedendole di urlare, la sollevava in spalla e si allontanava nuovamente. Nessuno aveva mai osato contrastarlo, neanche l’esercito del Duca, intanto nelle contrade mancavano sempre più donne e vi erano sempre più uomini disperati sull’orlo della crisi. Il Duca non poteva tollerare oltre all’alto tradimento lo spopolamento con conseguente desertificazione delle proprie già devastate terre.

Fu scelto per la missione non facile un drappello di sette uomini, soldati esperti ma non indispensabili, per lo più teste calde pronte a darsi al mercenarismo che era meglio non tenersi tra le mura del castello, in fondo si stava parlando di un pervertito solitario chiamato verga di ferro o cose così, sette cani rabbiosi come quelli andavano più che bene.

Non sapendo dove cercare, ed essendo sulle tracce di una specie di fantasma i soldati si recarono per prima cosa al villaggio più vicino in cerca del maggior numero di informazioni, ma non trovarono altro che confuse descrizioni al limite della leggenda.            Si parlava di elmo senza faccia, armatura senza corpo, spirito vendicatore e maligno.

-Qualcuno ha mai provato a ferirlo?-

Chiese Ruggero il nero alla folta schiera di disperati riunita intorno al fuoco scoppiettante della taverna. Naturalmente tutti tacquero, nessuno aveva reagito mentre gli veniva portata via la moglie o la figlia, la sorella o la madre. Solo uno si fece avanti e parlò:

-Ho frantumato in mille pezzi un bastone di legno sul suo elmo, lui non ha vacillato, non ha neanche indietreggiato di un passo, il suo guanto di ferro mi ha spaccato il volto catapultandomi lontano e facendomi svenire, poi si è portato via la mia Morella, vi prego consentitemi di venire con voi, sono un buon cacciatore, vi aiuterò a trovare le sue tracce!-

-Certo una mazza di legno non è come un colpo di spada o un martello d’arme in una tempia né tantomeno si può paragonare a una freccia in un occhio- Pensava Ruggero mentre il fuoco ristoratore riverberava nei suoi piccoli occhi amanti di strage e tortura. 

-Vieni pure con noi cacciatore, più siamo e meglio è, staneremo e smembreremo questo spettro come fosse un cinghiale, dimostreremo che è solo un uomo con gusti teatrali, poi me ne tornerò quanto prima tra le mura sicure del castello, perché qui avete tutti delle facce gialle da epidemia e morte.

Dunque al drappello si era unito il coraggioso e giovane cacciatore Taddeo, che aveva recentemente perso la propria promessa sposa per mano della Spada Malvagia. Insieme a lui e Ruggero facevano parte del gruppo:

Doppiosoldo, irsuto e colossale esperto di spadone a due mani, mercenario in quasi tutti gli eserciti dei Ducati italiani, ubriacone e attaccabrighe ormai troppo vecchio e acciaccato per continuare a vagare e far guerra. Lo seguiva il suo compagno d’arme Mano Sinistra, così chiamato poiché monco di mano, ma molto abile nel mazzafrusto e nella daga, che aveva trovato il modo di fissare al proprio moncherino di cuoio nero. Avevamo poi Falconetto, esperto di archibugi, cannoni, bombarde e polveri da sparo, era folle e instabile, si diceva che lo zolfo lo avesse fatto impazzire. Seguiva  poi la compagnia il magrissimo Dardetto, infallibile arciere, balestriere ancor più bravo e non male neanche nel dilettevole passatempo del lancio dei coltelli. Non mancava l’esperto di armi in asta, amante del Mazzapicchio e dello Scorpione, senza eguali nell’uso di Alabarda, Azza e Roncone, artista della Giusarma, a servire il Duca e i suoi compagni d’arme il grande Corradino SpezzaElmi, inavvicinabile con un arma di quelle sopracitate tra le mani, ma ormai da anni orbo di un occhio e a causa di ciò meno capace di difendersi sul lato sinistro. A chiudere la compagnia, il cugino del Duca, Don Fernando, colpevole di adulterio, soggetto a carattere sanguigno e rissoso, nonché incline al bere e all’ingiuria, se ne era ritenuto opportuno l’allontanamento, insomma il Duca aveva approfittato per toglierselo dai piedi; era comunque un fine stratega, esploratore, conoscitore del territorio e abile spadaccino, non pochi erano coloro periti sotto i suoi colpi di pomo, dunque molto utile alla spedizione.

Ora conoscete i nomi di coloro che si addentrarono tra le tenebre, sfidando l’oscura entità di cui nessuno aveva mai visto né il volto, né un seppur minimo lembo di carne sotto l’armatura.

...continua, forse...(se cacci i soldi)


sabato 2 ottobre 2021

Crescendo di Lame Capitolo Primo

Crescendo di lame

Di Davide Giannicolo

 

Atto I

 

Varcò la soglia della nobile casa con passo solido ma allo stesso tempo elegante, quasi femmineo.

Alla vita portava due spade, completamente nerovestito tranne che per gli spallacci argentei, lanciò il suo sguardo verso il signore della casa, che sedeva esterrefatto dinnanzi alla sua tetra, ritta figura.

“Sono Necro Delle Lacrime, giungo fin qui da remote terre unicamente al fine di uccidere le tue sei figlie!”

 

Il silenzio fu attraversato da un soffio di vento, fuori le foglie danzavano quiete.

Il padrone di casa si alzò di scatto, furente, rosso in volto:

“Come osi portare la follia tra le mura della mia casa? Sei solo un lurido pazzo!”

 

Necro sorrise, i suoi occhi riverberavano una strana luce, un lucore maligno, come quello che arde negli occhi delle bestie in procinto d’attaccare.

Silente si lanciò in avanti, durante la corsa estrasse la spada più corta che gli pendeva in vita, trascinando con sé un attimo dopo il corpo trafitto dell’uomo che aveva osato sbarrargli la strada.

 

Attirati dai rumori della lotta giunsero sei uomini, i mariti delle donne che Necro Delle Lacrime bramava assassinare.

Uno di loro, un giovane impavido, brandiva una spada larga, fronteggiava spavaldo il nero guerriero che di rimando lanciava folli sorrisi ai nuovi venuti.

“Qual è la genesi della tua strage? Perché vuoi immolare le sei nostre mogli?”

L’intruso dal volto pallido calò la spada corta all’altezza della coscia in una ingannevole e salda postura d’invito, la sua guardia era completamente scoperta, il suo gelido sorriso non mutò nemmeno per un istante:

“Se il passo non mi verrà ceduto, cadrete tutti come canne piegate dal vento, tutte le donne di questa contea devono morire, ed è solo l’inizio!”

 

Necro si lanciò contro l’uomo, abbattendo la spada sulla sua testa, come fosse una mazza di ferro che vibra in una leggiadra movenza; estrasse poi la seconda spada, lunga il doppio della prima, con entrambe le armi issate sopra la testa si scagliò contro i cinque restanti mutilandoli con sanguinaria furia omicida.

Presto si ritrovò ricoperto di sangue mentre in terra giacevano pezzi di cadaveri immoti.

Cercò lungo i corridoi della grande casa, presto trovò tutte e sei le donne, l’una raccolta nelle braccia dell’altra, inermi, spaventate colombe.

Ne afferrò una per le chiome nere e le recise la gola di netto, le sorelle liberarono un grido disperato, monotono, acuto, semplicemente agghiacciante.

Le maggiori tentavano di schermire coi propri corpi le minori, portando le braccia in avanti, implorando la fine di quel truculento rituale; ma impassibile il fantasma nero che aveva fatto irruzione nelle loro stanze penetrò le sue lame in quei morbidi ventri.

Quando furono tutte e sei morte, giacenti bianche e insanguinate ai suoi piedi, Necro slacciò i propri spallacci dalla giubba, poi si liberò anche di quella, mostrò un torso massiccio, solcato da centinaia di cicatrici, sfilò dallo stivale destro uno stiletto d’argento, con la punta di esso si praticò sei ferite sul petto, sì, portava sulla pelle il segno delle donne che aveva mietuto.



*

 Camminava lungo  le campagne desolate nottetempo, ricordava gli eventi del giorno, le donne urlanti, gli uomini mutilati, la cosa non appagava i suoi sensi, poiché era un oscuro fuoco quello che alimentava la sua follia omicida.

Ricordò una donna lontana, bella come un fiore bianco che rifulge nella notte.

La brezza notturna avvolse il pallido volto di Necro, avanzò nutrito dalla propria ossessione, una fantasmagoria che lo teneva in vita.

Poco distante dal sentiero, scorse una fanciulla cogliere fiori di campo.

“Che cosa singolare” pensò “A quest’ora dovrebbero incontrarsi solo spettri, demoni o lupi, e invece guarda chi mi manda la luna? Una ragazzina!”

 

Necro sorrise avvicinandosi alla ragazza:

 

“Vedo forse un fantasma?”

 

“No signore!”

 

“Hai sorelle?”

 

“No signore, perché me lo chiedete?”

 

“Nulla bambina, nulla…”

 

Necro aveva già sguainato la lunga spada, issandola sopra la propria testa, lo sguardo folle, acquoso, come rapito da una estatica trance, il ferro calò, abbattendosi sul fragile cranio ricoperto di biondo crine, la testa si spaccò immantinente facendo esplodere abbondanti schizzi di sangue al chiaro di luna.

L’aveva abbattuta così come si fa con una bestia al macello, e questo era pienamente nel suo stile.

 

“Sei un uccisore di donne? È per questo che brandisci due spade codardo?”

 

Necro ebbe solo il tempo di vedere un volto coperto, poi dovette indietreggiare al fine di parare un agile, ripetuto attacco mirato alla sua testa.

Seguì una lotta ardua, serrata, veloci fendenti parati e respinti non davano spazio al riposo, nessuna falla s’apriva nelle reciproche guardie.

Giunse l’alba, e Necro, intriso di sudore, riuscì a spappolare la carotide del suo nemico con un affondo di punta.

Affannando il tetro vincitore si chinò sul cadavere in armatura, slacciò l’elmo ammaccato dai suoi stessi colpi, lentamente lo tirò via dalla testa abbandonata nell’inerzia della morte.

Una chioma lucente, corvina, si distese soavemente sull’erba macchiata di sangue.

 

Si trattava di una donna, e il suo volto, stretto adesso tra le mani tremanti di Necro, appariva orribilmente familiare.

Era il volto della donna che anni prima aveva sfigurato, ancora sublime nonostante l’orribile menomazione.

Folle di gelosia aveva compiuto il fatale gesto, poi partì per terre lontane giurandole:

 

“Ucciderò ogni donna, così che non soffrirai la tua bellezza perduta!”

 

Che folle proposito il suo, e adesso eccola, la sua amata, da sua stessa mano trucidata, colma di rancore verso di lui, pronta ad ucciderlo o suicidarsi nel tentativo.

 

Necro pianse su quel corpo esanime, ore dopo, straziato dal dolore, si decise a seppellire i resti, sotto le luci di un freddo sole rosso.

Lentamente, terminata la sepoltura, si inginocchiò accanto alla tomba, affondò con risolutezza la punta della spada nel proprio addome, dandosi così la morte, gorgogliando lentamente tra gli spasmi del dolore, che egli stesso più e più volte aveva inflitto ad altri senza indugio.....CONTINUA