mercoledì 25 febbraio 2015

SOLO DURI

                                 


          



                                                                DAVIDE GIANNICOLO

                                          





Solo duri come l’asfalto che le natiche ti abbevererà di dolore



Era tempo ormai che nel paesino accanto al mio si sviluppava un crescente fenomeno alquanto bizzarro. Una comunità di lesbiche sbucava dal nulla divenendo sempre più fiorente.
Io avevo avuto modo di conoscerle tramite un tipo di cui sospettavo l’omosessualità, un tipo gracile e indifeso molto coinvolto in studi esoterici e pratiche occulte, questo mi avvicinò a costui, e mi domandavo perché i froci sono tutti gracili e indifesi, che monotona paranoia.
In quel periodo  mi accostavo sempre più ad una virile misantropia, la mia barba lunga mascherava il  volto d’un ombra funesta che ispirava molte volte violenza al mio cervello.
Fu molto strano avvicinarsi a quel gruppo con i miei propositi barbarici di orgia.
La loro leader era praticamente un maschio, corti capelli, abiti maschili, braccia muscolose. Mi faceva arrapare come un cammello con il cazzo nella sabbia. Le tipe che la attorniavano erano tutte molto femminili e carine, datesi a pratiche saffiche a mio avviso a causa di una sorta di repulsione verso il mondo maschile che diveniva sempre più frocio, alla fine avevano anche ragione.
Mi lasciai convincere in una notte di delirio ad andare a ballare con loro e con il finocchio, l’unico uomo che stava con me era un Nazi che tentava l’approccio con la più opulenta di esse, tutto questo mi smarriva, tra l’altro era angosciante il fatto che il nazi ascoltasse i Queen , mi chiedevo cosa stesse accadendo al mondo moderno.

Passarono dei mesi prima che rivedessi ancora le lesbiche, erano affiatate cazzo, sempre insieme, certamente la leader aveva carisma e se le scopava tutte, il frocetto invece se ne stava sotto la loro ala in attesa di una ignara vittima maschile alla quale rivelare il proprio palese segreto, la comunità accoglieva questo esempio di eclatante sessualità distorta con orgoglio, anch’io, anch’io, si, ho visto una lesbica dicevano i bigotti e gli stolti di ogni dove.

Ascanio Tortorelli era conosciuto con il nome di Ormone Gnè gnè, se una donna lo guardava lui sborrava. Voleva stare tutta la vita in esplorazione sulle carni di una donna e questo non gli riusciva proprio alla grande, da adolescente aveva voluto bruciarsi di droghe, ma non gli era riuscito bene neanche quello, forse la sua indole era confacente ad altri tipi di pratiche fosche, Gnè gnè era in fatti alla ricerca di un misfatto in grado di chetare la sua fame brutale, gli esseri piccoli sia di spirito che di corpo tendono molto alla perversione, è una sorta di capro espiatorio da sacrificare sull’altare di sterco delle proprie insulse debolezze. Ascanio era secco come una ramo, dal volto laido,infatti laido lo era parecchio, da ubriaco si sarebbe fatto fare una pompa da un gay e poi l’avrebbe ucciso, forse anche da lucido, ma in realtà non aveva le palle nemmeno per dargli un ceffone ad un gay.
Sonny gates era un provocatore, non te li rivelava mai i suoi desideri, li insinuava nella tua testa facendoti divenire suo complice, conoscendo lo spirito debole dell’ormone lo provocava di continuo sperando che la serata sfociasse sempre in rivoli di sangue da ambo le parti. Era fissato con la giustizia sessuale, aveva folli idee politiche sull’argomento riguardanti la prigionia della donna e il regresso della detta specie, “La femmina è una bestia” diceva sempre “ anche l’uomo lo è, ma l’uomo è un animale che ha la facoltà di schiavizzare la donna, non capisco tutto questo progresso, come si è potuti arrivare a tanto, donne che comandano, che gestiscono, che addirittura decidono, è colpa dei froci, solo i froci sono potuti arrivare a tanto.”
Poi c’era Michele Araldi, uno che se gli entravi nella testa ti perdevi, scariche elettriche dalla ignota provenienza imperversavano di continuo in quel cranio.
La sua fame sessuale era implacabile e senza esigenze, bastava una donna opulenta e l’assenza di leggi, così il mondo sarebbe stato per lui perfetto.
Infine c’ero io, che più mi tiravo fuori dal mondo standomene da solo più il disgusto per esso mi pervadeva.
Vi lascio immaginare l’effetto che fece il gruppetto di lesbiche ai nostri occhi misogini e pornoassuefatti.
Eravamo in un bar del cazzo, a bere e a mangiare barbaramente e senza ritegno quando le lesbo fecero la loro comparsa.
Spiegai agli amici la situazione che le attorniava, e subito un fuoco languido si accese negli occhi di tutti. La leader si muoveva decisa, tranquilla ci osservava come fossimo stati noi quelli strani. Subito Sonny partì elegante come un muratore tatuato:
“C’è un chiaro motivo che ci raduna qui stasera, noi siamo i rappresentanti di una antica razza, noi siamo gli ultimi uomini cazzo. Dobbiamo dare una lezione a queste lesbicotte.”
Gnè gnè rideva con un sorriso di iena guardandomi, Michele chissà cosa cazzo pensava in quella sua mente schizzata. Il discorso di Sonny era stato molto acceso e ascoltabile, tanto che la leader aveva avvertito il tono ilare delle frecciate.
Sonny la guardò dritta in faccia e inneggiò:
“Viva la verga!”
La tipa fece finta di niente, ma era ovvio che si era aperto una sorta di conflitto, effettivamente se la tipa ci si fosse messa d’impegno avrebbe massacrato Sonny e Gnè, l’avevo vista quella sera in cui andammo a ballare cambiare una ruota con robuste braccia capaci.
“Sei invidioso del fatto che loro siano più integrate di te in questa società del cazzo.” Infine dissi a Sonny. Facevo sempre così, ero contraddittorio per chetare il tumulto, ma condividevo a pieno anch’io in fine.
Quelle tipe rappresentavano la normalità in quel luogo, eravamo noi quelli fuori posto, i reietti rifiuti da additare.
Non era buona cosa, proprio no.


Due giorni dopo fondai un gruppo death essenziale e brutalissimo, ci chiamavamo Volcidor, eravamo in tre e quello più sano di mente sparava ai gatti con il fucile a pressione da bersaglio lontano. Vale a dire che ogni piombino spappolava la testa di ciascuno ignaro, malcapitato felino.
Suonavo la chitarra, in realtà non era vero, buttavo giù accordi cupi e con lo strascico usciva il pezzo, il batterista non doveva far altro che tastare, il bassista uguale.
Del cantato me ne occupavo io, un urlo forsennato senza tregua ne respiro.
La mia vita era su un carro guidato da sei cavalli neri in discesa su un declivio ripidissimo in mezzo ai boschi.
Nessuno nella banda mi dava una reale intenzione di violenze in quei periodi, nemmeno la violentissima musica che sostituivo alla rabbia anfetaminica, nemmeno lo sparare ai poveri gatti innocenti, nemmeno il rovesciare tombe.
Dovevo fottere quella lesbica del cazzo e farla sanguinare mediante il mio membro mostruoso, dovevo sottometterla con laido rigore e costringerla alle umiliazioni più esecrabili e torve, farle capire il verbo d’obbedienza della forza.
Solo quest’atto avrebbe salvato il mio desiderio, un desiderio che si tramutava sempre di più in una sanguinaria mia morte.
In poche parole pensavo spesso alla comunità di lesbiche, ma non solo a quello.
Una vasta produzione di porno in carne e ossa di tutte le età e tipologie faceva sfoggio di se di continuo dinnanzi alla virilità legionaria dei nostri orgogliosi occhi di giovani torelli in stagione di monta, questo sclerava la mia mente e quella di tutti i loschi figuri che compirono l’impresa.

Io e Sonny sapevamo che il misfatto doveva essere compiuto con meditata, bastarda fierezza, quello che più ci invasava era la fittizia convinzione che quel progetto avesse una specie di giustificazione o fine quasi politico, forse religioso, comunque essenziale allo svolgersi normale delle nostre onorevoli vite. Sapevamo anche che in una storia del genere ci volevano due bottiglie di whisky scadente e qualche eccitante di qualsiasi natura, pur che fosse stato potente, il fatto certo era però che io non ne avevo bisogno.
Data la nostra riconoscibile stazza, visto che in gruppo giravamo spesso, decidemmo di adottare una sorta di tunica nera per l’operazione e maschere la cui bocca fosse stata scoperta, questo lo feci notare io dato che la bocca aveva bisogno di libertà per mordere a sangue, sputare, leccare.
Le maschere erano di stoffa leggera ma difficilmente strappabili dato che erano di tessuto elastico, ognuno si sarebbe costruito la propria secondo i personali gusti.
“Solo duri!” pensavo io “Solo duri come l’asfalto che vi grattugerà le chiappe lesbiche mentre vi scoperò!”
Questa sublimazione quasi bellica della mia virilità, il porla nell’estremo atto della brutalità mi conduceva al pensiero della leader sanguinante e sottomessa, la miscela di questo pensiero e queste sensazioni mi conferivano una indomabile e dolorosamente sopportabile erezione.

Passarono varie settimane e la situazione non cambiava, quando eravamo ubriachi non si parlava d’altro, si era infatti giunti a conclusione che violentare donne è cosa giusta, la nostra politica non era emendata da individui a rota sessuale e basta, bensì da persone indignate dal corso degli eventi che ponevano l’uomo in condizione di schiavo.
La misoginia del nostro quartetto raggiungeva apici tragici.
Così una sera in cui la noia ci affliggeva decidemmo di andare a fare un giro per distrarre le nostre menti dall’incessante pornografia imperante, per le nostre menti cazzo ci voleva un butta fuori.
Nella mia auto i Sarcofago vomitavano note che non avevo mai udito, martellai i ragazzi affinché ci recassimo al cimitero per passare la notte tra birra e atmosfera, Michele propose di rapire una ragazzina, Fabio Maloro, altro personaggio pornoleso, propose di sparare ad una sposa e poi fotterla. Fu in quell’istante che Sonny, tra il serio e faceto, fattosi schermo con quelle assurde, difficilmente realizzabili proposte tirò in ballo la storia delle lesbiche.
“Perché non andiamo a vedere se ci sono le troiette?”
“E no Ja , rubiamoci una bambina, per piacere.” Michele aveva un folle proposito che voleva  a tutti i costi realizzare.

Ma alla fine ci andammo, eravamo veramente ubriachi da non renderci conto che avremmo potuto spezzare un collo di donna con la facilità d’un orco che stupra una donzella.
C’era lei, la leader, che nella squallida solinga piazzetta parlava con una donna bionda veramente bella.
Michele nel vederle urlò, un urlo isterico, lupo che abbranca.
Eravamo in automobile, io guidavo, Sonny mi stava di fianco, l’ormone e Michele dietro davano di matto sussultando in una danza ubriaca di ignota impotenza che brama sfociare, erompere in una forza avviluppatrice, Maloro guardava al di là del finestrino con sguardo depresso.
“BBUCCCHINAAA” Disse Michele abbracciando il braccio di Gnè gnè, la lesbica si incazzò di brutto, sembrò non gradire la nostra allegria.
Infatti aggressiva come una faina aggredì il mio fottutissimo parabrezza, la vedevo con quella faccia patetica distorcere i tratti di rabbia, guidavo ancora ed ero a circa trenta all’ora quando frenai di botto, intanto tentavo di scorgerle le tette.
Michele scese dall’auto e le andò in contro, le mollò un calcio in bocca, subito. Ma non doveva andare così, eravamo a volto scoperto, c’era la biondina testimone.
A Michele sembrava non interessare, aveva infatti soppresso il tentativo di reazione della leader con un pugno in testa dalla innata, feroce violenza.
La bionda però nella sua apparente innocuità pensò bene di accoltellare me, che ero appena sceso dalla macchina. Sono bello grosso, peso centoventi chili, che si fotta la coltellata di una biondina, non ci pensai neppure, le presi la testa e ci ammaccai il cofano con la sua cazzo di fottutissima testa di bambola.
Poi la lanciai lontano sull’asfalto.
Io intanto però ero svenuto, una troia lesbica mi aveva accoltellato a mezzanotte.

Tutto intorno a me divenne vacuo, capii che non me ne fotteva un bel cazzo della vita, che era una bella esperienza morire così, nel più tragico degli abbandoni spargendo sangue su di un marciapiedi.
Sentivo le voci dei miei amici che rincorrevano le tipe, io ero lì, solo, e solo in quel istante ebbi un po’ di paura, se un vichingo, un grande guerriero, muore per mano di una donna non potrà essere ospitato nella grande sala del valalla. Se uno come me moriva per mano d’una lesbica era la fine, se uno come me in generale moriva, era una gran fottuta perdita per il clan degli ultimi uomini duri, però il pensiero della morte mi affascinava invaghendomi di languore dal sapore di sangue, cazzo quanto era fascinosa la morte mediante coltellata.

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Mi svegliai il giorno dopo in ospedale, c’erano mia madre, mio padre e tutti gli altri, mi inorridì il pensiero, che subito m’investì, di dire tutto ai miei, che ero un violento,irrecuperabile pazzo.
“Non l’hanno ancora arrestata quella puttana figlio mio, perché le hai causato una commozione cerebrale, comunque è tutto a posto, hai agito per legittima difesa. Stai bene? Stai bene figlio mio?”
Non volevo che arrestassero quella puttanella, volevo torturarla, atrocemente.
Guardai gli altri negli occhi, erano in tanti cazzo, sempre di più erano quelli che volevano aderire alla lesbopunizione. Con loro c’era Fabio Maloro, s’era fatto un baffo da sodomizzatore bastardo giusto per entrare in tema di violenza e percosse, anche lui voleva entrare nell’affare delle lesbiche.
Trascorsero alcuni giorni ed io ebbi modo di riprendermi, la lama della troietta aveva penetrato solo il grasso, che bello il mio urside stato di grasso, sapevo che prima o poi mi avrebbe parato il culo.
Durante i giorni di convalescenza appresi che dei nostri era anche Lord Dentice, sciamano e primo uomo del ordine sacro della strada del Dentice di cui io ero uno dei capi supremi. Se lord Dentice era della partita significava solo ed esclusivamente che l’allettava il banchetto, questo non mi andava, non avevo certo bisogno del sacro dentice i cui membri alla fine erano tutti sotto cura di psicofarmaci per punire un branco di lesbiche. Aderivo al sacro dentice solo poiché volevo preservarne l’emblema, l’ermetico ordine di teppisti notturni.
Ma erano anni che l’ordine cadeva in pezzi, tra i già misteriosissimi membri vigeva la più completa anarchia, della setta spaccaossa restava solo il nome.
Ma non potevo fare nulla per tenere lontano lord Dentice, anzi la sua astuta fantasia era molto utile al progetto.
Lasciate che vi parli di costui: lord Dentice aveva avuto una brutta vita randagia, si era drogato di qualunque sostanza, si era ornato di galeotti tatuaggi che gli coprivano le braccia e avevo letto personalmente una denuncia sporta da sua madre poiché egli voleva accoltellarla con un coltello dal “manico rosso”(cito testualmente).  Aveva tentato di accoltellare anche suo fratello, e infinita altra gente, compreso me, non posso mai dimenticarla quella sera, eravamo in questo posto tipo concerto da oratorio organizzato da un prete che guardava laido le tette alle scout, lord Dentice, che era anche il personaggio più grande d’età tra noi ma non all’interno dell’ordine ermetico del sacro dentice, quella sera aveva con se delle svastiche fatte con del nastro isolante rosso da appiccicare sulle maglie, non che fossimo nazi o roba del genere, volevamo solo sconcertare la virtuosa folla di checche intorno a noi. Durante il poco movimentato concerto decidemmo di animare un po’ la cosa, Dentice agitava una piccola lama, e io per scherzo ci ficcai sopra la mano, sanguinai di bestia, il taglio si apriva come una bocca di sangue nella carne elastica tra il pollice e l’indice.
La gente ci guardava sgomenta, soprattutto me, grande e grosso e sanguinante con una svastica rossa sul petto.
Era questo il sacro dentice in fondo, piccoli atti di scandalo e rappresaglia nei confronti di borghesia e bigottismo, atti che ci solleticavano l’anima, poiché un po’ contribuivano a mutarci in leggenda, almeno per quanto mi riguarda, nel piccolo della mia coscienza con il solo mio incedere mutavo in leggenda, è questo che io voglio lasciare a chi legge queste pagine, la fottuta leggenda degli ultimi veri duri.
Insieme a lord Dentice e altri segreti membri dell’ermetico ordine ho partecipato a milioni di altre efferatezze perpetrate con indifferenza. Ma la mia posizione è sempre stata di distacco, di rispetto nei confronti del poco di buono che potevo fare uscire dalla mia personalità, io ero un adolescente che si stava ribellando, lord ed altri invece mostravano di essersi persi in una sorta di limbo, cosa che io non condividevo.
Non partecipai mai a festini a base di psicofarmaci improvvisati a casa di folli personaggi che li invitavano con la speranza d’avere buona compagnia senza sapere di star ospitando gente più pazza di loro che voleva i loro tranquillanti al fine di sballare. Era per questo che il sacro ordine non poteva avere un seguito, non si sapeva effettivamente chi erano i membri, qualche pazzo di tanto in tanto spariva, qualcuno si isolava, qualcuno finiva male, qualcun altro, come me, se ne tirava fuori per riflettere su se stesso e la propria affinità con il resto del mondo, che era ben scarsa.
Così rividi spesso lord Dentice ma sempre distaccandomi dall’ordine morto e parlandone con nostalgia. Dentice era troppo estremo, anche perché aveva poco da perdere, e sostanzialmente era sempre lo stesso, anche io lo ero, solo volevo tenermi per me un mucchio di cose.
Ma questa volta non potevo tenerlo lontano dall’affare delle lesbiche, era una cosa troppo grossa e divertente, poi perché tenerlo fuori, anzi era uno dei soldati più adatti alla missione con il suo segretissimo stile “curtllat e cavci rint e’ppall”.
Dunque i personaggi che decidevano di invischiarsi nell’affare sembravano essere divisi in due principali categorie, quelli che volevano portare alto lo stendardo dei veri duri e quelli sadici perversi e drogati che tentavano di cavarci un qualche divertimento.
Intanto da me si fece vedere qualche sbirro con strane, retoriche domande e un sacco di sospetti. Si sapeva che avevamo provocato, e il fatto che la biondina aveva una lama sembrava essere l’unico elemento a nostro favore.
Poi uscii finalmente, e una quantità immane di gente che avevo dimenticato quasi, cominciò a farsi vedere, avevo voglia di ucciderli tutti, di mandarli via a calci in culo. Cosa cazzo volevano loro che non c’entravano un cazzo dalla mia sporca faccenda?
Così divenni io stesso il mandante e l’esecutore d’una piccola lista nera.

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Addestrai quattro cani, lontano, in campagna, divennero il mio segreto.
Vagavano liberi per i campi ma avvertivano il rumore della mia macchina a distanza di chilometri.
Erano quattro molossi, raccolti dalla strada uno per volta, con i musi pieni di cicatrici e sconfitta, ognuno di loro mi aveva guardato nello stesso modo.
“Ho del potere, fidati di me!” Sembrava che questo volessero dire.
E io mi fidai di ognuno di loro e avrei continuato a fidarmi degli altri, erano loro il mio branco fedele, non avrebbero mai permesso che nessuno m’accoltellasse come era accaduto quella volta.
Così cominciai a passere sempre più tempo in campagna, isolato da tutti a volte dormivo in macchina perché non riuscivo ad abbandonarli. In compagnia di una bottiglia restavo lì per ore, a volte per giorni.
La solitudine mi affascinava, le persone mi angustiavano sempre più, dopo quel evento divenni sempre più malfido e paranoico nei confronti dei miei amici e della mia famiglia stessa, ripeto che i cani erano in quel tempo la mia unica compagnia.
Nessuno conosceva il mio rifugio misantropico, tanto meno avrebbe potuto sospettarlo. Ma un giorno fui seguito, e accadde qualcosa di molto spiacevole.
Costui era una persona molto invadente di cui sopra è riportato il nome ma che non cito adesso per rispetto alla memoria, costui dicevo, mi seguì fino in campagna non so per quale cazzo di motivo.
Quando i cani mi corsero intorno lui mi fece notare la sua presenza.
“E’ da quando sei uscito di casa che ti seguo, volevo sapere che fine avevi fatto, perché mi eviti?”
Gli sorrisi e i cani lo assalirono desiderosi di annullare quel anima perversa, quando vidi il suo volto contratto dal dolore fui orgoglioso di quel atto perpetrato dai miei amici, ma volevo essere anch’io della partita, così raccolsi dal terreno un bastone deforme, e cominciai a deturpare quel patetico volto supplicante percuotendolo con infiniti colpi, il frocio era uno dei tizi della macchina, uno di quelli che volevano solo cavarci una sveltina a scrocco, fanculo avrei fatto scopare quelle lesbiche ai miei cani piuttosto che a lui.
Il tipo veniva ancora dilaniato dai cani ma era ormai morto da un pezzo, la mia furia non era chetata però, continuai ancora per ore, e anche i cani mi seguirono nella mia marcia di dolore infausto fino a che non tramontò il sole e una civetta mi distrasse con il suo canto elegante.
Era notte fonda ed ero ormai lì da ore a riflettere su come uscire dalla faccenda, sporco di sangue com’ero, sudato e con quattro mezzi Pit bull che mi giravano allegri e gioiosi tra i coglioni.
La decisione che presi non fu intelligente, anzi fu una tremenda cazzata suggerita da un apparentemente calmo criminale sconvolto. E la cosa mi provocò non poco dolore.
Avevo questo grosso coltello da caccia che portavo sempre in campagna, mi ero incattivito di brutto e fantasticavo spesso sul delitto, sul delitto e mai sul castigo nonostante l’esempio del mio amico Romanovic Rascolinickov .
Estrassi il coltello e sventrai tutti i cani, tra i loro cadaveri scempiati piansi, piansi perché il delitto ci trascina sempre a fare delle cazzate che non avevamo calcolato, cazzate che ti pongono in un punto di non ritorno dove non ti resta che andare avanti e un po’ calpestare te stesso, un punto dove non sei più duro ne maligno, ma semplicemente patetico. Prima del delitto, nel periodo in cui l’idea prende a divenire ossessiva ogni persona muta e divine individuo lontano dal concetto che aveva di se stesso, le nostre percezioni sono alterate e a noi quasi estranee in questi momenti, è questa la grande presa per il culo del sanguinoso misfatto, ovvero che non siamo mai perfettamente noi stessi nell’attimo in cui lo compiamo.
Ed eccomi lì imbrattato di sangue umano e di cane inginocchiato a piangere tra i cadaveri. Non mi pesava l’aver ucciso quell’idiota, ma la mia folle idea di liberarmi dei cani mi rendeva inerme e incapace di muovermi. Un attimo dopo notai un debole fruscio, mi pietrificai, si avvicinava qualcuno.
“Sapevo che prima o poi l’avresti fatto, quel tipo era un ficcanaso e l’hai sistemato, ti aiuteremo noi a liberartene, come ci ha insegnato il rumeno, ricordi? E ci libereremo anche dei cani, che idiota che sei stato erano il tuo unico alibi.!”
Erano Lord Dentice e Fabio Maloro, evidentemente mi avevano seguito anche loro.
“E’ stata la prima cosa che mi è venuta in mente, la gente avrebbe notato subito dei cani insanguinati che se ne vanno a spasso a giocare con arti umani in bocca, colleghi questo stronzo fatto a pezzi con un altro stronzo coinvolto in storie di violenza ed ecco che il caso è risolto.”

Notai che con l’organizzazione di più membri tutto è diverso, l’omicidio diviene leggero da sopportare, con il supporto reciproco addirittura una missione.
In una notte Maloro e Dentice risolsero tutto mentre io ero lì in ansia a scavare una buca e a pensare a quanto bastardo ero stato ad uccidere i cani.
Scavare una fossa è una cosa molto poetica, l’affanno notturno, la solitudine, l’uomo che occulta il proprio misfatto inosservato nella campagna.
I miei folli complici mi portarono acqua, vestiti puliti e cinquantaquattro batterie per la macchina procurate da uno sfasciacarrozze parente di Dentice, forse appropriatosene indebitamente ugualmente.
I cadaveri furono gettati nella fossa e l’acido delle batterie fu versato sui resti giacenti nel buio, il rumore che ne derivò fu frizzante come il peso che mi fu scrollato di dosso, anche gli abiti sporchi di sangue fecero la stessa fine, poi mi ripulii e indossai i nuovi vestiti.
La fossa fu ricoperta e livellata, sotto la terra non vi era ormai più nulla.
Ero in debito di brutto con quei bastardi, si erano assicurati un posto nella missione attua a imporre i veri duri come esempio.
L’evento di quella notte era valso a farmi comprendere che quella non era una faccenda che riguardava solo me, ma che chiamava in causa svariati, motivati personaggi.

                                                                       


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Sciolsi il gruppo death, presi a calci in culo il batterista e accoltellai il bassista ad una gamba, era successo tutto in una sera di delirio alcolico in cui avevo capito che tutto stava andando a puttane, che non c’era più spazio per i sogni e per gli sfoghi, perché la violenza stava scavando un confortevole nido dentro me. In realtà le persone che suonavano con me si spacciavano per cattivissimi satanisti black metal ma poi non erano diversi dai ragazzini che comprano i gadget dei backstreet boys, con le loro ipocrisie da adolescenti frustrati e le loro magliette pagate a caro prezzo. Vaffanculo, se suoni duro devi essere cattivo sul serio, devi discendere dal conte burzum, quanti froci dalle facce da culo appaiono sulle riviste musicali con le loro pose cattive e poi magari si cagano sotto se gli rubi il lecca lecca. Non ci stavo più, era tutto una grande pagliacciata, non che il mio credo fosse la violenza, o satana, o cazzate del genere, il mio credo era la verità schietta, l’onore barbaro e l’eleganza guerriera, le ipocrisie mi sono sempre state sul cazzo.
In seguito alla coltellata ebbi qualche problema con la legge, ma aspettate, aspettate cazzo, sto correndo troppo, non volete che vi racconti com’è andata? O avete chiuso il fottuto libro già da tempo?
Eravamo lì riuniti per suonare, in questa sala prove del cazzo piena di coglioni, io mi presento un po’ ubriachino, cercate di comprendere il periodo di merda che stavo attraversando, e poi io canto meglio da ubriaco.
Arrivano anche i due frocetti e questi sono entrambi convinti che questo genere di metal è troppo estremo, anzi che in realtà non c’è metal nei nostri pezzi, c’è solo cacofonia priva di melodia.
Allora io mi alzo da seduto che ero e comincio a prendere a calci in culo il batterista fino a che non mi chiede pietà, poi in preda ad una sorta di crisi, una profonda delusione interiore gli grido in faccia che a me il metal mi ha sempre fatto schifo, a me piace la musica violenta e oscura, a volte il metal invece è una barzelletta, i metallari sono repressi bambini froci inguaribili.
Così la rabbia mi ha sconvolto talmente tanto che ho estratto la lama che di solito porto con me e l’ho piantata nella coscia del bassista. Cazzo stavo proprio impazzendo, li ho guardati entrambi con sguardo folle ma mi ero reso conto di essere diventato un animale misantropico e intrattabile.
Andai via assaporando l’inverno addosso, faceva freddo ed era tutto stupendo, la solitudine a volte ti solletica con gelide mani adunche e seducenti, muliebri mani di strega, in certe notti di delirio così gelide la solitudine è l’unica che ti dà ragione.
Giunsi vicino a casa e da lontano, alle spalle del Vesuvio ammantato dalla tenebra scorsi un fuggevole lampo, sorrisi e continuai la mia strada.
Ad aspettarmi sotto casa, poetica e bagnata dalla prima pioggia d’autunno vi era la leader del gruppo di lesbiche, con le muscolose braccia incrociate mi attendeva, d’un tratto ebbi l’impressione che quella era una vera dura, altro che cazzate sataniche da bambini repressi, quella era degna di camminare al mio fianco, non c’era nessun motivo per il quale io e lei dovessimo strare in lotta, quella lì era una leonessa.
Le arrivai faccia a faccia, mi eccitava l’idea di dovermi scontrare con lei.
Ci guardammo per un po’, fui io poi a parlare per primo:
“Allora? Che ci fai qui? Come facevi a sapere dove vivo?”
Mi mollò un pugno veramente tosto, vacillarono i miei centoventi chili.
Poi mi aggredì con ferocia, ma durò poco la sua illusione, la sollevai da terra e la spiaccicai nel muro, sentii il suo respiro strozzarsi e vidi il suo volto contorcersi in una smorfia di indicibile sforzo, lo zuccherino voleva a tutti i costi riprendere fiato.
Io a quel punto la baciai, perché il contatto con la sua carne, il sentire gli spasmi delle sue membra guerriere mi aveva orribilmente eccitato, anzi, forse mi ero innamorato.
Vedere quegli occhi selvaggi osservarmi a due centimetri dai miei con rancore iracondo, guardare le sue labbra tremare di rabbia, contorte in una smorfia di sdegno e furore, era bella come mai nessuna donna poteva esserlo, era un angelo rabbioso quello che stavo premendo contro la mia bocca.
Si abbandonò a quel bacio improvvisamente, con trasporto languido si lasciò cadere nelle mie braccia  assecondandomi, accompagnata da un dolce, caldofervore sensuale, quasi con una innata fame mangiava le mie labbra.
Le sbottonai la camicia mascolina che aveva e rivelai il suo stupendo seno bruno, poi mi beccai un'altra coltellata, la seconda cazzo.
Era la bionda , la vidi apparire alle mie spalle mentre cadevo in ginocchio premendo con il palmo della mano contro la ferita all’anca, era la mano con cui stavo per carezzare i seni alla sua amica, che paradosso, dalla delizia al sangue, in fondo ho sempre creduto che l’amore sia passione e che la passione sia sangue.
“Sei una puttana, ti ho visto come lo baciavi, eravamo qui per fargliela pagare e tu baci questo stronzo? Puttana!”
La bionda vestita da bambolona opulenta porno gridava isterica e fuori di se, stava piangendo e agitava il coltello sporco di sangue sotto il naso della sua presunta amante. Era la seconda coltellata che mi mollava quella puttana.
“Se non c’ero io te lo saresti fatto questo bestione di merda, sotto il suo palazzo come una vaccona vogliosa e sporca.” Le ultime parole le urlò ancora più isteriche e traboccanti stizza nervosa tipica femminile, quegli insopportabili, psicotici gridolini di puttana incazzata. Mentre gridava le ultime parole mi ficcò un tacco a spillo nelle costole mediante un calcio bastardo e ben piazzato.
Infine scoppiò:
“Sei una lurida puttana, lurida puttana zozza traditrice !”
La colpì con un fendente allo stomaco, tutta la lama le penetrò nelle budella mentre osservavo da terra il volto della leader attonito sgranare gli occhi e la testa bionda della puttana girata di spalle con il suo corpo vezzoso che copriva la scena.
Vidi solo il sangue macchiare il marmo bianco del palazzo, prima con piccole gocce, per poi espandersi in una macabra polla, così la leader vomitò sangue e cadde in terra con gli occhi ancora perplessi.
La troia bionda si voltò verso di me, mi sollevò la testa prendendomi per i capelli, aveva il viso segnato dal pianto, il volto distorto dal gonfiore degli occhi, era proprio infame e pazza quella cagna psicopatica.
“Adesso io ti ucciderò dannato bastardo, Milena non aveva mai baciato un uomo, mai. A parte suo padre che glie li rubava i baci quel viscido sporco figlio di troia, lei era mia capisci? Un giorno sarebbe stata solo mia.”
La guardai e sorrisi.
“Che cazzo ridi stronzo? Cosa cazzo ti ridi!!?!”
Mi sfregiò la faccia dalla fronte attraversando il naso fino al mento, era totalmente in preda ad un crollo isterico, mi avrebbe fatto a pezzi.
Decisi che prima di perdere altro sangue e dunque svenire dovevo farmi una cinta con il clitoride di quella baldracca tanto che glie l’avrei allungato.
Scattai improvvisamente in avanti e le tirai una testata con tutto lo slancio della spinta, l’impatto fu devastante, la testa da barbie schizzò come se l’avesse trafitta un proiettile, anche la troia cadde all’indietro emettendo quel odioso gridolino del cazzo. Lo stesso slancio mi aveva permesso di esserle praticamente addosso, ma la troia era veramente una figlia di puttana e puttana ella stessa, perché cominciò ad accoltellarmi ferocemente al braccio. Il dolore mi stordiva atrocemente, non capivo più nulla, quei fendenti si incidevano nell’osso e mi stavano facendo impazzire, presto sarei svenuto, fottute tragedie insanguinate.
“Vaffanculo pazza stronza puttana, vediamo chi è più fuori di testa!”
Sgranai gli occhi e le azzannai il collo, affondai gli incisivi e i canini nella carne dura della carotide e la tirai via come fossi un dannato cane, l’acre odore del sangue ormai s’innalzava ovunque, dama purpurea che osservava silenziosa la scena.
Il volto della bastarda cambiò colorito, era eburneo come la cera, dalla sua gola colava sangue a fiumi ornato da  sinistre bollicine create dall’aria che aveva in corpo, forse stava cercando di gridare. Intanto sentivo le forze mancare e lo stordimento braccarmi le tempie, provavo dolore in ogni singola parte del corpo e  il sangue che mi colava dal volto contribuiva ad appannarmi la vista, quando tutto divenne opaco scorsi una luce azzurra che si avvicinava all’androne, erano gli sbirri.

                                                         *************

Il bassista aveva cantato, naturale, ero stato incolpato della morte della leader e dell’altra troia, nonché della sparizione del coglione che mi aveva seguito in campagna dove avevo i cani, in più il gay amico delle lesbiche era stato trovato sgozzato sul Vesuvio con addosso svariati grammi di cocaina e vari segni di violenza sessuale, mi era stato attribuito anche quello, impossibile incolpare i miei compagni poiché tra loro nessuno penso  avrebbe violentato un gay, a meno che non era tutto un alibi fuorviante.
Pensavo a come era veloce per un giornalista scrivere cazzate alla rinfusa senza uno straccio di prova, non c’è notizia che appare sui quotidiani che non sia stata travisata. Quindi immagino mia madre e mio padre come abbiano reagito sapendo che ero un maniaco ammazza gay.
Gli sbirri intanto mi ossessionavano con tredicimila domande.
“E’ finita la tua convalescenza, sei guarito, adesso puoi parlare:
Hai ucciso tu Leda Porchetti? E Milena Sporcoaffare? Che fine ha fatto il tuo amico? E il ragazzo ritrovato sul Vesuvio? Conoscevi anche lui vero? Sei gay? Hai mai fatto sesso orale? Hai mai fatto l’amore con una delle ragazze uccise? Hai mai fatto l’amore con un uomo? Fai uso di droghe? Vi è qualche arma oltre i coltelli e i ganci che abbiamo rinvenuto nella tua abitazione di cui noi non siamo a conoscenza?”
Stavo impazzendo, e cercavo di procedere con ordine, ero in cella ed ero stato  appena  trasferito dall’ospedale dove mi avevano tamponato per bene dopo un mese di ricovero. Avevo perso l’uso del braccio destro più una grossa cicatrice sulla faccia che non mi faceva proprio carino, inoltre la coltellata alla schiena mi aveva danneggiato l’anca e zoppicavo come un essere strisciante.
“Ho ucciso la puttana bionda perché mi aveva aggredito e non era la prima volta che lo faceva, è stata lei ad uccidere la sua amica perché ci ha beccati mentre ci baciavamo e lei era la sua amante, è stata la sera in cui ho accoltellato Luca Buonoanulla alla gamba a causa di una temporanea lite in cui certamente ho sbagliato e di cui mi assumo tutte le responsabilità, per quanto riguarda il tipo sul Vesuvio non ne so niente, non faccio uso di droghe ne vado a letto con uomini, mai fatto in vita mia, guardate bene i giri strani che aveva quel frocio, di certo si scopava qualche pazzo dissoluto magari anche vecchio ed erotomane, io non c’entro un cazzo con queste cose, mai stato coinvolto in niente di simile. Che poi quell’ altro imbecille fosse scomparso non ne sapevo niente, si sarà fatto abbordare pure lui da qualche pazzo, ce l’aveva l’istinto del marchettaro, me lo diceva sempre che per soldi si sarebbe fatto fottere, sinceramente persone così mi fanno vomitare e per questo non mi vergogno a dire che spero che sia morto o col cazzo di qualche riccone psicopatico in bocca in questo momento mentre le parlo.”
Gli interroganti annuirono, due mesi dopo fui rilasciato se pur fortemente sospettato, la mia condizione di incensurato mi metteva in  pena sospesa dato che mi si poteva imputare solo l’aggressione al bassista idiota. Penso che abbiano chiarito la dinamica dei fatti di quella notte, il fatto che le lesbiche erano lì per farmela pagare e poi s’erano uccise tra loro visto che io non avevo mai impugnato il coltello che aveva fatto fuori la leader e quasi storpiato me.
Non so chi abbia ucciso quel gay sul Vesuvio, forse Dentice e Maloro insieme con Sonny e Michele, ma non mi erano chiare le violenze fisiche che gli erano state fatte.
Ho fatto corsi di dominazione della rabbia, ho fatto terapie e sedute d’ogni genere in seguito ma non ho mai smesso di credere che erano tutte cazzate inutili, un cane rabbioso non si domina mai e poi c’è da aggiungere che è feroce il sentimento di vendetta d’un uomo azzoppato da una troia.
Lo testimonia il fatto che adesso qui di fianco a me c’è un fucile da caccia che spappolerà le vagine del resto della banda. In questi giorni le beccherò una per una e impartirò la mia lezione, lo farò da solo senza coinvolgere altri in questa stupida punizione che non ha nulla di sacro, solo vendetta e sdegno, pazzia e autolesionismo. Non vi racconterò i particolari anche se so che vi ecciterebbero molto, perché?
Perché una volta finito punterò la bocca di questo fucile dritto verso la mia faccia e dirò addio alla mia adorata famiglia che non c’entra proprio un cazzo con questo mio colpo di scena misantropico.

                                                                                                        
 A Lautrèamont e Sade .




giovedì 19 febbraio 2015

Volcidor: Temple of the Sirens





Volcidor continua il suo visionario viaggio nella terra dei Teschi Verdi, un nuovo glaciale, ipnotico brano interamente elettronico tratto dal nuovo album

mercoledì 18 febbraio 2015

Fiore Insanguinato(Sestina Lirica di Davide Giannicolo)



Fiore insanguinato


I tuoi confetti di dolore eterno,
così dolci eppure pregni di sangue,
nascosti nelle giarrettiere nere
ornano le candide tue carni.
Ma io ne sono immune tu lo sai!
Fiore d’acciaio è la mia bocca.

Lama che strazia la mia bocca;
Sì, orpello fulgido ed eterno.
Fiori insanguinati che tu sai,
esser di rubizzo non tuo sangue.
Incantesimo delle tue carni,
assoggettante magia di chiome nere.

Melodie fatte di lusinghe nere
sussurrava la crudele bocca;
la mente, lo spirito e le carni
così imprigionate in eterno
nell’ossessivo fluire del sangue
che manipolare, tu Strige, sai!

Fascinosa malia dispensar tu sai:
tortura amara, movenze nere,
una gotica scultura di sangue,
ma io, troia, ti tapperò la bocca,
sì, empia di vermi ch’in eterno
ti divoreranno anche le carni.

Eppure io l’amo quelle carni,
d’amor violento come tu ben sai,
amor che tacerà in eterno!
Brucerò le giarrettiere nere,
morta, poi, ti bacerò la bocca
truccata del tuo stesso sangue.

Oh libero berrò il tuo sangue,
Oh libero ti sbranerò le carni,
fiore d’acciaio la mia bocca,
fiore affilato che non sai!
Delicata follia, spore nere,
tentacoli di dolore eterno.

Le carni tue grondanti sangue,
le nere labbra e l’immota bocca
non eterne mentre spiri, sai?



                                              Davide Giannicolo

Vedi Sestina Lirica: 
http://it.wikipedia.org/wiki/Sestina

sabato 7 febbraio 2015

Spettro




S'io fossi lo spettro
che le tue notti perseguita
ti braccherei nei corridoi più bui
del tuo castello.

E sentiresti il mio respiro,
simile all'ansimo dell'ombra
avanzare lentamente
eppure inesorabile
verso le tue paure.
                                   Davide Giannicolo