Nell’aria ho carpito il profumo di cose del passato.
Ho provato dolore.
Dolore nel cervello che è sbocciato come un fiore.
Davide Giannicolo
Necromania e puro amore per decadenza e violenza, poesia oscura, lirismo licantropico, monumentali astrattismi sanguinari, danza di catene e rasoi al chiaro di luna, letteratura notturna, solinga, antintellettuale. Questo è il manifesto del porto dei misfatti, e i viandanti che vi entreranno sentiranno gelidi moncherini carezzare il loro volto, o sinuose sirene, il cui bacio sa di prostituzione e antichità.
Nell’aria ho carpito il profumo di cose del passato.
Ho provato dolore.
Dolore nel cervello che è sbocciato come un fiore.
Davide Giannicolo
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Disponibile su Amazon l’ultimo romanzo di Davide Giannicolo.
Una coltellata a quattro brutti ceffi sotto al palazzo silenzioso nel primo pomeriggio.
Ching Shih, dopo una pompa, mentre rovistavo nel suo pelo nero, mi ha venduto lo shaboo.
“Tanto la gente non capisce un cazzo e vive nel totale nichilismo! Perché non posso affittare una pistola come Adriano ha noleggiato la sua Cupra, dopo aver fatto abortire la cicciona? Magari è proprio nel suo cruscotto che la nasconderò. D’altronde anche lui è sul libro paga di una gang di Cinesi.”
Nessuno sa del drago che divora il mio cervello, del sonno che mi fa dimenticare i sogni e sogni tatuati e i colpi di coltello.
Priva d’azione ogni mia mossa diviene un fumo porpora. Dietro ogni serranda chiusa, sotto le insegne rosse, si nasconde un leone di carta.
Shih Ching nel suo salotto, tra paraventi laccati con uccelli azzurri e sontuosi servizi in porcellana, mentre apriva il suo kimono di seta e rovistavo nel suo pelo nero, mi ha trasmesso la scabbia e mi ha venduto lo Shaboo.
Un incantesimo simile ad un tuono che tinge di blu ogni mia movenza. Mi sembra ovvio girare adesso all’ombra dei palazzi, nel primo pomeriggio e tra i negozi di Kebab, con un coltello in mano. Mi sembra ovvio fare tutto ciò che sto facendo fino a che non mi scoppierà una vena.
Nessuno sa del drago che divora il mio cervello, del sonno che mi fa dimenticare i sogni e delle nuvole di sangue.
Pavoni smaltati d’oro, delicatamente incastonati di diamanti si posano sulla mia lama, dopo aver volteggiato in un volo maestoso nel cielo turchese, che sembra fatto di velluto.
Il sole mi acceca ed imbrunisce le mie carni, molto meglio la penombra e i bianchi finimenti del salotto di Ching Shih, dove ogni cosa s’obnubila perpetrando la catarsi di un sofisticato gioco di luci.
Dietro le serrande chiuse, sotto insegne rosse incise con ideogrammi incomprensibili, sagge dame mummificate, nel silenzio mesto e innaturale d’un pomeriggio di morte, praticano l’I Ching.
Libro dei Mutamenti, nessuno è degno del destino.
Nessuno sa del drago che divora il mio cervello, del sonno che mi fa dimenticare i sogni, dei colpi di coltello e dei petali d’acciaio.
Il libro dei mutamenti riposa, con le sue obliate profezie, tra le ombre di un soggiorno dall’antico arredamento, nella mia casa natale, ormai da troppi anni vuota di me.
Nessuno sa delle nuvole di sangue e del gelido alito d’una fiamma innaturale.
Nessuno sa dei sogni tatuati e dell’immobile postura del leone inanimato dagli occhi spenti.
Il libro dei mutamenti brucia sulla banchina del porto mentre un membro delle triadi spara proteggendo un grosso affare di import-export.
Nessuno sa dello Shaboo, che Ching Shih mi ha procurato trasmettendomi la scabbia in una nuvola scarlatta.
Aprendo lentamente il suo kimono innanzi a me, mostrandomi carni bianche come neve
rifulgente al chiaro di luna.
Non è pazzia, né vendetta né rancore.
È solo Shaboo.
Nessuno sa della seta dai ricami blu e oro che scivola sulla pelle denudata.
Il libro dei mutamenti sanguina sulle mie mani.
Oscuri tatuaggi.
Nessuno sa del mio coltello su cui si posano verdi piume di pavone.
Nessuno.
Davide Giannicolo
Quel noto sentimento che avvicina carne morta.
Un ciclo di illusioni che qualcuno sa gestire meglio.
Un solo, emblematico pensiero:
Non avrò perso troppo tempo ad apparire?
Gli effluvi di Marlboro e sangue nuovo.
Un folle desiderio che s’erge e prende forma.
Sotto il nero tessuto
Freme la bianca pelle con i rossi ornamenti.
Segni d’amore,
Di un’adolescente furia.
Ti ricordi la mia bocca?
Di com’era bramosa e giovane?
Ti ricordi la pazzia di promesse indissolubili?
La vita ti convince con gli esempi.
Esempi che gelano,
Avviluppano,
Le fresche ali tranciano.
Caduto,
Sanguinante,
Giace l’angelo del sorriso sferzante.
Una triste malattia mi prese anni or sono.
Una triste malattia che mi uccise anima e corpo.
Davide Giannicolo 1997
Notte di sonni agitati.
Di sogni rubati a un passato remoto che mai più tornerà.
Alba di fabbrica,
livida,
ammantata di rumori e follia.
Prigionia,
ove sopravvivere cancellando la propria identità.
Grigio carcere del sogno,
realtà e fantasia non si distinguono più,
avvinte come un cilicio rostrato
alla mortificazione delle carni.
Sonni agitati,
la stanza affollata di spettri che soffoca il petto.
Giorni vuoti,
che non riempiono neanche le notti
di sogno,
di speme,
di vaga,
seppur lieve ambizione.
Davide Giannicolo
Il trauma spadroneggia nel mio inconscio,
banchetta con le scorie della mente.
Cose che avrei potuto fare. Immobili ad aspettarmi in un ghiaccio malefico.
Parole che non ho mai detto, cucite come lepidotteri nella mia bocca ormai priva di fiato.
Paure malamente sopite.
Oltraggi mai lavati col sangue, la cui onta impunita m’addenta le costole.
Ferite lasciate a imputridire senza sanarsi.
Nostalgie consunte dal tempo come vecchie foto.
Sensazioni svanite in un deserto di nulla eterno, irrecuperabili.
Dormo,
ricercando una piccola morte,
poiché la vita m'è avversa.
Ma il trauma s’impadronisce anche del sogno.
È scaltro, si beffa di me, conosce ogni disarmo e colpo di punta.
Come un crossdresser si palesa disgustandomi ogni volta.
Altre volte appare come una baldracca di carne tremolante che scoppia d’opulenza, disfacendosi al mio tocco in un groviglio di vermi che rovina sul piancito della mia corteccia cerebrale.
Si veste di rabbia, rancore, lussuria, malinconia e suicidio itinerante.
Pregno di invisibilità, mai sazio di ricordo incompiuto e fallimento ancor rovente.
Muore e immantinente risorge, non ha voce.
Il trauma, giorno e notte, fustiga i miei neuroni.
Davide Giannicolo
Improvvisamente il mio cuore si è chiuso.
Nero, come una notte senza luna.
Ricoperto da una crosta carbonizzata, arsa da fiamme infernali.
Non comporrò elegie su nessuna tomba.
Non scenderò a patti con gufi anglicani.
Non mi perderò in lamenti notturni e cimiteriali.
Non mediterò nella sorda eco d’alcun sepolcro.
Ho semplicemente una lama confitta nel petto.
Il mio cuore nero, di carbone gelido, sanguina, cinabro sinuoso scorre lungo le sue crepe vulcaniche, come fosse lava incandescente.
Una profonda ferita ha scalfito la sua corazza.
Il mio cuore s’era chiuso, colmo di violento rancore.
Serrato, pregno di disincanto e delusione.
Inabissato in gorghi densi di tristezza e abbandono.
Nessuna emozione era capace di percorrerlo, solo pipistrelli e scolopendre dimoravano nei suoi anfratti.
Ma il sangue ha sciolto l’incantesimo, vivo, in scarlatti zampilli.
E non so cosa sia peggio.
Il dolore, la battaglia, il vino rosso l’hanno disseppellito.
Il mio cuore era morto, ma è tornato in vita grazie allo strazio e all’intensa sofferenza.
Solo la tenebra del mio sterno ferito però, può contemplarlo mentre sanguina, come fosse un Vampiro, austero e vetusto, nascosto agli occhi dei vivi.
Testo e immagini di Davide Giannicolo
Non so più chi sono, in questo tetro labirinto di specchi infranti.
Narciso sfregiato, senz’anima, a cui è stato sottratto il proprio volto.
Il canto del cigno,
un suicidio sontuoso di ogni emozione,
Narciso dallo specchio vuoto.
Sensazioni morte
cadono come petali
sul pavimento marcio.
Sepolta,
l’anima dilaniata,
cerca un ultimo palpito.
Ma non sono più lo stesso,
mai più.
Di vermi e locuste,
di zampe rostrate,
ogni mio sentimento conduce alla morte.
Narciso sfregiato dallo specchio infranto, vuoto di desiderio e illusione.
La mano sottile mi illividisce le braccia ma sono ormai morto,
persino il dolore non ha effetto su di me,
tanto che ne sono ebbro.
Cadavere gonfio che affiora dalle acque di un lago nero.
Nessun sentore di vita sana il taglio profondo che mi percorre la faccia,
nessuna forza sorregge le mie ginocchia spezzate, costrette a genuflettersi.
Solo la spada del suicidio può tenermi in piedi un’ultima volta.
Eppure un tempo fui illuso e illuminato da una fulgida forza.
Eppure un tempo ruscelli d’aspirazione e desiderio irroravano i miei occhi fieri.
Ora non più.
Il Narciso non ha più il suo specchio,
Non ha più nemmeno,
addirittura,
il suo volto.
Dunque,
Il canto del cigno,
Nella stanza abbandonata,
Consunta dal tempo che non è più,
Può anche perire,
Decomporsi,
Appassire,
Svanire.
Come i cocci infranti che furono un tempo.
25 Novembre 2024
In vortici di tormento
A Majakovskij
Sulle acque del lago di sangue aleggia il battito languente d’un cuore tormentato; dilaniato, straziato da tetro incantesimo.
Un principe spastico cerca il suicidio mediante la spada dello stregone che si tramuta in civetta.
Forze maligne si increspano sulle acque tinte di spume scarlatte, scie di delirio, di angoscia, di morte.
Le ali volteggiano in danza elegante sullo specchio immoto, grigio, torbido, eppure venusto.
La bellezza del dolore, le carezze del suicidio.
Sono rasoi affilati le piume della regina dei cigni, cristalli di delirio gocciolano in ricami di vetro e sinfonie di ghiaccio.
L’orrore natante del cigno nero si tramuta in fanciulla.
L’amore spezza l’incantesimo rivelando l’inganno, per poi trasformarsi repente in lama.
Tra i fluttui addormentati del lago rosso sorge una tomba, la spada non ne intacca la muta stregoneria.
Porta sentore di morte l’aggraziato battito d’ali d’ogni cigno.
Solenne il silenzio ammanta la scena mentre la nebbia di novembre s’innalza su ogni leggiadria.
In quell’ora non precisamente scandita la morte regna incontrastata, in ogni tempo, in ogni luogo.
Esangue il cadavere della regina dei cigni giace sulla gelida riva, i polsi tagliati, il pallore eburneo simile al suo piumaggio prima che mutasse di venustà in venustà.
La nebbia di novembre si innalza dalle acque, spettro maestoso che ogni cosa accarezza, così come la morte, in quel sogno di cupo delirio.
Il suicidio danza con la bellezza e l’amore, come sempre e sempre sarà, con la morte.
Nessun suono ora giunge in questo novembre maturo sul lago dei cigni;
Solo lo scroscio delicato delle lente onde sulla riva oscura.
Davide Giannicolo
Lì sotto il ponte dove cresce l’erba cattiva, rigogliosa e senza tempo.
Dove la ruggine sfregia i desideri.
Cancelli morti, defunti, abbandonati.
Lì sotto il ponte, ricordi dilaniati.
Nessun odore, men che meno un suono.
Immobile luce di sogno squarciato dal sole del primo pomeriggio di primavera.
Lì sotto il ponte, squallido, diroccato, tra i ratti, s’aggira il fantasma inquieto della mia assenza.
Davide Giannicolo
A San Giorgio a Cremano.
Io sono la strada cattiva, irta di spine.
Ti condurrò all’inferno delle tue paure segrete, che non riuscirai mai ad affrontare,
ove la porta è sempre aperta.
Io sono la lebbra che si affaccia nel tuo specchio, mostrandoti riflesso un’abominio aberrante e sfregiato dal peccato,
in cui non vuoi ammettere di riconoscerti.
Sono inoltre il diamante che ti abbaglia, proveniente da una dimensione irraggiungibile;
Lo stiletto che pungola la tua mente limitata, il veleno che instilla l’incubo nei tuoi inconfessabili rimorsi.
Non posso mentirti, così come tu non potrai ingannare te stesso in eterno.
Io sono la Verità
e non v’è sottile trama
che possa incatenare
l’ineluttabilità del mio operato.
Aspettami o ignorami.
Il risultato sarà il medesimo.
Sempre.
Davide Giannicolo
Era un istante di pace infinita, sospeso nel vuoto.
Poi esplose, lieve come una bolla e non lo ritrovai mai più.
Nel labirinto spigoloso dell’eternità.
Davide Giannicolo
Morire a Mostaganem, come Pètrus Borel, lasciandosi andare al sole, circondato dall’ambiguità di maligne bellezze, mentre lontano ridonda il mare col roboante affanno delle onde.
No, se fossi lì preferirei una rissa algerina, con coltelli, denti spezzati e cocci di bottiglie ad affondar nelle carni.
Morire in via Alveo Farina, dove non mi sono mai addentrato, se non fino al ponte, sempre quel dannato ponte, ove scorrevano le auto dei viandanti, per andare chissà dove, mentre io restavo fermo, come un animale spaventato dai fari.
Forse lì sono già morto, e vi aleggia il mio fantasma, su e giù dal ponte al club mediterraneo, alla cabina telefonica a cui strappai la cornetta e che probabilmente non esiste più.
Solo che vorrei proseguire, non temendo Pellellera la strega, anzi andandoci a braccetto, in un pomeriggio di sole.
Poiché sotto l’alveo Borbonico detto miseramente Lagno, scorre la fonte che scende direttamente dal Vesuvio, sotterranea, ha per forza infuso in me parte di essa, ed è per questo che ne sono così attratto.
Una volta giunto alla Benedetto Cozzolino tornerei indietro, porgendo un mazzo di fiori gialli e selvatici a Pellellera, restituendo tutto alla realtà, insieme al suicidio temporaneo del mio testamento di Poeta.
Poi partirei, forse, per Mostaganem, sperando un giorno, di poter tornare, magari con qualche cicatrice in più.
Davide Giannicolo
A San Giorgio a Cremano e Pètrus Borel.
Sono pregno d’oscurità.
Come una campana che suona in una notte senza stelle né luna una cacofonia di disordine e isterismo.
Un brulicare di vermi infesta il mio cervello che rinsavisce solo al cospetto della violenza.
Sono come la scala di un buio scantinato, in cui la luce del sole non ha mai avuto accesso.
Sono il cuore irrequieto in una notte nebbiosa, il sangue che zampilla da una ferita auto inferta sul muschio della tomba vetusta in un’alba pallida e smorta.
Sono lo strangolamento e il cadavere ghiacciato in una sera di Novembre.
Sono la spranga dell’aggressione sopraffatta dalla febbre del delirio omicida, la frusta che schiocca in un crepuscolo di nevrotica perdita.
Illazione funesta, conseguenza d’un colpo di luna.
Sono lo stupro nell’androne del palazzo dal massiccio portone di tempi remoti.
Giungo nottetempo.
Al mattino le tue vesti sono ancora intrise di me.
Le laverai a fatica.
Davide Giannicolo
Campagna desolata.
Primo pomeriggio.
Tenue nebbia s’innalza dalla terra nera.
Solo un albero spoglio, dai rami serpeggianti verso il cielo plumbeo, troneggia nel piatto, immoto silenzio del campo.
Un corvo saltella, infine s’invola posandosi su di un ramo dell’albero.
Una dama s’inginocchia, coi capelli raccolti in una treccia traversa.
Bruciante d’ardore ingoia il paesaggio del tetro pomeriggio di Novembre.
Tutto torna solitudine,
inesorabilmente.
Davide Giannicolo
Vi è un dolore sordo.
Cosmico e in egual modo spastico, come una bestia che non è di questa terra.
Opprime le viscere.
Ha un solo, gigantesco occhio, che perfora l’anima.
Vi è un dolore cieco.
Eppure cela gemme di consolazione, tra scaglie taglienti come cristallo infranto.
V’è un dolore immobile.
Lo nascondo dietro il velo di una stella senza nome.
Davide Giannicolo
Non so se è stato un fantasma mesto, apparso sui ciottoli dei binari deserti.
O l’infausto, maliardo gorgoglio d’una fontana, nel silenzio del primo pomeriggio.
Forse sono state le ali bianche di quel cigno, che hanno dispiegato abbagliante candore tra le tue natiche.
Qualcosa ha rubato un pezzo di me, questo è tutto ciò che è certo.
Davide Giannicolo
Quindici anni:
Il dolore dello sbaglio,
Lo schiaffo della delusione,
La percossa della scelta.
Lo spintone dello sberleffo,
Il gelo dell’incertezza,
La pugnalata del rifiuto.
Distendersi su di un letto di chiodi come fosse un prato fiorito.
Davide Giannicolo