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lunedì 2 febbraio 2026

Notti Irrequiete

 


Notte di sonni agitati.

Di sogni rubati a un passato remoto che mai più tornerà.

Alba di fabbrica, 

livida,

ammantata di rumori e follia.

Prigionia, 

ove sopravvivere cancellando la propria identità. 

Grigio carcere del sogno, 

realtà e fantasia non si distinguono più, 

avvinte come un cilicio rostrato

alla mortificazione delle carni.

Sonni agitati, 

la stanza affollata di spettri che soffoca il petto.

Giorni vuoti, 

che non riempiono neanche le notti 

di sogno, 

di speme,

di vaga, 

seppur lieve ambizione.

Davide Giannicolo

domenica 17 ottobre 2021

Catasterismo

 


 
Mi innalzo al cielo dando fuoco alle scevre geometrie della realtà.

Catasterismo dell’eroe martirizzato che brucia su sé stesso fino a divenire astro fulgente.

Distacco, albagia, nuova vita che assurge a eterno splendore.

Lontano il vile umano contempla la mia bellezza senza comprenderla, impotente anche nell’immaginarla, impaurito, estasiato dal mio fuoco azzurro che illumina le costellazioni lattee, non potrà mai sfiorarlo nemmeno in mille vite.

Glauca e silente la scia dell’ascensione segna il cielo notturno come cometa inversa affinché io lasci questa terra così da poter dimorare in eterno tra le stelle invitte.

Poema invisibile a occhio umano, adagiato sulla cuspide munifica della costellazione di scorpio.

Trascendo, muto, assurgo a pura luce accanto ad Antares, m’innalzo in uno strascico di pura luce, pioggia fluida di diamanti incandescenti che erompono.

Lascio questa terra, stella in catasterismo, per mai più ritornare.

Abbandono il fango, l’inezia, il vacuo parlare, divengo fuoco astrale, brillo di pura bellezza, per non far mai più ritorno.

Davide Giannicolo



giovedì 1 dicembre 2011

L'impero di plastica


Il caldo di giugno scopriva le gambe delle troie d’ogni specie e opprimeva le genti. Lui se ne stava soppresso dall’ozio in una selvaggia posizione animale, per terra, lanciando il debole occhio verso il punto più vicino: il portacenere pieno.
Una volgare depressione si appiccicava alla sua vita giovane e longeva.
Barba lunga e puzza di chi non esce da tipo tre giorni e sta solo con se stesso sul crocevia della misantropia.
Per quanto egli volesse restare in solitudine, giungeva sempre una presenza a disgregare la fittizia, dolorosa quiete.
I suoi genitori erano infatti immersi in una rumorosa e accesa discussione, pensò al fresco d’una caverna, alla vegetazione più fitta e impenetrabile.
Andò in cucina facendosi spazio tra i suoi genitori alienati nel loro litigio. Brandì un coltello da cucina e lo piantò nelle spalle di lei drastico come la negazione, poi un fendente allo stomaco di suo padre. Quei maledetti si contorcevano e continuavano a gridare, la quiete ere un sole lontano che non cheta gli animi accesi con il tepore dei suoi raggi. Così li colpì ancora, e ancora, fin che non dimorò il silenzio. Intanto aveva fatto un macello, tutto era sporco di sangue.
Andò verso il frigo e si attaccò a una bottiglia gelida di vino bianco, si dissetò avidamente mentre guardava gli immobili cadaveri impiastricciati di sangue e macellati dei propri genitori, non si sentiva in colpa, provava un senso di leggerezza innato, d’un tratto il silenzio fu spezzato ancora, qualcuno bussava alla porta.
Aprì di colpo e fracassò la bottiglia sul cranio dello sconosciuto visitatore, sicuro spacciatore di plastica, non contento e ancora contrariato rientrò per prendere il coltello insanguinato e infierire sul corpo martoriandolo di robusti fendenti.
Brutti figli di un cazzo di niente, li doveva fare fuori tutti, solo così sarebbe stato felice.
Scese in strada e portò il coltello con sé.
Un uomo urlava come un forsennato, blaterava qualcosa a proposito di merce di raffinata qualità, lui gli si gettò contro e lo accoltellò mentre intanto la gente spaventata gridava e scappava come un gregge di pecore.
Ma lui colpiva alla cieca chiunque, più ne prendeva e meglio era.
Poi si mise a correre, la pioggia ed il parco gli diedero rifugio.
Una biondo e atletico ragazzo giocherellava con una bella ragazza dai capelli d’ebano sotto la pioggia che si stava infittendo.
Lui si avvicinava inesorabile, molla saltata del sistema del cazzo, afferrò la ragazza per i capelli e le distrusse il viso di colpi, patetico il ragazzo scappò causando nel petto di lui un tripudio di vergognoso scalpore, così lanciò la ragazza alzandola di peso contro il cicisbeo in fuga, lui era forte, antico uomo, molla impazzita fiera e orgogliosa ma comunque impazzita, non trovava il coltello caduto nel fango, ma era abbastanza forte, folle e motivato da potersi difendere ancora a lungo con le proprie mani.
Le sirene della polizia si avvicinavano, c’era un unico modo per sfuggire a quel mondo di plastica.
Corse verso la cattedrale della città, nella fuga pensava di arrivarci attraverso i tetti, pensava a come sarebbe stato poetico e romantico volteggiare in una furiosa fuga di tetto in tetto al di sopra dei vicoli e delle logge tormentate dalla pioggia, provava compassione per la solitudine poetica dei tetti così simile alla sua.
Salì finalmente in cima alla guglia più alta della cattedrale, flagellato dalla pioggia appariva come una entità tragica volta al dramma perversamente venusto del suicidio.
Scorgendo le sirene in basso serrò i pugni, e si gettò nel vuoto.

Davide Giannicolo