domenica 26 febbraio 2023

Sangue e Violenza nella Cattedrale

 


Capitolo Primo: 

“Caroline-Louise-Victorine Courrière”


Erano passati due mesi dal massacro compiuto nei bassifondi da Gran Garrota alla Vigilia di Natale. Il canonico Dagger non aveva potuto coprire quell’atto folle, visti i suoi continui tentativi di mantenere la setta satanica e le sue attività illecite nell’anonimato. Gli aveva dunque voltato le spalle insieme a Fravaglio di Triglia e gli altri. L’unica persona disposta ad aiutarlo, dandogli rifugio alla sua villa isolata, era Victorine, una francese infognata nell’esoterismo, praticante di sesso necrofilo e succubato, ex membro della setta del prete scomunicato e anche sua ex amante.

Se ne stava sul divano del salotto circondata da opere d’arte moderna dal dubbio gusto e la difficile comprensione, astratti dai colori isterici sparsi su tele gigantesche e sculture dalle geometrie non comuni. Era nuda, con la vulva ancora impastata dal seme di Gran Garrota, sotto di lei uno strato di ostie consacrate che faceva rubare a posta nelle chiese vicine dalla sua domestica, gli piaceva farsi possedere così, tra le ostie, calpestarle col suo corpo sudato dissacrando in questo modo blasfemo, coi suoi fluidi organici e la lussuria immonda, la santità della comunione e con essa il metaforico corpo di Cristo.

Entrò suo marito, noto cornuto consenziente, non badò affatto a Gran Garrota, anche lui nudo, colossale, che si puliva il glande tra i capelli biondi di Victorine, moglie malata di mente da lui appoggiata in tutto.

“Vado in centro cara, hai bisogno di qualcosa?”

Disse il cornuto, la donna non rispose, mentre giocava con lo scroto di Gran Garrota massaggiandogli le enormi palle pelose.

“Sono stanco di starmene qui nascosto!” Asserì il gigante ignorando il marito della sua protettrice che lasciava il salotto con rassegnazione.

“Lo sai che fai veramente schifo Victorine? Con queste ostie tutte appiccicate addosso insieme alla mia sborra? E quel cornuto mi fa più schifo di te!”

“Me lo hanno detto spesso e in tanti!” Disse la donna ridendo, prendendo entrambi i testicoli in bocca in un sol boccone, era matta da legare, lo si vedeva nell’abisso malato dei suoi occhi. Risputò le palle sorridendo come una ragazzina pazza:

“Devi startene qui buono, dopo tutto il casino che hai combinato alla vigilia, mezzo quartiere ha dato una tua dettagliata descrizione, hai lasciato il tuo lavoro di copertura in fabbrica destando ancora più sospetti, ma d’altronde non potevi fare altro; quelli della setta, di cui tra l’altro non eri membro ma solo un manovale assassino e rapitore, ti hanno chiuso tutte le porte, ti resto solo io dunque mio caro, solo la tua Victorine e quel cornuto di suo marito. Sono il tuo unico rifugio, Ti svuoterò queste palle come fa una vampira col sangue, questa notte ti mostrerò come faccio a fare sesso coi fantasmi tramite il succubato, al quale mi ha iniziata lo stesso Canonico Dagger quando eravamo amanti.”

Gran Garrota sospirò strozzando momentaneamente Victorine con la propria verga ritornata dritta e liscia grazie alle manovre di quella pazza, lo stava spompando da mesi con ninfomania irrefrenabile. Era proprio nella merda nelle sue mani, prigioniero in quella villa, malediceva la Monaca grassa della setta, quella che aveva abbandonato l’abito condotta sulla cattiva strada dal Canonico Dagger, era stata proprio lei a presentargli la folle e insaziabile Victorine.

...continua

Davide Giannicolo



domenica 19 febbraio 2023

Antares

 


Oh Antares

Rosso cuore dello Scorpione

Che arde impetuoso nelle sue turbolenze fiammeggianti.

Stella fulgente, magnifica, luminosa più di tutte.

Scorpio non nasconde il suo cuore, gioiello di fiamma e ardore.

Solo tu conosci i segreti della mia anima.

Tu e nessun altro ne rispecchi il tumulto nell’alto degli astri.

Brucia oh Antares, come fiammeggia il mio cuore impetuoso.

Eterna, bellissima, nelle lontananze siderali del cosmo.

Rosso, sanguinante cuore dello Scorpione.

Sole dell’anima senza eguali, 

Fuoco sospeso nell’oscurità.


Davide Giannicolo



giovedì 9 febbraio 2023

Testa di Morto



 La vedova indugia dinnanzi alla lapide del marito, è un pomeriggio dal cielo terso, solleva la gonna e sposta di lato le mutandine di pizzo nero. È morto recentemente, poco più di un anno. 

La vedova, puttana triste vestita a lutto, svela una vulva dal pelo nero, allarga le grandi labbra con due dita a forbice, s’inarca mostruosamente.

Il rosso vivo della fessa sembra una bocca sanguinante nella pelliccia corvina del pube, espelle un getto veemente, dorato. Zampillo volgare di piscia imbratta la lapide, proprio sul ritratto del defunto.

Il mio cielo un tempo era terso, adesso sono pieno di perturbazioni, questa scena è una di quelle nuvole plumbee.

Nasce Testa di Morto, non senza travaglio e dolore.

Testa di Morto è nato, tremendamente assetato; non somiglia a nessun altro se non a sé stesso.

Giunge l’amante della vedova, incubo che cammina, poiché non sa in che guaio si sta infilando, perché é ovvio che qui di infilare si tratta.

Tra le mutandine di pizzo, la vulva nera di pelo tagliente tanto da provocare scosse al glande più calloso, viene riempita.

Il cielo terso improvvisamente s’oscura. 

Nevica.

Grigia bufera si staglia all’orizzonte, non c’è cosa che non muoia. 

Una mano sorge dal terreno in prossimità della lapide, afferra la fica, Testa di Morto sorge, l’amante viene sgozzato, mentre la vedova cavalcandolo impazzita ridiviene una corvina adolescente con le trecce.

Nevica.

Il candore della neve cela lentamente, lieve, il sangue e l’orina.

Testa di Morto è nato ed è già coperto di sangue. 



*

Spostiamo la scena in un appartamento. Degli uomini giocano a carte, una biondina, sola nel letto sonnecchia, si sente trascurata dal suo ragazzo che spesso ripete questa pratica fino a notte fonda. Percepisce qualcosa, o meglio qualcuno, strisciare sul suo letto, un uomo le accarezza lascivamente il corpo, le sfila le mutandine e ora fruga tra i peli del suo pube fulvo, è nudo e indossa una maschera di teschio il cui biancore rifulge nella penombra. La ragazza ansima, immobilizzata dal terrore, come il cadavere d’una giovane donna ricoperto da diafano sudario. Chi è costui? Uno degli amici si è infilato furtivamente nel suo letto dissacrando la lealtà del suo uomo? Profanando così, in questo modo esecrabile e infimo, la sua ospitalità tradendo il compagno?





Come se lo spettro lussurioso avesse udito i suoi pensieri ella sentì un sussurro roco, seppure ammaliante, provenire da sotto la maschera.

“Io sono Testa di Morto e questo è il mio turgido osso, spargerò su di te il mio seme, essenza di fiore bianco.”



Sentì di essere penetrata, non oppose resistenza, restò buona come se fosse minacciata da un’arma, una pistola alla tempia o un coltello alla gola che la costringevano ad assoggettarsi senza fiatare, cosa non vera, lo sconosciuto  non brandiva altro che le carni frementi di lei e la sua bocca veniva tappata, riempita, non da un ferro o da una mano inguantata, non dal fazzoletto imbevuto di cloroformio, ma alternativamente da una lingua sinuosa e un membro soffocante. Invadenti, irruenti tanto da spingersi fino alla trachea, costringendola a poppare, ipnotizzata da un incantesimo di lussuria inconfessabile e rassegnazione giustificante l’esplosiva eccitazione di quell’atto proibito che in realtà le ardeva nel ventre come un incendio, facendo lacrimare la sua vulva, fradicia come una spugna, di tumultuoso desiderio.



 La bionda passiva gemette lasciandosi scuotere da ritmici e sapienti colpi di reni, osò allungare una mano sulla schiena della Testa di Morto, un altra afferrò un gluteo, attirando a sé quel corpo massiccio come a voler contribuire alle sue spinte, rompendo la passività della stregoneria in atto, facendosi fottere sempre con più veemenza. La carne nelle sue mani era reale dunque, non si trattava né di sogno né di allucinazione, venne, facendo colare una pozza dalle cosce spalancate alle lenzuola. Il seme di Testa di Morto fu poi sparso sul ventre di lei, unguento che realmente portava con sé lezzo di fiori da cimitero, bollente, in quella fredda notte di gennaio, ardente come metallo fuso sulla carne infreddolita. Il pelo del pube fulvo ne era completamente imbrattato, impregnato come la punta di un pennello pronto per la tela.

L’uomo s’alzò dal corpo di lei, sfilandosi dalle gambe allargate e fradice di fluidi corporei, ella restava immobile, muta. Il Teschio dalla stazza colossale aprì la finestra, senza voltarsi.

Sparì lasciando nella camera da letto il gelo della notte. Nell’altra stanza si udivano ancora le voci degli uomini che se la spassavano.

Davide Giannicolo




venerdì 3 febbraio 2023

Foglia d’acero



Una foglia d’acero sul dorso dello scorpione.

Una carezza, un’illusione.

Scroscio di pioggia d’autunno che muore.

Un filo di ragno ove danza l’ossessione.

Fantasmi di sogno accoltellano la veglia, megere d’avorio, polipi di diaspro.

Una foglia d’acero, fradicia, che muore.

Carezza viscosa, brivido, illusione.

Lo scorpione divora il ragno d’ogni ossessione.

Davide Giannicolo