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sabato 27 dicembre 2025

Violenza nella Cattedrale

 


Sangue e Violenza nella Cattedrale

 





Capitolo Primo: 

“Caroline-Louise-Victorine Courrière”


Erano passati due mesi dal massacro compiuto nei bassifondi da Gran Garrota alla Vigilia di Natale. Il canonico Dagger non aveva potuto coprire quell’atto folle, visti i suoi continui tentativi di mantenere la setta satanica e le sue attività illecite nell’anonimato. Gli aveva dunque voltato le spalle insieme a Fravaglio di Triglia e gli altri. L’unica persona disposta ad aiutarlo, dandogli rifugio alla sua villa isolata, era Victorine, una francese infognata nell’esoterismo, praticante di sesso necrofilo e succubato, ex membro della setta del prete scomunicato e anche sua ex amante.

Se ne stava sul divano del salotto circondata da opere d’arte moderna dal dubbio gusto e la difficile comprensione, astratti dai colori isterici sparsi su tele gigantesche e sculture dalle geometrie non comuni. Era nuda, con la vulva ancora impastata dal seme di Gran Garrota, sotto di lei uno strato di ostie consacrate che faceva rubare a posta nelle chiese vicine dalla sua domestica, gli piaceva farsi possedere così, tra le ostie, calpestarle col suo corpo sudato dissacrando in questo modo blasfemo, coi suoi fluidi organici e la lussuria immonda, la santità della comunione e con essa il metaforico corpo di Cristo.

Entrò suo marito, noto cornuto consenziente, non badò affatto a Gran Garrota, anche lui nudo, colossale, che si puliva il glande tra i capelli biondi di Victorine, moglie malata di mente da lui appoggiata in tutto.

“Vado in centro cara, hai bisogno di qualcosa?”

Disse il cornuto, la donna non rispose, mentre giocava con lo scroto di Gran Garrota massaggiandogli le enormi palle pelose.

“Sono stanco di starmene qui nascosto!” Asserì il gigante ignorando il marito della sua protettrice che lasciava il salotto con rassegnazione.

“Lo sai che fai veramente schifo Victorine? Con queste ostie tutte appiccicate addosso insieme alla mia sborra? E quel cornuto mi fa più schifo di te!”

“Me lo hanno detto spesso e in tanti!” Disse la donna ridendo, prendendogli entrambi i testicoli in bocca in un sol boccone, era matta da legare, lo si vedeva nell’abisso malato dei suoi occhi. Risputò le palle di Gran Garrota sorridendo come una ragazzina pazza:

“Devi startene qui buono, dopo tutto il casino che hai combinato alla vigilia, mezzo quartiere ha dato una tua dettagliata descrizione, hai lasciato il tuo lavoro di copertura in fabbrica destando ancora più sospetti, ma d’altronde non potevi fare altro; quelli della setta, di cui tra l’altro non eri membro ma solo un manovale assassino e rapitore, ti hanno chiuso tutte le porte, ti resto solo io dunque mio caro, solo la tua Victorine e quel cornuto di suo marito. Sono il tuo unico rifugio, ti svuoterò queste palle come fa una vampira col sangue, questa notte ti mostrerò come faccio a fare sesso coi fantasmi tramite il succubato, al quale mi ha iniziata lo stesso Canonico Dagger quando eravamo amanti.”

Gran Garrota sospirò strozzando momentaneamente Victorine con la propria verga ritornata dritta e liscia grazie alle manovre di quella pazza. 

Lo stava spompando da mesi con ninfomania irrefrenabile. Era proprio nella merda nelle sue mani, prigioniero in quella villa, malediceva la Monaca grassa della setta: quella che aveva abbandonato l’abito condotta sulla cattiva strada dal Canonico Dagger; era stata proprio lei a presentargli la folle e insaziabile Victorine.


Capitolo Secondo:

“Le delizie del Succubato”



Quella sera stessa alla villa di Victorine arrivò una processione di macchine lussuose. Gli ospiti si riunirono nel salone, c’erano la grassa monaca scomunicata e la ragazza ululante. Fu preparato un rituale: tra candele in circolo, al buio, una adolescente dai seni acerbi venne fustigata sotto gli sguardi crudeli da Gran Garrota, travestito da boia, in modo che nessuno potesse riconoscerlo. 

Seguì un’orgia perversa in cui tutti, in un languore estatico, si accoppiarono con tutti, in effusioni promiscue e dissolute. 

Gran Garrota sventrò la ragazza ululante col suo grosso membro. Non contento, col suo coltello a scatto dalla lama nera, le squarciò il ventre e iniziò a frugare con le mani nel caldo, sanguinante nido scarlatto delle sue viscere. 

A sacrificio umano compiuto accadde qualcosa di strano: 

Un grosso lupo mannaro apparve nel salone, il cui manto bruno era illuminato dal chiaro di luna, che filtrava attraverso le ampie vetrate. Era una lupa femmina, perché iniziò immediatamente a violentare Gran Garrota costringendolo a stare steso su di un divano, dopo essersi infilata l’arnese di lui tra le coltri della sua pelliccia, ove si celava una vulva cremisi e pulsante, cominciò a cavalcarlo ululando, sbavando sul suo petto filamenti luminescenti che le colavano dalle zanne gialle, come il colore sordido che assume una luna psicotica che seduce alla febbre del misfatto.

Victorine era fuori di sé, impazzita si provocò mediante uno stiletto un profondo taglio obliquo che da un seno le arrivava fino al pube, fulvo come la pelliccia di una volpe selvaggia.

Il pallore della sua pelle pareva rifulgere nel buio della stanza quando, dopo il suo atto, avvenne un ulteriore prodigio.


Capitolo terzo:

“Scambio di Corpi”

Mentre veniva cavalcato, improvvisamente Gran Garrota si rese conto di non essere più nel proprio corpo ma in quello della Lupa, praticamente stava violentando sé stesso.

La Lupa era in Gran Garrota e urlava di piacere facendo tremare i vetri della villa.

Il cadavere sventrato della ragazza ululante fu posseduto dallo spirito del Marchese De Sade, ospite improvviso giunto sotto forma di spettro, che iniziò a strangolare chiunque si trovasse a tiro, con una forza impossibile da riconoscere in un corpo minuto come quello dell’ adolescente di cui il “Divin Marchese” aveva preso possesso. Era assolutamente inquietante insomma, vedere quella ragazzina completamente nuda, spezzare le vertebre del collo degli altolocati ospiti, mentre li affogava con le sue dita sottili e affusolate da violinista, fino a fargli sputare sangue a fiotti sugli acerbi seni d’alabastro.

Terminato l’amplesso brutale, Gran Garrota nel corpo della lupa, che mai in vita sua aveva sperimentato il godimento femminile, avendolo molto apprezzato, soprattutto in quella qualità animalesca, violentò il marito inetto di Victorine, uccidendolo sul posto, infilandogli gli affilati artigli in gola, con ancora il membro di lui tra le gambe pelose.

Poi trucidò per vendetta la grassa monaca sacrilega in un rapporto saffico, la decapitò mediante le lunghe zanne dopo averla sbranata e gettò la sua testa contro le vetrate, infrangendole. 

In seguito a quell’atto plateale un freddo penetrante si insinuò nella stanza, come un fantasma, concedendo al gelido alito della notte di smorzare le fiamme del camino che fino a poc’anzi ardeva impetuoso, come le anime infernali di quei libertini dissoluti, rotti a ogni peccato.

La lupa nel corpo di Gran Garrota fotteva a sangue Victorine che era entrata nel corpo del Marchese e dunque viceversa il Marchese veniva stantuffato dalla lupa sanguinando nelle parti intime, traendone lubrica estasi; mentre Victorine nel corpo del Marchese, il cui spirito s’era impossessato del corpo di suo marito cornuto, si inculava i cadaveri dei suoi ospiti, uccidendo a colpi di revolver, spappolando il cervello, dei pochi che restavano vivi.

Fu insomma un delirio totale dalla dubbia comprensione.


Capitolo Quattro:

“Vendetta”

Approfittando del corpo della Lupa, Gran Garrota pensò bene di fuggire attraverso le vetrate sfondate dalla testa decapitata della monaca.

Compì un balzo prodigioso abituandosi già a quelle carni nuove, pelose e sovrumane. 

Atterrò in giardino in perfetto equilibrio e prese a correre tra i boschi che circondavano la villa deciso a raggiungere la città. 

Sbavava irrequieto mentre si inebriava della brezza notturna; perfettamente a suo agio, eccitato dalla sinfonia di odori intorno a sé.

Una condizione magica, meravigliosa.

Raggiunse la cattedrale, dove il canonico Dagger e il suo braccio destro Fravaglio di Triglia, celebravano abusivamente una messa nera per un vasto pubblico di ricchi, completamente nudi, dissoluti e squallidi figli di puttana.

La licantropa sfondò il portone della cattedrale, compiendo un massacro in pochi istanti.

I corpi nudi e mutilati, dilaniati da zanne e artigli si ammassavano come in una fossa comune. Gli astanti non avevano nemmeno avuto il tempo di comprendere la natura della loro sorte beffarda.

Le gambe del furbo e scaltro Fravaglio di Triglia furono separate dal tronco e gettate nel rosone gotico della cattedrale, infrangendone i vetri centenari; rendendo visibile una rossa luna di sangue.

Il tronco grondante fluido scarlatto di Fravaglio di Triglia  fu gettato contro il Canonico Dagger, che tentava di scappare tra le panche ricoperte di cadaveri.

Atterrato da quei resti umani ancora caldi a lui tanto cari il canonico pronunciò queste parole:

“Chi sei possente demone? Quale furia muove la tua ira funesta?”

“Sono Gran Garrota coglione! Pensare che la scorsa vigilia di Natale abbiamo mangiato insieme… E tu mi hai tradito bastardo, voltandomi le spalle insieme alla squallida combriccola di rammolliti che ti circonda!”

Il canonico tentava di giustificarsi, ma già fauci enormi gli divoravano la faccia estirpando pezzi di volto, spappolando le ossa del suo cranio.


Capitolo Quinto:

“Epilogo”

“Ho seppellito con l’aiuto di amici tutti i morti, qualcuno l’ho mangiato, ce n’è ancora per cena, delizioso il cannibalismo, quasi pari alla necrofilia o al vampirismo, se vuoi serviti pure, ma anche tu sei stato meraviglioso, hai fatto fuori quel presuntuoso di Dagger e nessuno potrà risalire a te, perché tutti i testimoni non hanno visto altro che un grosso licantropo incazzato che è tornato sui monti così com’è venuto. Fossi  stata in te però (è proprio il caso di dirlo dopo il folle e ironico scambio di corpi della notte scorsa) io l’avrei bruciata la cattedrale, sai che spettacolo a notte alta al chiaro di luna! Anche l’occhio vuole la sua parte, ma tu mon cher, non hai certo un animo raffinato come il mio! Hahahahahahahhahahahahahah.”

Gran Garrota si risvegliò il giorno dopo nel proprio corpo, ascoltando queste parole stravolte dalla isterica risata di una pazza furiosa.

Aveva l’ano sanguinante a causa di non si sa quali oscure pratiche.

Victorine, pallida come un foglio di carta era a cavalcioni, completamente nuda, su di lui; fissandolo con i suoi soliti occhi da squilibrata irrecuperabile…

…e aveva ancora voglia di cazzo!


Davide Giannicolo

A Huysmans


martedì 4 marzo 2025

Red Moon



Il Red Moon era una topaia, pochi avventori ubriachi al punto di non capire nulla, musica Death Metal Old School per tutto il tempo in un tetro sottofondo. Ma quello che più colpiva era l’oscurità, era talmente buio che sul pavimento potevi inciampare in un cadavere o su una gabbia toracica decomposta senza accorgertene. Non ero lì per caso, a bere Whiskey forte accompagnato con birra nera come il contorno del locale. Giacca di pelle marrone e guanti borchiati. Non mi ero volutamente infilato in quel fumetto di Ghost Rider anni ‘90 scritto da un pazzo alcolizzato e violento. 
Ma cercherò di andare con ordine.
Sono il Detective Mario Lovebuzz e non sono nuovo a questo genere di cose, occhi privati, come si diceva un tempo, non sono uno sbirro, tu paghi e io mi caccio nei guai in cui non vuoi ficcarti tu. 
Come dicevo ho già fatto cose di questo tipo. 
Ho sbudellato Voje in cimiteri nottetempo insieme a quel folle di Igor Vetusta e al mio collega O’Vampir. Ho incontrato persino il Baron Samedi, o qualcosa del genere, tutte cose che quel frocio inglese di Dylan Dog non si sogna nemmeno di fare. Insomma me ne stavo nel mio ufficio a contare gli scarafaggi quando mi si presenta questo cliente per bene, non i soliti morti di fame, uno coi soldi, si vedeva dalla faccia, dai vestiti e tutto il resto. Figlia scomparsa, un buon compenso in ballo. Mi mostra la foto, una bella ragazza, non oso immaginare che fine possa aver fatto tra le belve in cui si è cacciata. Un giro di droga, sembra ci sia un nuovo sballo nella metropoli, una roba che ti rende folle e ti fa sbranare la gente, Lunatic la chiamano, la sostanza che è un cristallo tipo il crack. Insomma la ragazza si è ficcata in questo giro di motociclisti, Punk, degenerati o checcazzosiano, questo aveva scoperto il vecchio detective prima di me, quello serio e pagato il doppio della mia parcella, prima di crepare, proprio al Red Moon. 
“Cosa le fa pensare che io possa fare di meglio?” Dissi al paparino disperato per la sua principessa rapita da chissà quale infame incantesimo.
“Mi hanno detto che i suoi metodi sono rozzi, ma che non molla mai, come un mastino e che è specializzato nei casi surreali, che si muove tra i reietti, gli zombie e i fantasmi di questa città come nessun altro, e questo mi sembra proprio un caso del genere!”
Mi ha dato un bell’anticipo e si sa come funziona con l’affitto, le spese e tutto il resto, rifiutare il lavoro sarebbe stato folle, anche se uno ci aveva lasciato la pelle e le ossa prima di me, in fondo è il mio mestiere, non posso certo fare lo schizzinoso.
Il vecchio detective dopo essere stato visto per l’ultima volta al Red Moon era stato ritrovato sotto un ponte vicino al porto, una carcassa dilaniata divorata dai ratti, insomma non mi aspettava niente di bello.

Mi guardavo intorno nel locale, c’erano un paio di belle figliole tutte pelle e borchie, con le tette al vento e miriadi di tatuaggi. Bevevano peggio di camionisti e non avevano certo modi raffinati, oltre a loro un gigante barbuto che sembrava il buttafuori se ne stava davanti alla porta d’ingresso con lo sguardo fisso su di me, poi c’era il barista, un tipo secco e nervoso, con occhiali da sole nonostante fosse buio pesto, capelli a spazzola che sembravano pungere come gli aculei di un porcospino, mi guardava anche lui sghignazzando. Tutta l’altra gente, due o tre persone, erano svenute sul bancone. Erano le due di notte ed ero lì già da un pò. 
Le tipe mi si avvicinarono, una a destra e l’altra a sinistra mi sedettero accanto mettendomi nel mezzo. Le tette mi strusciavano i gomiti.
“Ciao bello, non ti ho mai visto qui o sbaglio?”
Il barista continuava a sghignazzare.
“Voi invece? Siete abitudinarie? Per me un posto vale l’altro, basta ci sia da bere!”
L’altra tipa, con mezza testa rasata, alta circa uno e ottanta col corpo massiccio, infilzò con un colpo secco un grosso coltellaccio da caccia sul bancone.
“Questo non è un posto per ragazzini, né per tipi curiosi!”
Si andava subito dritto all’osso, me lo aspettavo, non ero certo lì per fare domande o ficcanasare. In tasca avevo un fischietto, lo estrassi e cominciai a fischiare come un pazzo, tutti mi guardarono attoniti, immediatamente O’Vampir sfondò la porta con un calcio e senza fare domande sparò nella schiena alle due tipe con un fucile a pompa, io azzoppai il buttafuori a colpi di revolver. Restava il barista che si era accucciato dietro al bancone, gli altri clienti continuavano a starsene svenuti. Afferrai il barista per il collo mentre il buttafuori strisciava cercando di spararmi in un lago di sangue, O’Vampir gli spappolò la mano armata con un bel getto di pallettoni.
Mostrai la foto della ragazza al barista:
“Come vedi qui non scherziamo un cazzo, so che conosci questa ragazza, devi solo dirmi dov’è!”
Ma il barista sembrava un duro e mi ringhiò:
“Tu sei fottuto amico, non ti rendi neanche minimamente conto del casino…”
Non riuscì a finire, lo colpii con uno schiaffo, ma c’era dell’altro ad attrarre la mia attenzione adesso, O’Vampir aveva ripreso a sparare, questa volta all’impazzata, senza fermarsi, come se fosse braccato, e non capivo il perché. 
Le due donne si erano alzate, con le schiene bucate e sanguinanti, ma non erano più donne, bensì mostri pelosi e ringhianti alti due metri, anche il buttafuori fece lo stesso, nonostante avesse la mano monca e sanguinante, era incazzato nero e mi artigliò il petto scaraventandomi tra le bottiglie dietro al bancone, cominciai a sanguinare come una bestia al mattatoio immediatamente. Lo so che mi giudicherete un pazzo ma io avevo già il sentore di imbattermi in qualcosa di simile, era per questo che m’ero portato dietro un pò di roba più pesante del solito. Lanciai una granata in faccia alla bestia calcolando bene i tempi, nell’esplosione brandelli pelosi si disseminarono in una pioggia di sangue per tutto il locale, feci lo stesso con le altre due che stavano strattonando O’Vampir tentando di strapparlo a metà come a volersene contendere i pezzi. Il mio aiutante riuscì a ripararsi per un soffio, prima che l’esplosione devastasse i corpi delle lupe affamate.
Ripresi la mia discussione col barista:
“È la droga vero? La lunatic a trasformarli, non è così?” 
“Te lo ripeto amico, tu non hai capito un cazzo, dai retta a me, sei ancora in tempo, togliti dai coglioni!”
“Mi dispiace, ti ringrazio per le premure ma non è il mio stile, devo trovare la ragazza o quello che resta di lei, visto l’andazzo qui intorno!”
Intanto O’Vampir s’era alzato uscendo dal suo riparo.
“Tu sei un grandissimo figlio di puttana, mi stavi ammazzando, te ne rendi conto Mario del cazzo?”
“Adesso ho da fare compare, ne riparliamo dopo, ti darò il doppio per i rischi che hai corso.”
Il barista iniziò a ridere:
“Tu non ti becchi proprio un cazzo, siete morti, siete già morti coglioni, questa è la loro tana, non è la droga a renderli così, queste sono solo cazzate dei giornalisti, è Gouge, è il suo morso a trasformarli…”
Con perfetto tempismo qualcuno colpì O’Vampir così forte da farlo svenire, quello stesso qualcuno, un gigante dalle lunghe chiome e la barba che gli arrivava al petto, mi torse un braccio fino a quasi spezzarmelo, liberando il barista.
“Stavate parlando di me? Gouge sono io, posso fare qualcosa per voi?”
Non ebbi il tempo di rispondere, dei colossali lupi mannari ci caricarono in groppa come fossimo sacchi  della spazzatura e ci portarono in cantina.

I sotterranei di quel posto erano vere e proprie grotte, antiche forse più della città stessa. Sentivo l’odore di resti di carne spolpata e il tanfo di bestia selvaggia. Ero nella loro tana, e presto mi sarei unito ai tumuli d’ossa che vedevo sparsi qua e là lungo il tragitto.
Ci legarono a delle catene terminanti in collari, le mani erano libere, si fidavano della loro forza.
Gouge mi si avvicinò col suo fiato di fogna e macelleria costretta a chiudere da una ispezione sanitaria.
“Allora dimmi fratellino, cosa ci fai qui nella nostra zona? Prima che ti strappi un occhio!”
Non trovai nulla di meglio che dire la verità, Gouge si mise a ridere, nel farlo si trasformò in licantropo, enorme, raccapricciante, cominciò a ululare rimbombando nelle gallerie sotterranee.
“Il vecchio non vuole proprio mollare! Vuoi sapere se la ragazza sta bene? La vuoi proprio vedere? Credo proprio che ti accontenterò, per farti capire che non sono un selvaggio e non temo nessuno.”
Il lupo mi fissava con magnetici occhi gialli simili alla luna che seduce gli assassini inducendoli al misfatto.
“Chiamatemi Moon!”
Ringhiò ai suoi sgherri borchiati non ancora trasformati.
Ricapitolando c’è n’erano tre, compreso Gouge, mutati in lupi mannari. Gli altri, circa una ventina, avevano forma umana, a parte i piercing e i tatuaggi.
Arrivò la ragazza, era serena, per nulla costretta dagli altri.
“Moon, mostra al nostro ospite cosa sai fare!”
La ragazza si trasformò in un enorme licantropo bianco, dagli occhi rossi e intelligenti.
Gouge mi disse:
“Lei è una matriarca bianca, molto rara tra noi licantropi, si nasce così, può trasformarsi quando vuole, non è assoggettata alla luna piena, neanche noi tre lo siamo, siamo degli arconti, molto antichi nella gerarchia lupesca, ti assicuro che ciascuno di noi ha più di trecento anni. Gli altri che vedi, la nostra cucciolata, sono stati battezzati dal nostro morso, li abbiamo scelti ed eletti, loro possono mutare solo con la luna piena, ogni mese circa, finché non impareranno a controllarsi. Lei è nata per guidarci, unirci e comandarci, capisci che non potremmo mai lasciarla andare!” 
Sfiorò il mio occhio coi suoi artigli affilati come lame.
“Ora voglio che tu vada da suo padre, spieghi tutta la storia così com’è e lo convinca a desistere. Sua figlia è nata con un preciso destino, magari incasserai anche il tuo misero compenso e saremo tutti felici!”
Intanto si udì un boato terrificante, una bomba di grandi proporzioni aveva fatto tremare il soffitto di pietra millenaria sulle nostre teste, subito ci fu un andirivieni di Punk e motociclisti armati di cannoni dall’importante calibro.
“Finalmente sono arrivati!” Sussurrò O’Vampir mentre riprendeva i sensi.
“Macheccazzo dici? Chi? Chi è arrivato? Ci stava lasciando andare, avevamo quasi risolto, che cazzo hai combinato?”
Dissi al mio compare tentando di togliermi il collare.
“Lo sai che ho delle conoscenze, ho avvisato un paio di gang, che cazzo, secondo te venivo qui da solo con un coglione come te a culo scoperto? Poi tutti vogliono quella droga, qualcuno ha avvisato pure la Camorra.”
Il mio compare aveva scatenato una guerra, già sentivo raffiche di mitra, ululati e urla disumane sopra le nostre teste. 
Gouge e i suoi arconti, con Moon, la lupa bianca, imboccarono una galleria, senza combattere, offrirono in sacrificio la loro cucciolata. 
Fu un massacro, le gang appoggiate dalla più forte organizzazione criminale locale rasero al suolo il Red Moon. Fortunatamente riuscimmo a liberarci dai collari con un coltello che portavo alla caviglia. Entrammo anche noi nella tortuosa galleria prima che i malavitosi in cerca della fantomatica Lunatic raggiungessero i sotterranei.

Uscimmo da un tombino, proprio sotto il ponte nei pressi del porto, dove era stato trovato il cadavere sfigurato del detective che mi aveva preceduto. La zona e le gallerie erano zeppe di ratti enormi, ero traumatizzato, non lo nego, ormai era l’alba.

Ci mettemmo un oretta ad arrivare nel mio ufficio coi mezzi pubblici. Eravamo sfiniti, lasciai O’Vampir nel sexy shop dove viveva e si procurava da vivere. Feci una doccia, dormii circa cinque ore sognando zanne gialle che mi dilaniavano, poi chiamai il padre della ragazza invitandolo a raggiungermi. Arrivò nel primo pomeriggio, piovigginava fuori e io ero stanco e indolenzito, avevo ancora sonno e speravo di convincerlo a pagarmi, bere qualcosa e tornare a dormire lasciandomi i lupi mannari alle spalle.
“Lupa o non Lupa io rivoglio mia figlia, se non me la riporta non avrà un centesimo!”
Proprio quello che temevo, la faccenda non era ancora finita.
Come trovare quattro licantropi in una metropoli?
Sicuramente erano in cerca di un nuovo covo e di nuovi cuccioli per fortificarsi.
Mi convinsi che bastava stare un po’ attento alle notizie.
In meno di una settimana scoprii che la gente veniva dilaniata e sbranata in un punto specifico della città. Molti testimoni avevano visto strane, mostruose ombre, udito rantoli animaleschi e ululati alla luna.
La droga Lunatic stava imperversando facendo impazzire la gente. L’epicentro dell’accaduto era l’immenso cimitero di Poggioreale.
Bingo!


Restava un problema, potevo uccidere Gouge e gli altri, ma come intrappolare una Lupona bianca alta due metri? Mi serviva un cacciatore, non un macellaio uccisore come O’Vampir o Igor Vetusta, ma un tipo tecnico, uno che se ne intendeva di trappole e bestie feroci, come trovarlo in una metropoli marcia come quella in cui vivevo?

Mi stavo scervellando quando bussarono alla mia porta. Entrò una signora bellissima, alta, elegante. 
Posò una busta di carta sulla mia scrivania, gli diedi una sbirciata, c’erano molte banconote, allora gli diedi una contata, era il doppio del compenso che mi offriva il paparino.
La signora mi guardò, occhi gelidi e grigi, pelliccia di volpe bianca, gioielli scintillanti.
“Lei deve lasciare le cose come stanno, questa faccenda deve finire qui, basta sangue, basta massacri, loro vogliono solo trovare la loro strada! Lasci che la gente creda a questa storia della Lunatic, in fondo la droga distrugge già tanta gente.”
La guardai per qualche secondo, infondo a me interessava solo dei soldi, che si sbranassero pure, questa città è così, succede lo stesso anche senza lupi mannari.
“Per me può andare bene, ma lei chi è?”
“Sono la madre della ragazza!” Disse lei con un irresistibile, fascinoso sorriso sornione.
“Faccio fatica a crederlo mia bella signora!”
Si trasformò immediatamente davanti ai miei occhi, una lupa immensa, tutta bianca come il ghiaccio in Antartide.
Chiamai al telefono il vecchio davanti allo sguardo algido della Licantropa.
“Salve, si, sono io, Mario Lovebuzz, ci ho pensato su, è troppo per me, rinuncio all’incarico, venga pure quando vuole a riprendersi l’anticipo.”

Non dissi niente a O’Vampir, nelle notti di luna piena ancora se ne va in giro col suo fucile a pompa a caccia di Lupi Mannari.

Davide Giannicolo

Note dell’autore: 
Questo racconto è un omaggio alla storia a fumetti di Ghost Rider e Werewolf by Night (Licantropus) intitolata “Return of the Braineaters” uscita in America nel 1992.

Il nome “Gouge”, del capo dei lupi mannari è tradotto in italiano “Sgorbia”, utensile da falegname attuo a scavare il legno. È un omaggio al racconto “L’uomo finito-Un racconto della recente campagna contro i Bogaboos e i Kickapoos” scritto da Edgar Allan Poe, pubblicato nell’agosto del 1839. Dove appunto una “Sgorbia” viene usata per cavare un occhio umano. Gouge infatti accarezza gli occhi del protagonista coi suoi artigli col palese intento minaccioso di cavargli gli occhi e a giudicare dal nome assegnatogli dall’autore, forse questa pratica è a lui molto avvezza, magari potremmo leggerne e saperne di più in storie del suo passato o del suo futuro mannaro.

venerdì 2 dicembre 2011

Nel Cimitero



NEL CIMITERO
La seguivo da giorni, il suo fascino ammaliatore ha rischiato di uccidermi più di una volta, sono molto sensibile a questo tipo di gotica bellezza, ma quando la vidi china su di un alcolizzato nell’atto di prosciugarlo del suo sangue, con la faccia imbrattata di rosse frattaglie, capii che la sua bellezza andava fermata.
Io non sono un cacciatore, sono uno qualunque, forse sedotto dal suo corpo flessuoso, da quel volto rapace e il candore della sua pelle sublime, eppure ella uccide, si nutre di sangue, del sangue dei miei simili, devo ucciderla! In fondo è tipico degli esseri soli e disagiati come me tendere a uccidere il proprio oggetto del desiderio.
Ogni notte lei torna al cimitero trascinando con sé il cadavere che ha prosciugato, non capisco perché, lo scoprirò stanotte!
I suoi tacchi riecheggiano nel silenzio delle tombe, sa che la sto seguendo, poiché ogni tanto si volta e mi osserva sorridendo, la seguo, come una falena è attratta dalla luce, mi sento ipnotizzato, il mio intento è quello di ucciderla ma so che potrà fare di me quello che vuole, scavare coi sui tacchi nella mia nuca, affondare le zanne d’avorio nella mia carne suggendo ogni goccia della mia linfa vitale.Vaga tra le tombe, fino a giungere nella parte antica del cimitero, è un dedalo di loculi, la notte tesse il suo canto intanto, mescolandosi all’ipnotico frinire dei grilli.
Intravedo le sue natiche attraverso la veste, la vampira berrà il mio sperma stanotte.
Ma dall’oscurità fuoriesce una figura gigantesca, è un licantropo, un maledetto lupo che cammina su due zampe, ma a vederlo così sembra più un orso.
Finalmente capisco cosa ci fa coi cadaveri, li dona al suo cucciolo, che adesso si è mansuetamente inginocchiato dinnanzi a lei e si fa accarezzare, strusciandosi sul bianco, inumano candore delle sue cosce, lo invidio.
L’essere mostruoso divora il cadavere, sgranocchia le ossa emettendo un suono sinistro che riecheggia tra le tombe, niente prove dunque, solo qualche liquido che viene assorbito dalla terra, poi nulla più, solo eterna solitudine e silenzio, è questo ciò che dona la dama del cimitero che vaga nottetempo.
La bestia è legata a una catena arrugginita, non so perché, ma da ciò capisco che la donna non la ama,  è crudele la vampira, ciò mi risolleva, poiché già ero geloso.“Vieni!” Sussurra lei, rivolgendosi a me che mi credevo nascosto fra le tombe, lo sapevo, è sempre stata consapevole della mia presenza, sa di potermi assoggettare quando vuole con il suo fascino notturno, sa di potermi schiacciare con il candore delle sue carni bianche.
Io vado, esco allo scoperto andando verso di lei che sorride in maniera diabolica, la bestia intanto ringhia, il suo cucciolo mannaro, anch’egli succube di quella delicatezza soave partorita dalla non morte.
Più mi avvicino e più sento l’odore di lei, fiori marci, bianchi crisantemi sono il suo divino balsamo, e mi viene la bava pensando a come debba essere il sapore di quelle carni eburnee.
Il nero dei suoi vestimenti di pizzo mi turba, poc’anzi però aveva una veste bianca, se n’è liberata mostrandomi il suo corpo, che adesso seminudo rifulge agli argentei raggi della luna.
Posa una coscia su di una tomba, allora posso intravedere il suo sesso nero, come il manto del licantropo, penso che forse siano fratelli, ma cambio idea quando la belva si avvicina, annusa le sue carni e comincia a lappare la sua vulva, che si dischiude lentamente mostrando il suo interno cremisi, umido, fiore notturno leccato avidamente da un notturno fratello incestuoso.
Lei tira indietro la testa, e le sue chiome corvine scintillano sotto la luna, il licantropo è bravo a leccarla, lo si vede dal taglio sorridente che le labbra rosse di sangue hanno assunto sul volto affilato di lei, è in estasi la troia satanica, stringe le dita nella pelliccia del lupo avvicinando sempre più la testa alla propria vulva vogliosa.
I lumi del cimitero liberano il loro tenue tremolio, cosa significa quella scena? Cosa vuole da me quella dea notturna?
“Avvicinati!”
Dice gemendo, ma sento la sua voce moltiplicarsi in mille risate di scherno, le risate forse dei morti del cimitero, che infinite volte avranno osservato quella scena di macabro sesso tra fratelli infernali.
La sua mano affusolata afferra un femore ancora sporco di sangue, la vampira allontana il lupo e si infila lentamente l’osso al suo interno, mi osserva, geme, è in estasi, io quasi piango in preda alla poesia di quel corpo bianchissimo, le cui gambe sono allargate innanzi a me, il desiderio mi divora ma non oso avvicinarmi, non capisco però a questo punto chi dei due è la bestia, se lei o il lupo mansueto che obbedisce alla sua lasciva padrona, sì, poiché anche lei è un animale, lei che si nutre di sangue e uccide nella notte, lei la cui candida pelle è spalmata di rubicondo sangue, lei che si fa sbattere su di una tomba dal proprio mannaro fratello.
Il Licantropo si insinua fra le cosce di lei, la penetra, e lei urla di piacere aggrappandosi con le dita adunche alla pelliccia incrostata di sangue, lui le morde una spalla che comincia a sanguinare, è un amplesso animale, inumano, quando i denti affilati lacerano quella pelle bianchissima e il sangue scintillante e rubizzo inizia a sgorgare, lei geme fortemente, si stringe ancor di più al suo bestiale amante, affondando il volto nel manto ferino, improvvisamente si volta verso di me, i suoi occhi sono antichi, profondi come la tenebra.
“Vorresti farlo anche tu?”
Col capo faccio cenno di sì.
“Non puoi umano!”
Fu un attimo, e le fauci del lupo si allargarono sul mio volto.
©Davide Giannicolo 

mercoledì 30 novembre 2011

GIOVANE SANGUE DI LUPO






Giovane sangue di lupo

Era il 1813,  non ero il tipo d’intellettuale che piaceva molto alle donne, sarà stato per le mie manie selvagge, o forse per i peli che non lasciavano vergini neanche le mani.
Mi trovavo in Grecia, dopo aver vagato per l’Italia del Sud, il mio spirito era assetato di qualcosa di ignoto, e ricordo ancora come mi accolsero le coste della Grecia dalla nave, le montagne altere e vetuste di Igoumènitsa che mi chiamavano alla vita ferale.
In quel paese conobbi Polidori, un dottore allucinato che frequentava le bische più malfamate del porto, sembrava cercasse qualche losco farabutto che gli tagliasse la gola, si, pareva proprio così.
Alla fine trovò me, che ubriaco di mirto lo fissavo con insistenza, avevo capito subito che quel figlio di puttana che si sarebbe giocato anche la Madonna era di sangue Italiano.
Fu lui ad avvicinarmi, era a distanza parecchio inquietante lasciando intendere qualche laido istinto omosessuale.
“Molto piacere, John William Polidori.”
Non so come darvi un idea di quell’espressione stralunata, ne come descrivervi il mio stato d’allora, diciamo che esteticamente ero riconducibile ad una sorta di torvo brigante.
Lo fissai dritto negli occhi senza profferire verbo.
Erano mesi che vagavo per le montagne, ho sempre avuto uno spirito poetico, ma troppo mi riempivano quei paesaggi,  ero giovane sangue di lupo, cercavo lo squallore.
Il vecchio Polidori non sembrava arrendevole, mi fissava invadente e io non volevo tagliargli la gola, intanto i turchi taglia gole, e gli ellenici facevano da sottofondo al mio silenzio coi loro scattanti e veloci dialetti privi di gesti, ero in Grecia, lo sentivo sulla pelle quel mare, quell’aria, quella notte diversa.
“Sei Italiano giusto?” gli dissi in cadenza marcatamente Napoletana, il mio fiato alcolico aveva speziato intanto anche la mia barba, me ne accorsi annusandomi il labbro superiore.
“Di origine, si, e che fior d’Italiano, ho parenti importanti, sono un intellettuale, ma che ci vuoi fare il gioco mi tenta! A quanto vedo siamo gli unici Italiani qui. Pittoresco vero questo loro parlare? Dire poi che io sia Italiano sarebbe come dire il falso, ho vissuto così tanto in Inghilterra…..”
 “ Calma, calma, stai parlando parecchio, che c’è? Non conosci il greco? Ti senti solo? Dille a questi qui queste storie, e poi dì un po’, che ci farebbe un nobiluomo come te tra questi monti?”
Polidori pareva cortese e allegro, ma nei suoi occhi scorgevo una palese schizofrenia buona ispiratrice di suicidio.
“ Stravaganze del mio principale, è venuto a isolarsi qui mentre cercava le meraviglie del mondo, chissà per quanto tempo rimarremo in questa valle.”
“ Non pensi che ogni luogo abbia una notte diversa? Un mare che canta con voce propria? Un odore proprio?”
“oooh sei un poeta?”
“Non si vede?”
“Anche il mio signore, Lord George Gordon Byron è un poeta, un grande poeta dicono.”
Diciamocela tutta, Byron non era certo Trant Ranznor, cioè Byron lo schiacciava il vecchio Trant, era uno che appunto in Grecia aveva attraversato a nuoto un tratto impossibile di mare pur essendo zoppo, uno che faceva duelli, un bel tipo per farla breve, eppure a me il nome non diceva proprio niente, ma era il 1813, e io ero giovane sangue di lupo.
“Il mio padrone è un uomo molto eccentrico, è raro qui un così fulgido esempio di archetipo Satanico, sono sicuro che la ospiterà qualche giorno da noi, ammesso che lei sia d’accordo.”
La faccenda non mi allettava, volevo annusare la notte, sentire addosso il di lei soffio, ma la poesia era troppa, bruciava alla nuca, dovevo mantenere un minimo di senno e sfuggire alla notte licantropa.
Seguii Polidori con sdegno, avrei bruciato l’intera villa ove stavo per andare se fossero stati tempi diversi, ma questa volta avevo il serio proposito di giocare all’intellettuale, avrei recitato la parte dell’artista estroverso che conversa con un esiliato nobile Inglese.
 Il viaggio in carrozza fu affascinante, la luna Greca si specchiava nel lago raveno della notte, i boschi cantavano magiche melodie di fascinoso smarrimento.

Giungemmo alla sontuosa residenza di Lord Byron, tralascio le cazzate dei domestici letteralmente sconvolti dalla mia presenza, decisi che avrei presto mangiato le tenere carni della domestica piccola piccola che timida mi guardava di fronte.
Ma presto il padrone stesso uscì a darmi il benvenuto, zoppo figlio di puttana completamente imbottito di laudano e oppio.
“Vieeeniii dottore!” urlò, “vieni! Arrivi giusto in tempo per i giochi della notte!”
“Quest’uomo si gode la sua arte.” Dissi a Polidori.
“Già, senta io vado a farmi una puntatina.”
“Una puntatina? Dove?”
“Diciamo che è un gioco d’azzardo molto azzardato, ci giochiamo ogni notte le cervella, come si chiama da voi? Roulette Russa, le ho detto che ho un debole per il gioco.”
Dove ero capitato? I signori Italiani avevano smarrito il senno o questo era un po’ sopra agli altri?
Entrammo dentro anche noi seguendo la corsa efferata di Lord Byron, lo spettacolo fu breve, Polidori fu il terzo a premere il grilletto del moschetto, perse il quarto: un maggiordomo.
Byron rideva isterico e proprio non si reggeva:
“Dottore, dottore, che noia pervicace, tu pensi di potermi battere a duello?”
Polidori afferrò un tavolino di vimini e lo fracassò sulla testa ricciuta del suo padrone.
“Sono ben stanco di queste sue provocazioni!” disse il folle medico, “ Forza si faccia avanti!”
Byron s’alzò e annaspò vacillando fino al caminetto, sopra, incrociate vi erano due grosse spade.
Byron ne afferrò una e cominciò a menare fendenti con gli occhi accesi e l’espressione Satanica.
Il povero Polidori se la svignò, non senza però lanciargli contro qualche rara porcellana che il nobiluomo fracassò a colpi di spada.
“ Vede caro lei che razza di infingardo essere è il mio medico personale? E gira armato sa ?
con  tanto di pistola, e mi ha sparato anche contro un’infinità di volte. Gira per i campi al crepuscolo e spara alle contadinotte come fossero tortorelle.”
“Quello sei tu, maniaco!” gridò Polidori  sbucando di scatto e mostrando solo la testa alle spalle della porta, Byron gli lanciò contro la spada che fracasso qualche antico mobile settecentesco.
Intanto la camerierina che avevo giurato di mangiare era giunta a dare una ripulita, per terra vi era ancora il cadavere del domestico uscito perdente dalla roulette.
“Juliette vieni qui, inginocchiati e succhiamelo.” Disse Byron con nonchalance alla cameriera.
“Si padrone, ma non faccia come il signor Polidori che mentre lo faccio mi percuote con forti pugni alla testa, la prego signore.”
“Conosci la mia raffinata eleganza dolce bocciolo.” E la piccola fremette.
Dannata casa di pazzi, non sarei rimasto certo ad assistere al pompino di Lord Byron. Andai via amareggiato, almeno la cameriera potevano lasciarmela.
Mentre andavo via, in giardino incontrai Polidori che s’era giocato tre dita e un orecchio ai dadi con il cuoco negro e aveva perso la scommessa, ora il cuoco esigeva il risarcimento alla sua vincita e Polidori era indeciso e logorroico.
Non badai neppure a loro, contemplai la luna che mi chiamava alla poesia dei boschi, dalla finestra vidi Byron, quel gran bastardo mi sparava contro con un grosso fucile da caccia, fanculo quei nobili, io cercavo la pienezza ancestrale della Grecia, solo oggi penso a quello che mi sono perso con quei figli di troia a causa della mia licantropa misantropia.

©Davide Giannicolo