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venerdì 2 dicembre 2011

Nel Cimitero



NEL CIMITERO
La seguivo da giorni, il suo fascino ammaliatore ha rischiato di uccidermi più di una volta, sono molto sensibile a questo tipo di gotica bellezza, ma quando la vidi china su di un alcolizzato nell’atto di prosciugarlo del suo sangue, con la faccia imbrattata di rosse frattaglie, capii che la sua bellezza andava fermata.
Io non sono un cacciatore, sono uno qualunque, forse sedotto dal suo corpo flessuoso, da quel volto rapace e il candore della sua pelle sublime, eppure ella uccide, si nutre di sangue, del sangue dei miei simili, devo ucciderla! In fondo è tipico degli esseri soli e disagiati come me tendere a uccidere il proprio oggetto del desiderio.
Ogni notte lei torna al cimitero trascinando con sé il cadavere che ha prosciugato, non capisco perché, lo scoprirò stanotte!
I suoi tacchi riecheggiano nel silenzio delle tombe, sa che la sto seguendo, poiché ogni tanto si volta e mi osserva sorridendo, la seguo, come una falena è attratta dalla luce, mi sento ipnotizzato, il mio intento è quello di ucciderla ma so che potrà fare di me quello che vuole, scavare coi sui tacchi nella mia nuca, affondare le zanne d’avorio nella mia carne suggendo ogni goccia della mia linfa vitale.Vaga tra le tombe, fino a giungere nella parte antica del cimitero, è un dedalo di loculi, la notte tesse il suo canto intanto, mescolandosi all’ipnotico frinire dei grilli.
Intravedo le sue natiche attraverso la veste, la vampira berrà il mio sperma stanotte.
Ma dall’oscurità fuoriesce una figura gigantesca, è un licantropo, un maledetto lupo che cammina su due zampe, ma a vederlo così sembra più un orso.
Finalmente capisco cosa ci fa coi cadaveri, li dona al suo cucciolo, che adesso si è mansuetamente inginocchiato dinnanzi a lei e si fa accarezzare, strusciandosi sul bianco, inumano candore delle sue cosce, lo invidio.
L’essere mostruoso divora il cadavere, sgranocchia le ossa emettendo un suono sinistro che riecheggia tra le tombe, niente prove dunque, solo qualche liquido che viene assorbito dalla terra, poi nulla più, solo eterna solitudine e silenzio, è questo ciò che dona la dama del cimitero che vaga nottetempo.
La bestia è legata a una catena arrugginita, non so perché, ma da ciò capisco che la donna non la ama,  è crudele la vampira, ciò mi risolleva, poiché già ero geloso.“Vieni!” Sussurra lei, rivolgendosi a me che mi credevo nascosto fra le tombe, lo sapevo, è sempre stata consapevole della mia presenza, sa di potermi assoggettare quando vuole con il suo fascino notturno, sa di potermi schiacciare con il candore delle sue carni bianche.
Io vado, esco allo scoperto andando verso di lei che sorride in maniera diabolica, la bestia intanto ringhia, il suo cucciolo mannaro, anch’egli succube di quella delicatezza soave partorita dalla non morte.
Più mi avvicino e più sento l’odore di lei, fiori marci, bianchi crisantemi sono il suo divino balsamo, e mi viene la bava pensando a come debba essere il sapore di quelle carni eburnee.
Il nero dei suoi vestimenti di pizzo mi turba, poc’anzi però aveva una veste bianca, se n’è liberata mostrandomi il suo corpo, che adesso seminudo rifulge agli argentei raggi della luna.
Posa una coscia su di una tomba, allora posso intravedere il suo sesso nero, come il manto del licantropo, penso che forse siano fratelli, ma cambio idea quando la belva si avvicina, annusa le sue carni e comincia a lappare la sua vulva, che si dischiude lentamente mostrando il suo interno cremisi, umido, fiore notturno leccato avidamente da un notturno fratello incestuoso.
Lei tira indietro la testa, e le sue chiome corvine scintillano sotto la luna, il licantropo è bravo a leccarla, lo si vede dal taglio sorridente che le labbra rosse di sangue hanno assunto sul volto affilato di lei, è in estasi la troia satanica, stringe le dita nella pelliccia del lupo avvicinando sempre più la testa alla propria vulva vogliosa.
I lumi del cimitero liberano il loro tenue tremolio, cosa significa quella scena? Cosa vuole da me quella dea notturna?
“Avvicinati!”
Dice gemendo, ma sento la sua voce moltiplicarsi in mille risate di scherno, le risate forse dei morti del cimitero, che infinite volte avranno osservato quella scena di macabro sesso tra fratelli infernali.
La sua mano affusolata afferra un femore ancora sporco di sangue, la vampira allontana il lupo e si infila lentamente l’osso al suo interno, mi osserva, geme, è in estasi, io quasi piango in preda alla poesia di quel corpo bianchissimo, le cui gambe sono allargate innanzi a me, il desiderio mi divora ma non oso avvicinarmi, non capisco però a questo punto chi dei due è la bestia, se lei o il lupo mansueto che obbedisce alla sua lasciva padrona, sì, poiché anche lei è un animale, lei che si nutre di sangue e uccide nella notte, lei la cui candida pelle è spalmata di rubicondo sangue, lei che si fa sbattere su di una tomba dal proprio mannaro fratello.
Il Licantropo si insinua fra le cosce di lei, la penetra, e lei urla di piacere aggrappandosi con le dita adunche alla pelliccia incrostata di sangue, lui le morde una spalla che comincia a sanguinare, è un amplesso animale, inumano, quando i denti affilati lacerano quella pelle bianchissima e il sangue scintillante e rubizzo inizia a sgorgare, lei geme fortemente, si stringe ancor di più al suo bestiale amante, affondando il volto nel manto ferino, improvvisamente si volta verso di me, i suoi occhi sono antichi, profondi come la tenebra.
“Vorresti farlo anche tu?”
Col capo faccio cenno di sì.
“Non puoi umano!”
Fu un attimo, e le fauci del lupo si allargarono sul mio volto.
©Davide Giannicolo 

mercoledì 30 novembre 2011

GIOVANE SANGUE DI LUPO






Giovane sangue di lupo

Era il 1813,  non ero il tipo d’intellettuale che piaceva molto alle donne, sarà stato per le mie manie selvagge, o forse per i peli che non lasciavano vergini neanche le mani.
Mi trovavo in Grecia, dopo aver vagato per l’Italia del Sud, il mio spirito era assetato di qualcosa di ignoto, e ricordo ancora come mi accolsero le coste della Grecia dalla nave, le montagne altere e vetuste di Igoumènitsa che mi chiamavano alla vita ferale.
In quel paese conobbi Polidori, un dottore allucinato che frequentava le bische più malfamate del porto, sembrava cercasse qualche losco farabutto che gli tagliasse la gola, si, pareva proprio così.
Alla fine trovò me, che ubriaco di mirto lo fissavo con insistenza, avevo capito subito che quel figlio di puttana che si sarebbe giocato anche la Madonna era di sangue Italiano.
Fu lui ad avvicinarmi, era a distanza parecchio inquietante lasciando intendere qualche laido istinto omosessuale.
“Molto piacere, John William Polidori.”
Non so come darvi un idea di quell’espressione stralunata, ne come descrivervi il mio stato d’allora, diciamo che esteticamente ero riconducibile ad una sorta di torvo brigante.
Lo fissai dritto negli occhi senza profferire verbo.
Erano mesi che vagavo per le montagne, ho sempre avuto uno spirito poetico, ma troppo mi riempivano quei paesaggi,  ero giovane sangue di lupo, cercavo lo squallore.
Il vecchio Polidori non sembrava arrendevole, mi fissava invadente e io non volevo tagliargli la gola, intanto i turchi taglia gole, e gli ellenici facevano da sottofondo al mio silenzio coi loro scattanti e veloci dialetti privi di gesti, ero in Grecia, lo sentivo sulla pelle quel mare, quell’aria, quella notte diversa.
“Sei Italiano giusto?” gli dissi in cadenza marcatamente Napoletana, il mio fiato alcolico aveva speziato intanto anche la mia barba, me ne accorsi annusandomi il labbro superiore.
“Di origine, si, e che fior d’Italiano, ho parenti importanti, sono un intellettuale, ma che ci vuoi fare il gioco mi tenta! A quanto vedo siamo gli unici Italiani qui. Pittoresco vero questo loro parlare? Dire poi che io sia Italiano sarebbe come dire il falso, ho vissuto così tanto in Inghilterra…..”
 “ Calma, calma, stai parlando parecchio, che c’è? Non conosci il greco? Ti senti solo? Dille a questi qui queste storie, e poi dì un po’, che ci farebbe un nobiluomo come te tra questi monti?”
Polidori pareva cortese e allegro, ma nei suoi occhi scorgevo una palese schizofrenia buona ispiratrice di suicidio.
“ Stravaganze del mio principale, è venuto a isolarsi qui mentre cercava le meraviglie del mondo, chissà per quanto tempo rimarremo in questa valle.”
“ Non pensi che ogni luogo abbia una notte diversa? Un mare che canta con voce propria? Un odore proprio?”
“oooh sei un poeta?”
“Non si vede?”
“Anche il mio signore, Lord George Gordon Byron è un poeta, un grande poeta dicono.”
Diciamocela tutta, Byron non era certo Trant Ranznor, cioè Byron lo schiacciava il vecchio Trant, era uno che appunto in Grecia aveva attraversato a nuoto un tratto impossibile di mare pur essendo zoppo, uno che faceva duelli, un bel tipo per farla breve, eppure a me il nome non diceva proprio niente, ma era il 1813, e io ero giovane sangue di lupo.
“Il mio padrone è un uomo molto eccentrico, è raro qui un così fulgido esempio di archetipo Satanico, sono sicuro che la ospiterà qualche giorno da noi, ammesso che lei sia d’accordo.”
La faccenda non mi allettava, volevo annusare la notte, sentire addosso il di lei soffio, ma la poesia era troppa, bruciava alla nuca, dovevo mantenere un minimo di senno e sfuggire alla notte licantropa.
Seguii Polidori con sdegno, avrei bruciato l’intera villa ove stavo per andare se fossero stati tempi diversi, ma questa volta avevo il serio proposito di giocare all’intellettuale, avrei recitato la parte dell’artista estroverso che conversa con un esiliato nobile Inglese.
 Il viaggio in carrozza fu affascinante, la luna Greca si specchiava nel lago raveno della notte, i boschi cantavano magiche melodie di fascinoso smarrimento.

Giungemmo alla sontuosa residenza di Lord Byron, tralascio le cazzate dei domestici letteralmente sconvolti dalla mia presenza, decisi che avrei presto mangiato le tenere carni della domestica piccola piccola che timida mi guardava di fronte.
Ma presto il padrone stesso uscì a darmi il benvenuto, zoppo figlio di puttana completamente imbottito di laudano e oppio.
“Vieeeniii dottore!” urlò, “vieni! Arrivi giusto in tempo per i giochi della notte!”
“Quest’uomo si gode la sua arte.” Dissi a Polidori.
“Già, senta io vado a farmi una puntatina.”
“Una puntatina? Dove?”
“Diciamo che è un gioco d’azzardo molto azzardato, ci giochiamo ogni notte le cervella, come si chiama da voi? Roulette Russa, le ho detto che ho un debole per il gioco.”
Dove ero capitato? I signori Italiani avevano smarrito il senno o questo era un po’ sopra agli altri?
Entrammo dentro anche noi seguendo la corsa efferata di Lord Byron, lo spettacolo fu breve, Polidori fu il terzo a premere il grilletto del moschetto, perse il quarto: un maggiordomo.
Byron rideva isterico e proprio non si reggeva:
“Dottore, dottore, che noia pervicace, tu pensi di potermi battere a duello?”
Polidori afferrò un tavolino di vimini e lo fracassò sulla testa ricciuta del suo padrone.
“Sono ben stanco di queste sue provocazioni!” disse il folle medico, “ Forza si faccia avanti!”
Byron s’alzò e annaspò vacillando fino al caminetto, sopra, incrociate vi erano due grosse spade.
Byron ne afferrò una e cominciò a menare fendenti con gli occhi accesi e l’espressione Satanica.
Il povero Polidori se la svignò, non senza però lanciargli contro qualche rara porcellana che il nobiluomo fracassò a colpi di spada.
“ Vede caro lei che razza di infingardo essere è il mio medico personale? E gira armato sa ?
con  tanto di pistola, e mi ha sparato anche contro un’infinità di volte. Gira per i campi al crepuscolo e spara alle contadinotte come fossero tortorelle.”
“Quello sei tu, maniaco!” gridò Polidori  sbucando di scatto e mostrando solo la testa alle spalle della porta, Byron gli lanciò contro la spada che fracasso qualche antico mobile settecentesco.
Intanto la camerierina che avevo giurato di mangiare era giunta a dare una ripulita, per terra vi era ancora il cadavere del domestico uscito perdente dalla roulette.
“Juliette vieni qui, inginocchiati e succhiamelo.” Disse Byron con nonchalance alla cameriera.
“Si padrone, ma non faccia come il signor Polidori che mentre lo faccio mi percuote con forti pugni alla testa, la prego signore.”
“Conosci la mia raffinata eleganza dolce bocciolo.” E la piccola fremette.
Dannata casa di pazzi, non sarei rimasto certo ad assistere al pompino di Lord Byron. Andai via amareggiato, almeno la cameriera potevano lasciarmela.
Mentre andavo via, in giardino incontrai Polidori che s’era giocato tre dita e un orecchio ai dadi con il cuoco negro e aveva perso la scommessa, ora il cuoco esigeva il risarcimento alla sua vincita e Polidori era indeciso e logorroico.
Non badai neppure a loro, contemplai la luna che mi chiamava alla poesia dei boschi, dalla finestra vidi Byron, quel gran bastardo mi sparava contro con un grosso fucile da caccia, fanculo quei nobili, io cercavo la pienezza ancestrale della Grecia, solo oggi penso a quello che mi sono perso con quei figli di troia a causa della mia licantropa misantropia.

©Davide Giannicolo