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venerdì 7 agosto 2026

Il Libro di Volcidor


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martedì 14 ottobre 2025

Fuck Me Serial Killer


La nebbia era bassa e densa, si vedevano a malapena le foglie morte sull’asfalto dei viali della zona suburbana, 31 ottobre sera, poco prima delle sette.

In biblioteca era rimasta solo lei, registrava gli ultimi testi al computer. Un silenzio mesto regnava nelle stanze deserte dell’edificio, neanche all’esterno, lungo le strade di aceri e castagni dalle foglie cadute, si udiva alcun suono.

Fu allora che lui apparve, alto e massiccio, nerovestito, una quercia immobile all’entrata della sala. Indossava una maschera e la fissava immobile. Lei si paralizzò, le labbra leggermente schiuse, una piccola goccia di orina tra le mutandine a causa dello spavento. Lo scrutava angosciata cercando di capire chi mai si nascondesse sotto quella maschera nera come il resto degli indumenti, un pessimo scherzo di Halloween a quell’ora in una biblioteca deserta. Avrebbe voluto sorridere, risollevarsi, rimproverare il buontempone, ma lui avanzò, lentamente, inesorabile, il terrore si impadronì del corpo di lei.

La mano inguantata le afferrò la gola, la sollevò e schiantò l’esile figura sulla scrivania, il silenzio era lacerante, si udiva solo l’affanno dell’’aggressore, come il rantolo di un orso. 

Le sfilò i pantaloni di pelle  nera che tanto amava indossare per tirare su il sedere, strappò il perizomino filiforme rosa confetto, estrasse un membro pulsante e gonfio dall’immenso glande rosso, le venne in mente una zucca illuminata nelle tenebre della notte mentre lui la penetrava con quell’arnese. La stuprò sulla scrivania, il mostro possente la sconquassava con la violenza meccanica di un pistone. Una danza di pipistrelli fuori dalle vetrate della finestra, il vento gelido di fine ottobre, il fruscio delle foglie cadute, la decomposizione tra le aiuole ordinate, brulicare di vermi impossibile da celare, notte d’Ognissanti, notte di lupi mannari, vampiri, streghe, mostri e stupratori mascherati. Fu un’esplosione organica, lei venne più volte mentre si stringeva alla sua schiena possente, ma l’orgasmo più grande avvenne quando venne anche lui, riversandole dentro il suo seme  in un getto perlaceo e veemente. Lo sperma le colava dalla vulva, era ancora distesa sulla scrivania a gambe larghe con il sesso ricoperto da una peluria bruna invischiata, mentre lui si allontanava lentamente, così come era venuto. 

Le era piaciuto, non c’era dubbio, era sempre stato il suo sogno, essere posseduta violentemente da un enorme tizio slasher, grosso, risoluto, rozzo e possente.

Tornò a casa, aveva organizzato un festino per Halloween con suo marito, se la gente avesse saputo, la classica bibliotecaria tutta perfettina e impeccabile.

Indossava una divisa nazista femminile con tanto di fascia rossa con svastica, frustino e berretto S.S.

Aveva legato il suo compagno, magrolino e insignificante, con delle manette alla spalliera del letto. Fu allora che lui, lo slasher mascherato, sfondò la porta facendosi nuovamente vivo, questa volta aveva in mano un grosso coltello da caccia modello Bowie. Accoltellò il povero coglione ammanettato e la possedette nuovamente, così, vestita da Gestapo sul cadavere del marito scempiato dalle coltellate. Era come una sorta di ménage a trois con il morto, sangue ovunque sulle lenzuola e sulla pelle, un amplesso dal sapore di macello, la carne impiastricciata di fluidi e odori ferrosi, grida di godimento mentre ci si strusciava rantolando sulla carne morta. Una perfetta notte di Halloween per la bibliotecaria repressa dalle tendenze sadomaso, con tanto di cadavere macellato. Lui sparì nella notte insieme ai pipistrelli e alle creature strane ed erranti che popolano quella magica notte d’autunno una volta l’anno, o almeno fu quello che lei raccontò agli inquirenti quando scoprirono il cadavere del marito, perché nessuno ha mai saputo, in quella cittadina fuori mano dove ciascuno sa tutto di tutti, se quella storia fosse vera o fosse stata lei a ucciderlo in un gioco erotico spinto troppo oltre.


Davide Giannicolo

domenica 24 agosto 2025

Il Licantropo e la Studentessa

 


Lara stava giocherellando con il suo lecca lecca al limone e vi passava la lingua di sbieco come se volesse levigarlo in una stranissima, indefinita forma. Il crepuscolo uccideva ogni bagliore e la fatiscenza dei cassonetti dei rifiuti tentava di invadere le strade semideserte della città borghese.
La ragazza pensava in maniera sbarazzina a cose assurde e irrealizzabili, frivole ma quasi complesse nella loro incompiutezza.
“Pensa se fossi una Spice Girl, strafiga su tutte a dominare gli uomini tra feste d’ogni tipo, invece sai che palle papà a casa con la tele che mi aspetta e si masturba le cervella, l’autobus che non arriva e gli albanesi coi coltelli che sbucano dagli angoli.”
Effettivamente un Albanese fuoriuscì poco dopo da una piccola collina di rifiuti accatastati. Aveva pantaloni di pelle e maglietta nera unta e ricoperta di lattughe, cominciò a fissare Lara con insistenza da necrofilo.
“Ed eccolo manco a farlo a posta che sbuca l’albanese, cazzo fanno sempre più paura.”
Ma l’albanese in realtà si fermò in mezzo alla strada e vomitò un cerbiatto blu, poi ci si mise a cavallo e sgommò nella sera incombente.
Lara strizzò gli occhi, poi si mise a posto le mutandine, a sedici anni a volte ti vengono le traveggole se la tua sessualità è repressa.
Finalmente spuntò l’autobus all’orizzonte.
“159 Scordate poesia e cose profonde” vi era scritto sulla didascalia luminosa, ma Lara non vi badò.
Nel pullman vi era una vecchietta e una ragazza, erano le uniche persone oltre il conducente ed erano sedute l’una accanto all’altra.
Lara si divertiva a sentirle parlare come spesso faceva quando non aveva niente di meglio da fare.
“Cosa fai dunque bella principessina?”
“Studio igiene filosofica del sadomasochismo vaginale, ma in realtà vorrei fare la scrittrice, ho scritto già un libro, si chiama Socrate contro Dracula.”
Al che la vecchietta si alzò dal sedile e cominciò a vomitare addosso alla ragazza, poi si strappò con le unghia le carni di dosso, in una cruenta, sanguinolenta e violentissima esibizione scenica la vecchia si scuoiò aprendosi in due come avesse una cerniera dalla quale svettavano immani quantità di sangue maleodorante.
La ragazzina era tutta impastata di vomito e sangue e nè Socrate nè Dracula potevano spiegarle cosa stava succedendo.
La vecchietta aveva rivelato la sua vera identità, era un diabolico essere metà DeFilippi metà Costanzo con al posto dei genitali un enorme fucile da caccia a doppia canna.
Un colpo sfondò il fegato della fanciulla aspirante scrittrice che si spiaccicò sul finestrino alle sue spalle colando come un pomodoro marcio.
Lara era sconvolta mentre osservava la scena, e intanto però notava che nuovamente le mutandine erano bagnate, che strana storia, che cazzo era quel essere mezzo Maria mezzo Maurizio? E l’albanese sul cerbiatto blu?
L’essere mostruoso gettò in terra la sua prima, sanguinante pelle di vecchietta, si avvicinò a Lara con fare laido e lascivo da cui si intuivano propositi di sadismo e affilata penetrazione.
Ma d’un tratto l’autobus si arrestò di botto, il goffo essere fu catapultato e fece un capitombolo fino ai piedi dell’autista che ora s’era alzato in piedi.
Era un grosso Licantropo peloso e ringhiante, era talmente grosso che poteva strappare via le lamine del pullman con gli artigli, probabilmente era un Ursus Cimiterialis, uno dei più grossi lupi mannari sulla piazza.
Il grosso licantropo fece a pezzi l’essere diabolico e ne disseminò i pezzi lungo tutto l’autobus, lo sfracellò senza emettere nemmeno un ringhio.
Lara sussultò, e ancora le sue mutandine, e non solo, si rivelarono esser bagnate.
Il lupo la fissò e le disse:
“Posso penetrarti con il mio grosso membro peloso?”
Ed allora le mutandine di Lara furono inondate, letteralmente travolte da una diga affluente. Il mannaro le strinse le morbide carni nelle mani artigliate, la denudò ferocemente e le fece vivere il rapporto sessuale più brutale ed estatico della sua sedicenne vita, stare qui a raccontare i particolari sfocerebbe nel pornografico, insomma Lara fu penetrata ovunque e in ogni modo plausibile dalla licantropa foga.
Quando si risvegliò e capì che era tutto un sogno Ezio Greggio era sopra di lei e la fotteva a sangue con in testa un frontino con le corna da satanasso.
Lara aveva sedici anni, e avrebbe dato il culo per fare la velina.

 

Dedicato a coloro che vogliono circondarsi solo di stronzate, che non meritano poesia né sublime metafora, che forse non se ne accorgono, ma sono proprio dei coglioni.


Davide Giannicolo

martedì 4 marzo 2025

Red Moon



Il Red Moon era una topaia, pochi avventori ubriachi al punto di non capire nulla, musica Death Metal Old School per tutto il tempo in un tetro sottofondo. Ma quello che più colpiva era l’oscurità, era talmente buio che sul pavimento potevi inciampare in un cadavere o su una gabbia toracica decomposta senza accorgertene. Non ero lì per caso, a bere Whiskey forte accompagnato con birra nera come il contorno del locale. Giacca di pelle marrone e guanti borchiati. Non mi ero volutamente infilato in quel fumetto di Ghost Rider anni ‘90 scritto da un pazzo alcolizzato e violento. 
Ma cercherò di andare con ordine.
Sono il Detective Mario Lovebuzz e non sono nuovo a questo genere di cose, occhi privati, come si diceva un tempo, non sono uno sbirro, tu paghi e io mi caccio nei guai in cui non vuoi ficcarti tu. 
Come dicevo ho già fatto cose di questo tipo. 
Ho sbudellato Voje in cimiteri nottetempo insieme a quel folle di Igor Vetusta e al mio collega O’Vampir. Ho incontrato persino il Baron Samedi, o qualcosa del genere, tutte cose che quel frocio inglese di Dylan Dog non si sogna nemmeno di fare. Insomma me ne stavo nel mio ufficio a contare gli scarafaggi quando mi si presenta questo cliente per bene, non i soliti morti di fame, uno coi soldi, si vedeva dalla faccia, dai vestiti e tutto il resto. Figlia scomparsa, un buon compenso in ballo. Mi mostra la foto, una bella ragazza, non oso immaginare che fine possa aver fatto tra le belve in cui si è cacciata. Un giro di droga, sembra ci sia un nuovo sballo nella metropoli, una roba che ti rende folle e ti fa sbranare la gente, Lunatic la chiamano, la sostanza che è un cristallo tipo il crack. Insomma la ragazza si è ficcata in questo giro di motociclisti, Punk, degenerati o checcazzosiano, questo aveva scoperto il vecchio detective prima di me, quello serio e pagato il doppio della mia parcella, prima di crepare, proprio al Red Moon. 
“Cosa le fa pensare che io possa fare di meglio?” Dissi al paparino disperato per la sua principessa rapita da chissà quale infame incantesimo.
“Mi hanno detto che i suoi metodi sono rozzi, ma che non molla mai, come un mastino e che è specializzato nei casi surreali, che si muove tra i reietti, gli zombie e i fantasmi di questa città come nessun altro, e questo mi sembra proprio un caso del genere!”
Mi ha dato un bell’anticipo e si sa come funziona con l’affitto, le spese e tutto il resto, rifiutare il lavoro sarebbe stato folle, anche se uno ci aveva lasciato la pelle e le ossa prima di me, in fondo è il mio mestiere, non posso certo fare lo schizzinoso.
Il vecchio detective dopo essere stato visto per l’ultima volta al Red Moon era stato ritrovato sotto un ponte vicino al porto, una carcassa dilaniata divorata dai ratti, insomma non mi aspettava niente di bello.

Mi guardavo intorno nel locale, c’erano un paio di belle figliole tutte pelle e borchie, con le tette al vento e miriadi di tatuaggi. Bevevano peggio di camionisti e non avevano certo modi raffinati, oltre a loro un gigante barbuto che sembrava il buttafuori se ne stava davanti alla porta d’ingresso con lo sguardo fisso su di me, poi c’era il barista, un tipo secco e nervoso, con occhiali da sole nonostante fosse buio pesto, capelli a spazzola che sembravano pungere come gli aculei di un porcospino, mi guardava anche lui sghignazzando. Tutta l’altra gente, due o tre persone, erano svenute sul bancone. Erano le due di notte ed ero lì già da un pò. 
Le tipe mi si avvicinarono, una a destra e l’altra a sinistra mi sedettero accanto mettendomi nel mezzo. Le tette mi strusciavano i gomiti.
“Ciao bello, non ti ho mai visto qui o sbaglio?”
Il barista continuava a sghignazzare.
“Voi invece? Siete abitudinarie? Per me un posto vale l’altro, basta ci sia da bere!”
L’altra tipa, con mezza testa rasata, alta circa uno e ottanta col corpo massiccio, infilzò con un colpo secco un grosso coltellaccio da caccia sul bancone.
“Questo non è un posto per ragazzini, né per tipi curiosi!”
Si andava subito dritto all’osso, me lo aspettavo, non ero certo lì per fare domande o ficcanasare. In tasca avevo un fischietto, lo estrassi e cominciai a fischiare come un pazzo, tutti mi guardarono attoniti, immediatamente O’Vampir sfondò la porta con un calcio e senza fare domande sparò nella schiena alle due tipe con un fucile a pompa, io azzoppai il buttafuori a colpi di revolver. Restava il barista che si era accucciato dietro al bancone, gli altri clienti continuavano a starsene svenuti. Afferrai il barista per il collo mentre il buttafuori strisciava cercando di spararmi in un lago di sangue, O’Vampir gli spappolò la mano armata con un bel getto di pallettoni.
Mostrai la foto della ragazza al barista:
“Come vedi qui non scherziamo un cazzo, so che conosci questa ragazza, devi solo dirmi dov’è!”
Ma il barista sembrava un duro e mi ringhiò:
“Tu sei fottuto amico, non ti rendi neanche minimamente conto del casino…”
Non riuscì a finire, lo colpii con uno schiaffo, ma c’era dell’altro ad attrarre la mia attenzione adesso, O’Vampir aveva ripreso a sparare, questa volta all’impazzata, senza fermarsi, come se fosse braccato, e non capivo il perché. 
Le due donne si erano alzate, con le schiene bucate e sanguinanti, ma non erano più donne, bensì mostri pelosi e ringhianti alti due metri, anche il buttafuori fece lo stesso, nonostante avesse la mano monca e sanguinante, era incazzato nero e mi artigliò il petto scaraventandomi tra le bottiglie dietro al bancone, cominciai a sanguinare come una bestia al mattatoio immediatamente. Lo so che mi giudicherete un pazzo ma io avevo già il sentore di imbattermi in qualcosa di simile, era per questo che m’ero portato dietro un pò di roba più pesante del solito. Lanciai una granata in faccia alla bestia calcolando bene i tempi, nell’esplosione brandelli pelosi si disseminarono in una pioggia di sangue per tutto il locale, feci lo stesso con le altre due che stavano strattonando O’Vampir tentando di strapparlo a metà come a volersene contendere i pezzi. Il mio aiutante riuscì a ripararsi per un soffio, prima che l’esplosione devastasse i corpi delle lupe affamate.
Ripresi la mia discussione col barista:
“È la droga vero? La lunatic a trasformarli, non è così?” 
“Te lo ripeto amico, tu non hai capito un cazzo, dai retta a me, sei ancora in tempo, togliti dai coglioni!”
“Mi dispiace, ti ringrazio per le premure ma non è il mio stile, devo trovare la ragazza o quello che resta di lei, visto l’andazzo qui intorno!”
Intanto O’Vampir s’era alzato uscendo dal suo riparo.
“Tu sei un grandissimo figlio di puttana, mi stavi ammazzando, te ne rendi conto Mario del cazzo?”
“Adesso ho da fare compare, ne riparliamo dopo, ti darò il doppio per i rischi che hai corso.”
Il barista iniziò a ridere:
“Tu non ti becchi proprio un cazzo, siete morti, siete già morti coglioni, questa è la loro tana, non è la droga a renderli così, queste sono solo cazzate dei giornalisti, è Gouge, è il suo morso a trasformarli…”
Con perfetto tempismo qualcuno colpì O’Vampir così forte da farlo svenire, quello stesso qualcuno, un gigante dalle lunghe chiome e la barba che gli arrivava al petto, mi torse un braccio fino a quasi spezzarmelo, liberando il barista.
“Stavate parlando di me? Gouge sono io, posso fare qualcosa per voi?”
Non ebbi il tempo di rispondere, dei colossali lupi mannari ci caricarono in groppa come fossimo sacchi  della spazzatura e ci portarono in cantina.

I sotterranei di quel posto erano vere e proprie grotte, antiche forse più della città stessa. Sentivo l’odore di resti di carne spolpata e il tanfo di bestia selvaggia. Ero nella loro tana, e presto mi sarei unito ai tumuli d’ossa che vedevo sparsi qua e là lungo il tragitto.
Ci legarono a delle catene terminanti in collari, le mani erano libere, si fidavano della loro forza.
Gouge mi si avvicinò col suo fiato di fogna e macelleria costretta a chiudere da una ispezione sanitaria.
“Allora dimmi fratellino, cosa ci fai qui nella nostra zona? Prima che ti strappi un occhio!”
Non trovai nulla di meglio che dire la verità, Gouge si mise a ridere, nel farlo si trasformò in licantropo, enorme, raccapricciante, cominciò a ululare rimbombando nelle gallerie sotterranee.
“Il vecchio non vuole proprio mollare! Vuoi sapere se la ragazza sta bene? La vuoi proprio vedere? Credo proprio che ti accontenterò, per farti capire che non sono un selvaggio e non temo nessuno.”
Il lupo mi fissava con magnetici occhi gialli simili alla luna che seduce gli assassini inducendoli al misfatto.
“Chiamatemi Moon!”
Ringhiò ai suoi sgherri borchiati non ancora trasformati.
Ricapitolando c’è n’erano tre, compreso Gouge, mutati in lupi mannari. Gli altri, circa una ventina, avevano forma umana, a parte i piercing e i tatuaggi.
Arrivò la ragazza, era serena, per nulla costretta dagli altri.
“Moon, mostra al nostro ospite cosa sai fare!”
La ragazza si trasformò in un enorme licantropo bianco, dagli occhi rossi e intelligenti.
Gouge mi disse:
“Lei è una matriarca bianca, molto rara tra noi licantropi, si nasce così, può trasformarsi quando vuole, non è assoggettata alla luna piena, neanche noi tre lo siamo, siamo degli arconti, molto antichi nella gerarchia lupesca, ti assicuro che ciascuno di noi ha più di trecento anni. Gli altri che vedi, la nostra cucciolata, sono stati battezzati dal nostro morso, li abbiamo scelti ed eletti, loro possono mutare solo con la luna piena, ogni mese circa, finché non impareranno a controllarsi. Lei è nata per guidarci, unirci e comandarci, capisci che non potremmo mai lasciarla andare!” 
Sfiorò il mio occhio coi suoi artigli affilati come lame.
“Ora voglio che tu vada da suo padre, spieghi tutta la storia così com’è e lo convinca a desistere. Sua figlia è nata con un preciso destino, magari incasserai anche il tuo misero compenso e saremo tutti felici!”
Intanto si udì un boato terrificante, una bomba di grandi proporzioni aveva fatto tremare il soffitto di pietra millenaria sulle nostre teste, subito ci fu un andirivieni di Punk e motociclisti armati di cannoni dall’importante calibro.
“Finalmente sono arrivati!” Sussurrò O’Vampir mentre riprendeva i sensi.
“Macheccazzo dici? Chi? Chi è arrivato? Ci stava lasciando andare, avevamo quasi risolto, che cazzo hai combinato?”
Dissi al mio compare tentando di togliermi il collare.
“Lo sai che ho delle conoscenze, ho avvisato un paio di gang, che cazzo, secondo te venivo qui da solo con un coglione come te a culo scoperto? Poi tutti vogliono quella droga, qualcuno ha avvisato pure la Camorra.”
Il mio compare aveva scatenato una guerra, già sentivo raffiche di mitra, ululati e urla disumane sopra le nostre teste. 
Gouge e i suoi arconti, con Moon, la lupa bianca, imboccarono una galleria, senza combattere, offrirono in sacrificio la loro cucciolata. 
Fu un massacro, le gang appoggiate dalla più forte organizzazione criminale locale rasero al suolo il Red Moon. Fortunatamente riuscimmo a liberarci dai collari con un coltello che portavo alla caviglia. Entrammo anche noi nella tortuosa galleria prima che i malavitosi in cerca della fantomatica Lunatic raggiungessero i sotterranei.

Uscimmo da un tombino, proprio sotto il ponte nei pressi del porto, dove era stato trovato il cadavere sfigurato del detective che mi aveva preceduto. La zona e le gallerie erano zeppe di ratti enormi, ero traumatizzato, non lo nego, ormai era l’alba.

Ci mettemmo un oretta ad arrivare nel mio ufficio coi mezzi pubblici. Eravamo sfiniti, lasciai O’Vampir nel sexy shop dove viveva e si procurava da vivere. Feci una doccia, dormii circa cinque ore sognando zanne gialle che mi dilaniavano, poi chiamai il padre della ragazza invitandolo a raggiungermi. Arrivò nel primo pomeriggio, piovigginava fuori e io ero stanco e indolenzito, avevo ancora sonno e speravo di convincerlo a pagarmi, bere qualcosa e tornare a dormire lasciandomi i lupi mannari alle spalle.
“Lupa o non Lupa io rivoglio mia figlia, se non me la riporta non avrà un centesimo!”
Proprio quello che temevo, la faccenda non era ancora finita.
Come trovare quattro licantropi in una metropoli?
Sicuramente erano in cerca di un nuovo covo e di nuovi cuccioli per fortificarsi.
Mi convinsi che bastava stare un po’ attento alle notizie.
In meno di una settimana scoprii che la gente veniva dilaniata e sbranata in un punto specifico della città. Molti testimoni avevano visto strane, mostruose ombre, udito rantoli animaleschi e ululati alla luna.
La droga Lunatic stava imperversando facendo impazzire la gente. L’epicentro dell’accaduto era l’immenso cimitero di Poggioreale.
Bingo!


Restava un problema, potevo uccidere Gouge e gli altri, ma come intrappolare una Lupona bianca alta due metri? Mi serviva un cacciatore, non un macellaio uccisore come O’Vampir o Igor Vetusta, ma un tipo tecnico, uno che se ne intendeva di trappole e bestie feroci, come trovarlo in una metropoli marcia come quella in cui vivevo?

Mi stavo scervellando quando bussarono alla mia porta. Entrò una signora bellissima, alta, elegante. 
Posò una busta di carta sulla mia scrivania, gli diedi una sbirciata, c’erano molte banconote, allora gli diedi una contata, era il doppio del compenso che mi offriva il paparino.
La signora mi guardò, occhi gelidi e grigi, pelliccia di volpe bianca, gioielli scintillanti.
“Lei deve lasciare le cose come stanno, questa faccenda deve finire qui, basta sangue, basta massacri, loro vogliono solo trovare la loro strada! Lasci che la gente creda a questa storia della Lunatic, in fondo la droga distrugge già tanta gente.”
La guardai per qualche secondo, infondo a me interessava solo dei soldi, che si sbranassero pure, questa città è così, succede lo stesso anche senza lupi mannari.
“Per me può andare bene, ma lei chi è?”
“Sono la madre della ragazza!” Disse lei con un irresistibile, fascinoso sorriso sornione.
“Faccio fatica a crederlo mia bella signora!”
Si trasformò immediatamente davanti ai miei occhi, una lupa immensa, tutta bianca come il ghiaccio in Antartide.
Chiamai al telefono il vecchio davanti allo sguardo algido della Licantropa.
“Salve, si, sono io, Mario Lovebuzz, ci ho pensato su, è troppo per me, rinuncio all’incarico, venga pure quando vuole a riprendersi l’anticipo.”

Non dissi niente a O’Vampir, nelle notti di luna piena ancora se ne va in giro col suo fucile a pompa a caccia di Lupi Mannari.

Davide Giannicolo

Note dell’autore: 
Questo racconto è un omaggio alla storia a fumetti di Ghost Rider e Werewolf by Night (Licantropus) intitolata “Return of the Braineaters” uscita in America nel 1992.

Il nome “Gouge”, del capo dei lupi mannari è tradotto in italiano “Sgorbia”, utensile da falegname attuo a scavare il legno. È un omaggio al racconto “L’uomo finito-Un racconto della recente campagna contro i Bogaboos e i Kickapoos” scritto da Edgar Allan Poe, pubblicato nell’agosto del 1839. Dove appunto una “Sgorbia” viene usata per cavare un occhio umano. Gouge infatti accarezza gli occhi del protagonista coi suoi artigli col palese intento minaccioso di cavargli gli occhi e a giudicare dal nome assegnatogli dall’autore, forse questa pratica è a lui molto avvezza, magari potremmo leggerne e saperne di più in storie del suo passato o del suo futuro mannaro.

venerdì 13 settembre 2024

Orgia di Mezzanotte(Surrounded by Zombie Lust)

 


Talvolta accade, in una notte di luna rossa, soprattutto in autunno o nel gelido inverno, che le tombe dei cimiteri si scoperchino e aiutate dalla pioggia scrosciante, tra veli di nebbia spettrale, le mani dei morti affiorino dal terreno come funghi malvagi. 

Corpi decomposti, scheletri nefasti, bocche verminose, si muovono barcollanti in cerca di carne, mosse da un oscuro desiderio, abomini innominabili e blasfemi, offensivi alla natura stessa, varcano i cancelli del camposanto dirigendosi verso le case ove dimorano i vivi.

Fu proprio ciò che accadde quella notte, in cui la donna si risvegliò di soprassalto in seguito alle carezze gelide di oscuri sconosciuti, mani viscide come pezzi di macelleria le scorrevano lungo il corpo, stringendole i seni, insinuandosi tra le sue gambe, penetrando invadenti nelle mutandine e poi nei recessi della sua intimità. Inutili le grida, inutili i singhiozzi e il pianto disperato. Cazzi verdi, in cui brulicavano vermi, erano già all’altezza della sua faccia, come arieti invadenti chiedevano di sfondare il portale della sua bocca serrata umida di lacrime. Le verghe pulsavano, vibranti come molle impazzite, le mani adunche e scheletriche afferravano i suoi capelli costringendola ad avvicinare la bocca a quei turgidi randelli minacciosi, mentre altri strappavano i suoi vestiti e la sua biancheria intima.

Sentì la bocca di uno di loro infilare la grigia lingua decomposta nella sua vulva, allora aprì la bocca cercando di gridare e subito un fallo putrido e viscoso le si infilò nella trachea spingendo con prepotenza. Altri cazzi di zombie la penetrarono, instancabili, lacerando ano e vagina, intanto denti famelici e mani nodose staccavano brandelli sanguinanti della sua carne, mangiandola in un tetro banchetto mentre fiotti scarlatti imbrattavano le lenzuola, le pareti candide ed il di lei corpo nudo.

Presto sangue e materia organica furono un tutt’uno mentre fuori la pioggia scrosciava irruenta. Sazia, la gang di non morti continuò tutta la notte a fottere un cadavere scempiato di cui ormai si vedeva parte di scheletro in alcuni punti. Quando giunse la plumbea alba dalle nebbie angoscianti, il gruppo tornò al cimitero, ricoprendosi di terra come fossero lenzuola nei loro giacigli funerei.

Attenti dunque alle notti di luna rossa, serrate bene porte e finestre quando scroscia la pioggia e imperversa la tempesta d’autunno, poiché la gang dei non morti non è mai stanca dei propri bagordi e carnali voglie.

DavideGiannicolo



giovedì 9 febbraio 2023

Testa di Morto



 La vedova indugia dinnanzi alla lapide del marito, è un pomeriggio dal cielo terso, solleva la gonna e sposta di lato le mutandine di pizzo nero. È morto recentemente, poco più di un anno. 

La vedova, puttana triste vestita a lutto, svela una vulva dal pelo nero, allarga le grandi labbra con due dita a forbice, s’inarca mostruosamente.

Il rosso vivo della fessa sembra una bocca sanguinante nella pelliccia corvina del pube, espelle un getto veemente, dorato. Zampillo volgare di piscia imbratta la lapide, proprio sul ritratto del defunto.

Il mio cielo un tempo era terso, adesso sono pieno di perturbazioni, questa scena è una di quelle nuvole plumbee.

Nasce Testa di Morto, non senza travaglio e dolore.

Testa di Morto è nato, tremendamente assetato; non somiglia a nessun altro se non a sé stesso.

Giunge l’amante della vedova, incubo che cammina, poiché non sa in che guaio si sta infilando, perché é ovvio che qui di infilare si tratta.

Tra le mutandine di pizzo, la vulva nera di pelo tagliente tanto da provocare scosse al glande più calloso, viene riempita.

Il cielo terso improvvisamente s’oscura. 

Nevica.

Grigia bufera si staglia all’orizzonte, non c’è cosa che non muoia. 

Una mano sorge dal terreno in prossimità della lapide, afferra la fica, Testa di Morto sorge, l’amante viene sgozzato, mentre la vedova cavalcandolo impazzita ridiviene una corvina adolescente con le trecce.

Nevica.

Il candore della neve cela lentamente, lieve, il sangue e l’orina.

Testa di Morto è nato ed è già coperto di sangue. 



*

Spostiamo la scena in un appartamento. Degli uomini giocano a carte, una biondina, sola nel letto sonnecchia, si sente trascurata dal suo ragazzo che spesso ripete questa pratica fino a notte fonda. Percepisce qualcosa, o meglio qualcuno, strisciare sul suo letto, un uomo le accarezza lascivamente il corpo, le sfila le mutandine e ora fruga tra i peli del suo pube fulvo, è nudo e indossa una maschera di teschio il cui biancore rifulge nella penombra. La ragazza ansima, immobilizzata dal terrore, come il cadavere d’una giovane donna ricoperto da diafano sudario. Chi è costui? Uno degli amici si è infilato furtivamente nel suo letto dissacrando la lealtà del suo uomo? Profanando così, in questo modo esecrabile e infimo, la sua ospitalità tradendo il compagno?





Come se lo spettro lussurioso avesse udito i suoi pensieri ella sentì un sussurro roco, seppure ammaliante, provenire da sotto la maschera.

“Io sono Testa di Morto e questo è il mio turgido osso, spargerò su di te il mio seme, essenza di fiore bianco.”



Sentì di essere penetrata, non oppose resistenza, restò buona come se fosse minacciata da un’arma, una pistola alla tempia o un coltello alla gola che la costringevano ad assoggettarsi senza fiatare, cosa non vera, lo sconosciuto  non brandiva altro che le carni frementi di lei e la sua bocca veniva tappata, riempita, non da un ferro o da una mano inguantata, non dal fazzoletto imbevuto di cloroformio, ma alternativamente da una lingua sinuosa e un membro soffocante. Invadenti, irruenti tanto da spingersi fino alla trachea, costringendola a poppare, ipnotizzata da un incantesimo di lussuria inconfessabile e rassegnazione giustificante l’esplosiva eccitazione di quell’atto proibito che in realtà le ardeva nel ventre come un incendio, facendo lacrimare la sua vulva, fradicia come una spugna, di tumultuoso desiderio.



 La bionda passiva gemette lasciandosi scuotere da ritmici e sapienti colpi di reni, osò allungare una mano sulla schiena della Testa di Morto, un altra afferrò un gluteo, attirando a sé quel corpo massiccio come a voler contribuire alle sue spinte, rompendo la passività della stregoneria in atto, facendosi fottere sempre con più veemenza. La carne nelle sue mani era reale dunque, non si trattava né di sogno né di allucinazione, venne, facendo colare una pozza dalle cosce spalancate alle lenzuola. Il seme di Testa di Morto fu poi sparso sul ventre di lei, unguento che realmente portava con sé lezzo di fiori da cimitero, bollente, in quella fredda notte di gennaio, ardente come metallo fuso sulla carne infreddolita. Il pelo del pube fulvo ne era completamente imbrattato, impregnato come la punta di un pennello pronto per la tela.



L’uomo s’alzò dal corpo di lei, sfilandosi dalle gambe allargate e fradice di fluidi corporei, ella restava immobile, muta. Il Teschio dalla stazza colossale aprì la finestra, senza voltarsi.

Sparì lasciando nella camera da letto il gelo della notte. Nell’altra stanza si udivano ancora le voci degli uomini che se la spassavano.

Davide Giannicolo




domenica 18 dicembre 2022

Terrore nei Bassifondi

 


Gran Garrota era stato invitato nella torre del campanile in cui abitava abusivamente il Canonico Dagger, prete scomunicato e gran maestro di una setta Satanica, per consumare la cena della vigilia di Natale tra le spesse mura medievali riscaldate da una stufa a legna. Altro ospite sarebbe stato lo stregone Fravaglio di Triglia, che si guadagnava da vivere con falsi oroscopi e imbrogliando mediante la cartomanzia. C’erano inoltre la monaca che aveva abbandonato i voti, grassa e possidente, condotta sulla cattiva strada dal Canonico Dagger e la ragazzina ululante, di cui si sapeva poco o niente, tranne il fatto che presenziava sempre alle messe nere del canonico standosene in disparte in un angolo e ululando di tanto in tanto.

Il campanile si trovava in campagna, ma Gran Garrota, che aveva lavorato in fabbrica fino al giorno prima, voleva scaldarsi in procinto della cena, sfogarsi un po’ e farsi qualche regalo di Natale. Allora uscì di casa nel primo pomeriggio, guidò fino alla fermata di un autobus che portava ai bassi fondi della città, dalla parte opposta in cui era atteso per il cenone, molte ore dopo. Occultò la macchina in una strada fuori mano e salì senza biglietto sulla corriera, voleva immergersi nell’atmosfera dei reietti sin da subito. Sul pullman c’era un miscuglio di varie razze, ispanici, africani, islamici provenienti da terre remote, Gran Garrota li osservava con la bava alla bocca come fossero dolci natalizi, gli piaceva immergersi nello squallore come il messia di  Lautrèamont che si distende nell’immondo giaciglio di un postribolo abbandonandovi un loquace capello dell’aurea chioma.

Dopo circa mezz’ora la corriera vomitò i passeggeri dall’acre afrore tra le strade fatiscenti della città attanagliata dal gelo. Garrota scese con loro, il freddo accarezzava il suo lungo cappotto di pelle nera, un colosso dal volto mezzo celato da una Coppola grigia, guanti neri di capretto, incedeva nelle strade puzzolenti in cui le varie etnie, per il giorno di festa già cucinavano immonde pietanze composte dalle più svariate spezie e carni di sconosciuti animali.

 Entrò nel negozio di un cinese, prese fascette, nastro isolante nero, ganci d’acciaio, schiuma da barba, rasoi di plastica da poco e una borsa in simil pelle nera attua a contenere il tutto. Violentò la brutta cassiera asiatica visto che il negozio era deserto, la sgozzò e la lasciò in un lago di sangue dietro al bancone. Portava sempre con sé un lungo e largo coltello da caccia a lama fissa per questo tipo di esperienze. 



Gli venne fame ed entrò in un piccolo, sudicio locale che vendeva kebab, si rinfrescò con una birra e ordinò un panino, lo consumò lentamente, osservando gli avventori slavi e arabi, cercando di scatenare una rissa. L’odore della cipolla cruda e il grasso crepitare di quella carne dalla provenienza sconosciuta che girava sullo spiedo verticale dinnanzi al fuoco lo eccitò ricordandogli un piccolo inferno medievale, così, non sapendo più resistere frantumò la bottiglia vuota sul cranio di un moldavo e infilò il collo tagliente della bottiglia rotta nella pancia di un marocchino. Li stese tutti, compreso il gestore del locale, rimpinzando le loro carni coi frammenti di vetro e quando non bastarono, li abbuffò con l’irremovibile, puro acciaio della lama.

Ormai si era fatto buio e la magia del Natale era ancora più inebriante. Voleva comprare delle anguille, da cuocere sulla brace avvolte in foglie di lauro, da portare al Canonico Dagger, sarebbero state deliziose, il solo pensiero gli infuse calore in quella serata gelida. 

Andò dal pescivendolo, un giovane bengalese gli stava facendo un lavoretto di bocca nel retro bottega, Fravaglio di Triglia avrebbe detto che il giovane garzone, pagato in nero e a pochi spiccioli, stava “pulendo il pesce” come da tradizione. L’omone inzaccherato di frattaglie ittiche spinse via il piccoletto bengalese lasciandolo con la bava alla bocca, si sistemò i calzoni e andò al bancone a servire il cliente. 

“Metti i guanti merda umana, voglio delle anguille vive della specie grande detta Capitone e ringrazia che non ti uccido, perché sei l’unico italiano che ho incontrato stasera!”

Comprò cinque bellissimi esemplari giganteschi, vivi si dibattevano nella busta di plastica puzzolente mista ad acqua dolce. Rivide in quella scena un nuovo, piccolo inferno medievale e si eccitò ancora.

Lì vicino abitava Sashi, un suo misero e sudicio collega della fabbrica, anche lui un ometto musulmano del Bangladesh come il tipetto di poco prima che arrotondava alla vigilia dal pescivendolo.

Sapeva dove viveva Sashi perché lo aveva già seguito una volta, incuriosito dalla nana scimmiesca di sua moglie, anche lei era stata assunta da poco nello squallido posto dove si guadagnava da vivere. Essendo islamici non avrebbero festeggiato il Natale, ci avrebbe pensato lui ad allestire un bel presepe poco prima del cenone. I regali che aveva preso dalla cinese erano per loro.

Varcò la soglia del vecchio, fatiscente palazzo dalle mura marce, scrostate, cadenti. L’androne puzzava di stufato speziato in un cimitero mediorientale a cielo aperto, carcassa di pollo macerata nella merda condita con coriandolo, curry e cipolla.

Scassinò la porta, con la grazia e il silenzio di un cigno nero, all’interno la puzza di spezie straniere lo invase ancora di più , trovò quasi subito, uno dopo l’altro due ragazzini adolescenti, li stonò di botte al volto, legandoli poi saldamente col nastro isolante. In cucina incontrò Sashi, lo riempì di schiaffi, di peso, senza che questi potesse opporre resistenza, lo schiantò su una sedia e immobilizzò anche lui sapientemente col nastro nero. Ora poteva dedicarsi completamente alla signora, che a quanto pare era in bagno. Fu presa dal terrore quando si trovò davanti al colosso, le afferrò la gola, la sollevò e con la mano libera le strappò di dosso il pigiama denudandola. Le strinse una fascetta al collo senza soffocarla ma provocandole dolore, una alle mani e una ai piedi fino a segnarle con strazio le carni. Le infilò un gancio in una guancia facendola sanguinare abbondantemente, sul seno e sul ventre ambrato e gonfio. L’altro gancio fu fissato alla fascetta che servì a issarla su un pensile della cucina tenendola sospesa come una martire. Sashi guardava tutto con terrore. Sua moglie era nuda, sospesa nel vuoto, mentre agitava le corte gambe, sanguinante. Un rigoglioso cespuglio di pelo nero le ricopriva il pube come un manto animalesco,

arrivando fino all’ombelico. Gran Garrota spruzzò abbondante schiuma da barba sul mantello ispido, con il rasoio dalla lametta poco affilata cominciò a depilare la donna, grattava senza grazia; un rumore simile a un rostro di cavalletta stuprava la stanza mentre il pelo veniva via e la donna ansimava, presto emersero tagli ed escoriazioni, la vagina della bengalese mussulmana appariva ormai glabra come quella di una bimba. Sashi si dibatteva, Garrota lo tramortì con un pugno in testa, la donna piangeva, gridava singhiozzando frasi di diniego e richieste di pietà, che non fecero altro che infervorare l’aguzzino.

Garrota liberò due anguille, grasse e viscide, della specie che lui preferiva, ne infilò una nella vagina gonfia e arrossata poiché  depilata di fresco e l’altra nella bocca della donna che si dibatteva. La lasciò così, stuprata da quei serpenti acquatici, legata su un gancio alla cucina.

“Si è fatto tardi, tornerò a incularti un’altro giorno!”

Gran Garrota si allontanò silenzioso, come un fantasma, per le scale nel suo nero cappotto, che pareva il mantello di Maldoror. Prese una corriera al volo, mentre ormai il gelo e le stelle volgevano verso la notte della natività. Solo pochi passanti si attardavano dirigendosi verso le calde dimore piene di parenti e amici. Tra le luminarie natalizie che salutavano il quartiere deserto, le finestre erano già  piene di luce e appannate dal vapore caldo della cena imminente, dietro i cui vetri si udiva il vibrare di risate e voci in festa.

Il pullman era vuoto, se lo immaginava guidato da un conducente dalla faccia di teschio, per le strade non c’era anima viva.

La corriera spettrale lo condusse in campagna, dove recuperò la sua automobile. Erano le otto di sera, abbastanza in orario, gli piaceva arrivare per ultimo quando era atteso.

Il campanile era maestoso, immerso nell’oscurità. Quando salì le scale nere e buie, percepì le voci di sopra e una tenue luce conviviale. Immenso fu il calore quando gli aprirono la porta, il profumo del buon cibo, il lucore della stanza antica, il tepore della stufa, la compagnia dei suoi simili.

“Ho portato dei capitoni, hai del lauro vero Dagger?”

Il padrone di casa annuì senza parlare.

L’ex monaca grassa già lo fissava con occhi famelici, mentre la ragazza ululante gli sorrideva con follia demente.

L’unico a parlare, già palesemente ubriaco e rosso in volto accanto al fuoco scoppiettante fu lo stregone Fravaglio di Triglia.

“Sei sempre l’ultimo Gran Garrota....puzzi di sangue, torture e ossa rotte come al solito!”


Davide Giannicolo


La torre del campanile e i personaggi al loro interno sono liberamente tratti dal romanzo “L’Abisso” di J.K. Huysmans al quale l’autore porge un palese e grato omaggio. 

L’ambientazione razzista, il titolo e lo squallore sordido dei bassifondi sono un omaggio al racconto  “L’Orrore a Red Hook” di H.P. Lovecraft.

Il racconto è tra l’altro disseminato di tributi e omaggi al Conte di Lautrèamont.

Davide Giannicolo