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domenica 14 dicembre 2025

Necromanzia nel Ghetto

 

Il ghetto era molto antico, i suoi scantinati avevano visto i secoli e ne avevano anche l’odore. Ora era un coacervo di tutte le razze, persone provenienti da remote regioni dell’Africa e dell’Asia occupavano palazzi cadenti e popolavano quegli antichi scantinati, vagavano per scale silenziose, spacciando spezie e droghe, hashish e magia nera.

Gran Garrota amava bazzicare quei bassifondi in cerca di guai, anche se aveva ormai svariate denunce sulla testa a causa di queste sue violente gite nel ghetto, per non parlare dell’inimicizia di molte bande locali che non lo volevano lì intorno, dato che aveva mandato molti dei loro membri in ospedale. Era stanco di nascondersi però a casa della sua ricca e perversa amica Victorine, ed era scappato da quella prigione dorata in cerca di un pò d’azione scellerata dal sapore di kebab e spezie immonde.
Il ghetto lo attirava come una calamita, tornava sempre lì quando sentiva il bisogno di sfogare le sue pulsioni animalesche, gli piaceva essere attirato nella rete della malavita, fingersi una vittima e diventare un carnefice, o semplicemente essere un predatore tra i suoi simili, dato che ognuno in quei bassi fondi sembrava essere macchiato di una qualche forma di peccato. Calpestò un paio di tossici strafatti alla stazione camminandoci sopra con le suole pesanti dei suoi anfibi neri, li uccise entrambi spappolandogli le teste mentre erano stesi a terra privi di coscienza, nessuno se ne accorse e lui continuò a passeggiare con le mani in tasca. C’era una nigeriana immensa davanti a lui, dai seni giganteschi, decise di seguirla, sperando lo conducesse in qualche palazzo fatiscente infestato dalla nidiata straniera della sua razza perniciosa. Nella villa di Victorine ne aveva viste di tutti i colori, necrofilia, orge coi morti, scambi di corpi, sesso con fantasmi evocati attraverso il succubato (vedi Sangue e Violenza nella Cattedrale o semplicemente Violenza nella Cattedrale, il racconto circola con due titoli al fine di eludere la censura N.d.A.)
Ma nulla era paragonabile all’ebbrezza che provava in quel territorio pregno di energie primordiali, il ghetto era la sua riserva di caccia; d’altro canto aveva sempre amato le cose carnali e sanguigne se paragonate alle nefandezze esoteriche, pregne di stregoneria, tipiche della sua amica Victorine e della setta Satanica che era stato costretto a eliminare nella cattedrale poco più di un anno prima.
La negra dalle natiche gigantesche, come aveva immaginato, imboccò l’entrata di un vecchio palazzo dall’intonaco scrostato. Quei fianchi enormi riuscirono a stento a passare attraverso il portone.
Come un’ombra Gran Garrota seguì i suoi passi pesanti da pachiderma. Già sentiva nel palazzo gli odori nauseabondi di quei cibi esotici, pollame stantio e legumi sconosciuti bollivano in pentole incrostate, era ora di pranzo.
Ad attrarlo maggiormente però furono dei rumori nel sottoscala del palazzo, dove una stretta rampa conduceva agli scantinati. Era un misto di voci scimmiesche e uno strano tramestio. Allora Gran Garrota in un lampo fu sulle scale dov’era il donnone  nero, affondò il suo coltello nel fianco lardoso, era come immergere la lama nera in un panetto di burro, con la mano disarmata le tappò la bocca, lasciò momentaneamente la presa dal coltello, il tempo di scoprirle le natiche e liberare il proprio membro turgido e venoso, poi riafferrò il manico del pugnale servendosene come fosse un manubrio e affondò il proprio sesso, fino alla radice, tra le chiappone della matrona. Eiaculò in fretta, in una scarica violenta e brutale, nell’istante in cui lo stava facendo estrasse la lama dal fianco e la tuffò nella giugulare della donna rantolante, sgozzandola da dietro mentre la penetrava in spinte spasmodiche, riempiendola abbondantemente del proprio seme assassino.
Ripulì il coltello e il proprio glande con la veste di lei, lasciando il cadavere riverso in terra in una posa scomposta da burattino rotto. Solo allora discese le scale verso gli scantinati dove i rumori continuavano. Al fetore del palazzo intanto si univa il lezzo nefasto del sangue, dello sperma e della carne morta della donna di colore.
Aprì la porta che conduceva a una stretta galleria, lungo la quale ogni tanto spuntava qualche stanzetta di nuda pietra, dentro una di queste c’erano cinque uomini neri che stavano macellando una capra, erano tutti armati di minacciosi coltellacci e mannaie arrugginite. Il sangue dell’animale imbrattava il pavimento mescolandosi alla calce e alla polvere.
Uno di loro era alto più di due metri, guardò Gran Garrota con sguardo selvatico da scimmia impazzita e gli si avventò contro brandendo il coltellaccio.
Gran Garrota lo pugnalò in un occhio ma il gigante non frenò la sua furia scalfendo il braccio di colui che stava aggredendo, Garrota riuscì a sbatterlo di lato contro il muro menandogli altri due fendenti alla gola, ma intanto gli altri gli erano addosso. Lo ferirono profondamente alle braccia con le quali tentò di proteggersi, la sua giacca di cuoio spesso e duro aiutò ad attutire i danni dei tagli, ma il sangue sgorgò ugualmente a fiumi mescolandosi a quello del gigante africano che giaceva sgozzato in terra. Fortunatamente gli altri quattro uomini erano più piccoli e deboli. Gran Garrota riuscì a sbaragliarli servendosi di un tirapugni, fracassando crani e mascelle presto fu l’unico a rimanere in piedi, nonostante alcuni colpi di mannaia gli avessero sfregiato anche il volto che adesso pulsava emanando un calore malato e febbrile.
Si addentrò ancora di più negli scantinati fatiscenti ove non penetrava più la pallida luce del sole.
Sbucò in una grande sala in cui i nudi mattoni rossi senza intonaco divenivano meticci con la pietra grezza trasudante gocce d’umidità, l’aria pungeva i polmoni ed era quasi irrespirabile, contribuendo al malevolo pulsare delle sue ferite fresche. Incontrò una bella donna dalla pelle liscia e nera simile all’ebano di un pianoforte, era intenta a sgozzare un gallo nero circondata da un cerchio di candele, unica, flebile fonte di luce della stanza priva di finestre dall’aria rarefatta. Non appena il sangue del gallo sgorgò in terra Gran Garrota udì un gran trambusto alle sue spalle, come di convulsioni sul pavimento, rantoli, conati di vomito e ossa spezzate. Si voltò attendendo qualcosa di terribile, come gli suggeriva il suo intuito, infatti non si fece attendere il suono raggelante dello strisciare di passi confusi e asimmetrici, presto gli uomini che aveva ucciso poco prima, redivivi, si pararono dinnanzi a lui. 
Zombie dagli occhi bianchi come cataratte infernali, dementi, eppure risoluti e inesorabili, seppur lenti come carcasse mosse da languida vitalità.
Gran Garrota era un uomo d’istinto, non pensò, ma piuttosto che affrontare gli zombie preferì aggredire la negretta dai bei lineamenti e il corpo armonioso, infatti senza saperlo realmente aveva puntato direttamente all’interruttore legato a quelle abominevoli creature, tornate dalla morte grazie a un ancestrale, segreto e tribale rito di necromanzia. 

La colpì col tirapugni alla fronte crepandole il cranio, come se non bastasse lo shock di quel colpo che le aveva spento il cervello le infilò in un violento affondo il coltello in un padiglione auricolare, facendole sanguinare gli occhi, lacrime scarlatte che colarono lungo il suo volto contratto in una smorfia di dolore, serpeggiando fino al centro dei seni bruni. 
Quando la donna cadde in terra priva di vita spezzandosi le ginocchia nella caduta scomposta e incontrollata, fu seguita dai suoi fantocci, che tornarono nella loro natura di carne innocua e inanimata.
La puzza di sangue, animale e umano, in quell’ambiente umido pregno di muffa, divenne insopportabile. 
Gran Garrota ripercorse i suoi passi, tornò nell’androne del palazzo, dove ancora il cadavere della corpulenta negra che aveva violentato e trucidato giaceva sulle scale che portavano ai piani superiori. Poteva bruciare quel luogo dove albergava un male profondo, ma in fondo ci si era divertito come a un luna park, già sentiva un certo senso di malinconica nostalgia, avrebbe potuto pur sempre ritornarci.
Varcò il portone sgangherato del palazzo e si ritrovò investito dalla luce possente di pieno giorno, la strada secondaria dei bassifondi in quel quartiere malandato era deserta, dai molteplici angoli in ombra, immersa dal silenzio inquietante che regna in quella fase della giornata.
In fondo era ancora ora di pranzo.
Si incamminò verso la stazione, prese un autobus che lo avrebbe condotto in campagna, nella zona suburbana e isolata dove immersa da aceri rossastri sorgeva l’elegante Villa di Victorine, forse avrebbe fatto in tempo, nel tardo pomeriggio, a mangiare qualcosa di decente cucinato da mani bianche. 

Davide Giannicolo
Dedicato alla provocazione e alla realtà dei fatti.



domenica 24 agosto 2025

Notti

 




Il pingue nanetto si avviava verso l'automobile, faceva freddo, un’aria gelida tagliava le ossa cercando di cristallizzarne il midollo.
Eppure qualcosa scaldava il ventre del tizio, un coacervo di immagini non ancora disgregate dal sonno appena infranto.
Turni di notte, che noia, se non fosse per i piacevoli svaghi mai sopiti della propria mente, grovigli di speranze pornografiche represse, ragazze che a lavoro avrebbero sorriso, si sarebbero chinate, mostrando lembi di carne intravista e da scoprire, sobbalzi pettorali di grosse tette il cui pudore viene distratto dalla foga del lavoro.
Tutto ciò era per lui, uno spettacolo messo in piedi unicamente per il suo piacere, o almeno così lui credeva, quei pensieri erano indelebili come un impronta calcata nella sua mente masturbatorea.
Montò in macchina, una leggera erezione aveva vinto il freddo, pensò a dei nomi, nomi femminili, chi si sarebbe chinata per prima? A quale di quelle troiette avrebbe spiato per primo i glutei posti in bella mostra?
Il placido torpore svanì di colpo, vide solo un ombra, enorme, oscura come quella di un orso, che però pareva un lampo.
Il parabrezza della macchina si schiantò in mille pezzi, un oggetto contundente ci si era abbattuto sopra con pesantezza, penetrando nell'abitacolo e spappolando la mascella del passeggero.
Il terrore pompò il sangue a mille, adesso non si trattava più di torpore, bensì di fuoco, roghi di paura che infiammavano il corpo del masturbatore incallito.
Qualcuno aprì la portiera, un gigante o qualcosa di simile, la sua presenza era opprimente, incombeva asfissiando, così come il pregnante odore della pelle nera che aderiva alle sue braccia enormi.
Una mano inguantata, anch'essa ricoperta di cuoio, strinse la nuca grassoccia del tizio, il dolore alla mascella si stava assestando, cominciava a indurre lacrime copiose e conati di vomito.
Venne catapultato sull'asfalto, con la spinta di quell'unico arto che lo aveva afferrato, per terra, stordito ma terribilmente cosciente, il masturbatore potė vedere con chiarezza colui che gli stava innanzi.
Brandiva uno spadone, da usare a due mani a giudicar dall'impugnatura, ma lui la brandiva con dimestichezza con la mano libera, ostentò questo suo mesto potere, poi lentamente appoggiò la spessa lama, molto simile a una mazza di ferro, sulla propria spalla.
Il suo volto non era chiaro nella notte, pareva però pallido, cadaverico, eburneo come quello di uno spettro.
Il colosso issò lo spadone sulla propria testa, indugiò ammirando la paura sul volto della sua vittima, poi abbatté la lama sulla rotula, in un colpo secco e maestoso.
La lama non era affilata, era stata concepita più per spezzare che per7 tagliare, cosa che fece, la gamba si accartocciò sotto il colpo, nessuno, badava alle grida nel parcheggio inghiottito da sbuffi maligni di nebbia, i grilli frinivano, reclamando il sangue in una macabra canzone dedicata alle tenebre.
Lo spadone cadde poi nuovamente sulla schiena dell'uomo rannicchiato sull'asfalto, che pensò bene di fingersi morto dopo quel colpo che forse lo aveva paralizzato per sempre.
Ma udì il clangore del ferro abbandonato con violenza sul cofano della sua automobile, allora aprì gli occhi, ma no, il gigante non stava andando via, srotolò una catena, lunga quanto una delle sue gambe.
Cominciò a farla roteare in aria, quel sibilo era agghiacciante, più volte, le maglie d'acciaio si schiantarono contro quegli esterrefatti sopraccigli che spaccandosi miserevolmente aprirono i getti fascinosi di fontane di sangue.
"La tua bocca è spaccata e non puoi parlare, i tuoi arti spezzati e non puoi muoverti, i tuoi occhi sono sfondati e non puoi guardare..."
Il gigante gettò in terra la catena, accanto al corpo contorto, mugolante e orribilmente contuso, l'uomo trasalì nell'udire quel suono, ma allo stesso tempo un pesante calcio fracassò il suo timpano, e i suoni circostanti non divennero altro che dolore.
Qualcosa poi gli spezzò le mani, forse la spada-bastone, poiché era quello il violentissimo stile del colpo.
"Le tue orecchie non possono udire né le tue mani toccare..."
La bestia era su di lui, in piedi, con uno scarpone a far pressione contro la sua guancia tumefatta.
"Ma vedi, anche in queste condizioni tu sei ripugnante e affatto innocuo agli occhi della giustizia del nostro creatore..."
Spinse ancora di più lo scarpone, sembrava che il cervello dovesse esplodere dalle orecchie e dagli occhi.
"Poiché è la tua mente, la tua anima, queste due cose inscindibili dal corpo, sono queste due cose a renderti sporco e spregevole."
Il piede venne sollevato, ricadde giù con violenza, ed il cranio si spappolò emettendo un sinistro scricchiolio.
Quello che restò sull'asfalto, non era che una parvenza umana, un pezzo di carne smembrato, devastato, semplicemente sfasciato con brutale criterio di logica folle.
"Ringraziami porco, poiché ben più furioso, può essere l'occhio di Dio!"
Igor Vetusta si allontanò dal parcheggio, aveva raschiato via il male dal mondo, anche quella notte.

Davide Giannicolo

Dedicato ai parcheggi isolati nottetempo.

giovedì 1 dicembre 2011

La violenza antropofaga dell'atto sessuale


 
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La violenza antropofaga dell’atto sessuale

Attori:
            Satana
            Il ninja
            Adolfo( il gigante)
            L’alce
            Lo spettro
            Sventonia(il trans)
            Le drug queen(3)
            La regina del peccato(ermafrodito sadomaso)
            Gli schiavi(negri, nani e nani negri)
            Brutoldo(il cane)
            L’alce(vera)

Una stanza molto piccola, squallidissima e diroccata, strumenti di tortura in ornamento, l’impressione deve essere di sporco e angoscia claustrofobica, di sottofondo il suono di catene e calcinacci.

Satana entra, balla in maniera grottesca, è completamente nudo, con lui c’è il ninja, arriva Adolfo che comincia a picchiare a sangue il ninja, picchia anche Satana che si umilia si inginocchia e succhia Adolfo da genuflesso, gli prende le palle in bocca, le stringe nelle mani, gli offre il culo come un cagnolino scodinzolante mentre sorride beatamente.
Satana si fa fottere con brutalità sia da Adolfo che dal ninja che lo graffia, lo morde e gli strazia le carni.
Satana succhia il cazzo del ninja mentre Adolfo lo fotte a quattro zampe con brutalità, poi Satana ed il ninja si baciano mentre Adolfo infila le dita nel culo di entrambi.

Arriva lo spettro e frusta tutti, porge una frusta a Satana e così anche lui comincia a frustare tutti fino a mutilarli.
Satana caga in faccia e sul petto di Adolfo, continua a frustarlo fino ad ucciderlo, si china su di lui e spompina il suo cadavere sanguinanti mentre il sangue gli imbratta la faccia.
Lo spettro atterra il ninja e lo soffoca con le sue chiappe ossute.
Arrivano le tre Drug Queen danzando in sorrisi d’angoscia, sembrano tre vecchie in procinto di morte, scopano con Satana in un groviglio di pompe e percosse.
Giunge il cane e comincia a mordere chiunque, una Drug Queen lo masturba, l’altra lo succhia, l’altra ancora lo penetra.

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Lo spettro si procura un enorme taglio obliquo sul petto servendosi di un coccio di vetro, Satana ruba il vetro allo spettro, se lo litigano come due bambini con un lecca lecca, alla fine Satana riesce a strappare l’ambito trofeo e inizia a riempirsi di tagli su tutto il corpo.

Le Drug Queen afferrano il Ninja, lo stendono sul pavimento, estraggono delle lamette dall’ano cagandole dolorosamente, poi iniziano a tagliuzzare il Ninja un po’ ovunque ridendo sguaiate ed inquietanti.
In quel momento fa il suo ingresso la regina del peccato, brandisce un grosso coltello, con esso sventra il cane e si impiastriccia il volto e il corpo seminudo con sangue e budella dell’animale.
Satana l’afferra da dietro, la costringe a stendersi, la scopa e lei scopa lui, si flagellano, si tagliano, mentre Satana percuote con schiaffi e pugni la faccia del cadavere di Adolfo, presto anche la regina del peccato riceve le percosse di Satana, testate che rompono il suo naso da narciso, si alza, la prende a calci e comincia a flagellarla, dopo una decina di minuti di efferata violenza Satana si ferma ad ammirare la regina tutta livida e inerme sul pavimento, solo allora la fotte nuovamente.
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Intanto il ninja fotte le Drug Queen in alternanza, succhiando i loro piccoli cazzi e sgozzandole, giunge lo spettro armato di martello(è magro come la morte) schiaccia la testa di una Drug Queen rubandola alla mano omicida del ninja, allora il ninja aggredisce lo spettro, tenta di strozzarlo introducendo i propri testicoli nella sua bocca, poi col coltello che ha usato per sgozzare i travestiti lo squarta, comincia a giocherellare con le budella dello spettro estraendole con folle sguardo.

Entrano gli schiavi, ciascuno armato di flagello chiodato, frustano a più non posso, poi iniziano a scopare i cadaveri.

Satana nota una certa confusione e assume il controllo, percuote chiunque, lega i negri a collari incatenati ai muri, inizia a percuoterli con una mazza ferrata e una catena spaccando loro le carni, la borchiata regina del peccato si unisce al signore delle tenebre, succhia i neri mentre Satana inizia a scorticarli.

Entra il trans con una sontuosa coda di pavone, accarezza Satana che troneggia sugli schiavi succhiato dalla regina del peccato, lo bacia, lo masturba strappando l’enorme membro del diavolo dalla bocca della regina, il trans lega la regina con collare e catena, inizia a succhiare il cazzo mostruoso di Satana costringendo la regina a succhiare il suo.
Satana lecca i capezzoli artificiali del trans, continua a sorridere come se il suo volto fosse di cera, il Trans gli offre il culo e Satana lo infilza.

Il ninja intanto gioca con lentezza da bambino pazzo seduto fra i cadaveri, i resti mutilati sono i suoi balocchi, l’alce si muove tranquilla per la stanza annusando i genitali dei morti, d’ora in avanti la vedremo sempre sullo sfondo.

Entra l’alce(vera) cioè un magro uomo nudo cosparso di cicatrici e in pantofole con un’enorme maschera da alce di peluche, spara al ninja in pieno petto con un fucile a canne mozze.
Il trans corre sul cadavere del ninja col cazzo dritto, lo rivolta sulla schiena e lo incula accoltellandolo, piume di pavone svolazzano qua e là mentre il loro proprietario infierisce sul cadavere ridendo con espressione diabolica.

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La regina del peccato fotte Satana da sopra come donna, poi lo volta per tentare come uomo, ma ci ripensa, si alza e gli arroventa le grasse chiappe con dei marchi roventi.

Uno schiavo e un nano sopravvissuti ma in cattivissime condizioni si baciano con lingue serpentine, la regina del peccato e il trans si contendono il cadavere del ninja tirandolo come un pupazzo fino a che la testa non si stacca, dal corpo e dalla testa fuoriescono coriandoli fluttuanti, i contendenti si rallegrano e fanno la pace lanciandosi l’un l’altro la testa come fosse una palla, la loro espressione è di folle infantilismo.

Il trans comincia a scopare con l’alce in moltissime posizioni masturbando il nano mentre Satana si impadronisce nuovamente della regina del peccato cercando vendetta, la trascina per tutta la stanza tenendola per i capelli, la lancia contro i muri, la picchia, la fotte, l’alce vera si muove ancora tranquilla brucando tra frattaglie e cadaveri, d’un tratto Satana, afferrando il fucile a canne mozze, spara un colpo in mezzo agli occhi del povero animale, lo fa mentre fotte a pecora la regina del peccato, l’alce cade dunque di botto unendosi ai morti.
L’uomo alce frusta il trans, si uniscono anche gli schiavi, fottono il trans a turno e in gruppo, tutti sono completamente ricoperti di ferite.
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Satana stacca lentamente un femore al corpo dello spettro, dopo la lunga e pasticciona operazione si lancia sul gruppo al quale si è unita anche la regina del peccato che poco prima era stata cacciata via da Satana poiché gli leccava ostinatamente tutto il corpo come fosse una cagna sorridente.

Tutti vengono percossi dalla palla chiodata di Satana, sembra però infiorire più di tutti sull’uomo alce, lo maciulla letteralmente in teatrali spruzzi di sangue, costringe Trans e regina a succhiarlo, infila il femore nell’ano dell’uomo alce, poi lo volta accoltellandolo molteplici volte, afferra un accetta tagliandogli gambe e braccia, struscia il pene per un po’ nelle ferite.
Intanto gli schiavi hanno rapito la regina, la fottono lungamente in tradizionali peripezie, lei però è felice.

Il trans offre il proprio culo sul cadavere scempiato dell’uomo alce, Satana lo prende, eiacula sulla schiena del trans, si volta e sgozza con un filo di ferro il nero che sta scopando a pecora la regina, poi costringe il trans a scopare col proprio pene il nano, il trans ci prede gusto fiaccando quelle piccole reni, Satana intanto cava gli occhi al nano e li mangia, la regina che poco prima frustava Satana lo bacia assaporando a sua volta l’organico boccone di quegli organi visivi, subito dopo il diavolo impicca il trans con collare e catena mentre la regina lo succhia, una volta rotto il collo del trans e soffocato nel proprio sangue Satana lo slega, comincia a scopare i suoi resti mentre la regina danza in una danza di delirio e follia.
Satana eiacula per l’ennesima volta, si alza e taglia a pezzi la regina, tanti, piccolo pezzi.
Resta da solo fra i cadaveri, insanguinato e cosparso di ferite, piscia e caga su tutti i corpi, ha cagato un grosso revolver nero, lo afferra e si spara un colpo alla tempia facendosi esplodere le cervella che schizzano dall’altra parte della stanza.
Fissiamo per tre lunghi minuti l’inerte e silenziosa massa di corpi poi cala il sipario.

©Davide Giannicolo

mercoledì 30 novembre 2011

Manipolazione di organi genitali

Manipolazione di organi genitali.
di Davide Giannicolo



Quando sono ubriaco sono capace di nefandezze frustranti, una volta mi trovarono infilzato mezzo morto sul cancello di un cimitero.
Mi salvai per poco, all’alba, un po’ svenuto e un po’ in collasso etilico pensavo ad angeli d’argento che stuprano Luisella, Luisella è una tipa a cui ho orinato in bocca, rappresenta un po’ tutte le lettrici del cazzo di Stephen King.
Luisella non sa però che ero io, perché ero mascherato da nano medievale, praticamente l’ho aggredita dal basso e l’ho schiavizzata con un uncino.
Era il periodo in cui masticavo prozac al posto del cornetto a colazione e mescevo gin con subatrex.
Ero un vampiro, di giorno ero mollo e inoperoso, di notte ero ferocia.
Quando gli sbirri mi hanno tirato giù dal cancello mi hanno anche chiesto cos’era successo e come mai avevo così tanti coltelli.
“Mi arresti brigadiere, ho pisciato in bocca a Luisella”. Ma il brigadiere invece mi portò all’ospedale, dal quale uscii un mese dopo.
“Non puoi bere più!” mi disse il medico, avevo lasciato scorrere quantità immani d’alcool sulle sbarre del cancello, scivolato via insieme al sangue in quella notte di delirio.
Naturalmente corsi a prendere un bottiglione di vino e buttai giù qualche giro di basso chiuso in casa, sinfonie malevole, chiuse in loro stesse, depressive.
D’un tratto cominciai a giocherellare con il mio pene, rilassato come il sonno d’un bebè.
Cominciai a sbatterlo contro le corde del basso fracassandomelo a sangue, quel dolore mi fece pensare all’ambiguità della morte, all’ipocrita faccia del mondo che doveva a tutti i costi versare sangue e invece si opponeva a se stessa vivendo in un chimerico dramma ove regna la menzogna.
Da che conosco il mondo, da quando sono nato, c’è sempre una cazzo di guerra, c’è sempre chi incula l’umanità, c’è sempre l’odio, la rissa, il confronto fisico e la carne desiderata attua ad appagare il desiderio di sangue.
Da che mondo e mondo ci siete voi coglioni pronti ad applaudire, a venerare le veline, a credere nella divina intercessione di Costanzo, a creare futili cazzate naturale gesto di chi come voi è deleterea merda ipocrita e codarda.
Il vostro amore è la prostituzione dell’essenza a favore del materialismo dei sensi, tutto quello che vi circonda è una farsa recitata una merda e non ci posso credere che voi, maledetti coglioni, ci crediate sorridenti.
Ma no, voi non ci credete nemmeno, voi vi ci adagiate, come chi è infingardo, muto, dinnanzi al torto subito.
E voi vi chiedete perché ero infilzato al cancello del cimitero?
Perché non vi chiedete il perché mantenete milioni di coglioni fottuti vip senza che essi svolgano una precisa ne tanto meno fondamentale mansione nella società!
Perché!?
Perché non vi togliete dal volto imprenditoriale quel sorriso lobotomizato?


Così d’un tratto afferrai un coltello bello largo e mi amputai il pene, lo affettai lentamente, soffrendo atroci tormenti che mi aprivano le porte dell’essenza, dolore divino, poiché da me stesso inflitto.
Galleggiavo nel mio sangue vergognosamente disteso in una posa d’abbandono. Giunse Rottenhead, il mio cane, e cominciò a leccare il lago di sangue dall’acre odore invitante al suo faccione di mastino, poi scorse il mio membro sul pavimento poco distante dalla polla, capii subito cosa voleva fare.
“Non osare mangiare il mio cazzo Rottenhead!!!!” urlai furibondo.
Ma ero troppo debole per muovermi, intanto Rottenhead mangiava il mio pene che scuoteva e sgretolava per la stanza.
Ed ecco che entra il brigadiere Baccotti.
“Lei è in arresto signor RottenVlad, la riteniamo responsabile di aver pisciato in bocca a Luisella Verdelli!”
Mi ricucirono due o tre pezzi di cazzo, ora non mi serve a molto, ho però schiavizzato ancora Luisella(in galera ci ho passato dodici anni).
Ho di nuovo staccato il mio membro e gli e l’ho fatto mangiare. Ora sto aspettando che lo espella analmente, lei invece aspetta che io muoia dissanguato, chi giungerà per primo?