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martedì 9 giugno 2026

Trash Girls, Garbage Society and Decay of Civilization

 



In questa società decadente già pregna di meticci, figli e figliastri da annegare in un pozzo o strozzare nella culla, la sporca ragazza dei bassifondi prende la corriera di primo pomeriggio. Ha appena diciott’anni e sul letto una schiera di teneri peluche.

Raggiunge il suo ragazzo, uno spacciatore esteuropeo giunto sino a noi mediante un giro di sifilitiche comunità. Ha il fegato marcio a causa delle birre economiche, è cocainomane e ha il riporto nei capelli, una macchia lucida color carne sbuca sgargiante dalla sua chioma, nascosta in malo modo. Ha il cazzo pieno di croste che sovente gratta come un orangutan e trasmetterà alla diciottenne molte malattie portatrici di prurito.

Ma lei prende la corriera, bambina in perizoma affascinata da questo bidone d’immondizia dalle fattezze umane. Si siederà nell’autobus in mezzo a un coacervo di razze che ricordano Babele, tra odori d’ogni tipo, provenienti da scarpe sudice a indumenti intrisi dal sudore di più giorni.

Prende la corriera perché lui ha più di vent’anni ma non ha la macchina, ha speso tutto in birre da poco e cocaina, scarto di una società decadente.

Eppure lei lo raggiunge, nell’appartamento dei genitori di lui, una stamberga fatiscente, covo di topi e scarafaggi ove regna l’olezzo di cipolla soffritta e natica sudata.

Aprirà le gambe e si farà scopare nel primo pomeriggio, affanno d’un naso saturo di cocaina e bocca lercia d’alcol.

È così che nascono i meticci, figli e figliastri, tra il cemento e la spazzatura, dalle puttanelle in fregola e i cani randagi.

I nostri bambini sono fiori di cristallo, lama di rasoio si abbatta, mutilando naso, guance e orecchie, deturpando il volto di coloro, che li abbandona nello sterco, come fu fatto con costei.

Parlo di Padri alcolizzati, sovrani di appartamenti dai muri scrostati. 

Madri troie e drogate, tossiche bavose che raggiungono gli operai di turno (All’alba, nel primo pomeriggio e nel cuore della notte) nelle fabbriche dove questi loro amanti lobotomizzati massacrano il proprio corpo, smarrendo il senno e la nozione del tempo, pur di racimolare da loro, servendosi di disgustose moine, qualche spicciolo e una dose di sperma; allontanandosi poi (le troie tossiche madri di cucciolate innumerevoli di meticci, nidiate viscose di figli e figliastri) tutte contente nelle loro Nissan prese a rate infinite che non finiranno mai di pagare.

Nessuna fortezza è ormai inespugnabile.

Nessuna lama abbastanza affilata.

Scintillio del tirapugni nella notte.

Tuono di proiettile, stella di fuoco purificatore.

Unico antidoto a questo veleno.

La civiltà affoga, come un gattino chiuso in un sacchetto di plastica, annegato tra le acque d’una fontana pubblica.

Davide Giannicolo



venerdì 8 maggio 2026

Shaboo

 


Una coltellata a quattro brutti ceffi sotto al palazzo silenzioso nel primo pomeriggio.

Ching Shih, dopo una pompa, mentre rovistavo nel suo pelo nero, mi ha venduto lo shaboo.

“Tanto la gente non capisce un cazzo e vive nel totale nichilismo! Perché non posso affittare una pistola come Adriano ha noleggiato la sua Cupra, dopo aver fatto abortire la cicciona? Magari è proprio nel suo cruscotto che la nasconderò. D’altronde anche lui è sul libro paga di una gang di Cinesi.”

Nessuno sa del drago che divora il mio cervello, del sonno che mi fa dimenticare i sogni e sogni tatuati e i colpi di coltello.

Priva d’azione ogni mia mossa diviene un fumo porpora. Dietro ogni serranda chiusa, sotto le insegne rosse, si nasconde un leone di carta.

Shih Ching nel suo salotto, tra paraventi laccati con uccelli azzurri e sontuosi servizi in porcellana, mentre apriva il suo kimono di seta e rovistavo nel suo pelo nero, mi ha trasmesso la scabbia e mi ha venduto lo Shaboo.

Un incantesimo simile ad un tuono che tinge di blu ogni mia movenza. Mi sembra ovvio girare adesso all’ombra dei palazzi, nel primo pomeriggio e tra i negozi di Kebab, con un coltello in mano. Mi sembra ovvio fare tutto ciò che sto facendo fino a che non mi scoppierà una vena.

Nessuno sa del drago che divora il mio cervello, del sonno che mi fa dimenticare i sogni e delle nuvole di sangue.

Pavoni smaltati d’oro, delicatamente incastonati di diamanti si posano sulla mia lama, dopo aver volteggiato in un volo maestoso nel cielo turchese, che sembra fatto di velluto.

Il sole mi acceca ed imbrunisce le mie carni, molto meglio la penombra e i bianchi finimenti del salotto di Ching Shih, dove ogni cosa s’obnubila perpetrando la catarsi di un sofisticato gioco di luci.

Dietro le serrande chiuse, sotto insegne rosse incise con ideogrammi incomprensibili, sagge dame mummificate, nel silenzio mesto e innaturale d’un pomeriggio di morte, praticano l’I Ching.

Libro dei Mutamenti, nessuno è degno del destino.

Nessuno sa del drago che divora il mio cervello, del sonno che mi fa dimenticare i sogni, dei colpi di coltello e dei petali d’acciaio.

Il libro dei mutamenti riposa, con le sue obliate profezie, tra le ombre di un soggiorno dall’antico arredamento, nella mia casa natale, ormai da troppi anni vuota di me.

Nessuno sa delle nuvole di sangue e del gelido alito d’una fiamma innaturale.

Nessuno sa dei sogni tatuati e dell’immobile postura del leone inanimato dagli occhi spenti.

Il libro dei mutamenti brucia sulla banchina del porto mentre un membro delle triadi spara proteggendo un grosso affare di import-export.

Nessuno sa dello Shaboo, che Ching Shih mi ha procurato trasmettendomi la scabbia in una nuvola scarlatta. 

Aprendo lentamente il suo kimono innanzi a me, mostrandomi carni bianche come neve

rifulgente al chiaro di luna.

Non è pazzia, né vendetta né rancore.

È solo Shaboo.

Nessuno sa della seta dai ricami blu e oro che scivola sulla pelle denudata.

Il libro dei mutamenti sanguina sulle mie mani.

Oscuri tatuaggi.

Nessuno sa del mio coltello su cui si posano verdi piume di pavone.

Nessuno.

Davide Giannicolo


domenica 14 dicembre 2025

Necromanzia nel Ghetto

 

Il ghetto era molto antico, i suoi scantinati avevano visto i secoli e ne avevano anche l’odore. Ora era un coacervo di tutte le razze, persone provenienti da remote regioni dell’Africa e dell’Asia occupavano palazzi cadenti e popolavano quegli antichi scantinati, vagavano per scale silenziose, spacciando spezie e droghe, hashish e magia nera.

Gran Garrota amava bazzicare quei bassifondi in cerca di guai, anche se aveva ormai svariate denunce sulla testa a causa di queste sue violente gite nel ghetto, per non parlare dell’inimicizia di molte bande locali che non lo volevano lì intorno, dato che aveva mandato molti dei loro membri in ospedale. Era stanco di nascondersi però a casa della sua ricca e perversa amica Victorine, ed era scappato da quella prigione dorata in cerca di un pò d’azione scellerata dal sapore di kebab e spezie immonde.
Il ghetto lo attirava come una calamita, tornava sempre lì quando sentiva il bisogno di sfogare le sue pulsioni animalesche, gli piaceva essere attirato nella rete della malavita, fingersi una vittima e diventare un carnefice, o semplicemente essere un predatore tra i suoi simili, dato che ognuno in quei bassi fondi sembrava essere macchiato di una qualche forma di peccato. Calpestò un paio di tossici strafatti alla stazione camminandoci sopra con le suole pesanti dei suoi anfibi neri, li uccise entrambi spappolandogli le teste mentre erano stesi a terra privi di coscienza, nessuno se ne accorse e lui continuò a passeggiare con le mani in tasca. C’era una nigeriana immensa davanti a lui, dai seni giganteschi, decise di seguirla, sperando lo conducesse in qualche palazzo fatiscente infestato dalla nidiata straniera della sua razza perniciosa. Nella villa di Victorine ne aveva viste di tutti i colori, necrofilia, orge coi morti, scambi di corpi, sesso con fantasmi evocati attraverso il succubato (vedi Sangue e Violenza nella Cattedrale o semplicemente Violenza nella Cattedrale, il racconto circola con due titoli al fine di eludere la censura N.d.A.)
Ma nulla era paragonabile all’ebbrezza che provava in quel territorio pregno di energie primordiali, il ghetto era la sua riserva di caccia; d’altro canto aveva sempre amato le cose carnali e sanguigne se paragonate alle nefandezze esoteriche, pregne di stregoneria, tipiche della sua amica Victorine e della setta Satanica che era stato costretto a eliminare nella cattedrale poco più di un anno prima.
La negra dalle natiche gigantesche, come aveva immaginato, imboccò l’entrata di un vecchio palazzo dall’intonaco scrostato. Quei fianchi enormi riuscirono a stento a passare attraverso il portone.
Come un’ombra Gran Garrota seguì i suoi passi pesanti da pachiderma. Già sentiva nel palazzo gli odori nauseabondi di quei cibi esotici, pollame stantio e legumi sconosciuti bollivano in pentole incrostate, era ora di pranzo.
Ad attrarlo maggiormente però furono dei rumori nel sottoscala del palazzo, dove una stretta rampa conduceva agli scantinati. Era un misto di voci scimmiesche e uno strano tramestio. Allora Gran Garrota in un lampo fu sulle scale dov’era il donnone  nero, affondò il suo coltello nel fianco lardoso, era come immergere la lama nera in un panetto di burro, con la mano disarmata le tappò la bocca, lasciò momentaneamente la presa dal coltello, il tempo di scoprirle le natiche e liberare il proprio membro turgido e venoso, poi riafferrò il manico del pugnale servendosene come fosse un manubrio e affondò il proprio sesso, fino alla radice, tra le chiappone della matrona. Eiaculò in fretta, in una scarica violenta e brutale, nell’istante in cui lo stava facendo estrasse la lama dal fianco e la tuffò nella giugulare della donna rantolante, sgozzandola da dietro mentre la penetrava in spinte spasmodiche, riempiendola abbondantemente del proprio seme assassino.
Ripulì il coltello e il proprio glande con la veste di lei, lasciando il cadavere riverso in terra in una posa scomposta da burattino rotto. Solo allora discese le scale verso gli scantinati dove i rumori continuavano. Al fetore del palazzo intanto si univa il lezzo nefasto del sangue, dello sperma e della carne morta della donna di colore.
Aprì la porta che conduceva a una stretta galleria, lungo la quale ogni tanto spuntava qualche stanzetta di nuda pietra, dentro una di queste c’erano cinque uomini neri che stavano macellando una capra, erano tutti armati di minacciosi coltellacci e mannaie arrugginite. Il sangue dell’animale imbrattava il pavimento mescolandosi alla calce e alla polvere.
Uno di loro era alto più di due metri, guardò Gran Garrota con sguardo selvatico da scimmia impazzita e gli si avventò contro brandendo il coltellaccio.
Gran Garrota lo pugnalò in un occhio ma il gigante non frenò la sua furia scalfendo il braccio di colui che stava aggredendo, Garrota riuscì a sbatterlo di lato contro il muro menandogli altri due fendenti alla gola, ma intanto gli altri gli erano addosso. Lo ferirono profondamente alle braccia con le quali tentò di proteggersi, la sua giacca di cuoio spesso e duro aiutò ad attutire i danni dei tagli, ma il sangue sgorgò ugualmente a fiumi mescolandosi a quello del gigante africano che giaceva sgozzato in terra. Fortunatamente gli altri quattro uomini erano più piccoli e deboli. Gran Garrota riuscì a sbaragliarli servendosi di un tirapugni, fracassando crani e mascelle presto fu l’unico a rimanere in piedi, nonostante alcuni colpi di mannaia gli avessero sfregiato anche il volto che adesso pulsava emanando un calore malato e febbrile.
Si addentrò ancora di più negli scantinati fatiscenti ove non penetrava più la pallida luce del sole.
Sbucò in una grande sala in cui i nudi mattoni rossi senza intonaco divenivano meticci con la pietra grezza trasudante gocce d’umidità, l’aria pungeva i polmoni ed era quasi irrespirabile, contribuendo al malevolo pulsare delle sue ferite fresche. Incontrò una bella donna dalla pelle liscia e nera simile all’ebano di un pianoforte, era intenta a sgozzare un gallo nero circondata da un cerchio di candele, unica, flebile fonte di luce della stanza priva di finestre dall’aria rarefatta. Non appena il sangue del gallo sgorgò in terra Gran Garrota udì un gran trambusto alle sue spalle, come di convulsioni sul pavimento, rantoli, conati di vomito e ossa spezzate. Si voltò attendendo qualcosa di terribile, come gli suggeriva il suo intuito, infatti non si fece attendere il suono raggelante dello strisciare di passi confusi e asimmetrici, presto gli uomini che aveva ucciso poco prima, redivivi, si pararono dinnanzi a lui. 
Zombie dagli occhi bianchi come cataratte infernali, dementi, eppure risoluti e inesorabili, seppur lenti come carcasse mosse da languida vitalità.
Gran Garrota era un uomo d’istinto, non pensò, ma piuttosto che affrontare gli zombie preferì aggredire la negretta dai bei lineamenti e il corpo armonioso, infatti senza saperlo realmente aveva puntato direttamente all’interruttore legato a quelle abominevoli creature, tornate dalla morte grazie a un ancestrale, segreto e tribale rito di necromanzia. 

La colpì col tirapugni alla fronte crepandole il cranio, come se non bastasse lo shock di quel colpo che le aveva spento il cervello le infilò in un violento affondo il coltello in un padiglione auricolare, facendole sanguinare gli occhi, lacrime scarlatte che colarono lungo il suo volto contratto in una smorfia di dolore, serpeggiando fino al centro dei seni bruni. 
Quando la donna cadde in terra priva di vita spezzandosi le ginocchia nella caduta scomposta e incontrollata, fu seguita dai suoi fantocci, che tornarono nella loro natura di carne innocua e inanimata.
La puzza di sangue, animale e umano, in quell’ambiente umido pregno di muffa, divenne insopportabile. 
Gran Garrota ripercorse i suoi passi, tornò nell’androne del palazzo, dove ancora il cadavere della corpulenta negra che aveva violentato e trucidato giaceva sulle scale che portavano ai piani superiori. Poteva bruciare quel luogo dove albergava un male profondo, ma in fondo ci si era divertito come a un luna park, già sentiva un certo senso di malinconica nostalgia, avrebbe potuto pur sempre ritornarci.
Varcò il portone sgangherato del palazzo e si ritrovò investito dalla luce possente di pieno giorno, la strada secondaria dei bassifondi in quel quartiere malandato era deserta, dai molteplici angoli in ombra, immersa dal silenzio inquietante che regna in quella fase della giornata.
In fondo era ancora ora di pranzo.
Si incamminò verso la stazione, prese un autobus che lo avrebbe condotto in campagna, nella zona suburbana e isolata dove immersa da aceri rossastri sorgeva l’elegante Villa di Victorine, forse avrebbe fatto in tempo, nel tardo pomeriggio, a mangiare qualcosa di decente cucinato da mani bianche. 

Davide Giannicolo
Dedicato alla provocazione e alla realtà dei fatti.



lunedì 7 ottobre 2024

Immagini dal Ghetto

 


Il treno sferraglia sul ponte di fronte al balcone, inquieto ed inquietante il fantasma della carnalità resta immobile sui binari e fissa la donna dalla pelle ambrata nella casa fatiscente.



Denti bianchissimi addentano un frutto troppo acerbo, labbra grosse, laide, suggono il nettare come fosse sangue bianco.



Il fantasma del desiderio, immobile sui binari, estrae un membro liscio e inizia a carezzarlo; La scimmia glabra lo fissa, paralizzata, il frutto nelle mani, silenziosa sul balcone, la veste da casa stretta sui capezzoli turgidi e lunghi come dita.



Il treno che sferraglia nella giungla di cemento, non c’è un albero, sole artificiale, ratti nascosti, mattoni marci, pietre vetuste.

Il fantasma della carnalità sui ciottoli dei binari mentre il treno violenta il silenzio con scintille di metallo, eiacula.



Scene del ghetto, emulo di Masoch ma  più terra terra.

La vulva rossa della donna ha delle scosse, proprio come quelle provocate dal treno che sferraglia. La veste da casa scostata da mano tremante sua propria, adesso anche il suo frutto di carne, dall’acre odore esotico, produce un latte denso che cola lungo le cosce tozze. Dita che frugano irrequiete nel fradicio, luminoso, nerissimo pelo che sormonta la scarlatta bocca affamata e implorante.



Tremore, calore, fuoco nel ventre.

Orgasmo sul balcone nel deserto di cemento, non c’è un albero, non c’è un’anima, il treno si allontana, degrado, vergogna, tremore, sporcizia, bruciore tattile, ferita umida, spossatezza, appagamento, colpa, morte dei sensi, tristezza, olezzo di carne, pelle semisvelata.



Il fantasma della carnalità sorride, anche la scimmia glabra ricambia, masturbazione reciproca, platonica, corpi che vibrano e non si toccano in una magica stregoneria di lontananza. 



Tornerà il giorno dopo, proprio come il treno, in un gioco adulto di trasgressioni urbane e domestiche.

Lui prigioniero dei binari della stazione, lei incarcerata nella cadente casa serraglio dall’intonaco scrostato.

Il silenzio del primo pomeriggio uccide ogni cosa nel quartiere remoto.

Tutto è finito come le gocce viscose e luminescenti del desiderio.

Fino al prossimo treno.

Davide Giannicolo



martedì 30 gennaio 2024

Sinfonia del Ghetto

 


Sono risorto dal ghetto in sinfonia di p38.

Le mie armi da taglio, cicatrici d’orgoglio.

Son risorto dal ghetto, tragico rispetto.

Frantumi.

Ricordi.

Sevizie dell’anima.

Non sarò mai più lo stesso.

Davide Giannicolo


domenica 18 dicembre 2022

Terrore nei Bassifondi

 


Gran Garrota era stato invitato nella torre del campanile in cui abitava abusivamente il Canonico Dagger, prete scomunicato e gran maestro di una setta Satanica, per consumare la cena della vigilia di Natale tra le spesse mura medievali riscaldate da una stufa a legna. Altro ospite sarebbe stato lo stregone Fravaglio di Triglia, che si guadagnava da vivere con falsi oroscopi e imbrogliando mediante la cartomanzia. C’erano inoltre la monaca che aveva abbandonato i voti, grassa e possidente, condotta sulla cattiva strada dal Canonico Dagger e la ragazzina ululante, di cui si sapeva poco o niente, tranne il fatto che presenziava sempre alle messe nere del canonico standosene in disparte in un angolo e ululando di tanto in tanto.

Il campanile si trovava in campagna, ma Gran Garrota, che aveva lavorato in fabbrica fino al giorno prima, voleva scaldarsi in procinto della cena, sfogarsi un po’ e farsi qualche regalo di Natale. Allora uscì di casa nel primo pomeriggio, guidò fino alla fermata di un autobus che portava ai bassi fondi della città, dalla parte opposta in cui era atteso per il cenone, molte ore dopo. Occultò la macchina in una strada fuori mano e salì senza biglietto sulla corriera, voleva immergersi nell’atmosfera dei reietti sin da subito. Sul pullman c’era un miscuglio di varie razze, ispanici, africani, islamici provenienti da terre remote, Gran Garrota li osservava con la bava alla bocca come fossero dolci natalizi, gli piaceva immergersi nello squallore come il messia di  Lautrèamont che si distende nell’immondo giaciglio di un postribolo abbandonandovi un loquace capello dell’aurea chioma.

Dopo circa mezz’ora la corriera vomitò i passeggeri dall’acre afrore tra le strade fatiscenti della città attanagliata dal gelo. Garrota scese con loro, il freddo accarezzava il suo lungo cappotto di pelle nera, un colosso dal volto mezzo celato da una Coppola grigia, guanti neri di capretto, incedeva nelle strade puzzolenti in cui le varie etnie, per il giorno di festa già cucinavano immonde pietanze composte dalle più svariate spezie e carni di sconosciuti animali.

 Entrò nel negozio di un cinese, prese fascette, nastro isolante nero, ganci d’acciaio, schiuma da barba, rasoi di plastica da poco e una borsa in simil pelle nera attua a contenere il tutto. Violentò la brutta cassiera asiatica visto che il negozio era deserto, la sgozzò e la lasciò in un lago di sangue dietro al bancone. Portava sempre con sé un lungo e largo coltello da caccia a lama fissa per questo tipo di esperienze. 



Gli venne fame ed entrò in un piccolo, sudicio locale che vendeva kebab, si rinfrescò con una birra e ordinò un panino, lo consumò lentamente, osservando gli avventori slavi e arabi, cercando di scatenare una rissa. L’odore della cipolla cruda e il grasso crepitare di quella carne dalla provenienza sconosciuta che girava sullo spiedo verticale dinnanzi al fuoco lo eccitò ricordandogli un piccolo inferno medievale, così, non sapendo più resistere frantumò la bottiglia vuota sul cranio di un moldavo e infilò il collo tagliente della bottiglia rotta nella pancia di un marocchino. Li stese tutti, compreso il gestore del locale, rimpinzando le loro carni coi frammenti di vetro e quando non bastarono, li abbuffò con l’irremovibile, puro acciaio della lama.

Ormai si era fatto buio e la magia del Natale era ancora più inebriante. Voleva comprare delle anguille, da cuocere sulla brace avvolte in foglie di lauro, da portare al Canonico Dagger, sarebbero state deliziose, il solo pensiero gli infuse calore in quella serata gelida. 

Andò dal pescivendolo, un giovane bengalese gli stava facendo un lavoretto di bocca nel retro bottega, Fravaglio di Triglia avrebbe detto che il giovane garzone, pagato in nero e a pochi spiccioli, stava “pulendo il pesce” come da tradizione. L’omone inzaccherato di frattaglie ittiche spinse via il piccoletto bengalese lasciandolo con la bava alla bocca, si sistemò i calzoni e andò al bancone a servire il cliente. 

“Metti i guanti merda umana, voglio delle anguille vive della specie grande detta Capitone e ringrazia che non ti uccido, perché sei l’unico italiano che ho incontrato stasera!”

Comprò cinque bellissimi esemplari giganteschi, vivi si dibattevano nella busta di plastica puzzolente mista ad acqua dolce. Rivide in quella scena un nuovo, piccolo inferno medievale e si eccitò ancora.

Lì vicino abitava Sashi, un suo misero e sudicio collega della fabbrica, anche lui un ometto musulmano del Bangladesh come il tipetto di poco prima che arrotondava alla vigilia dal pescivendolo.

Sapeva dove viveva Sashi perché lo aveva già seguito una volta, incuriosito dalla nana scimmiesca di sua moglie, anche lei era stata assunta da poco nello squallido posto dove si guadagnava da vivere. Essendo islamici non avrebbero festeggiato il Natale, ci avrebbe pensato lui ad allestire un bel presepe poco prima del cenone. I regali che aveva preso dalla cinese erano per loro.

Varcò la soglia del vecchio, fatiscente palazzo dalle mura marce, scrostate, cadenti. L’androne puzzava di stufato speziato in un cimitero mediorientale a cielo aperto, carcassa di pollo macerata nella merda condita con coriandolo, curry e cipolla.

Scassinò la porta, con la grazia e il silenzio di un cigno nero, all’interno la puzza di spezie straniere lo invase ancora di più , trovò quasi subito, uno dopo l’altro due ragazzini adolescenti, li stonò di botte al volto, legandoli poi saldamente col nastro isolante. In cucina incontrò Sashi, lo riempì di schiaffi, di peso, senza che questi potesse opporre resistenza, lo schiantò su una sedia e immobilizzò anche lui sapientemente col nastro nero. Ora poteva dedicarsi completamente alla signora, che a quanto pare era in bagno. Fu presa dal terrore quando si trovò davanti al colosso, le afferrò la gola, la sollevò e con la mano libera le strappò di dosso il pigiama denudandola. Le strinse una fascetta al collo senza soffocarla ma provocandole dolore, una alle mani e una ai piedi fino a segnarle con strazio le carni. Le infilò un gancio in una guancia facendola sanguinare abbondantemente, sul seno e sul ventre ambrato e gonfio. L’altro gancio fu fissato alla fascetta che servì a issarla su un pensile della cucina tenendola sospesa come una martire. Sashi guardava tutto con terrore. Sua moglie era nuda, sospesa nel vuoto, mentre agitava le corte gambe, sanguinante. Un rigoglioso cespuglio di pelo nero le ricopriva il pube come un manto animalesco,

arrivando fino all’ombelico. Gran Garrota spruzzò abbondante schiuma da barba sul mantello ispido, con il rasoio dalla lametta poco affilata cominciò a depilare la donna, grattava senza grazia; un rumore simile a un rostro di cavalletta stuprava la stanza mentre il pelo veniva via e la donna ansimava, presto emersero tagli ed escoriazioni, la vagina della bengalese mussulmana appariva ormai glabra come quella di una bimba. Sashi si dibatteva, Garrota lo tramortì con un pugno in testa, la donna piangeva, gridava singhiozzando frasi di diniego e richieste di pietà, che non fecero altro che infervorare l’aguzzino.

Garrota liberò due anguille, grasse e viscide, della specie che lui preferiva, ne infilò una nella vagina gonfia e arrossata poiché  depilata di fresco e l’altra nella bocca della donna che si dibatteva. La lasciò così, stuprata da quei serpenti acquatici, legata su un gancio alla cucina.

“Si è fatto tardi, tornerò a incularti un’altro giorno!”

Gran Garrota si allontanò silenzioso, come un fantasma, per le scale nel suo nero cappotto, che pareva il mantello di Maldoror. Prese una corriera al volo, mentre ormai il gelo e le stelle volgevano verso la notte della natività. Solo pochi passanti si attardavano dirigendosi verso le calde dimore piene di parenti e amici. Tra le luminarie natalizie che salutavano il quartiere deserto, le finestre erano già  piene di luce e appannate dal vapore caldo della cena imminente, dietro i cui vetri si udiva il vibrare di risate e voci in festa.

Il pullman era vuoto, se lo immaginava guidato da un conducente dalla faccia di teschio, per le strade non c’era anima viva.

La corriera spettrale lo condusse in campagna, dove recuperò la sua automobile. Erano le otto di sera, abbastanza in orario, gli piaceva arrivare per ultimo quando era atteso.

Il campanile era maestoso, immerso nell’oscurità. Quando salì le scale nere e buie, percepì le voci di sopra e una tenue luce conviviale. Immenso fu il calore quando gli aprirono la porta, il profumo del buon cibo, il lucore della stanza antica, il tepore della stufa, la compagnia dei suoi simili.

“Ho portato dei capitoni, hai del lauro vero Dagger?”

Il padrone di casa annuì senza parlare.

L’ex monaca grassa già lo fissava con occhi famelici, mentre la ragazza ululante gli sorrideva con follia demente.

L’unico a parlare, già palesemente ubriaco e rosso in volto accanto al fuoco scoppiettante fu lo stregone Fravaglio di Triglia.

“Sei sempre l’ultimo Gran Garrota....puzzi di sangue, torture e ossa rotte come al solito!”


Davide Giannicolo


La torre del campanile e i personaggi al loro interno sono liberamente tratti dal romanzo “L’Abissodi J.K. Huysmans al quale l’autore porge un palese e grato omaggio. 

L’ambientazione razzista, il titolo e lo squallore sordido dei bassifondi sono un omaggio al racconto  “L’Orrore a Red Hook” di H.P. Lovecraft.

Il racconto è tra l’altro disseminato di tributi e omaggi al Conte di Lautrèamont.

Davide Giannicolo