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venerdì 14 agosto 2026

In Sanguine


Disponibile su Amazon sia in formato cartaceo che digitale il nuovo scritto Dark Fantasy di Davide Giannicolo:

In Sanguine

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Una storia violenta ambientata in un medioevo oscuro senza via di salvezza. Una tragedia sanguinosa colma di passioni pericolose, amori passionali e sanguigni. Tra cavalieri dal volto mai svelato,  affascinanti, fatali vampire e guerrieri barbarici assetati di sangue.


domenica 14 dicembre 2025

Necromanzia nel Ghetto

 

Il ghetto era molto antico, i suoi scantinati avevano visto i secoli e ne avevano anche l’odore. Ora era un coacervo di tutte le razze, persone provenienti da remote regioni dell’Africa e dell’Asia occupavano palazzi cadenti e popolavano quegli antichi scantinati, vagavano per scale silenziose, spacciando spezie e droghe, hashish e magia nera.

Gran Garrota amava bazzicare quei bassifondi in cerca di guai, anche se aveva ormai svariate denunce sulla testa a causa di queste sue violente gite nel ghetto, per non parlare dell’inimicizia di molte bande locali che non lo volevano lì intorno, dato che aveva mandato molti dei loro membri in ospedale. Era stanco di nascondersi però a casa della sua ricca e perversa amica Victorine, ed era scappato da quella prigione dorata in cerca di un pò d’azione scellerata dal sapore di kebab e spezie immonde.
Il ghetto lo attirava come una calamita, tornava sempre lì quando sentiva il bisogno di sfogare le sue pulsioni animalesche, gli piaceva essere attirato nella rete della malavita, fingersi una vittima e diventare un carnefice, o semplicemente essere un predatore tra i suoi simili, dato che ognuno in quei bassi fondi sembrava essere macchiato di una qualche forma di peccato. Calpestò un paio di tossici strafatti alla stazione camminandoci sopra con le suole pesanti dei suoi anfibi neri, li uccise entrambi spappolandogli le teste mentre erano stesi a terra privi di coscienza, nessuno se ne accorse e lui continuò a passeggiare con le mani in tasca. C’era una nigeriana immensa davanti a lui, dai seni giganteschi, decise di seguirla, sperando lo conducesse in qualche palazzo fatiscente infestato dalla nidiata straniera della sua razza perniciosa. Nella villa di Victorine ne aveva viste di tutti i colori, necrofilia, orge coi morti, scambi di corpi, sesso con fantasmi evocati attraverso il succubato (vedi Sangue e Violenza nella Cattedrale o semplicemente Violenza nella Cattedrale, il racconto circola con due titoli al fine di eludere la censura N.d.A.)
Ma nulla era paragonabile all’ebbrezza che provava in quel territorio pregno di energie primordiali, il ghetto era la sua riserva di caccia; d’altro canto aveva sempre amato le cose carnali e sanguigne se paragonate alle nefandezze esoteriche, pregne di stregoneria, tipiche della sua amica Victorine e della setta Satanica che era stato costretto a eliminare nella cattedrale poco più di un anno prima.
La negra dalle natiche gigantesche, come aveva immaginato, imboccò l’entrata di un vecchio palazzo dall’intonaco scrostato. Quei fianchi enormi riuscirono a stento a passare attraverso il portone.
Come un’ombra Gran Garrota seguì i suoi passi pesanti da pachiderma. Già sentiva nel palazzo gli odori nauseabondi di quei cibi esotici, pollame stantio e legumi sconosciuti bollivano in pentole incrostate, era ora di pranzo.
Ad attrarlo maggiormente però furono dei rumori nel sottoscala del palazzo, dove una stretta rampa conduceva agli scantinati. Era un misto di voci scimmiesche e uno strano tramestio. Allora Gran Garrota in un lampo fu sulle scale dov’era il donnone  nero, affondò il suo coltello nel fianco lardoso, era come immergere la lama nera in un panetto di burro, con la mano disarmata le tappò la bocca, lasciò momentaneamente la presa dal coltello, il tempo di scoprirle le natiche e liberare il proprio membro turgido e venoso, poi riafferrò il manico del pugnale servendosene come fosse un manubrio e affondò il proprio sesso, fino alla radice, tra le chiappone della matrona. Eiaculò in fretta, in una scarica violenta e brutale, nell’istante in cui lo stava facendo estrasse la lama dal fianco e la tuffò nella giugulare della donna rantolante, sgozzandola da dietro mentre la penetrava in spinte spasmodiche, riempiendola abbondantemente del proprio seme assassino.
Ripulì il coltello e il proprio glande con la veste di lei, lasciando il cadavere riverso in terra in una posa scomposta da burattino rotto. Solo allora discese le scale verso gli scantinati dove i rumori continuavano. Al fetore del palazzo intanto si univa il lezzo nefasto del sangue, dello sperma e della carne morta della donna di colore.
Aprì la porta che conduceva a una stretta galleria, lungo la quale ogni tanto spuntava qualche stanzetta di nuda pietra, dentro una di queste c’erano cinque uomini neri che stavano macellando una capra, erano tutti armati di minacciosi coltellacci e mannaie arrugginite. Il sangue dell’animale imbrattava il pavimento mescolandosi alla calce e alla polvere.
Uno di loro era alto più di due metri, guardò Gran Garrota con sguardo selvatico da scimmia impazzita e gli si avventò contro brandendo il coltellaccio.
Gran Garrota lo pugnalò in un occhio ma il gigante non frenò la sua furia scalfendo il braccio di colui che stava aggredendo, Garrota riuscì a sbatterlo di lato contro il muro menandogli altri due fendenti alla gola, ma intanto gli altri gli erano addosso. Lo ferirono profondamente alle braccia con le quali tentò di proteggersi, la sua giacca di cuoio spesso e duro aiutò ad attutire i danni dei tagli, ma il sangue sgorgò ugualmente a fiumi mescolandosi a quello del gigante africano che giaceva sgozzato in terra. Fortunatamente gli altri quattro uomini erano più piccoli e deboli. Gran Garrota riuscì a sbaragliarli servendosi di un tirapugni, fracassando crani e mascelle presto fu l’unico a rimanere in piedi, nonostante alcuni colpi di mannaia gli avessero sfregiato anche il volto che adesso pulsava emanando un calore malato e febbrile.
Si addentrò ancora di più negli scantinati fatiscenti ove non penetrava più la pallida luce del sole.
Sbucò in una grande sala in cui i nudi mattoni rossi senza intonaco divenivano meticci con la pietra grezza trasudante gocce d’umidità, l’aria pungeva i polmoni ed era quasi irrespirabile, contribuendo al malevolo pulsare delle sue ferite fresche. Incontrò una bella donna dalla pelle liscia e nera simile all’ebano di un pianoforte, era intenta a sgozzare un gallo nero circondata da un cerchio di candele, unica, flebile fonte di luce della stanza priva di finestre dall’aria rarefatta. Non appena il sangue del gallo sgorgò in terra Gran Garrota udì un gran trambusto alle sue spalle, come di convulsioni sul pavimento, rantoli, conati di vomito e ossa spezzate. Si voltò attendendo qualcosa di terribile, come gli suggeriva il suo intuito, infatti non si fece attendere il suono raggelante dello strisciare di passi confusi e asimmetrici, presto gli uomini che aveva ucciso poco prima, redivivi, si pararono dinnanzi a lui. 
Zombie dagli occhi bianchi come cataratte infernali, dementi, eppure risoluti e inesorabili, seppur lenti come carcasse mosse da languida vitalità.
Gran Garrota era un uomo d’istinto, non pensò, ma piuttosto che affrontare gli zombie preferì aggredire la negretta dai bei lineamenti e il corpo armonioso, infatti senza saperlo realmente aveva puntato direttamente all’interruttore legato a quelle abominevoli creature, tornate dalla morte grazie a un ancestrale, segreto e tribale rito di necromanzia. 

La colpì col tirapugni alla fronte crepandole il cranio, come se non bastasse lo shock di quel colpo che le aveva spento il cervello le infilò in un violento affondo il coltello in un padiglione auricolare, facendole sanguinare gli occhi, lacrime scarlatte che colarono lungo il suo volto contratto in una smorfia di dolore, serpeggiando fino al centro dei seni bruni. 
Quando la donna cadde in terra priva di vita spezzandosi le ginocchia nella caduta scomposta e incontrollata, fu seguita dai suoi fantocci, che tornarono nella loro natura di carne innocua e inanimata.
La puzza di sangue, animale e umano, in quell’ambiente umido pregno di muffa, divenne insopportabile. 
Gran Garrota ripercorse i suoi passi, tornò nell’androne del palazzo, dove ancora il cadavere della corpulenta negra che aveva violentato e trucidato giaceva sulle scale che portavano ai piani superiori. Poteva bruciare quel luogo dove albergava un male profondo, ma in fondo ci si era divertito come a un luna park, già sentiva un certo senso di malinconica nostalgia, avrebbe potuto pur sempre ritornarci.
Varcò il portone sgangherato del palazzo e si ritrovò investito dalla luce possente di pieno giorno, la strada secondaria dei bassifondi in quel quartiere malandato era deserta, dai molteplici angoli in ombra, immersa dal silenzio inquietante che regna in quella fase della giornata.
In fondo era ancora ora di pranzo.
Si incamminò verso la stazione, prese un autobus che lo avrebbe condotto in campagna, nella zona suburbana e isolata dove immersa da aceri rossastri sorgeva l’elegante Villa di Victorine, forse avrebbe fatto in tempo, nel tardo pomeriggio, a mangiare qualcosa di decente cucinato da mani bianche. 

Davide Giannicolo
Dedicato alla provocazione e alla realtà dei fatti.



domenica 24 agosto 2025

Notti

 




Il pingue nanetto si avviava verso l'automobile, faceva freddo, un’aria gelida tagliava le ossa cercando di cristallizzarne il midollo.
Eppure qualcosa scaldava il ventre del tizio, un coacervo di immagini non ancora disgregate dal sonno appena infranto.
Turni di notte, che noia, se non fosse per i piacevoli svaghi mai sopiti della propria mente, grovigli di speranze pornografiche represse, ragazze che a lavoro avrebbero sorriso, si sarebbero chinate, mostrando lembi di carne intravista e da scoprire, sobbalzi pettorali di grosse tette il cui pudore viene distratto dalla foga del lavoro.
Tutto ciò era per lui, uno spettacolo messo in piedi unicamente per il suo piacere, o almeno così lui credeva, quei pensieri erano indelebili come un impronta calcata nella sua mente masturbatorea.
Montò in macchina, una leggera erezione aveva vinto il freddo, pensò a dei nomi, nomi femminili, chi si sarebbe chinata per prima? A quale di quelle troiette avrebbe spiato per primo i glutei posti in bella mostra?
Il placido torpore svanì di colpo, vide solo un ombra, enorme, oscura come quella di un orso, che però pareva un lampo.
Il parabrezza della macchina si schiantò in mille pezzi, un oggetto contundente ci si era abbattuto sopra con pesantezza, penetrando nell'abitacolo e spappolando la mascella del passeggero.
Il terrore pompò il sangue a mille, adesso non si trattava più di torpore, bensì di fuoco, roghi di paura che infiammavano il corpo del masturbatore incallito.
Qualcuno aprì la portiera, un gigante o qualcosa di simile, la sua presenza era opprimente, incombeva asfissiando, così come il pregnante odore della pelle nera che aderiva alle sue braccia enormi.
Una mano inguantata, anch'essa ricoperta di cuoio, strinse la nuca grassoccia del tizio, il dolore alla mascella si stava assestando, cominciava a indurre lacrime copiose e conati di vomito.
Venne catapultato sull'asfalto, con la spinta di quell'unico arto che lo aveva afferrato, per terra, stordito ma terribilmente cosciente, il masturbatore potė vedere con chiarezza colui che gli stava innanzi.
Brandiva uno spadone, da usare a due mani a giudicar dall'impugnatura, ma lui la brandiva con dimestichezza con la mano libera, ostentò questo suo mesto potere, poi lentamente appoggiò la spessa lama, molto simile a una mazza di ferro, sulla propria spalla.
Il suo volto non era chiaro nella notte, pareva però pallido, cadaverico, eburneo come quello di uno spettro.
Il colosso issò lo spadone sulla propria testa, indugiò ammirando la paura sul volto della sua vittima, poi abbatté la lama sulla rotula, in un colpo secco e maestoso.
La lama non era affilata, era stata concepita più per spezzare che per7 tagliare, cosa che fece, la gamba si accartocciò sotto il colpo, nessuno, badava alle grida nel parcheggio inghiottito da sbuffi maligni di nebbia, i grilli frinivano, reclamando il sangue in una macabra canzone dedicata alle tenebre.
Lo spadone cadde poi nuovamente sulla schiena dell'uomo rannicchiato sull'asfalto, che pensò bene di fingersi morto dopo quel colpo che forse lo aveva paralizzato per sempre.
Ma udì il clangore del ferro abbandonato con violenza sul cofano della sua automobile, allora aprì gli occhi, ma no, il gigante non stava andando via, srotolò una catena, lunga quanto una delle sue gambe.
Cominciò a farla roteare in aria, quel sibilo era agghiacciante, più volte, le maglie d'acciaio si schiantarono contro quegli esterrefatti sopraccigli che spaccandosi miserevolmente aprirono i getti fascinosi di fontane di sangue.
"La tua bocca è spaccata e non puoi parlare, i tuoi arti spezzati e non puoi muoverti, i tuoi occhi sono sfondati e non puoi guardare..."
Il gigante gettò in terra la catena, accanto al corpo contorto, mugolante e orribilmente contuso, l'uomo trasalì nell'udire quel suono, ma allo stesso tempo un pesante calcio fracassò il suo timpano, e i suoni circostanti non divennero altro che dolore.
Qualcosa poi gli spezzò le mani, forse la spada-bastone, poiché era quello il violentissimo stile del colpo.
"Le tue orecchie non possono udire né le tue mani toccare..."
La bestia era su di lui, in piedi, con uno scarpone a far pressione contro la sua guancia tumefatta.
"Ma vedi, anche in queste condizioni tu sei ripugnante e affatto innocuo agli occhi della giustizia del nostro creatore..."
Spinse ancora di più lo scarpone, sembrava che il cervello dovesse esplodere dalle orecchie e dagli occhi.
"Poiché è la tua mente, la tua anima, queste due cose inscindibili dal corpo, sono queste due cose a renderti sporco e spregevole."
Il piede venne sollevato, ricadde giù con violenza, ed il cranio si spappolò emettendo un sinistro scricchiolio.
Quello che restò sull'asfalto, non era che una parvenza umana, un pezzo di carne smembrato, devastato, semplicemente sfasciato con brutale criterio di logica folle.
"Ringraziami porco, poiché ben più furioso, può essere l'occhio di Dio!"
Igor Vetusta si allontanò dal parcheggio, aveva raschiato via il male dal mondo, anche quella notte.

Davide Giannicolo

Dedicato ai parcheggi isolati nottetempo.

domenica 13 aprile 2025

Cessi Pubblici(Sordida Babele)

 

Nella sordida Babele putrescente, un negro si filma l’uccello disgustoso menandoselo in un cesso pubblico, sorretto da sinfonie d’olezzo di piscio e peli di cazzo.

Poco più in là, all’aria aperta, una bionda baldracca dalle adipose natiche stropicciate fa jogging, vendendo tacitamente il suo culo allo sguardo di tutti, come fosse un suino ricoperto di mosche esposto al mercato.

Carne malata, eppure comprata, meglio la morte o questa vita infetta?

Insetti sconosciuti scavano nelle carogne, deponendovi larve pulsanti impazienti di diffondere il morbo.

Il sole grigio, ricoperto da nubi eterne, fomenta funghi mefitici dai tentacoli blu.

Un Dio deforme discende da piramidi interstellari ed estraendo un membro viscoso sguainato da aliene carni obese, eiacula sul sesso perduto d’una sacerdotessa umana, pronta a barattare le sorti del mondo con un tetro, inutile potere che ubriaca unicamente di boria.

Meglio la morte o l’agonia di tutto ciò che un tempo rifulgeva di bellezza?

Una scolopendra enorme, lunga più di un uomo adulto, se ne sta immobile sul muro di mattonelle dell’orinatoio, gustandosi l’umidità e il fetore indugiando cullata dal più incomprensibile e disagevole nulla.

Il negro nel cesso pubblico eiacula e scrive sulla parete bisunta la parola “Bitch ass”.

Le sue mani sono ancora imbrattate di sperma quando gli sparo un intero caricatore nel petto, nella testa e nel cazzo, spappolandolo, ho comprato una pistola a 100 euro da mano ai pakistani alla stazione, chissà quanti morti avrà già alle spalle questo attrezzo di morte.

Voglio ritardare la venuta del Dio deforme, allora sparo anche nelle natiche stropicciate di quella che fa jogging.

Oscuri serial Killer portano a volte il giusto nelle strade sudice di Babele venendo fraintesi e alcuni pakistani vendono pistole.

La stazione è il cuore pulsante dello squallore, il muro irto d’erbacce dai gialli fiori malevoli, il ventre del cane randagio disseminato di tumori, la discarica a cielo aperto, collezione di squallori, il luogo nefasto ove opera il pazzo Gran Garrota.

Davide Giannicolo 



domenica 18 agosto 2024

Penelope Scarlatta



Macinatore, grattugia arrugginita, ossa e carne, onore distorto, vendetta. Penelope decomposta, Penelope Zombie, lutulenta puttana, catacomba, ritorno, violenza.
Membro di ferro, punizione, estorsione, puntualizzazione, marchio, feticcio.
Penelope assassinata, guanto di ferro, spada, usurpatore legittimo, violenza, sogno rosso come la porpora di ogni ferita, la porpora dei tuoi deliranti vestimenti in un’alba attorniata da onirici cadaveri.
Ritorno, lama, supremazia, atto dispotico, l’usurpatore Lotofago percosso, sanguinante, strisciante ai miei piedi.
Penelope: cazzo nel culo un’ultima volta; sotto il sigillo della mia forza, sotto la morsa della mia presa d’acciaio, tagliola anale di Pancrazio dominante. Non dibatterti Penelope morta: cazzo nel culo un’ultima volta, squartata come un animale al macello, immobilizzata, esposta con le natiche dilatate al massimo da una forza distruttiva pregna di rancore tradito, come hai potuto dimenticare? Questi Proci a banchettare nel mio talamo, il sudore della mia fronte, tutto il cazzo che mi hai rotto ora te lo sbatto nella faccia.
Come hai potuto dimenticare la furia della mia spada? La funesta cupezza della mia ira? Pensavi davvero di poter dormire tranquilli sonni col tenero mollusco sopito tra le tue mani?
Ti repelleva il tocco della mia callosa mano di guerriero, che adesso ti schiaffeggia le molli natiche fino a spaccarti le carni aprendo fontane di sangue.
Vendetta,
Vendetta,
Rancore.
Ridammi ogni mio sogno, ridammi la realtà della mia camera da letto.
Sono tornato e ho con me un vello purpureo, ho ucciso Argo a calci e messo in ginocchio il tuo nuovo me.
Estorsione uccide la mia antica eleganza, sputerò sulla tua vagina, usurpatore Lotofago sconfitto, inerme, implorante, piagnucolante, che cazzo ci fa qui un Lotofago? Come è arrivato dai meandri della sua isola remota fino agli anfratti della prigionia che ti avevo imposto, a frugare convulso nella tua vulva pulsante come un granchio impazzito in una buca? 
Anfibio nero nel muso, denti rotti, danni ingenti, voglio i soldi e la tua carne, non sono Ulisse ma un Lestrigone pazzo fuoriuscito da una realtà distorta, piscerò nella tua faccia dopo averla sfregiata. 
Specchio in frantumi, calma, sperma, respiri profondi, sangue, guanti neri carezzano il corpo violato di Penelope risorta, umiliata, nuovamente marchiata, purificata. Anfibi calpestano i cocci e i detriti dell’atto cruento di innata violenza, usurpatore Lotofago percosso, strisciante, mugghiante. Nuova vita, sperma e sangue versato, nuove certezze, una nuova alba lontano dalla morte, poiché ove v’è dolore e sangue v’è assenza di morte e la realtà è costretta a inginocchiarsi d’innanzi all’atto.
Mutandine nere slargate da mani tozze, ano dilatato a forza, peli pubici intrisi di sperma, stoffa filiforme spostata di fianco su una natica percossa e violacea, inghiottita dalla carne, ti fotto con addosso le mutande a filo come facevo un tempo, ricordi il suono del campanello che ti faceva tanto ridere? Perché adesso piangi? Eppure sei umida, non dirmi che non stai godendo.
Il Re Teschio, impresso sul possente braccio della violenza, si allontana barcollando, ubriaco di tenebre ed espulso furore.
Sul pavimento distesa in posa di sfinito abbandono solo una puttana stuprata e un povero illuso picchiato gravemente, sperma, sangue e i cocci di vetro di uno specchio infranto.

Davide Giannicolo

domenica 18 dicembre 2022

Terrore nei Bassifondi

 


Gran Garrota era stato invitato nella torre del campanile in cui abitava abusivamente il Canonico Dagger, prete scomunicato e gran maestro di una setta Satanica, per consumare la cena della vigilia di Natale tra le spesse mura medievali riscaldate da una stufa a legna. Altro ospite sarebbe stato lo stregone Fravaglio di Triglia, che si guadagnava da vivere con falsi oroscopi e imbrogliando mediante la cartomanzia. C’erano inoltre la monaca che aveva abbandonato i voti, grassa e possidente, condotta sulla cattiva strada dal Canonico Dagger e la ragazzina ululante, di cui si sapeva poco o niente, tranne il fatto che presenziava sempre alle messe nere del canonico standosene in disparte in un angolo e ululando di tanto in tanto.

Il campanile si trovava in campagna, ma Gran Garrota, che aveva lavorato in fabbrica fino al giorno prima, voleva scaldarsi in procinto della cena, sfogarsi un po’ e farsi qualche regalo di Natale. Allora uscì di casa nel primo pomeriggio, guidò fino alla fermata di un autobus che portava ai bassi fondi della città, dalla parte opposta in cui era atteso per il cenone, molte ore dopo. Occultò la macchina in una strada fuori mano e salì senza biglietto sulla corriera, voleva immergersi nell’atmosfera dei reietti sin da subito. Sul pullman c’era un miscuglio di varie razze, ispanici, africani, islamici provenienti da terre remote, Gran Garrota li osservava con la bava alla bocca come fossero dolci natalizi, gli piaceva immergersi nello squallore come il messia di  Lautrèamont che si distende nell’immondo giaciglio di un postribolo abbandonandovi un loquace capello dell’aurea chioma.

Dopo circa mezz’ora la corriera vomitò i passeggeri dall’acre afrore tra le strade fatiscenti della città attanagliata dal gelo. Garrota scese con loro, il freddo accarezzava il suo lungo cappotto di pelle nera, un colosso dal volto mezzo celato da una Coppola grigia, guanti neri di capretto, incedeva nelle strade puzzolenti in cui le varie etnie, per il giorno di festa già cucinavano immonde pietanze composte dalle più svariate spezie e carni di sconosciuti animali.

 Entrò nel negozio di un cinese, prese fascette, nastro isolante nero, ganci d’acciaio, schiuma da barba, rasoi di plastica da poco e una borsa in simil pelle nera attua a contenere il tutto. Violentò la brutta cassiera asiatica visto che il negozio era deserto, la sgozzò e la lasciò in un lago di sangue dietro al bancone. Portava sempre con sé un lungo e largo coltello da caccia a lama fissa per questo tipo di esperienze. 



Gli venne fame ed entrò in un piccolo, sudicio locale che vendeva kebab, si rinfrescò con una birra e ordinò un panino, lo consumò lentamente, osservando gli avventori slavi e arabi, cercando di scatenare una rissa. L’odore della cipolla cruda e il grasso crepitare di quella carne dalla provenienza sconosciuta che girava sullo spiedo verticale dinnanzi al fuoco lo eccitò ricordandogli un piccolo inferno medievale, così, non sapendo più resistere frantumò la bottiglia vuota sul cranio di un moldavo e infilò il collo tagliente della bottiglia rotta nella pancia di un marocchino. Li stese tutti, compreso il gestore del locale, rimpinzando le loro carni coi frammenti di vetro e quando non bastarono, li abbuffò con l’irremovibile, puro acciaio della lama.

Ormai si era fatto buio e la magia del Natale era ancora più inebriante. Voleva comprare delle anguille, da cuocere sulla brace avvolte in foglie di lauro, da portare al Canonico Dagger, sarebbero state deliziose, il solo pensiero gli infuse calore in quella serata gelida. 

Andò dal pescivendolo, un giovane bengalese gli stava facendo un lavoretto di bocca nel retro bottega, Fravaglio di Triglia avrebbe detto che il giovane garzone, pagato in nero e a pochi spiccioli, stava “pulendo il pesce” come da tradizione. L’omone inzaccherato di frattaglie ittiche spinse via il piccoletto bengalese lasciandolo con la bava alla bocca, si sistemò i calzoni e andò al bancone a servire il cliente. 

“Metti i guanti merda umana, voglio delle anguille vive della specie grande detta Capitone e ringrazia che non ti uccido, perché sei l’unico italiano che ho incontrato stasera!”

Comprò cinque bellissimi esemplari giganteschi, vivi si dibattevano nella busta di plastica puzzolente mista ad acqua dolce. Rivide in quella scena un nuovo, piccolo inferno medievale e si eccitò ancora.

Lì vicino abitava Sashi, un suo misero e sudicio collega della fabbrica, anche lui un ometto musulmano del Bangladesh come il tipetto di poco prima che arrotondava alla vigilia dal pescivendolo.

Sapeva dove viveva Sashi perché lo aveva già seguito una volta, incuriosito dalla nana scimmiesca di sua moglie, anche lei era stata assunta da poco nello squallido posto dove si guadagnava da vivere. Essendo islamici non avrebbero festeggiato il Natale, ci avrebbe pensato lui ad allestire un bel presepe poco prima del cenone. I regali che aveva preso dalla cinese erano per loro.

Varcò la soglia del vecchio, fatiscente palazzo dalle mura marce, scrostate, cadenti. L’androne puzzava di stufato speziato in un cimitero mediorientale a cielo aperto, carcassa di pollo macerata nella merda condita con coriandolo, curry e cipolla.

Scassinò la porta, con la grazia e il silenzio di un cigno nero, all’interno la puzza di spezie straniere lo invase ancora di più , trovò quasi subito, uno dopo l’altro due ragazzini adolescenti, li stonò di botte al volto, legandoli poi saldamente col nastro isolante. In cucina incontrò Sashi, lo riempì di schiaffi, di peso, senza che questi potesse opporre resistenza, lo schiantò su una sedia e immobilizzò anche lui sapientemente col nastro nero. Ora poteva dedicarsi completamente alla signora, che a quanto pare era in bagno. Fu presa dal terrore quando si trovò davanti al colosso, le afferrò la gola, la sollevò e con la mano libera le strappò di dosso il pigiama denudandola. Le strinse una fascetta al collo senza soffocarla ma provocandole dolore, una alle mani e una ai piedi fino a segnarle con strazio le carni. Le infilò un gancio in una guancia facendola sanguinare abbondantemente, sul seno e sul ventre ambrato e gonfio. L’altro gancio fu fissato alla fascetta che servì a issarla su un pensile della cucina tenendola sospesa come una martire. Sashi guardava tutto con terrore. Sua moglie era nuda, sospesa nel vuoto, mentre agitava le corte gambe, sanguinante. Un rigoglioso cespuglio di pelo nero le ricopriva il pube come un manto animalesco,

arrivando fino all’ombelico. Gran Garrota spruzzò abbondante schiuma da barba sul mantello ispido, con il rasoio dalla lametta poco affilata cominciò a depilare la donna, grattava senza grazia; un rumore simile a un rostro di cavalletta stuprava la stanza mentre il pelo veniva via e la donna ansimava, presto emersero tagli ed escoriazioni, la vagina della bengalese mussulmana appariva ormai glabra come quella di una bimba. Sashi si dibatteva, Garrota lo tramortì con un pugno in testa, la donna piangeva, gridava singhiozzando frasi di diniego e richieste di pietà, che non fecero altro che infervorare l’aguzzino.

Garrota liberò due anguille, grasse e viscide, della specie che lui preferiva, ne infilò una nella vagina gonfia e arrossata poiché  depilata di fresco e l’altra nella bocca della donna che si dibatteva. La lasciò così, stuprata da quei serpenti acquatici, legata su un gancio alla cucina.

“Si è fatto tardi, tornerò a incularti un’altro giorno!”

Gran Garrota si allontanò silenzioso, come un fantasma, per le scale nel suo nero cappotto, che pareva il mantello di Maldoror. Prese una corriera al volo, mentre ormai il gelo e le stelle volgevano verso la notte della natività. Solo pochi passanti si attardavano dirigendosi verso le calde dimore piene di parenti e amici. Tra le luminarie natalizie che salutavano il quartiere deserto, le finestre erano già  piene di luce e appannate dal vapore caldo della cena imminente, dietro i cui vetri si udiva il vibrare di risate e voci in festa.

Il pullman era vuoto, se lo immaginava guidato da un conducente dalla faccia di teschio, per le strade non c’era anima viva.

La corriera spettrale lo condusse in campagna, dove recuperò la sua automobile. Erano le otto di sera, abbastanza in orario, gli piaceva arrivare per ultimo quando era atteso.

Il campanile era maestoso, immerso nell’oscurità. Quando salì le scale nere e buie, percepì le voci di sopra e una tenue luce conviviale. Immenso fu il calore quando gli aprirono la porta, il profumo del buon cibo, il lucore della stanza antica, il tepore della stufa, la compagnia dei suoi simili.

“Ho portato dei capitoni, hai del lauro vero Dagger?”

Il padrone di casa annuì senza parlare.

L’ex monaca grassa già lo fissava con occhi famelici, mentre la ragazza ululante gli sorrideva con follia demente.

L’unico a parlare, già palesemente ubriaco e rosso in volto accanto al fuoco scoppiettante fu lo stregone Fravaglio di Triglia.

“Sei sempre l’ultimo Gran Garrota....puzzi di sangue, torture e ossa rotte come al solito!”


Davide Giannicolo


La torre del campanile e i personaggi al loro interno sono liberamente tratti dal romanzo “L’Abisso” di J.K. Huysmans al quale l’autore porge un palese e grato omaggio. 

L’ambientazione razzista, il titolo e lo squallore sordido dei bassifondi sono un omaggio al racconto  “L’Orrore a Red Hook” di H.P. Lovecraft.

Il racconto è tra l’altro disseminato di tributi e omaggi al Conte di Lautrèamont.

Davide Giannicolo


martedì 1 novembre 2022

007 Licenza Licenziosa


Lo scrittore Salvatore Conte con cui ho collaborato varie volte mi ha proposto di cimentarmi in un racconto con James Bond come protagonista in una situazione porno, mi è sembrata una buona idea mettere nei guai l’agente segreto britannico che non mi è mai stato simpatico, troppo lontano dalla notturna brutalità dei miei eroi.

L’immagine qui presentata è di Proprietà del suddetto Conte è gentilmente concessa dal suo sito QueenDido.
La protagonista femminile del racconto, ritratta in questa foto è la maggiorata dal seno naturale, nota pornostar Kelly Madison, vi invito a visitare www.queendido.org di Conte per ricercare le altre nostre collaborazioni passate e chissà future.





Sono un agente segreto, un uomo dalle mille risorse, eppure mi sono perso in  
quest’aeroporto, da quando stamattina il pelato mi ha condotto qui, solito stronzo antipatico, ennesimo agente che vuole scavalcarmi ed ereditare i miei meriti, col suo cappotto nero e lungo fuori moda. Mi ha dato poche informazioni criptiche e indecifrabili, una borsa di cui non conosco il contenuto e poi è sparito. Da allora vago in questi corridoi, non so se sia passato un giorno o un ora, nessun rumore, nessuna presenza, niente, sembra un sogno inquietante. Apro porte sempre più vecchie che non c’entrano tanto con un aeroporto, sembrano più appartenere a una scuola anni ‘70. Le stanze sono buie e fatiscenti, prive di mobili, abbandonate. Cerco di tornare indietro ma lo scenario intorno a me non cambia, ormai il calvo è andato via da troppo tempo, inutile chiamare disperatamente il suo nome, anche se non è da me. Mi decido e apro la borsa che mi ha dato, anche se il piano era di consegnarla all’uomo che mi attendeva al volo prestabilito. Nella borsa ci sono chincaglierie antiche, una tiara che sembra d’oro, qualche monile. Richiudo tutto, possibile che il calvo mi abbia fottuto?
Comincio a sudare freddo quando noto un buco nel muro, grande come la mia testa, possibile che prima non lo avessi visto? Sembrava essere apparso da un momento all’altro. Una luce intensa proviene da quell’apertura, come di mezzogiorno nel deserto. Titubando mi avvicino e do una sbirciata,  inizialmente i miei occhi sono abbagliati dal sole, poi una volta abituati vedo qualcosa di assolutamente folle. Innanzitutto il sole sembra innaturale, offuscato da un cielo malvagio è assolutamente lontano, sotto impera un deserto, di fronte a me una titanica parete piena di nicchie, come quelle degli altopiani della  Mesopotamia. Ero entrato in un aeroporto a Roma e adesso mi trovavo in chissà quale deserto di Babilonia?
Una mano mi spinse da dietro, il muro fradicio si sfondò e caddi nella sabbia malvagia del deserto.

Una donna mi sveglia a calci, calza dei sandali, una tunica bianca le copre a stento due seni giganteschi, attempata, per giunta occidentale, sembra americana.
Da quel momento mi sveglio da un viaggio lisergico:

“Ciao agente 007, io sono Kelly, faresti meglio ad alzarti in piedi e seguirmi!”

Lo feci a fatica, studiai la donna, era praticamente nuda sotto la tunica. I capezzoli erano grossi come due dita, un gran puttanone su un altopiano della Mesopotamia....

“Mi avete drogato non è vero? Scommetto che è stato il pelato!”

“Oh ti riferisci a quello che ti ha portato qui? È morto poco fa tra te mie cosce!”
 
Tra le sue cosce? Ma chi cazzo era questa? 

Aveva già preso la borsa, mi condusse a calci in una caverna vicina, lì dentro mi aspettavano nanetti deformi dall’aspetto siriano, saltellavano qua e là contenti di vedermi, mi legarono con catene pesanti, dall’apparenza secolare, fisse nella pietra della caverna, mi strapparono i vestiti di dosso, era brutta la sanzione delle mie chiappe contro la nuda pietra, rappresentava a pieno la situazione.
La donna apparse, completamente nuda, tranne che per la tiara e i monili che aveva preso dalla borsa. I nanetti le saltellavano intorno arrapati come degli ossessi, qualcuno si eiaculò sui piedi senza nemmeno toccarsi. Mi si avvicinò sculettando sinuosa, il suo sesso peloso emanava l’acre odore di una belva, mi incise il petto con una delle sue lunghe unghie color oro, il sangue cominciò a scorrere copioso imbrattandomi il cazzo, era proprio quello che voleva, poiché si inginocchiò e cominciò a succhiarmelo, tutto insanguinato com’era, come una vampira assatanata. Quando fu bello duro lo afferrò fra le mani, con un piede premuto contro la parete è una mano alla catena si arrampicò su di me, se lo infilò fino alla radice, sembrava che volesse ficcarsi dentro anche le palle, cominciò a montarmi freneticamente, con veemenza selvaggia, espulsi il mio sperma dentro di lei, forse sarei stato padre anch’io di uno di quei mostruosi nanetti, fu un godimento doloroso, bestiale, sembrava che il mio pene fosse divorato da quella vulva mostruosa e non potesse mai più uscirvi, almeno non integro. Pareva che quella fica fosse lì per mangiarlo, triturarlo, spappolarlo.

Mi baciò sulle labbra, eravamo sudati e spossati.

“Lieta che sia sopravvissuto Signor Bond, una donna come me, nella situazione demoniaca profondamente legata ai culti antichi, ha bisogno dei servigi di un uomo come lei, in quest’epoca turbolenta, sempre che lei voglia sopravvivere!”

Cosa mi restava da fare se non accettare?

Davide Giannicolo

mercoledì 19 ottobre 2022

1997

 


I Lanzichenecchi del mio tempo si erano trasformati in guerrieri urbani, vestiti di pelle, borchie e catene, storditi da canne di fumo.

Pronti ad andare in contro alla morte in uno scontro su un autobus notturno o sui binari di un treno metropolitano che sarebbe arrivato solo all’alba, perforando la notte, per salir sul quale, naturalmente, non avevano (avevamo) pagato il biglietto.

Nessuna ferita sulla pelle, nessuna contusione, avrebbe causato effetto su quei corpi nichilisti. Solo onore e bottiglioni di vino rosso da smaltire, insieme al dolore orgoglioso della lotta corpo a corpo.

Nulla ad ammansirli, tranne l’inebriante profumo della notte che come un fantasma aleggia anche nei più squallidi anfratti della metropoli impazzita.

Davide Giannicolo

venerdì 11 marzo 2022

Tradizione



Tradizional reazione di un nobile cuore

all’offesa s’oppone con la lama.

Avi d’un antico tempo

poco tolleranti verso oltraggio alcuno,

dimorano ancora,

fervidi e palpitanti,

mai sopiti, 

dentro me.

Davide Giannicolo

sabato 26 settembre 2020

Evil Bokken Capitolo Ottavo: Una Morte violenta

 


Delle sagome scure entrarono nell’edificio cadente, avevano delle torce elettriche e armi da fuoco puntate nella direzione in cui facevano luce. Illuminarono dopo poco il corpo di Miura straziato, accoltellato a morte prima del loro avvento, la ragazza non era riuscita a sopravvivere come sperava il suo aguzzino, allora preso dal rancore l’aveva pugnalata più e più volte fino a renderla irriconoscibile.

Evil Bokken uscì immediatamente allo scoperto, incedendo lentamente dall’oscurità verso le luci elettriche che puntavano tutte verso il corpo della donna ormai spirata.

“Spero non sia stata la ragazza di nessuno di voi, in fondo è stato un vostro regalo, e io ne ho fatto l’uso che più ritenevo giusto, d’altronde, se qualcuno ha qualcosa da ridire...”

Nessuno fiatò mentre il folle ghignava soddisfatto cercando provocazione, un attimo dopo le torce furono offuscate da una sagoma enorme che entrava nella stanza fatiscente, un uomo gigantesco con in mano una spada lunghissima sulla cui lama spiccavano due punte laterali, uno spadone spezzalance, di mole immensa come colui che lo portava, il famigerato Asso Di Spade.

Filippo Vadi in un suo manuale di scherma diceva di tale arma che andava usata o in battaglia o in strada, nel medioevo, da solo contro tanti, come una grande galea contro piccole, fastidiose imbarcazioni. Nella battaglia di Lepanto Antonio Canale con quest’arma fece strage di turchi sul ponte di una nave Veneziana mutilandone a frotte con movimenti sapienti e tenendogli testa da solo. Era questa l’arma destinata a sopprimere un cane randagio come Evil Bokken. Un’esecuzione maestosa, come se egli fosse un orda e non un uomo solo, dunque onorevole, destinata a dargli un nome anche da morto. Un arma che doveva sottolineare la potenza della sapienza marziale italiana contro le stronzate giapponesi dei cartoni animati; principalmente, divertente a pensarsi, era proprio quella la premura del tradizionalista boss Fuocoefiamme.

“Avete portato un gigante e un enorme pezzo di ferro, bene, niente pallottole, volete un incontro.”

Non ci fu risposta, la massa enorme scattò in avanti, travolgente come la corsa di un rinoceronte, falciò un colpo dal basso verso l’alto, un sottano, in gergo schermistico medievale. Evil Bokken provò a parare ma la spada di legno si frantumò in mille pagliuzze e il suo corpo travolto dall’impatto venne catapultato all’indietro. Si schiantò con la schiena contro il muro con in mano solo il manico del Bokken disintegrato, sentì presto un calore disagevole all’inguine. La lama gli aveva reciso i testicoli, che già stavano sanguinando copiosamente, quando se ne rese conto avvertì nausea e stordimento, il cuore accelerò le sue pulsazioni, la testa faceva un gran male.

“Direi che sei finito, con un solo colpo, coglione!”

Fuocoefiamme si accese una sigaretta avvicinandosi al gigante che impugnava lo spadone, immobile, in una postura tramandata nei secoli.

“Decapitalo Asso Di Spade, e andiamocene tutti a casa, domani questo deficiente sarà solo una macchia  su questa parete di merda!”

Fuocoefiamme accennò una risata che venne immediatamente messa a tacere, in un istante fulmineo Evil Bokken era scattato e gli aveva piantato un coltello tra le costole.

Seguirono un paio di spari, che colpirono l’aggressore alle spalle.

“Voi mi fraintendete, credete che abbia uno stile o una disciplina da difendere, state facendo un gran casino...vedete...ho perso il duello ma ho spappolato il fegato del vostro stronzetto che vi paga lo stipendio.”

Evil Bokken e Fuocoefiamme erano a terra, il sangue scuro di entrambi, mal illuminato, si mescolava sul pavimento pieno di polvere e detriti in una scena dal lirico squallore.

“Questo figlio di puttana ha ancora la forza di parlare, e voi stronzi, vi ho detto che non volevo sparatorie né pallottole...”

Con un filo di voce, Evil Bokken sussurrò in risposta all’uomo a cui aveva appena pugnalato il costato:

“Anche tu come me, a quanto pare, sei caduto con un colpo solo, c’è sempre quindi un figlio di puttana più forte di te in giro da qualche parte, vero grande capo?”

La lama oblunga dello spadone si abbatté sul collo del farneticante Evil Bokken azzittendo prepotentemente il suo delirio, la testa venne recisa di netto rotolando accanto a Fuocoefiamme, che sveniva soddisfatto e sorridente.

Asso di Spade aveva compiuto il suo dovere, come al solito, era stata una lotta facile ed impari, forse un giorno avrebbe trovato anche lui un degno avversario, uno in grado di fargli sputare sangue, ma ormai, la ruggine cominciava a disseminare saggezza sulla sua lama.

Fuocoefiamme sputava materia organica:

“Sbrigatevi, portatemi dal dottor Azzeccagarbugli, se no nessuno pagherà questa cazzo di serata di merda, seppellite la puttana e mettete la testa di questo figlio di puttana su un palo fuori al tribunale, che tutti vedano che giustizia é stata fatta, in quanto a te Asso di Spade, potevi coprirmi meglio, i riflessi ti si stanno rallentando, ma è uguale, fa parte del mestiere, ti darò talmente tanti soldi che la spada te la fai d’oro...ora...da Azzeccagarbugli a farmi ricucire...presto...prestoooooo....”

Le schegge del Bokken infranto dall’acciaio di Asso Di Spade rimasero a marcire in quel posto dimenticato. Miura fu seppellita poco distante e la sua macchina bruciata. Fuocoefiamme rischiò la morte come già successo altre volte, ma sopravvisse e malconcio, pochi giorni dopo, rimirò la testa del teppista marcire in pieno centro senza che nessuno la toccasse, non riuscendo a impedire che questi però, pur essendo morto, diventasse una leggenda. Tutti in città, maneggiando un coltello o un arma da taglio, non potevano fare a meno di pensare al grande, unico, folle e senza scrupoli Evil Bokken.

Davide Giannicolo

Fine



venerdì 2 dicembre 2011

Il Ragazzo e la Svastica in Catene


Scese dall’autobus penitenziario con dignità regale, aveva tatuati su gran parte del corpo i suoi pensieri, poiché il pensiero era la sua chiave distintiva, il pensiero che si fonde all’azione. Questo binomio era ciò che rappresentava per lui l’esistere secondo una logica eccelsa.
Se l’uomo riesce a fondere l’azione con il pensiero allora renderà l’umana razza l’ultimo stadio di un’ era, e si sa essere gli ultimi stadi è importante, l’ultimo è la fine, è l’ultimo invitato quello più atteso.
Doveva scontare sei mesi, aveva percosso un grosso uomo di colore con una tenaglia. Lo sventurato era quasi morto, il ragazzo bianco era però incensurato.
Incensurato per modo di dire, due anni prima aveva sfasciato la casa di una ragazza e aveva picchiato a morte, a mani nude lei e il suo amante, anche quella volta l’uomo era nero, però riguardo questi accadimenti nulla la legge aveva scoperto.
A quei fatti stava pensando nell’istante in cui entrò nel carcere, a quel giorno di due anni prima in cui il suo odio s’era acceso.
Quando egli stava salendo le scale che portavano alla porta di Greta e carpì un gemito, poi un altro, poi un altro ancora.
Fu preso dal pensiero di Greta che scopava con qualcuno, ma quasi ci scherzava su; poi quel gemito riapparve fra i sensibilissimi padiglioni auricolari dell’ormai quasi iracondo giovane, quei gemiti venivano proprio dalla porta di lei.
Si liberò del giaccone di pelle e apparvero nude le sue braccia a testimoniare il furore, forse infondato, quelle braccia erano gonfie di rabbia e sospetto. Indossava una maglietta stretta, di quelle con le maniche tagliate, l’aderenza di quel tessuto lo stava opprimendo.
Fin che non sfondò la porta con un paio di calci anfibiati, al di là di essa vi era la troia: bionda, candida come un boccone di neve, era nuda e in ginocchio sul pavimento dell’ingresso, in piedi d’innanzi a lei vi era un negro che con un orribile membro le carezzava le guance e la bocca, mediante un ignominioso glande marrone scuro intento a sborrarle in faccia, con lo sdegno d’una cavalletta che mangia la carcassa di un cavallo bianco; lei glie lo teneva fra le mani, e tutto ciò per il ragazzo fu quantomeno traumatico, specie per il fatto che i due sembravano non aver badato allo sfondamento della porta.
Il negro sembrava disinvoltissimo, ma presto ebbe un calcio in petto, poi infiniti altri, il ragazzo gli mise il capo in terra per poi schiacciarlo con il ginocchio una ventina di volte, poi lo sollevò artigliandolo per le orecchie fino a farlo sanguinare e lo fracassò contro una parete attrezzata.
Greta appariva scioccata , nuda, patetica, sporca di sperma.
Ci sorrideva su il giovane, che intanto entrava in cella, con lui c’era un vecchio tatuatissimo, pensava al fatto che magari lei era stata più turbata dalla sua reazione violenta che dall’esecrabilità dell’atto che lei aveva commesso.
Greta finì molto male, percossa con tavoli, sedie e suppellettili vari, sollevata di peso e scagliata nel muro più volte, poi impalata sui piedi del tavolo.
Greta era straniera, erano in un luogo balneare e fu facile per lui, profondamente turbato, partirvene il giorno dopo.
Di rado pensava a macabri dettagli tipo il corpo opulento di Greta impalato a morte ma comunque pervaso da una certa sensualità. Il ragazzo non era uno psicopatico, forse però lo stava divenendo.

Il vecchio tatuato della cella entrò nel raggio del suo chiaro, seppur cupo e assorto sguardo.
“Perché sei qui ragazzo?”
“Perché non riesco a fare qualcosa di più gotico.”
Il vecchio non comprese, il giovane con quella frase voleva intendere di essere meno violentemente nazi e un po’ più elegantemente attaccato alla vita.
“Che hai fatto? Quello volevo dire!”
“Ho quasi ucciso un nero!”
“E perché?”
“Perché quel grosso maiale era nudo e sudato a fottersi una tipa di diciassette anni massimo, non so se lei era d’accordo, sembrava di sì, dovevi vederli, sudata carne ondeggiante dinnanzi a me che lavoro spaccandomi il culo per essere un ingranaggio di una società del cazzo, fanculo!
Gli ho detto che se un bianco scopa una nera è perversione, se un nero scopa una bianca è ignominia, gli ho dato dell’animale, il grosso coglione con il cazzo da fuori voleva aggredirmi, mi faceva schifo toccare quello schifo in erezione, così ho preso una tenaglia e l’ho spappolato, l’ho sfondato fin quando non è arrivata la madre della puttanella che mi ha anche ringraziato.”
Notò che il vecchio si stava masturbando, forse la storia lo aveva eccitato, aveva infatti tatuati un gruppo di uomini che stuprano e torturano un paio di donzelle, c’era da immaginarsi il tipo. Non vi era differenza tra l’atto deplorevole d’un uomo bianco o di uno nero, questo il ragazzo lo sapeva, lo sapeva bene.

Scrisse a sua Madre:
 
Mandami qualche libro di Filosofia mamma, te ne prego.

 SCRITTO DA:
DAVIDE GIANNICOLO

giovedì 1 dicembre 2011

Ragazze difficili

  



La lettera era stata portata da una impaurita stronzetta neutrale, era una sfida, per quello stesso pomeriggio, alle tre, dietro i garage di un condominio come da consuetudine, così che il silenzio della solitudine estiva avrebbe contornato la violenza della lotta.
Rebecca era arrabbiata, Giulia le aveva soffiato il ragazzo proprio il giorno prima, ma era solo la goccia che aveva fatto traboccare il vaso, i due gruppi si odiavano da tempo, bisognava attestare chi erano le più toste della scuola, se le Velvet Blades o le Satan’s Folowers.

Giulia apparteneva alle Velevet, sapeva di non poter vincere in un corpo a corpo contro Rebecca, era una cicciona Rebecca, la schiena enorme, le mani cattive, pensare che aveva solo 12 anni come lei.
Ma anche Giulia aveva la sua cicciona nel gruppo, Monica, solo lei poteva battere Rebecca, se le erano sempre date di santa ragione da quando erano alle elementari, non si era mai capito chi delle due era la più forte.
In un duello dunque Giulia non aveva possibilità, a meno che non avesse avuto un arma, ma sapeva che anche se formalmente la lettera faceva pensare a un duello, le sfide dietro ai garage, nel primo pomeriggio, erano sempre uno scontro tra i due schieramenti, sarebbero arrivate tutte con la voglia di menare le mani, era rissa, e nessuno poteva tirarsi indietro.

“Allora? Cosa facciamo?” Chiese Monica rileggendo la lettera.
“Cosa vuoi che facciamo? Dobbiamo accettare, è arrivato il momento di dargliele a quelle troie!”
Giulia giocava a fare la cattiva, ma le tremavano le gambe.
“Le ragazze stanno già facendo qualche arma rudimentale, bastoni con chiodi, bottiglie, qualche coltello, lamette, catene!”
Nicoletta si fece avanti, voleva essere la leader da tempo, e adesso approfittava della tensione.
“E’ tutta colpa tua Giulia, è perché sei una troia e la dai a chiunque, tra un po’ suona l’ultima ora, e questo pomeriggio, con questo caldo, ci toccherà sfregiarci a sangue per farti tenere il manzo?”
Giulia sbadigliò con finta disinvoltura:
“Sei libera di non venire Nicole, nessuno qui ti sta obbligando, loro cercano solo una scusa, vogliono lo scontro da mesi, sei della banda, e sicuro te la faranno pagare in cortile!”



Da lontano una ragazza apparentemente innocua le osservava, La Regina la chiamavano, faceva paura a tutti, eppure aveva un aspetto così dolce, era ricchissima, sempre vestita come una bambola, gli occhi turchesi e i boccoli biondi, la mattina la accompagnava a scuola un autista, una macchina nera, enorme.
La Regina non apparteneva a nessuna gang, non guardava nemmeno di sbieco i ragazzi che facevano impazzire le altre, i suoi abiti erano costosi, i suoi profumi, perfino il suo modo di parlare, tutto era superiore.
Perché tutti temevano la Regina? Perché era estremamente perversa, diabolica, subdola, vendicativa.
Nicole l’aveva vista un giorno sventrare un gatto e affondare le manine rosa nelle sue viscere, la regina credeva di essere inosservata, ma quando aveva notato Nicole, s’era voltata con disinvoltura, l’aveva guardata sorridendo, senza estrarre le mani dallo stomaco del gatto, quegli occhi erano gelidi, satanici, adulti, avevano inchiodato Nicole, un infinita malignità traspariva da quello sguardo apparentemente soave, una luce malsana, sanguinaria, era un avviso, “Ti sembra una cosa strana? A me piace, sono il male, per questo stammi lontana!”
Questo dicevano chiaramente lo sguardo ed il sorriso inquietante dell’algida Regina alta un metro e cinquanta.
Sembrava divertita dall’imminente sfida, amava il sangue quella piccola bambola, e soprattutto amava la paura di quelle loro compagne Punk, che ostentavano tanta aggressività per piacere ai maschi ma che adesso se la facevano nelle mutandine colorate.

“Parla piano, di quella lì non mi fido, di sicuro verrà a vederci scannare tra di noi mangiando zucchero filato come fosse al cinema!”
Disse Nicole.
Giulia si sedette sul banco, era sottile, piccolina, lei e Nicole sembravano gemelle, solo che una Giulia era bionda e Nicole nera come l’ala di un corvo.
“Quanto vorrei avere una pistola, le metterei tutte a sedere da sola!”
Disse Giulia sbuffando.
“Potremmo dirlo ai maschi, risolverebbero tutto!”
Mara aveva osato fare questa proposta.
“Sei pazza? Che figura ci faremmo?” Ribatté la taurina Monica, “dobbiamo affrontarle, e schiacciarle una volta per tutte”.
La regina non la smetteva di sorridere, tutte si chiedevano cosa balenasse nella sua testa da psicopatica.


I garage condominiali erano luoghi perfetti per gli scontri tra bande di ragazzini, posti circoscritti dai quali non si può scappare, silenziosi, dove si aggiravano spettri pomeridiani fatti di silenzio e solitudine.
Pochi anni prima, le ragazze bambine, ci giocavano a palla a volo, o scrivevano i loro nomi uniti a quelli delle amichette del cuore, adesso qualcuna di loro ci perdeva la verginità, almeno quella orale, adesso erano luoghi di scontri, di sesso, di sangue.
Si erano viste tutte insieme a casa di Mara, lei viveva in campagna, era nel suo capanno che erano custodite le armi: catene, due coltelli, un bastone con chiodi arrugginiti e una vanga che solo Monica riusciva a sollevare a giusto modo, ma sapevano che Rebecca l’obesa Dark si era sempre vantata di possedere un pugno di ferro, con il quale aveva rotto la mascella di una di classe sua, Rebecca la tettona maledetta, che a dodici anni le aveva già grosse come le loro madri.


Adesso le ragazze avanzavano sul grigio asfalto dei garage, il sole pomeridiano arrivava solo parzialmente a illuminarle, li regnava l’ombra, e le loro carni surriscaldate dalla calura ora erano percorse dai brividi, era la tensione dello scontro, la trepidanza della lotta, tutto era silenzio, la poesia dei garage condominiali, gli spettri di un sole pallido, il tintinnare delle catene che violava il silenzio, tutto era perfetto.
Le Satan’s Flowers le stavano aspettando, erano in dieci, le Velvet Blades avevano raccolto chiunque fosse stato disponibile a menare le mani, erano in otto, ma con loro c’erano campagnole terribili e cattive, ragazze selvagge abituate a far partorire cavalli e che già si facevano scopare nei campi dai cugini maggiori, avrebbero maciullato la faccia della tettona dark come fosse burro!

“Satana ci guida miei fiori velenosi, il diavolo ci illumina, le sbudelleremo in suo onore queste troie!”
Urlò Rebecca quando loro furono abbastanza vicine da sentirla.
Giulia sorrise fingendosi rilassata, stringeva nella piccola mano ossuta un coltello arrugginito:
“Il Black Metal ti ha rincoglionita cicciona!”
Erano schierati orizzontalmente, una gang di fronte all’altra, bambini dal trucco pesante con abiti Punk e Dark, armati di spranghe, catene e approssimati pugni di ferro ricavati da ferri da stiro, aculei di fortuna, catene di biciclette, palette da giardino, bottiglie.

Seguì un urlo selvaggio, e lo scontro ebbe inizio, una rissa furente, le campagnole erano terribili, picchiavano con crudeltà disumana le finte ribelli, il sangue zampillava contro le serrande imbrattandole, si udivano tonfi, grida, legno marcio che si spezzava sulla carne, ciuffi di capelli strappati dolorosamente, il suono dei corpi che si infrangeva rumorosamente contro le saracinesche metalliche.

Rebecca si era subito lanciata su Giulia, era feroce la grassona, voleva menomarla seriamente, ma Monica si frappose fra loro due, le mollò una badilata sulla faccia, la Dark fu intontita dal colpo, vacillò all’indietro, allora Monica incalzò dandole un nuovo colpo in un fianco, Rebecca si piegò, in quell’istante Giulia le saltò addossò accoltellandola a una gamba, la lama penetrò per metà, una Satan’s Flower mollò una catenata sul volto di Giulia spaccandole il volto a metà, il sangue era caldo, e fluiva copiosamente, il garage non era più silenzioso, grida e singhiozzi di ira o pietà infuriavano rimbombando nel condominio, le due leader caddero una accanto all’altra, sanguinanti, semicoscienti.
Monica intanto veniva frustata con la catena di colei che aveva messo fuori combattimento Giulia, le maglie di ferro le avevano sbucciato le nocche costringendola a mollare il badile, un colpo di catena sul sopracciglio la mise a sedere in terra, anche Marta era fuori combattimento, aveva preso un paio di calci al ventre e adesso preferiva starsene ferma sul pavimento mentre osservava i piedi della gente lottare e quasi calpestarla, ma qualcuno di tanto in tanto infieriva su di lei credendola svenuta, allora le arrivavano colpi di mazza sulla schiena o bottigliate nei fianchi.

Nicole si rese conto di essere sola con le campagnole, agitando la lama alla cieca tentava di tenere lontane le tre ragazze che le lanciavano pietre e bottiglie addosso incalzandola, presto però le furono addosso, la bloccarono con la schiena sul freddo asfalto dei garage, fu allora che tutto si fermò e divenne silenzioso, si udì un ringhio, un abbaiare tonante, e il ticchettio delle unghie di un grosso cane che avanzava sul pavimento.
“Toglietevi di mezzo, andate via, tutte, o sciolgo Fenrir e vi faccio sbranare!”


Era la Regina, elegantissima come al solito, con un cappottino di velluto nero nonostante la calura di inizio estate, le calze bianche e le lucide scarpette da bambola, era così gelida da doversi coprire anche in estate, per questo la gente pensava fosse un cadavere, nessuno aveva mai visto i suoi genitori, qualcuno credeva fossero vampiri.
Avanzava sorridendo, il solito sorriso diabolico e perverso di chi è sereno e totalmente pazzo, aveva al guinzaglio un cane enorme, avrebbe potuto scaraventarla al suolo in qualsiasi momento, ma il molosso ubbidiva con mansueta riverenza ai comandi della ragazzina che le arrivava al garrese.

Tutte scapparono in un lampo, il cane guardava le ragazzine correre restando calmo, negli occhi però, si scorgevano scintillii di violenza mal contenuta, avrebbe insomma affilato volentieri le proprie zanne su quelle piccole ossa.
Nicole fece per alzarsi, era rimasta da sola con la Regina, e la cosa la inquietava non poco, specie se la perversa compagna era accompagnata da quel cane mostruoso.
“Tu no, tu resta qui ancora un po’ Nicoletta!”
La Regina le sorrise, e a Nicole si sciolsero le viscere, cosa voleva da lei? Sistemare la faccenda del gatto?
“Sono venuta a posta per te, non mi interessava niente di quelle poveracce, ma non credere che ti abbia salvata con disinteresse!”
Gli occhi azzurri della bambola inquietante si illuminarono, il sorriso da automa continuava ad allargarsi inquietantemente sul suo volto.
“Tu mi piaci Nicoletta, e adesso sei mia, vuoi?”
A Nicole si strinse la gola, come quando nei sogni si vuole urlare ma non si riesce.
“Verrai tutti i giorni da me, dopo scuola, studieremo insieme, lascerai la gang, staremo sempre insieme, sai, mi sento così sola!”
Il cane si era seduto, era alto come la Regina, entrambi apparivano come figure partorite da un incubo grottesco.
“E ci baceremo, e tu frugherai dentro me, e mi accarezzerai, proprio qui…”
La piccola manina rosea indicò il basso ventre.
“Sarai la mia migliore amica, la mia ragazza, il mio giocattolo, me lo devi Nicoletta, ti ho salvata, ma non avrei sopportato che quelle luride avessero sfregiato il tuo bel visino!”
La regina si avvicinò a Nicole e le carezzò il volto, poi le baciò una guancia, soavemente.
“Mi piaci molto, hai una pelle così liscia, mi bacerai vero? Mi bacerai tutto il giorno e non sarò più sola, saremo buone amiche, berremo il tè e ci accarezzeremo, vuoi?”
La regina era ripetitiva, sembrava un Robot, o una bambola parlante che conosce solo pochi termini, cosa poteva risponderle Nicole, che pensò:
“Questa ha qualche ritardo, perciò è così fuori!”
Ma disse:
“Si, voglio!”
E la Regina rise, felicissima, come una bambina molto più piccola di quello che lei era, una bambina che ha ricevuto uno splendido regalo.
“Allora a domani Nicoletta, dopo scuola, pranzerai da me, dillo a tua madre, e staremo insieme tutto il giorno, mi bacerai, mi accarezzerai, proprio qui, sai, è molto bello, mi piaci molto tu, moltissimo, credo proprio di amarti sai? Siamo amiche adesso non è vero Nicoletta? E lo saremo per sempre vero? Starai sempre con me? Non mi lascerai mai vero?”
Nicole era ancora seduta per terra, una ragazzina molto carina dalla pelle ambrata e punte di seni appena sbocciati.
“Si a domani Regina!”
La regina andò via, era piccolissima, molto goffa nel camminare, il cane la seguiva pigramente, si voltò a pochi passi da Nicole guardandola di sbieco, gli occhi turchesi, felici, estremamente satanici, pareva una bambina posseduta.
“Non provare a non venire Nicoletta…ti voglio bene e adesso sei mia!”
Era chiaro, doveva andarci, tutti i giorni, per tutta la vita.

©Davide Giannicolo