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sabato 28 febbraio 2026

Farfalla di Ferro

 


Farfalla di ferro

Con ali taglienti

Mi ferisce il cervello.                                              

                                  Davide Giannicolo

domenica 18 agosto 2024

Penelope Scarlatta



Macinatore, grattugia arrugginita, ossa e carne, onore distorto, vendetta. Penelope decomposta, Penelope Zombie, lutulenta puttana, catacomba, ritorno, violenza.
Membro di ferro, punizione, estorsione, puntualizzazione, marchio, feticcio.
Penelope assassinata, guanto di ferro, spada, usurpatore legittimo, violenza, sogno rosso come la porpora di ogni ferita, la porpora dei tuoi deliranti vestimenti in un’alba attorniata da onirici cadaveri.
Ritorno, lama, supremazia, atto dispotico, l’usurpatore Lotofago percosso, sanguinante, strisciante ai miei piedi.
Penelope: cazzo nel culo un’ultima volta; sotto il sigillo della mia forza, sotto la morsa della mia presa d’acciaio, tagliola anale di Pancrazio dominante. Non dibatterti Penelope morta: cazzo nel culo un’ultima volta, squartata come un animale al macello, immobilizzata, esposta con le natiche dilatate al massimo da una forza distruttiva pregna di rancore tradito, come hai potuto dimenticare? Questi Proci a banchettare nel mio talamo, il sudore della mia fronte, tutto il cazzo che mi hai rotto ora te lo sbatto nella faccia.
Come hai potuto dimenticare la furia della mia spada? La funesta cupezza della mia ira? Pensavi davvero di poter dormire tranquilli sonni col tenero mollusco sopito tra le tue mani?
Ti repelleva il tocco della mia callosa mano di guerriero, che adesso ti schiaffeggia le molli natiche fino a spaccarti le carni aprendo fontane di sangue.
Vendetta,
Vendetta,
Rancore.
Ridammi ogni mio sogno, ridammi la realtà della mia camera da letto.
Sono tornato e ho con me un vello purpureo, ho ucciso Argo a calci e messo in ginocchio il tuo nuovo me.
Estorsione uccide la mia antica eleganza, sputerò sulla tua vagina, usurpatore Lotofago sconfitto, inerme, implorante, piagnucolante, che cazzo ci fa qui un Lotofago? Come è arrivato dai meandri della sua isola remota fino agli anfratti della prigionia che ti avevo imposto, a frugare convulso nella tua vulva pulsante come un granchio impazzito in una buca? 
Anfibio nero nel muso, denti rotti, danni ingenti, voglio i soldi e la tua carne, non sono Ulisse ma un Lestrigone pazzo fuoriuscito da una realtà distorta, piscerò nella tua faccia dopo averla sfregiata. 
Specchio in frantumi, calma, sperma, respiri profondi, sangue, guanti neri carezzano il corpo violato di Penelope risorta, umiliata, nuovamente marchiata, purificata. Anfibi calpestano i cocci e i detriti dell’atto cruento di innata violenza, usurpatore Lotofago percosso, strisciante, mugghiante. Nuova vita, sperma e sangue versato, nuove certezze, una nuova alba lontano dalla morte, poiché ove v’è dolore e sangue v’è assenza di morte e la realtà è costretta a inginocchiarsi d’innanzi all’atto.
Mutandine nere slargate da mani tozze, ano dilatato a forza, peli pubici intrisi di sperma, stoffa filiforme spostata di fianco su una natica percossa e violacea, inghiottita dalla carne, ti fotto con addosso le mutande a filo come facevo un tempo, ricordi il suono del campanello che ti faceva tanto ridere? Perché adesso piangi? Eppure sei umida, non dirmi che non stai godendo.
Il Re Teschio, impresso sul possente braccio della violenza, si allontana barcollando, ubriaco di tenebre ed espulso furore.
Sul pavimento distesa in posa di sfinito abbandono solo una puttana stuprata e un povero illuso picchiato gravemente, sperma, sangue e i cocci di vetro di uno specchio infranto.

Davide Giannicolo

domenica 6 novembre 2022

Volcidor: Manipolazione di organi genitali



Esperimento sonoro con basso distorto, effetti, voce e testo di Davide Giannicolo. 
Violenza verbale, nichilismo ed estremismo a tutto tondo per ubriachezza e cimiteri notturni.
Nelle informazioni del video troverete testo e altre curiosità.

lunedì 11 giugno 2012

Deicidio, il poema dell'ascesa, canto III


La strada era lunga,
i cadaveri molti,
Deicidio si nutriva delle loro carni.

Poi un caverna,
l’antro della follia,
Deicidio vi entrò.

Follia era in ginocchio,
nuda bellezza distorta,
cicatrici segnavano una pelle che mai conobbe il liscio velluto
che almeno Deicidio aveva provato.

“Contiamo le nostre cicatrici donna?”
Non si aspettava risposte,
era tempo che non credeva più alle risposte.
Ma Follia aveva più cicatrici di lui,
Questo bastò ad infastidirlo.

Una risata agghiacciante,
e quel corpo decadente, bello e scheletrico,
finalmente dimostrò d’esser dotato di languide movenze.

In ginocchio follia fissava Deicidio,
occhi vitrei,
le sue costole sembravano un’armatura ;
nulla è ciò che sembra,
banale ma vero,
in parte
solo in parte.

“Ti uccido!”
Follia parlò,
un’altra donna,
tutte così belle.
Nella sua immobilità, il demone chiamato Follia
Innervosì Deicidio,
che le sfondò le costole con un calcio,
non  era un armatura,
nulla è ciò che sembra,
la banalità a volte è così potente.

Follia sorrise,
ma non era innamorata,
il sangue bagnava le sue stupende labbra disidratate e spaccate.
Poi s’alzò,
e mille violini suonarono.

Deicidio danzò con Follia,
ipnotizzato da quell’oscurità fu vulnerabile,
e Follia accoltellò la schiena del ribelle,
sorrideva Follia,
danzava bene.

Ma Deicidio sin da bambino aveva conosciuto le carezze della lama,
lui che si strappò il cuore per non amare.

Follia,
che ormai amava Deicidio,
 fermò i violini,
una nuova danza:
l’estasi dell’amplesso,
il corpo scheletrico e i seni cadenti di lei si mossero agili sul maestoso viandante.
Poi ella abbandonò il suo amante.
“Và, io non ti fermerò.”

Deicidio aveva nuove cicatrici,
questa volta il loro sapore era estremamente dolce.
Lode a Follia,
bellissima e pazza.
Una risata riecheggiò nella caverna,
una risata terminante in un pianto,
singhiozzi che accompagnarono Deicidio lungo il suo cammino.
Lode a Follia,
bellissima e pazza.
 
                           Davide Giannicolo

giovedì 1 dicembre 2011

La salvezza dell'orco

La salvezza dell’orco
Di Davide Giannicolo


Non voleva dormire mai, la dolce Rebecca, mai, e non capivo perché. Quando mi comandavano di somministrarle dei tranquillanti, per lo più Tavor, io entravo nella sua stanza, o forse sarebbe più appropriato dire cella, e la osservavo lungamente cercando il suo segreto, la sua nascosta angoscia, ma lei non mi parlava, mi guardava coi suoi occhi da bimba ed io puntualmente cedevo, li prendevo io i suoi Tavor, perché al contrario di lei  volevo dormire, i miei incubi erano fisici e tangibili, il mio orrore era la vita.
Lo capivo dal suo sguardo che mi era grata, e non vi era nulla che potesse riempirmi di più di quella maliarda purezza proveniente dall’oblio della pazzia, non vi era dubbio, era inutile negarlo, Rebecca era la mia preferita.
Era bruna, allucinata e magra come uno sciacallo, ma io che la conoscevo bene la ingannevole magia delle donne, riuscivo a scorgere ciò che si celava sotto le sue fisiche spoglie, la sua fragilità mi avviluppava come un tenue bagliore su acque metafisiche, Rebecca proveniva dallo stesso luogo da cui venivo io, dalla sconfinata landa del dolore.
Così lei mi affascinava con la stessa malia con la quale una bimba sedurrebbe un orco, un orco che ormai pensa d’esser perso e fottuto quando d’un tratto arriva il nitore, la pura essenza dell’innocenza e lo prende per mano affinché non sia più solo.
Lavoravo in quel manicomio da sei anni, tutte le ospiti erano donne ed io le avevo possedute quasi tutte, alcune le violentavo indisturbato nottetempo costringendole al mio abominio carnale, coprendo con il mio peso di gigante le loro urla e qualsiasi loro resistenza. Per questo queste pazienti mi chiamavano l’orco, perché nonostante la maledizione del loro stato erano costrette ai miei abusi e al mio dominio.
Altre si concedevano a me spontaneamente, di solito erano quelle più estreme, quelle che vivevano nel baratro del delirio più inimmaginabile, a volte era inquietante scoparle, come scopare mostri provenienti da sataniche e remote regioni psicologiche.
Ma Rebecca non l’avevo mai toccata, mi infastidiva il solo pensiero di sporcarla con il mio tocco, Rebecca era un angelo, avrebbe potuto chiedermi qualunque cosa, il fatto è che non parlava mai, né mangiava, né dormiva, semplicemente gettava lontano il suo poetico sguardo in una catalessi mistica.
A volte la fissavo per ore, non dovevo preoccuparmi del parere degli altri inservienti, nessuno mi parlava, tutti mi temevano poiché immaginavano che fossi coinvolto in fatti foschi, qualcuno diceva che ero un criminale in latitanza, altri che ero semplicemente un folle.
Quando accadeva che salvassi Rebecca dal sonno sottraendole gli psicofarmaci, lei mi concedeva di carezzarla per un po’, il tocco della sua fronte e del suo crine m’inducevano alle lacrime, quanto era bella Rebecca.
Così la accarezzavo con lene gentilezza, come fossi un leggero e soave soffio sul suo volto, e in realtà era questo quello che ero, ero il suo abbraccio etereo e sempiterno, ero il guerriero della sua salvezza, il platonico suo volo verso la notte.


                                                                        II
Stavo cominciando a fare troppo abuso di psicofarmaci, a volte li mescolavo all’alcol e mi smarrivo in allucinate visioni. Scorgevo pavoni vomitarmi sangue addosso, granchi con femminee teste tarparmi i genitali, ormai l’oblio delle droghe non poteva più salvarmi, cominciavo a capire che solo Rebecca poteva, solo lei avrebbe compreso la follia della mia solitudine.
Quando ero a casa pensavo a lei di continuo, il mio desiderio carnale era sparito e infatti non violavo più le pazienti, fantasticavo sul fatto di star mutando in un angelo, o forse in un torvo, blasfemo demone.
Una sera andai all’ospedale quando non ero di turno, il guardiano mi guardò di sbieco ma non osò dirmi nulla.
Andai fino alla stanza di Rebecca, e vi era un’inserviente che lottava per somministrarle i farmaci.
Spalancai la porta con impeto e fissai l’uomo grosso quanto me, tatuato, galeotto come minimo anche lui, si, perché in realtà in carcere ci sono stato anch’io, violenza su minori, lesioni, e percosse, qualcuno dice tentato omicidio, ma in realtà avevo solo tentato di insegnare ad una troietta minorenne quanto preziosa fosse la purezza e l’innocenza che lei dissacrava di continuo.
In ogni modo fissai il tipo, Rebecca mi guardò con quella sua riconoscenza che era ormai l’unico motore del mio esistere.
“Lascia faccio io!” dissi al tipo.
“E perché mai, guarda che non sei nemmeno di turno, tanto lo so che ci vuoi fare con questa qui, e fai bene, è carina la puttanella, ma stasera tocca a me.”
Così dicendo le prese il mento fra le dita con fare laido che mi infiammò il petto d’un indicibile rabbia che trovò sfogo in un istintiva reazione.
Gli afferrai il braccio e glie lo ruppi con soddisfazione appagante, avrei voluto ucciderlo, prendergli la testa e farla svanire in una crema di sangue percuotendola contro la parete.
“Questa è una paziente molto particolare con la quale non dovrai mai più interagire, non so se hai mai provato prima a toccarla ma adesso sai che se lo farai ti infilerò nel colon l’impossibile,hai capito?”
Il tipo non rispondeva, si lamentava del braccio rotto.
“HO DETTO HAI CAPITO!!???!”
“Si, si, ho capito.” Disse lui patetico.
Così lo mandai via a calci in culo, anche se avesse parlato, neanche il direttore avrebbe osato rimproverarmi,  sapeva bene che coi pazzi io ci sapevo fare più di chiunque altro.
Guardai Rebecca, e lei ricambiò il mio sguardo,  ancora la sua riconoscenza mi strinse il cuore come fosse filo spinato.
Inghiottii i suoi farmaci, poi le sorrisi.
“A domani Rebecca”.
Dissi in fine,e andai via verso la mia pesante solitudine.
                                                                         
                                                                                III

Avevo il suo volto smarrito tatuato nell’anima, ormai lavoravo sempre perché non potevo starle lontano, ma per forza dovevo rispettare alcuni turni,  mi angosciava il pensiero di Rebecca toccata da altri, ma soprattutto ero spaventato dal fatto che se si fosse addormentata non si sarebbe più risvegliata, e allora io avrei amato un cadavere.
Una mattina mentre giravo per i corridoi della clinica, Regina, una vecchia monaca impazzita mi venne incontro, Regina era inquietante, sembrava un manichino fatto di cartapesta.
“Gigante, io conosco il tuo segreto amore, e conosco anche il segreto di lei!” ella mi disse, poi proseguì:
“Rebecca non dorme perché teme le ombre, troppe ombre l’hanno lambita nella notte, tu puoi salvarla e così facendo salvare te stesso, perché lo so che in fondo sei puro, non è così orco?”
“Puro io? Sai cosa ho fatto in passato qui dentro Regina?”
“Non eri tu, erano i tuoi torbidi demoni, i demoni della tua solitudine!”
Carpii il suo discorso e mi fu consolante, cominciai a essere più gentile con tutte, fin quando un giorno non insistetti nel parlare a Rebecca, cosa che non avevo mai osato, poiché avevo troppa paura di violare l’indissolubile alchimia del suo segreto.
Andai da lei, come al solito guardava il vuoto, ma appena mi vide sorrise, ancora la mia anima fu onusta dell’essenza di quel sorriso benevolo.
“Rebecca io ti amo, solo tu puoi comprendere la pienezza del mio sentimento, io ti amo come si amano le cose preziose, non violerei mai il tuo silenzio perché ho timore che facendolo tu possa sgretolarti in frammenti di cristallo tanto fragile è la tua essenza, ma se non lo farò io morirò, lo capisci Rebecca?”
Ella annuì commuovendomi, la tenerezza della sua espressione mi perforava l’anima rendendomi una fragile statua di lacrime.
Poi s’alzò e io sussultai, mai l’avevo vista compiere un gesto, e le sue movenze erano così delicate e leggiadre che pareva inumana, una fata d’assenzio generata dalla poesia dei suoi gesti.
Mi baciò la fronte e parlò, Rebecca che io credevo muta parlò, e la sua voce era un angelicato sussurro simile al fruscio delle foglie.
“Attendo l’orso nero che mi condurrà nel suo antro, al di là del quale un paradiso di luce e bellezza m’attende fulgente. Sei tu non è vero? Voleremo insieme sulle ali del corvo?”
“Si” le dissi, non avrei potuto dirle altro, qualunque cosa ella avesse detto.
                                                                        IV

Meditai lungamente sul come portarla via nel giorno seguente il nostro colloquio, durante la notte feci un sogno atroce: Rebecca veniva sbranata da un’orribile fiera, nell’oscurità scorgevo il suo bianchissimo corpo dilaniato tingersi di sangue, le sue urla straziavano la mia mente come carezze di filo spinato, penetravano profondamente, insinuandosi anche nel mio corpo, scosso da un gelido tremito, non potevo far altro che stare a guardare.
Mi destai di scatto e senza pensare a nulla mi diressi alla clinica. Non badai a nessuno e andai dritto verso la stanza di lei, quando spalancai la porta vidi ciò che mi fa male scrivere, poiché ancora adesso mi avvampa le membra di cupo, incontenibile dolore.
Rebecca era distesa in terra, il suo sguardo non notò la mia irruzione poiché era sprofondato in un oblio catartico, fra le sue gambe, impegnato in una laida spinta vi era il galeotto tatuato a cui avevo rotto il braccio, il bastardo le leccava lascivo il volto, e compiva ciò che io avevo fatto in passato, pagavo così l’esecrabilità dei miei atti. Quale orrore nel vedere Rebecca subire passiva quel suo sessuale, spasmodico strisciare, l’inespressività del volto di lei mi angosciava ancora di più, poiché non sapevo, mi vergogno a dirlo, se ella godeva di quel amplesso.
Afferrai l’uomo per le spalle e lo sollevai, lo distrussi letteralmente, ogni suo osso fu da me spaccato, finii di colpirlo quando non esisteva più e ormai era vomito organico.
Rebecca era completamente in trance, non vi era traccia di coscienza sul suo volto nonostante i suoi occhi fossero aperti.
La presi in braccio e la portai via, dinnanzi agli occhi attoniti di tutti, ma nessuno osò emettere fiato, tranne Regina che dall’alto della sua finestra ci urlò:
“Vai gigante, conducila sulle ali del corvo e siate felici!”
                                                                                                                                         V
In quella notte Rebecca vedette per l’ultima volta le ombre, poiché da quell’istante ci fui sempre io a proteggerla, e lei sa che nulla le potrà mai accadere, mai.
Ho compreso il senso di quelle sue sibilline parole, lontano dal mondo, al di la delle ombre e del dolore, entrambi viviamo in un paradiso di luce e bellezza che il nostro fosco passato non potrà mai violare.
               Fine

©Davide Giannicolo

mercoledì 30 novembre 2011

Manipolazione di organi genitali

Manipolazione di organi genitali.
di Davide Giannicolo



Quando sono ubriaco sono capace di nefandezze frustranti, una volta mi trovarono infilzato mezzo morto sul cancello di un cimitero.
Mi salvai per poco, all’alba, un po’ svenuto e un po’ in collasso etilico pensavo ad angeli d’argento che stuprano Luisella, Luisella è una tipa a cui ho orinato in bocca, rappresenta un po’ tutte le lettrici del cazzo di Stephen King.
Luisella non sa però che ero io, perché ero mascherato da nano medievale, praticamente l’ho aggredita dal basso e l’ho schiavizzata con un uncino.
Era il periodo in cui masticavo prozac al posto del cornetto a colazione e mescevo gin con subatrex.
Ero un vampiro, di giorno ero mollo e inoperoso, di notte ero ferocia.
Quando gli sbirri mi hanno tirato giù dal cancello mi hanno anche chiesto cos’era successo e come mai avevo così tanti coltelli.
“Mi arresti brigadiere, ho pisciato in bocca a Luisella”. Ma il brigadiere invece mi portò all’ospedale, dal quale uscii un mese dopo.
“Non puoi bere più!” mi disse il medico, avevo lasciato scorrere quantità immani d’alcool sulle sbarre del cancello, scivolato via insieme al sangue in quella notte di delirio.
Naturalmente corsi a prendere un bottiglione di vino e buttai giù qualche giro di basso chiuso in casa, sinfonie malevole, chiuse in loro stesse, depressive.
D’un tratto cominciai a giocherellare con il mio pene, rilassato come il sonno d’un bebè.
Cominciai a sbatterlo contro le corde del basso fracassandomelo a sangue, quel dolore mi fece pensare all’ambiguità della morte, all’ipocrita faccia del mondo che doveva a tutti i costi versare sangue e invece si opponeva a se stessa vivendo in un chimerico dramma ove regna la menzogna.
Da che conosco il mondo, da quando sono nato, c’è sempre una cazzo di guerra, c’è sempre chi incula l’umanità, c’è sempre l’odio, la rissa, il confronto fisico e la carne desiderata attua ad appagare il desiderio di sangue.
Da che mondo e mondo ci siete voi coglioni pronti ad applaudire, a venerare le veline, a credere nella divina intercessione di Costanzo, a creare futili cazzate naturale gesto di chi come voi è deleterea merda ipocrita e codarda.
Il vostro amore è la prostituzione dell’essenza a favore del materialismo dei sensi, tutto quello che vi circonda è una farsa recitata una merda e non ci posso credere che voi, maledetti coglioni, ci crediate sorridenti.
Ma no, voi non ci credete nemmeno, voi vi ci adagiate, come chi è infingardo, muto, dinnanzi al torto subito.
E voi vi chiedete perché ero infilzato al cancello del cimitero?
Perché non vi chiedete il perché mantenete milioni di coglioni fottuti vip senza che essi svolgano una precisa ne tanto meno fondamentale mansione nella società!
Perché!?
Perché non vi togliete dal volto imprenditoriale quel sorriso lobotomizato?


Così d’un tratto afferrai un coltello bello largo e mi amputai il pene, lo affettai lentamente, soffrendo atroci tormenti che mi aprivano le porte dell’essenza, dolore divino, poiché da me stesso inflitto.
Galleggiavo nel mio sangue vergognosamente disteso in una posa d’abbandono. Giunse Rottenhead, il mio cane, e cominciò a leccare il lago di sangue dall’acre odore invitante al suo faccione di mastino, poi scorse il mio membro sul pavimento poco distante dalla polla, capii subito cosa voleva fare.
“Non osare mangiare il mio cazzo Rottenhead!!!!” urlai furibondo.
Ma ero troppo debole per muovermi, intanto Rottenhead mangiava il mio pene che scuoteva e sgretolava per la stanza.
Ed ecco che entra il brigadiere Baccotti.
“Lei è in arresto signor RottenVlad, la riteniamo responsabile di aver pisciato in bocca a Luisella Verdelli!”
Mi ricucirono due o tre pezzi di cazzo, ora non mi serve a molto, ho però schiavizzato ancora Luisella(in galera ci ho passato dodici anni).
Ho di nuovo staccato il mio membro e gli e l’ho fatto mangiare. Ora sto aspettando che lo espella analmente, lei invece aspetta che io muoia dissanguato, chi giungerà per primo?
                                                                                                                              

Ambulanza nella notte

 



Ambulanza nella notte
Di Davide Giannicolo

Ambulanza nella notte,
untuoso il suono scorre tra le natiche della studentessa dormiente; s’inerpica, lascivo come un serpente, il graffiante eco.
Un eroe romantico, orribilmente fatto di tavor, incede sul balcone della studentessa, è notte fonda, e in pugno stringe una rosa, mentre maschera e mantello coprono le distorte forme del suo corpo psicoalterato, o forse è una mannaia quella che brilla fra le sue mani? Si forse non sono fiori,  forse l’eroe romantico orribilmente fatto di tavor era lì per disfare con la lama quelle giovani carni bianche che avvelenavano le ombre.
Ambulanza nella notte,
vuota, solenne, come un carro funebre vomitato dal becco d’un pellicano cannibale affamato di niente.
Per chi arriva non ci interessa, è progressivo il niente di voi stessi e non intacca la bellezza, varca sogni di illusioni pretenziose infrangendosi tumultuosa sugli scarti vagabondi, quest’ambulanza nella notte, che porta in giro mezzi termini e miseria, a noi non interessa, forse un po’ alla studentessa, poiché il suono di quella sirena accarezza come soffice lingua chiodata i suoi sogni e il suo clitoride.
Ambulanza nella notte,
l’ha vista anche la puttana, mentre sfrecciava come uno spettro luminoso sull’asfalto, ma è stato solo per un attimo, poiché era giunto il 21°  cliente.
“Puoi baciarmi?”
“No!”
“Non mi piace così!”            
“Sbrigati!”
Il grosso uomo fortemente alcolizzato non bada alla pioggia che gli abbevera le membra, cerca un delirio carnale, cerca spettri infausti o sessualità satanica.
Ma la puttana non lo sa, sa solo di un ambulanza poco fa e di soldi da gestire.
“Puttana negra, potevi fare la cameriera e prenderlo in bocca lo stesso ma in maniera onesta!”
Queste erano le parole che i fanali della macchina del 21°  cliente le avevano sussurrato mentre l’ambulanza si allontanava.
“E le puttane bianche allora?”
 Che cazzo ne sapevano di lei quei fanali che non sapevano né scopare né pagare? Prima pagare però, poi scopare.
E quando il grosso uomo era sceso dalla macchina, con in dosso la fradicia maglietta larga e tagliata, il torso nudo per metà, il vino e il whisky a cantare inni blasfemi di ondulata perdizione.
La puttana glie lo succhia ma lui niente, la pioggia lo beccava ovunque stesse, anche ora che gli alberelli della pompa di benzina riparavano lei accovacciata ma non lui, il suo corpo fuoriusciva dalle fronde per metà, palesemente grottesco, irrorato dalla pioggia e stordito.
Lei era gran pompinara, stringeva le labbra come un cappio, ma lui niente, niente, solo profonde distese di Whisky, polipi viscosi, sirene silenziose, e poi lei era antipatica, non voleva scoprirsi le tette mentre lui era fradicio e a torso nudo nel freddo della notte e oltre a pagarla era anche costretto ad implorarla.
“Fanculo la strada e queste maledette puttane! E’ comunque un modo simpatico per spendere i soldi!”
Riallacciandosi i pantaloni andò via spedito nella sua auto lasciando la puttana accovacciata e implorante a sua volta:
“Sei ubriaco, sei ubriaco capisci? Non posso farti venire!”
Ma ormai era nuovamente sola.
 
La studentessa dormiva intanto, lei che di pompini ne faceva gratis, ma
solo a chi voleva lei, ben inteso?
“No, io non ho inteso, io che sono la mannaia e me ne fotto, ma ho visto generalmente gente vergognosa stare tra le gambe di quella lì!”

Donna incinta nella notte,
nuda, seducente, d’un opulento candore, lontana incede in baratri carnali.
Il grosso cliente numero 21 la osserva sgomento, poi l’ambulanza la prende in pieno, dritta davanti, lei si spappola in molteplici pezzi scarlatti, il feto sbatte con umido, secco suono contro il parabrezza del cliente 21, quest’ultimo finisce dritto nel fianco dell’ambulanza e tutto si capovolge.

Sangue nella notte,
fiamme deboli di labile realtà.   
Un eroe romantico orribilmente fatto di tavor accorre, ha la testa mozzata della puttana di colore attaccata al cazzo in atto di fellatio, estrae una lunga, luminosissima lama d’acciaio e con essa si infligge dolore e spappola la testa della donna, ben presto egli muore, ucciso da se stesso, attorniato da una pozza di sangue che scorre dal suo ventre.
Anche il 21° cliente è fatto, il feto materno gli accarezza la faccia sanguinante offrendogli un tavor recuperato, un istante dopo il feto si introduce nella bocca dell’uomo che si contorce fra le lamiere, vi si inabissa velocemente, forse il piccolo voleva stare ancora dentro, forse colui che lo aveva inghiottito era il suo futuro o attuale padre.
Ci fu un enorme scoppio proveniente dal retro dell’ambulanza in fiamme, attorniato dagli echi di distruzione di quella notte fuoriuscì il misterioso ospite, era una bimba di si e no dieci anni, nuda, di quelle piccole piccole.
D’un tratto la bimba comincia a gemere, la sua piccola vagina profumata vomita tre polipi viscidi e inquietanti nel loro contorcersi sull’asfalto, poi dalla vagina fuoriesce una leonessa, imperiale nella sua eleganza si guarda intorno emanando armonico splendore.
La piccola vagina vomita molto sangue dopo orribili spasmi ecco uscire dal ventre ormai deforme di lei uno squalo, una perla ed un’ampolla.
Fu allora che la studentessa si destò, bagnata dal lacrimante suono dell’ambulanza nella notte.

©davidegiannicolo