giovedì 1 dicembre 2011

La salvezza dell'orco

La salvezza dell’orco
Di Davide Giannicolo

ron-mueck-big-man-1
Non voleva dormire mai, la dolce Rebecca, mai, e non capivo perché. Quando mi comandavano di somministrarle dei tranquillanti, per lo più Tavor, io entravo nella sua stanza, o forse sarebbe più appropriato dire cella, e la osservavo lungamente cercando il suo segreto, la sua nascosta angoscia, ma lei non mi parlava, mi guardava coi suoi occhi da bimba ed io puntualmente cedevo, li prendevo io i suoi Tavor, perché al contrario di lei  volevo dormire, i miei incubi erano fisici e tangibili, il mio orrore era la vita.
Lo capivo dal suo sguardo che mi era grata, e non vi era nulla che potesse riempirmi di più di quella maliarda purezza proveniente dall’oblio della pazzia, non vi era dubbio, era inutile negarlo, Rebecca era la mia preferita.
Era bruna, allucinata e magra come uno sciacallo, ma io che la conoscevo bene la ingannevole magia delle donne, riuscivo a scorgere ciò che si celava sotto le sue fisiche spoglie, la sua fragilità mi avviluppava come un tenue bagliore su acque metafisiche, Rebecca proveniva dallo stesso luogo da cui venivo io, dalla sconfinata landa del dolore.
Così lei mi affascinava con la stessa malia con la quale una bimba sedurrebbe un orco, un orco che ormai pensa d’esser perso e fottuto quando d’un tratto arriva il nitore, la pura essenza dell’innocenza e lo prende per mano affinché non sia più solo.
Lavoravo in quel manicomio da sei anni, tutte le ospiti erano donne ed io le avevo possedute quasi tutte, alcune le violentavo indisturbato nottetempo costringendole al mio abominio carnale, coprendo con il mio peso di gigante le loro urla e qualsiasi loro resistenza. Per questo queste pazienti mi chiamavano l’orco, perché nonostante la maledizione del loro stato erano costrette ai miei abusi e al mio dominio.
Altre si concedevano a me spontaneamente, di solito erano quelle più estreme, quelle che vivevano nel baratro del delirio più inimmaginabile, a volte era inquietante scoparle, come scopare mostri provenienti da sataniche e remote regioni psicologiche.
Ma Rebecca non l’avevo mai toccata, mi infastidiva il solo pensiero di sporcarla con il mio tocco, Rebecca era un angelo, avrebbe potuto chiedermi qualunque cosa, il fatto è che non parlava mai, né mangiava, né dormiva, semplicemente gettava lontano il suo poetico sguardo in una catalessi mistica.
A volte la fissavo per ore, non dovevo preoccuparmi del parere degli altri inservienti, nessuno mi parlava, tutti mi temevano poiché immaginavano che fossi coinvolto in fatti foschi, qualcuno diceva che ero un criminale in latitanza, altri che ero semplicemente un folle.
Quando accadeva che salvassi Rebecca dal sonno sottraendole gli psicofarmaci, lei mi concedeva di carezzarla per un po’, il tocco della sua fronte e del suo crine m’inducevano alle lacrime, quanto era bella Rebecca.
Così la accarezzavo con lene gentilezza, come fossi un leggero e soave soffio sul suo volto, e in realtà era questo quello che ero, ero il suo abbraccio etereo e sempiterno, ero il guerriero della sua salvezza, il platonico suo volo verso la notte.
 
la salv                                                                        II


Stavo cominciando a fare troppo abuso di psicofarmaci, a volte li mescolavo all’alcol e mi smarrivo in allucinate visioni. Scorgevo pavoni vomitarmi sangue addosso, granchi con femminee teste tarparmi i genitali, ormai l’oblio delle droghe non poteva più salvarmi, cominciavo a capire che solo Rebecca poteva, solo lei avrebbe compreso la follia della mia solitudine.
Quando ero a casa pensavo a lei di continuo, il mio desiderio carnale era sparito e infatti non violavo più le pazienti, fantasticavo sul fatto di star mutando in un angelo, o forse in un torvo, blasfemo demone.
Una sera andai all’ospedale quando non ero di turno, il guardiano mi guardò di sbieco ma non osò dirmi nulla.
Andai fino alla stanza di Rebecca, e vi era un’inserviente che lottava per somministrarle i farmaci.
Spalancai la porta con impeto e fissai l’uomo grosso quanto me, tatuato, galeotto come minimo anche lui, si, perché in realtà in carcere ci sono stato anch’io, violenza su minori, lesioni, e percosse, qualcuno dice tentato omicidio, ma in realtà avevo solo tentato di insegnare ad una troietta minorenne quanto preziosa fosse la purezza e l’innocenza che lei dissacrava di continuo.
In ogni modo fissai il tipo, Rebecca mi guardò con quella sua riconoscenza che era ormai l’unico motore del mio esistere.
“Lascia faccio io!” dissi al tipo.
“E perché mai, guarda che non sei nemmeno di turno, tanto lo so che ci vuoi fare con questa qui, e fai bene, è carina la puttanella, ma stasera tocca a me.”
Così dicendo le prese il mento fra le dita con fare laido che mi infiammò il petto d’un indicibile rabbia che trovò sfogo in un istintiva reazione.
Gli afferrai il braccio e glie lo ruppi con soddisfazione appagante, avrei voluto ucciderlo, prendergli la testa e farla svanire in una crema di sangue percuotendola contro la parete.
“Questa è una paziente molto particolare con la quale non dovrai mai più interagire, non so se hai mai provato prima a toccarla ma adesso sai che se lo farai ti infilerò nel colon l’impossibile,hai capito?”
Il tipo non rispondeva, si lamentava del braccio rotto.
“HO DETTO HAI CAPITO!!???!”
“Si, si, ho capito.” Disse lui patetico.
Così lo mandai via a calci in culo, anche se avesse parlato, neanche il direttore avrebbe osato rimproverarmi,  sapeva bene che coi pazzi io ci sapevo fare più di chiunque altro.
Guardai Rebecca, e lei ricambiò il mio sguardo,  ancora la sua riconoscenza mi strinse il cuore come fosse filo spinato.
Inghiottii i suoi farmaci, poi le sorrisi.
“A domani Rebecca”.
Dissi in fine,e andai via verso la mia pesante solitudine.
                                                                         
                                                                                III

Avevo il suo volto smarrito tatuato nell’anima, ormai lavoravo sempre perché non potevo starle lontano, ma per forza dovevo rispettare alcuni turni,  mi angosciava il pensiero di Rebecca toccata da altri, ma soprattutto ero spaventato dal fatto che se si fosse addormentata non si sarebbe più risvegliata, e allora io avrei amato un cadavere.
Una mattina mentre giravo per i corridoi della clinica, Regina, una vecchia monaca impazzita mi venne incontro, Regina era inquietante, sembrava un manichino fatto di cartapesta.
“Gigante, io conosco il tuo segreto amore, e conosco anche il segreto di lei!” ella mi disse, poi proseguì:
“Rebecca non dorme perché teme le ombre, troppe ombre l’hanno lambita nella notte, tu puoi salvarla e così facendo salvare te stesso, perché lo so che in fondo sei puro, non è così orco?”
“Puro io? Sai cosa ho fatto in passato qui dentro Regina?”
“Non eri tu, erano i tuoi torbidi demoni, i demoni della tua solitudine!”
Carpii il suo discorso e mi fu consolante, cominciai a essere più gentile con tutte, fin quando un giorno non insistetti nel parlare a Rebecca, cosa che non avevo mai osato, poiché avevo troppa paura di violare l’indissolubile alchimia del suo segreto.
Andai da lei, come al solito guardava il vuoto, ma appena mi vide sorrise, ancora la mia anima fu onusta dell’essenza di quel sorriso benevolo.
“Rebecca io ti amo, solo tu puoi comprendere la pienezza del mio sentimento, io ti amo come si amano le cose preziose, non violerei mai il tuo silenzio perché ho timore che facendolo tu possa sgretolarti in frammenti di cristallo tanto fragile è la tua essenza, ma se non lo farò io morirò, lo capisci Rebecca?”
Ella annuì commuovendomi, la tenerezza della sua espressione mi perforava l’anima rendendomi una fragile statua di lacrime.
Poi s’alzò e io sussultai, mai l’avevo vista compiere un gesto, e le sue movenze erano così delicate e leggiadre che pareva inumana, una fata d’assenzio generata dalla poesia dei suoi gesti.
Mi baciò la fronte e parlò, Rebecca che io credevo muta parlò, e la sua voce era un angelicato sussurro simile al fruscio delle foglie.
“Attendo l’orso nero che mi condurrà nel suo antro, al di là del quale un paradiso di luce e bellezza m’attende fulgente. Sei tu non è vero? Voleremo insieme sulle ali del corvo?”
“Si” le dissi, non avrei potuto dirle altro, qualunque cosa ella avesse detto.
 
la salv2                                                                        IV

Meditai lungamente sul come portarla via nel giorno seguente il nostro colloquio, durante la notte feci un sogno atroce: Rebecca veniva sbranata da un’orribile fiera, nell’oscurità scorgevo il suo bianchissimo corpo dilaniato tingersi di sangue, le sue urla straziavano la mia mente come carezze di filo spinato, penetravano profondamente, insinuandosi anche nel mio corpo, scosso da un gelido tremito, non potevo far altro che stare a guardare.
Mi destai di scatto e senza pensare a nulla mi diressi alla clinica. Non badai a nessuno e andai dritto verso la stanza di lei, quando spalancai la porta vidi ciò che mi fa male scrivere, poiché ancora adesso mi avvampa le membra di cupo, incontenibile dolore.
Rebecca era distesa in terra, il suo sguardo non notò la mia irruzione poiché era sprofondato in un oblio catartico, fra le sue gambe, impegnato in una laida spinta vi era il galeotto tatuato a cui avevo rotto il braccio, il bastardo le leccava lascivo il volto, e compiva ciò che io avevo fatto in passato, pagavo così l’esecrabilità dei miei atti. Quale orrore nel vedere Rebecca subire passiva quel suo sessuale, spasmodico strisciare, l’inespressività del volto di lei mi angosciava ancora di più, poiché non sapevo, mi vergogno a dirlo, se ella godeva di quel amplesso.
Afferrai l’uomo per le spalle e lo sollevai, lo distrussi letteralmente, ogni suo osso fu da me spaccato, finii di colpirlo quando non esisteva più e ormai era vomito organico.
Rebecca era completamente in trance, non vi era traccia di coscienza sul suo volto nonostante i suoi occhi fossero aperti.
La presi in braccio e la portai via, dinnanzi agli occhi attoniti di tutti, ma nessuno osò emettere fiato, tranne Regina che dall’alto della sua finestra ci urlò:
“Vai gigante, conducila sulle ali del corvo e siate felici!”
                                                        
ron-mueck5                                                                                  V
In quella notte Rebecca vedette per l’ultima volta le ombre, poiché da quell’istante ci fui sempre io a proteggerla, e lei sa che nulla le potrà mai accadere, mai.
Ho compreso il senso di quelle sue sibilline parole, lontano dal mondo, al di la delle ombre e del dolore, entrambi viviamo in un paradiso di luce e bellezza che il nostro fosco passato non potrà mai violare.
               Fine

©Davide Giannicolo

Nessun commento:

Posta un commento