giovedì 1 dicembre 2011

Corsaro

               39_h  

Corsaro

La luna rasserenò il polipo sventrato sulla banchina, egli vedeva quei raggi, egli che conosceva solo il manto atmosferico del mare.
Quando il marinaio ci pisciò sopra, marinaio a volte un po’ illegale, in passato, come di passato cupo in fondo rifulgevano i suoi scuri tatuaggi.
“Una notte, una notte sola.”
Questo era il suo pensiero, mentre la notte ululava il suo amore al mare che a sua volta liberava selvagge le sue onde per raggiungere la luna che troia bramava il cielo.
Il marinaio non udiva il tumulto estatico a lui intorno, non scorgeva la caotica lite dell’universo avvampato dal sidereo fuoco dell’amore.
Egli non era passiva ghiaia viva, non era granchio, il suo pensiero era di avere una notte sola, una soltanto, poi ancora il mare per chissà quante settimane.
Intanto aveva ripreso il suo solitario cammino, il porto era una specie di triste compagno che bisognava abbandonare, lì, inerte, coi suoi misteri pericolosi.
Sputò tredici volte, fumò mezzo sigaro e una sigaretta,
“Cazzo,” pensò, “Bisogna bere!”
Si incamminò ma percorse solo pochi metri, una prostituta somala dal corpo d’ebano gli si parò innanzi.
“OK questo era già stato previsto da notti e da giorni, fottuti giorni al sole battente.”
Spolpò viva la puttana, la baciò in bocca con la lingua senza il suo permesso, questo fu il principio di una brutalità naturale, quando ebbe finito, e state certi che si appagò lungamente, la troia fu lautamente ricompensata.
Uscì dal porto e la città lo investì quasi subito, il mondo era divenuto una sbeffeggiante imitazione della fiction, più finto però, ci si fermi a pensare, più finto della fiction, brrrrrr!
Molto meglio il mare, il mare ed una donna.
Un gruppetto di ragazzi ben vestiti lo evitò cautamente, egli strinse dolorosamente le dita intorno alla larga lama che portava celata sotto il ruvido cappotto quando scorse il sorriso di una delle ragazze.
“Sono diventato uguale a quello che sono sempre stato,che razza di cazzata.” Pensò.
Pestò a sangue tantissimi punk a bestia per un ora, ubriaco perso come il suo furore. I punk a bestia li odiava perché simboleggiavano la merda di ciò che lui aveva idealizzato e rispettato da giovane, a lui piacevano i Punk, Punk e basta.

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Non era ancora molto tardi, meglio calmarsi, la luna era offuscata da striature di evanescente sangue nebuloso, ultime notti del cazzo, piacevoli, dolorose ferite di lama.
“Stelle taglienti, il polipo abbraccia il caso e voi, oh stelle taglienti, il polipo giace sulla banchina trafitto dalla luna.”
Si alzò dal marciapiede e andò in un costoso albergo, aveva molti soldi, tanti davvero. Aveva fatto storie allucinanti per mare, dopo aver trasportato un carico in Tunisia di merce onesta per conto di oneste società Europee ma accompagnato da svariate auto rubate per conto suo si era un po’ abbandonato lì, poi aveva fatto veramente di tutto, sia per esportazioni oneste che per cose un po’ più sporche.
Pirateria, contrabbando, trasporto di donne a scopo di schiavitù e prostituzione, traffico d’armi.
Aveva visto i porti dell’Albania, della Turchia, della Tailandia, della Grecia.
Adesso era in camera, si rasò la faccia, si ripulì, indosso abiti nuovi e vagamente eleganti, poi compose una cifra sulla tastiera del telefono.
“Devo vederti, ti ricordi? Ricordi di me?”
Lei agganciò il telefono, come so che era una lei? Lo si notava vedendolo in faccia, bastava guardarla quell’espressione che gli storpiava il volto come fosse cicatrice.
Voleva condurla verso il mare, ove dimora il sogno, il sogno dal quale il polipo è stato strappato, quell’armonico sogno di fluttuante, cupa letizia incantata.
Nessuna giustificazione giungeva a perdonarla, nemmeno a biasimarla.
“La notte, quest’ultima notte, non è ancora finita.”
Scese in strada e caricò tredici puttane, le portò su in albergo, il portiere tentò di fermarlo ma lui lo accoltellò al braccio, poi lo pagò, poi  lo prese a calci nel culo.
Si addormentò seppellito dalle morbide carni di donna, quella notte fu degna dell’ultima notte in terra di un corsaro.

©Davide Giannicolo

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