venerdì 2 dicembre 2011

Notturna sentenza

   
night


13/11/1996

In ciascuna lama vi è riposta l’essenza di colui che la brandisce, il manico d’un arma da taglio contiene la rabbia di colui che l’ha stretto, racchiude in sé il sudore dell’attesa, della violenza in trepidanza d’erompere.
Lungo una lama scorre il desiderio di morte, esso riposa nell’acciaio come fosse un giaciglio elegante; passivo ansima, chetato attende il risveglio che apre le carni.
Il coltello è la zanna dell’uomo, la zanna che un piccolo animale sfodera allo scopo di fronteggiare un animale di statura più grossa.
Ma attenzione, lungo il filo della lama non scorre perversione, né laido proposito, sulla punta del coltello vi è onore assopito, vi è il magico, ancestrale potere di violare le carni.
Nel momento in cui ho stretto per la prima volta il manico di questo coltello che mi riposa chiuso di fianco capii subito che altri con esso avevano ucciso, eppure è un ronchetto, un utensile che di solito non si usa per uccidere, un rudimentale attrezzo che sulla sua lama grezza pareva portar scritti antichi alfabeti di morte, caratteri eterei onusti di dolore.
Sono in una casa tra i boschi che appartiene alla mia famiglia, un rudere che uso per isolarmi e tenere lontane le futili cose del mondo.
Il coltello era sul camino, grezzo m’attendeva, vetusto, brutale.
Nell’attimo stesso in cui l’ho aperto il mio sguardo si è specchiato nella lama, nonostante fosse opaca e invecchiata il riverbero dei miei occhi sull’oggetto mi diede l’impressione di uno scambio di sguardi, la luminescenza dei miei occhi tristi stava alimentando l’oggetto che da anni provava il passivo sopore della stasi.
Chiusi subito il coltello, ma la mia mano non mollò la salda presa che come seducente abbraccio avvolgeva il manico di rozzo legno.
Sono sempre da solo quando vengo qui su, ma è la prima volta che vi trascorro un periodo così lungo, e da qualche notte l’oscurità ammanta con fare lascivo le cose, compreso me, impaurito essere vanamente schermito dalla fievole luce del mio focolare, che è poca cosa paragonata al monumento di tenebra che fuori in queste notti tentava di ghermirmi.
Perché sono venuto qui allora mi chiedo? Sono proprio un idiota, è un mese che cerco qualcuno che mi uccida!
Che stronzate che dico, nemmeno un boscaiolo psicopatico oserebbe sfidare la notte per venire fin qui a farmi del male. L’unica cosa che in realtà temo è l’ignoto, l’oscurità, questo dannato silenzio sferzato dallo spettrale scricchiolio delle travi.
Riapro nuovamente il ronchetto, e ancora un fascino oscuro mi lambisce, qualcosa di protettivo e tangibile, qualcosa che è lì per calmare la mia ignota, improvvisa paura; questa cupa lama irrorata dai riverberi del fuoco sembra voler sussurrare:
“Non sei solo, possiamo essere inviolabili insieme, possiamo essere forti, ma abbiamo bisogno l’uno dell’altro, senza di te io sono soltanto un oggetto, senza di me tu sei soltanto un essere indifeso nell’incertezza della tenebra!”
Questa sorta di richiamo simbiotico va a braccetto con la mia paura, questa paura che è arrivata attraverso gli alberi come un tetro spiffero di vento, mentre la solitudine di questi luoghi grava sul mio petto rendendomi seriamente incline alla follia. E’ forse questo ciò che sta realmente accadendo, pazzo e incattivito nella misantropia dei boschi dai quali avevo inconsciamente scacciato ogni umana presenza; ora sto cedendo alla più ignobile delle paure,quei boschi si popolavano di infami spettri che bramavano le mie carni in delirio solo perché lo avevo voluto io, poiché sono fuggito dagli uomini per rifugiarmi tra i fantasmi della solitudine.
È stata ieri la notte più febbrile ove queste metaforiche presenze sembravano braccarmi, così ho passato leggermente la lama lungo il mio volto, giocavo con essa carezzandomi la pelle, facendola scorrere lungo le braccia, ricamando fredde parole solo da noi due comprensibili.
Poi il fuoco del camino si spense e la piccola stanza divenne più buia, allo stesso tempo gli spettri della solitudine divennero tangibili, enormi bussavano alla mia porta, qualcuno addirittura era riuscito a strisciare attraverso minuscoli spazi. Intanto scorgevo le braci divenire sempre più soffuse, tetre nel loro provocatorio sguardo di malizia.
“Sei solo!” Mi dicevano anch’esse mentre svanivano morendo.
Invece no, non ero solo, avevo con me quella lama foriera di antichi messaggi, avviluppato dal buio totale ho inciso sul mio petto un lungo taglio obliquo dalla spalla sinistra alla gamba destra, e poi viceversa, avevo in questo modo sancito il mio patto con la lama; l’acciaio ha bevuto il mio sangue affondando i suoi denti nelle mie carni in delirio a causa del terrore. Seppi inconsciamente che era tempo immemore che la lama non si nutriva, e sapevo, lo seppi nell’istante in cui affondò dentro me, che essa si nutriva e in realtà viveva grazie al sangue.
Il dolore è stato sublime, mi eccitai in una smania violenta e febbrile. Poteva giungere chiunque, chiunque avrebbe potuto varcare la soglia di questa baita, io non ero solo, ero pronto ad accoglierli, poiché avevo appena forgiato un indissolubile patto.

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Ho trascorso poi tutta la notte con quella lama del tutto simile ad un falcetto stretta fra le mani, avevo gli occhi sbarrati e fissi in un punto, qualcosa senza dubbio in me è mutato, una forma d’aggressività passiva s’è posata sulla mia anima seducendomi al delitto.
I primi, grigi chiarori dell’alba sono poi penetrati attraverso la piccola finestra, io sono rimasto seduto, tutta la notte, con il fuoco spento ed un leggero sorriso di soddisfazione sulle labbra.
La montagna ha respirato tutta la notte il suo ansimo d’ansia e paura sul mio gelido collo sudato, mi sussurrava intimidatorie parole che agghiacciavano il cuore, se non fosse stato per il coltello molto probabilmente sarei impazzito.
Se fossi andato via sarebbe stato addirittura peggio, significava abbandonarsi al terrore, correre verso le sue braccia di invalicabile tenebra e morirvi smarrito.
Chi mi legge forse crede che esagero, provate voi allora a danzare con gli spettri dell’ignoto e della solitudine, provate a suggestionarvi in un luogo isolato dagli uomini, ammantato dall’oscurità e dai boschi ove si percepisce il pesante respiro della notte.
Ma l’alba ha rischiarato ogni cosa portando via la mia paura, restano i tagli profondi sul petto che con il loro bruciare mi ricordano chi è stato ad aiutarmi in questa notte nel cupo delirio, il coltello è ancora nella mia mano sudata, quasi una parte di me.

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Mi rendo conto di non ragionare più secondo i canoni dell’uomo medio, è bastato un po’ di tempo sui monti nella più completa solitudine a disgregare lo schematico flusso dei miei civilizzati input comportamentali?
E’bastato il maestoso buio della notte incontaminata per ridestare in me tutte le più ancestrali e inconsce paure umane? A dare consistenza al delirio dell’ignoto e della solitudine rendendoli opache fantasmagorie danzanti?
Nonostante il chiarore del mattino ho percepito che le cose non sono più le stesse, nelle travi di legno della baita, nel cinguettio ipnotico degli uccelli del bosco, nell’esterno che implode invadente verso l’interno come volesse irrompere, sento un atmosfera di cupa sentenza.
Non ho mollato nemmeno per un secondo il ronchetto, il mio sudore si impregna nel manico nutrendo le fibre invecchiate di quello scuro legno rudimentale.
Esso mi parlava, sussurrandomi nenie serene, seppur monotone, parlando d’amore eterno.
Ma anche di giorno una paura agghiacciante mi ha attanagliato mentre guardavo alla piccola finestra; lì dove un attimo prima non c’era il nulla ora una civetta era appollaiata a osservarmi attentamente, inghiottendomi nell’abisso dei suoi occhi rapaci.
Le ho lanciato contro il coltello, il vetro s’è infranto, ma essa s’è alzata in volo elegante verso la fitta boscaglia.
Non mi balena nemmeno per un attimo l’idea di lasciare questo posto, di scendere in città e curare i miei nervi, in quel dannato coltello c’è qualcosa, qualcosa che mi ha spinto ad andare immediatamente a raccoglierlo, poiché quando io lo stringo nel mio pugno, percepisco qualcosa di molto simile all’onnipotenza scorrere lungo le mie impazzite fibre.

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                                                                             *
 
La testa di lei era a distanza notevole dal resto del corpo, un esperto avrebbe potuto confermare che quel volto era stato bello un tempo, un comune osservatore invece, l’avrebbe giudicato un pezzo di carne gelido e indefinibile, distorto e abbrutito dal tocco della morte.

 corpseUn poeta invece avrebbe riconosciuto lo scempio della venustà infranta, il vitreo pallore che cessa di rifulgere offuscato da qualcosa di infimo e grigio come le ali dell’afasia.
Il sangue imbrattava le foglie raminghe, ormai anche in esso non v’era traccia alcuna d’un seppur vago scintillio.
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Intorno le mosche danzavano, il loro flemmatico galleggiare nell’aria, come fossero bolle di morte, rallentava anche le cose circostanti. Regnava infatti una cupa atmosfera nonostante fossero le undici del mattino, tutto era catatonia e morte.
Onto Bulfetti invece percepì la scena come qualcosa di opaco e indistinto,che man mano si schiude per rivelare l’impatto d’una certezza che fa palpitare il cuore, o meglio impazzire, a causa dell’adrenalina al cospetto della natura stessa della paura: il dolore, la solitudine, il cadavere, la vacuità del bosco ove solo la voce delle foglie sussurrava in silenzio.
Onto Bulfetti dicevo, si pietrificò quando s’accorse che quella cosa giacente,che lo aveva turbato destando in lui ombre di inconscio terrore sin da quando l’aveva scorta indistinta di lontano, era un corpo di donna mutilato, privo di testa e ormai inerte, gelido pezzo di carne.
Onto era il demente del paese, non so se è corretto dire proprio demente, era rimasto intrappolato in una sorta d’estrema purezza che lo rendeva inavvicinabile, nessun altro essere avrebbe potuto né valicare né infrangere la sua campana di vetro.
Aveva un volto estremamente dolce, anche se effettivamente mostrava qualche segno di demenza nei suoi tratti. Quel volto fu improvvisamente squarciato, e v’apparve grondante un taglio netto e preciso, il suono della carne squarciata fu simile al secco rumore delle foglie d’autunno calpestate.
Onto cadde in terra, piangeva sangue, non riusciva a vedere ma sentiva che qualcuno gli si aggirava intorno, qualcosa di cui aveva solo scorto la mano inguantata, che brandiva una grossa lama curva diretta verso il suo smarrito sguardo.
La scena era stata tanto fulminea da far impazzire Onto, si agitava cieco e terrorizzato ignaro di chi fosse il suo assalitore; e si sa che quando si aspetta il colpo arrivare senza scorgerne la direzione il senso di smarrimento si ingigantisce. Tutto ciò che si agita indistinto nella tenebra terrorizza l’uomo. Figurarsi il nervosismo isterico dell’eterno bambino, che con il suo modo di fare pulsava ancora più sangue verso le porte vermiglie della sua ferita; e così i suoi occhi dipinsero il tappeto di foglie morte, spargendovi il candore del suo sangue di angelo smarrito nella morte.
                                                               
                                                                        *

Trascorsero nove giorni dall’accaduto nella foresta e solo il silenzio vegliava su quei corpi, volteggiando flemmatico e lene, come un diafano manto dalla eterea tangibilità.
Fino a che i corpi non furono scoperti in seguito ad un bizzarro accaduto.
Angela Bassi e Leonardo Bifolchi si erano appartati presso la zona dell’omicidio, i cadaveri erano però lontani dall’automobile dei due giovani amanti.
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Angela disse poi, in seguito a delle indagini, d’aver avuto sin dal principio il sentore d’essere osservata.
“Ho sentito puzza di morte”. Dichiarò “Come nella stalla quando il nonno sgozza i polli o i maiali.”
Un uomo dal volto coperto aveva aggredito i giovani con un ascia; dopo aver sfondato il parabrezza riuscì a ferire al petto lui ma non ad ucciderlo, e ad abbattere l’ascia sulla gamba di Angela scheggiando l’osso.
L’aggressore però fu fermato da un altro colpo d’ascia conficcatosi nella sua spalla, il colpo era stato vibrato dal padre di Angela che aveva seguito sua figlia ed era pronto ad uccidere Leonardo, pur di preservare la presunta verginità della sua unica figlia diciottenne; ma si era ritrovato testimone d’una aggressione violenta perpetrata da un maniaco furioso ai danni di della sua bambina e del galletto con cui s’era appartata.
L’uomo dal volto mascherato scappò nella notte fitta della boscaglia trascinando con sé l’ascia mediante un solo braccio. Onorato Bassi guardò l’aggressore fuggire, poi rivolse uno sguardo sdegnato alla figlia piangente e semimutilata:
“Lurida puttana, adesso chiamo un ambulanza ma spero che tu e questo stronzetto schiattiate prima!”
Telefonò all’ambulanza, poi s’inginocchiò e pianse.
“La mia bambina, la mia piccina sta morendo”.
Continuava a ripeter queste parole singhiozzando con il volto deforme dal pianto.
L’ira era cessata, Onorato voleva sua figlia, un’immagine di lei a sette anni gli volteggiò nella testa come un presagio d’addio, poi emise un urlo talmente violento da fargli sentire in bocca il sapore del sangue.
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22/11/1996

Non temo più la notte, è definitiva la mia permanenza in questo luogo, lontano da chiunque, protetto da una lama.
Se gli uomini mi cercheranno non riusciranno mai a ricondurmi da loro, non temo la solitudine, non temo l’ombra dell’amore, odo lo scrosciare delle foglie e voglio carpirne il segreto idioma che si tesse nell’aria.

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Erano le tre di notte quando giunse l’ambulanza e tre volanti dei carabinieri. Da un’auto uscì il commissario Igino Cancheincede, l’unico che un po’ ne capiva d’assassini nella zona; il paese in cui i fatti si svolsero era composto da sì e no duecento abitazioni, di quelli arroccati su di una montagna, con le case di pietra grezza e i tetti di mattoni rossi e di cui non svelerò mai il nome.
Cancheincede gettò la sigaretta e deglutì silenziosamente la sua sbronza serale. Aveva gli occhi gonfi, il volto stravolto; del resto tutti sapevano che era un alcolista insonne e depresso, ma che sapeva sparare bene e aveva più intuito di qualsivoglia suo sbarbatello collega saccentone.
Appena lo vide, Onorato Bassi gli corse in contro in lacrime:
“Commissario, commissario, hanno ucciso la mia bambina!”
Non appena Onorato sfiorò con la mano la spalla di Cancheincede, questi estrasse una bottiglia di bourbon dall’impermeabile e glie la fracassò sulla fronte; si accese serissimo una nuova sigaretta e voltandosi verso i colleghi disse:
“Arrestate questo figlio di puttana e mettente in conto una bottiglia, che questa mi è servita in servizio per legittima difesa, e io l’alcool cazzo lo pago!”
I carabinieri portarono via Bassi semicosciente, così il commissario potette avvicinarsi lentamente e con cautela ai feriti, Leonardo era morto, la sua ragazza quasi.
Preferiva che nulle fosse toccato, anche uno schizzo di sangue poteva rivelare prove certe e facili deduzioni, ma era molto complicato con tutta quella gente intorno.
Il volto di Cancheincede era gonfio dal sonno, sì, ma incredibilmente seri e sornioni i suoi occhi osservavano le cose, con calma, con freddezza e flemma; in fondo che fretta c’era?
“Commissario, commissario mi lasci dire…”
“Non mi devi disturbare mai mentre mi concentro maledetta checca incapace!” Il commissario urlò queste parole infuriato e imperativo.
“Ma su quali basi dobbiamo trattenere il signor Bassi?” Disse il maresciallo sedicente che l’aveva interrotto.
“Perché è sporco di sangue, perché a casa sua manca un’ascia e qui per terra ne abbiamo una sporca di sangue, per giunta costui è un folle possessivo geloso della figlia!”
“Ma signore, ha chiamato lui i soccorsi!”
“E a te questo non sembra un alibi stronzetto? La prima cosa che ho fatto è stato far controllare la sua casa e interrogare sua moglie. Ora togliti di mezzo e non rompermi più il cazzo, se qualcun altro si avvicina giuro che gli sparo in testa!”
“Commissario, lei è ubriaco, non può esercitare la sua professione così conciato, non possiamo permetterci….”
Il commissario si chinò lentamente fino a terra , questo gesto interruppe le considerazioni del maresciallo, poi Cancheincede si rialzò, aveva raccolto una pietra e con decisa freddezza la abbatté sulla faccia del suo collega; infine si rivolse ai presenti mentre il ferito cadeva svenuto ai suoi piedi:
“Fino a nuovo ordine Bassi resta il sospetto numero uno, il prossimo che interferisce si ritrova steso con un colpo in fronte. Fate lavorare questo vecchio!”
I medici intanto portarono via Angela che era appesa a un fievole spiraglio di vita e finalmente Cancheincede incominciò ad allargare le sue idee.
A giudicare dalle impronte l’assassino doveva essere pesante, circa novanta chili e più, molto forte a giudicare dall’arma usata, dalla rottura del parabrezza e dall’ampiezza della ferita di Leonardo.
La ragazza probabilmente sarebbe presto morta e non avrebbe potuto più parlare, doveva sbrigarsi, altrimenti il maresciallo sarebbe rinvenuto, quel giovincello di venti anni più giovane di lui l’avrebbe denunciato e fatto sospendere dal servizio.
“Sei vecchio, sei ubriaco, cazzo impegnati!”
Delle tracce conducevano verso il bosco, qualcosa di molto simile ad un’ascia era stata trascinata e aveva lasciato una visibile scia.
“C’era dunque un’altra ascia, se questa ascia è qui, e l’altra è con l’aggressore allora significa che davvero non è stato Bassi, bastardo, adesso sono veramente fottuto, non mi resta che interrogarlo!”

Bassi era in una volante e si tamponava con del ghiaccio la testa, un infermiere che era lì con lui guardò con sdegno Cancheincede, poi li lasciò soli.
“Allora bifolco, raccontami com’è andata!”
“Ma lei dove ha studiato per fare il carabiniere? Lo sa lei che del regolamento non rispetta proprio un cazzo commissario?”
“E tu cosa vuoi saperne del regolamento bifolco? Pensa solo a dirmi tutto, ogni dettaglio!”
Bassi raccontò d’aver seguito sua figlia, di essere impazzito nel vederla lì, ma di non essere stato lui a colpirli, gli raccontò dell’aggressore, della ferita alla spalla e dell’ascia che aveva portato con sé.
“Dunque c’è un figlio di puttana nei boschi che ci ha lasciato tracce dappertutto e a noi non resta che scovarlo? Mai imbattuto in un caso più semplice! Perché questo bastardo ha portato con sé l’ascia, perché trascinarsi un simile fardello e lasciare una pista? Aveva i guanti?”
“Non so, non lo ricordo. E’ comunque scappato di là!”
“Si sarà portato dietro l’ascia perché era piena zeppa di impronte e indizi, non ci resta che seguirlo, sono sempre più vicino all’essere cacciato e senza un soldo!” Pensò il commissario mentre lasciava l’interrogato senza profferire verbo.
Intanto s’avvicinò cautamente un appuntato dal volto pallido a metà tra l’attonito e l’orgoglioso:
“Commissario, commissario, ci sono altri due cadaveri nel bosco, questi due però sono in avanzato stato di decomposizione!”
Il commissario sorrise, accese l’ultima sigaretta e pensò:
“Che notte di merda, cadaveri, asce, niente sigarette e alcool buttato sulla capoccia di un saccentone!”
Poi impartì gli ordini:
“Mandate un medico a controllare da quanti giorni sono lì, io vado a cercare questo fantasma!”
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“Ma come commissario, senza cani, con delle misere torce in questa oscurità, non le sembra pericoloso?...”
“E a te non sembra di essere un po’ infingardo e vile?”
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Gli uomini tacquero e continuarono a seguire le tracce. Nel folto bosco la pista condusse ad una baita isolata, rudimentale e solinga sorgeva nella totale oscurità. Una fievole luce brillava in un danzante lucore attraverso i vetri di una piccola finestra, era il bagliore d’un fuoco.
Il gruppo si diresse cautamente verso l’abitazione, ne perlustrarono il perimetro con il cuore al galoppo, infine irruppero sfondando la bassa porta di legno annerito dalla fragrante umidità della notte.
All’interno trovarono un uomo disteso con il volto verso il pavimento, intorno a lui si dilatava una scura pozza di sangue resa ancor più spettrale dal tremolio delle fiamme nella stufa, che la illuminavano di cangianti spettri di luce.
Un veloce colpo s’infilzò nel costato di uno dei carabinieri, era come se quel fendente fosse stato sferrato dal buio. Altri furono colpiti alle principali arterie e il sangue schizzò vivo attraverso la stanza parzialmente illuminata, a precedere questi fiotti vermigli vi era solo il balenio d’una lama curva che come una falce di luna sorgeva nella tenebra, ed il secco rumore della carne squarciata di netto, che faceva eco insieme al crepitio delle braci.
Gli altri due carabinieri cominciarono a sparare all’impazzata nelle zone di fitta tenebra, il commissario fissava invece i propri gelidi occhi intorno a sé, la pistola salda nelle mani in attesa d’un bersaglio tangibile, a Cancheincede sarebbe bastato un unico colpo.
Ma d’improvviso si ritrovò da solo, i suoi colleghi erano stati trafitti, se ne accorse solo quando udì il tonfo dei loro corpi cadere in terra, come un nefasto sipario che sigilla il silenzio.
Il commissario era solo, in una piccola capanna tra i boschi a sudare bourbon ascoltando l’erompente battito del cuore pulsargli fino in gola. Il sudore gli percorreva la schiena agghiacciandolo con gelidi artigli.
La solitudine al cospetto della morte che regnava in quella stanza, il puro terrore dell’uomo smarrito nell’incertezza dell’ignoto, solo, perso, il fuoco che crepita, parla…..
Poi un colpo laterale che annega nella spalla di Cancheincede, lacera i tendini, penetra dolce e senza ostacoli fino a conficcarsi nell’osso. D’istinto uno sparo parte distruggendo il silenzio ed il vetro della finestra, in seguito la pistola cade dalle mani e viene inghiottita dalla tenebra del pavimento, fuso con il bosco e con la notte fuori.
“Che stupido!” Pensò il commissario. “Pensavo d’averla ben salda, ma è bastato poco a disarmare un rottame come me!”
Il commissario era in ginocchio, bastava un altro colpo per mozzargli la testa.
Finalmente però dalla tenebra apparve un uomo, la sua figura terrorizzò Cancheincede, ma era una sensazione unicamente dovuta all’improvvisa, suggestiva apparizione. L’uomo visto alla luce appariva sereno, pacato.
“Hai ucciso tu tutta questa gente?”
“No, io ho ucciso solo spettri! Ho ucciso questo uomo che è apparso sanguinante alla mia porta e mi ha aggredito, poi ho ucciso voi, che giungete nuovamente a turbare la mia quiete. Non so se sto impazzendo, so solo che nulla può valicare me o la mia lama!”
Il commissario osservò quel coltello, era un ronchetto, non era un ascia, quel tizio non era l’assassino, si stava difendendo dall’aggressore.
“Sono tutte stronzate!” Di colpo pensò. “Questo figlio di puttana vuole spedirmi fuori servizio prima degli altri, ora lo fotto io!”
Ma questi furono i suoi ultimi pensieri poiché la lama s’abbatte sul suo cranio e vi si conficcò.
Cancheincede era in terra stramazzato, con il manico del coltello che gli sbocciava dalla testa e l’attonita bocca lacrimante sangue.

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Giunsero presto altri membri delle forze dell’ordine e irruppero nella baita, tramortirono il suo abitante mediante gas di non so che sorta e riuscirono ad incolparlo, se pur basandosi su prove  incerte e fugaci lo condussero in manette dritto in questura.
Furono ritrovati i diari e di conseguenza gli fu attribuito ogni omicidio avvenuto in quella zona, aveva una ferita d’ascia alla spalla e tra l’altro il corpo dell’uomo ritrovato in casa fu identificato: si trattava di Antonio Bassi, zio di Angela, anch’egli aveva una ferita d’ascia alla spalla, ma questo dato ambiguo fu tralasciato data la chiarezza dei manoscritti che attestavano i disturbi mentali dell’autore del diario di cui trascrivo ora l’ultima pagina. L’ascia e il passamontagna non furono mai ritrovati, ed il corpo della donna rinvenuto nel bosco insieme a quello di Onto Bulfetti non fu mai riconosciuto né rivendicato; forse appartenente ad una prostituta dimenticata, trascinata sin lì e poi uccisa, era certo che l’arma usata per ucciderli era la stessa ascia che aveva ucciso Leonardo e Angela, del resto le asce secondo la legge a volte sono tutte uguali.

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23/11/1996

Demoni oscuri tentano di distrarmi dal mio isolamento, non voglio cedere alla paura, voglio combattere ora che la lama mi vezzeggia con la sua sicurezza, ora che so di poter vincere questo ignoto nulla.
Un uomo con un ascia mi ha fatto visita poco fa, è strisciato fino alla porta, apparso sanguinante come una visione inquieta, non so se in effetti sia realmente un uomo o un demone, fatto sta che il suo cadavere ora giace qui in terra. Non mi turba affatto, anzi testimonia la mia capacità di prevalere sulla paura e sugli spettri che mi manda la notte, nonostante questa volta ne abbia carpito la tangibilità, mi ha sferrato un colpo alla spalla, penso che abbia rubato l’ascia che è fuori con la legna poiché è lì che l’ho trovato.
Ho potuto tutto grazie alla mia lama, essa m’ha sussurrato parole di conforto salvandomi dal terrore, essa mi dice esattamente dove colpire, poiché il nostro legame è intimo come l’amore.
Il coltello mi conforta e mi chiede di non tornare giù dagli altri esseri che si nascondono dalla notte; io mi difenderò sempre, lupo dall’unica zanna ricurva, io scaccerò sempre la follia che la notte mi dona affinché io la tema e ad essa mi chini genuflesso attendendo il giorno.
Ma sempre, sempre ripeto attenderò la notte e i suoi provocatori figli e li fronteggerò, con essa ricamerò un manto intorno alla mia pelle rendendola il mio giaciglio, immobile brandirò il coltello e non avrò paura.
Ma ecco, li sento, ne arrivano degli altri.
Hanno delle torce, li spazzerò via dalla mia casa, o dalla mia mente, a questo punto non so.
                                                                                                                                                   
                                                                                                                                             FINE
 
   ©Davide Giannicolo                                     

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