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venerdì 7 agosto 2026

Il Libro di Volcidor


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martedì 14 ottobre 2025

Fuck Me Serial Killer


La nebbia era bassa e densa, si vedevano a malapena le foglie morte sull’asfalto dei viali della zona suburbana, 31 ottobre sera, poco prima delle sette.

In biblioteca era rimasta solo lei, registrava gli ultimi testi al computer. Un silenzio mesto regnava nelle stanze deserte dell’edificio, neanche all’esterno, lungo le strade di aceri e castagni dalle foglie cadute, si udiva alcun suono.

Fu allora che lui apparve, alto e massiccio, nerovestito, una quercia immobile all’entrata della sala. Indossava una maschera e la fissava immobile. Lei si paralizzò, le labbra leggermente schiuse, una piccola goccia di orina tra le mutandine a causa dello spavento. Lo scrutava angosciata cercando di capire chi mai si nascondesse sotto quella maschera nera come il resto degli indumenti, un pessimo scherzo di Halloween a quell’ora in una biblioteca deserta. Avrebbe voluto sorridere, risollevarsi, rimproverare il buontempone, ma lui avanzò, lentamente, inesorabile, il terrore si impadronì del corpo di lei.

La mano inguantata le afferrò la gola, la sollevò e schiantò l’esile figura sulla scrivania, il silenzio era lacerante, si udiva solo l’affanno dell’’aggressore, come il rantolo di un orso. 

Le sfilò i pantaloni di pelle  nera che tanto amava indossare per tirare su il sedere, strappò il perizomino filiforme rosa confetto, estrasse un membro pulsante e gonfio dall’immenso glande rosso, le venne in mente una zucca illuminata nelle tenebre della notte mentre lui la penetrava con quell’arnese. La stuprò sulla scrivania, il mostro possente la sconquassava con la violenza meccanica di un pistone. Una danza di pipistrelli fuori dalle vetrate della finestra, il vento gelido di fine ottobre, il fruscio delle foglie cadute, la decomposizione tra le aiuole ordinate, brulicare di vermi impossibile da celare, notte d’Ognissanti, notte di lupi mannari, vampiri, streghe, mostri e stupratori mascherati. Fu un’esplosione organica, lei venne più volte mentre si stringeva alla sua schiena possente, ma l’orgasmo più grande avvenne quando venne anche lui, riversandole dentro il suo seme  in un getto perlaceo e veemente. Lo sperma le colava dalla vulva, era ancora distesa sulla scrivania a gambe larghe con il sesso ricoperto da una peluria bruna invischiata, mentre lui si allontanava lentamente, così come era venuto. 

Le era piaciuto, non c’era dubbio, era sempre stato il suo sogno, essere posseduta violentemente da un enorme tizio slasher, grosso, risoluto, rozzo e possente.

Tornò a casa, aveva organizzato un festino per Halloween con suo marito, se la gente avesse saputo, la classica bibliotecaria tutta perfettina e impeccabile.

Indossava una divisa nazista femminile con tanto di fascia rossa con svastica, frustino e berretto S.S.

Aveva legato il suo compagno, magrolino e insignificante, con delle manette alla spalliera del letto. Fu allora che lui, lo slasher mascherato, sfondò la porta facendosi nuovamente vivo, questa volta aveva in mano un grosso coltello da caccia modello Bowie. Accoltellò il povero coglione ammanettato e la possedette nuovamente, così, vestita da Gestapo sul cadavere del marito scempiato dalle coltellate. Era come una sorta di ménage a trois con il morto, sangue ovunque sulle lenzuola e sulla pelle, un amplesso dal sapore di macello, la carne impiastricciata di fluidi e odori ferrosi, grida di godimento mentre ci si strusciava rantolando sulla carne morta. Una perfetta notte di Halloween per la bibliotecaria repressa dalle tendenze sadomaso, con tanto di cadavere macellato. Lui sparì nella notte insieme ai pipistrelli e alle creature strane ed erranti che popolano quella magica notte d’autunno una volta l’anno, o almeno fu quello che lei raccontò agli inquirenti quando scoprirono il cadavere del marito, perché nessuno ha mai saputo, in quella cittadina fuori mano dove ciascuno sa tutto di tutti, se quella storia fosse vera o fosse stata lei a ucciderlo in un gioco erotico spinto troppo oltre.


Davide Giannicolo

domenica 18 dicembre 2022

Terrore nei Bassifondi

 


Gran Garrota era stato invitato nella torre del campanile in cui abitava abusivamente il Canonico Dagger, prete scomunicato e gran maestro di una setta Satanica, per consumare la cena della vigilia di Natale tra le spesse mura medievali riscaldate da una stufa a legna. Altro ospite sarebbe stato lo stregone Fravaglio di Triglia, che si guadagnava da vivere con falsi oroscopi e imbrogliando mediante la cartomanzia. C’erano inoltre la monaca che aveva abbandonato i voti, grassa e possidente, condotta sulla cattiva strada dal Canonico Dagger e la ragazzina ululante, di cui si sapeva poco o niente, tranne il fatto che presenziava sempre alle messe nere del canonico standosene in disparte in un angolo e ululando di tanto in tanto.

Il campanile si trovava in campagna, ma Gran Garrota, che aveva lavorato in fabbrica fino al giorno prima, voleva scaldarsi in procinto della cena, sfogarsi un po’ e farsi qualche regalo di Natale. Allora uscì di casa nel primo pomeriggio, guidò fino alla fermata di un autobus che portava ai bassi fondi della città, dalla parte opposta in cui era atteso per il cenone, molte ore dopo. Occultò la macchina in una strada fuori mano e salì senza biglietto sulla corriera, voleva immergersi nell’atmosfera dei reietti sin da subito. Sul pullman c’era un miscuglio di varie razze, ispanici, africani, islamici provenienti da terre remote, Gran Garrota li osservava con la bava alla bocca come fossero dolci natalizi, gli piaceva immergersi nello squallore come il messia di  Lautrèamont che si distende nell’immondo giaciglio di un postribolo abbandonandovi un loquace capello dell’aurea chioma.

Dopo circa mezz’ora la corriera vomitò i passeggeri dall’acre afrore tra le strade fatiscenti della città attanagliata dal gelo. Garrota scese con loro, il freddo accarezzava il suo lungo cappotto di pelle nera, un colosso dal volto mezzo celato da una Coppola grigia, guanti neri di capretto, incedeva nelle strade puzzolenti in cui le varie etnie, per il giorno di festa già cucinavano immonde pietanze composte dalle più svariate spezie e carni di sconosciuti animali.

 Entrò nel negozio di un cinese, prese fascette, nastro isolante nero, ganci d’acciaio, schiuma da barba, rasoi di plastica da poco e una borsa in simil pelle nera attua a contenere il tutto. Violentò la brutta cassiera asiatica visto che il negozio era deserto, la sgozzò e la lasciò in un lago di sangue dietro al bancone. Portava sempre con sé un lungo e largo coltello da caccia a lama fissa per questo tipo di esperienze. 



Gli venne fame ed entrò in un piccolo, sudicio locale che vendeva kebab, si rinfrescò con una birra e ordinò un panino, lo consumò lentamente, osservando gli avventori slavi e arabi, cercando di scatenare una rissa. L’odore della cipolla cruda e il grasso crepitare di quella carne dalla provenienza sconosciuta che girava sullo spiedo verticale dinnanzi al fuoco lo eccitò ricordandogli un piccolo inferno medievale, così, non sapendo più resistere frantumò la bottiglia vuota sul cranio di un moldavo e infilò il collo tagliente della bottiglia rotta nella pancia di un marocchino. Li stese tutti, compreso il gestore del locale, rimpinzando le loro carni coi frammenti di vetro e quando non bastarono, li abbuffò con l’irremovibile, puro acciaio della lama.

Ormai si era fatto buio e la magia del Natale era ancora più inebriante. Voleva comprare delle anguille, da cuocere sulla brace avvolte in foglie di lauro, da portare al Canonico Dagger, sarebbero state deliziose, il solo pensiero gli infuse calore in quella serata gelida. 

Andò dal pescivendolo, un giovane bengalese gli stava facendo un lavoretto di bocca nel retro bottega, Fravaglio di Triglia avrebbe detto che il giovane garzone, pagato in nero e a pochi spiccioli, stava “pulendo il pesce” come da tradizione. L’omone inzaccherato di frattaglie ittiche spinse via il piccoletto bengalese lasciandolo con la bava alla bocca, si sistemò i calzoni e andò al bancone a servire il cliente. 

“Metti i guanti merda umana, voglio delle anguille vive della specie grande detta Capitone e ringrazia che non ti uccido, perché sei l’unico italiano che ho incontrato stasera!”

Comprò cinque bellissimi esemplari giganteschi, vivi si dibattevano nella busta di plastica puzzolente mista ad acqua dolce. Rivide in quella scena un nuovo, piccolo inferno medievale e si eccitò ancora.

Lì vicino abitava Sashi, un suo misero e sudicio collega della fabbrica, anche lui un ometto musulmano del Bangladesh come il tipetto di poco prima che arrotondava alla vigilia dal pescivendolo.

Sapeva dove viveva Sashi perché lo aveva già seguito una volta, incuriosito dalla nana scimmiesca di sua moglie, anche lei era stata assunta da poco nello squallido posto dove si guadagnava da vivere. Essendo islamici non avrebbero festeggiato il Natale, ci avrebbe pensato lui ad allestire un bel presepe poco prima del cenone. I regali che aveva preso dalla cinese erano per loro.

Varcò la soglia del vecchio, fatiscente palazzo dalle mura marce, scrostate, cadenti. L’androne puzzava di stufato speziato in un cimitero mediorientale a cielo aperto, carcassa di pollo macerata nella merda condita con coriandolo, curry e cipolla.

Scassinò la porta, con la grazia e il silenzio di un cigno nero, all’interno la puzza di spezie straniere lo invase ancora di più , trovò quasi subito, uno dopo l’altro due ragazzini adolescenti, li stonò di botte al volto, legandoli poi saldamente col nastro isolante. In cucina incontrò Sashi, lo riempì di schiaffi, di peso, senza che questi potesse opporre resistenza, lo schiantò su una sedia e immobilizzò anche lui sapientemente col nastro nero. Ora poteva dedicarsi completamente alla signora, che a quanto pare era in bagno. Fu presa dal terrore quando si trovò davanti al colosso, le afferrò la gola, la sollevò e con la mano libera le strappò di dosso il pigiama denudandola. Le strinse una fascetta al collo senza soffocarla ma provocandole dolore, una alle mani e una ai piedi fino a segnarle con strazio le carni. Le infilò un gancio in una guancia facendola sanguinare abbondantemente, sul seno e sul ventre ambrato e gonfio. L’altro gancio fu fissato alla fascetta che servì a issarla su un pensile della cucina tenendola sospesa come una martire. Sashi guardava tutto con terrore. Sua moglie era nuda, sospesa nel vuoto, mentre agitava le corte gambe, sanguinante. Un rigoglioso cespuglio di pelo nero le ricopriva il pube come un manto animalesco,

arrivando fino all’ombelico. Gran Garrota spruzzò abbondante schiuma da barba sul mantello ispido, con il rasoio dalla lametta poco affilata cominciò a depilare la donna, grattava senza grazia; un rumore simile a un rostro di cavalletta stuprava la stanza mentre il pelo veniva via e la donna ansimava, presto emersero tagli ed escoriazioni, la vagina della bengalese mussulmana appariva ormai glabra come quella di una bimba. Sashi si dibatteva, Garrota lo tramortì con un pugno in testa, la donna piangeva, gridava singhiozzando frasi di diniego e richieste di pietà, che non fecero altro che infervorare l’aguzzino.

Garrota liberò due anguille, grasse e viscide, della specie che lui preferiva, ne infilò una nella vagina gonfia e arrossata poiché  depilata di fresco e l’altra nella bocca della donna che si dibatteva. La lasciò così, stuprata da quei serpenti acquatici, legata su un gancio alla cucina.

“Si è fatto tardi, tornerò a incularti un’altro giorno!”

Gran Garrota si allontanò silenzioso, come un fantasma, per le scale nel suo nero cappotto, che pareva il mantello di Maldoror. Prese una corriera al volo, mentre ormai il gelo e le stelle volgevano verso la notte della natività. Solo pochi passanti si attardavano dirigendosi verso le calde dimore piene di parenti e amici. Tra le luminarie natalizie che salutavano il quartiere deserto, le finestre erano già  piene di luce e appannate dal vapore caldo della cena imminente, dietro i cui vetri si udiva il vibrare di risate e voci in festa.

Il pullman era vuoto, se lo immaginava guidato da un conducente dalla faccia di teschio, per le strade non c’era anima viva.

La corriera spettrale lo condusse in campagna, dove recuperò la sua automobile. Erano le otto di sera, abbastanza in orario, gli piaceva arrivare per ultimo quando era atteso.

Il campanile era maestoso, immerso nell’oscurità. Quando salì le scale nere e buie, percepì le voci di sopra e una tenue luce conviviale. Immenso fu il calore quando gli aprirono la porta, il profumo del buon cibo, il lucore della stanza antica, il tepore della stufa, la compagnia dei suoi simili.

“Ho portato dei capitoni, hai del lauro vero Dagger?”

Il padrone di casa annuì senza parlare.

L’ex monaca grassa già lo fissava con occhi famelici, mentre la ragazza ululante gli sorrideva con follia demente.

L’unico a parlare, già palesemente ubriaco e rosso in volto accanto al fuoco scoppiettante fu lo stregone Fravaglio di Triglia.

“Sei sempre l’ultimo Gran Garrota....puzzi di sangue, torture e ossa rotte come al solito!”


Davide Giannicolo


La torre del campanile e i personaggi al loro interno sono liberamente tratti dal romanzo “L’Abisso” di J.K. Huysmans al quale l’autore porge un palese e grato omaggio. 

L’ambientazione razzista, il titolo e lo squallore sordido dei bassifondi sono un omaggio al racconto  “L’Orrore a Red Hook” di H.P. Lovecraft.

Il racconto è tra l’altro disseminato di tributi e omaggi al Conte di Lautrèamont.

Davide Giannicolo


venerdì 2 dicembre 2011

Notturna sentenza

  



13/11/1996

In ciascuna lama vi è riposta l’essenza di colui che la brandisce, il manico d’un arma da taglio contiene la rabbia di colui che l’ha stretto, racchiude in sé il sudore dell’attesa, della violenza in trepidanza d’erompere.
Lungo una lama scorre il desiderio di morte, esso riposa nell’acciaio come fosse un giaciglio elegante; passivo ansima, chetato attende il risveglio che apre le carni.
Il coltello è la zanna dell’uomo, la zanna che un piccolo animale sfodera allo scopo di fronteggiare un animale di statura più grossa.
Ma attenzione, lungo il filo della lama non scorre perversione, né laido proposito, sulla punta del coltello vi è onore assopito, vi è il magico, ancestrale potere di violare le carni.
Nel momento in cui ho stretto per la prima volta il manico di questo coltello che mi riposa chiuso di fianco capii subito che altri con esso avevano ucciso, eppure è un ronchetto, un utensile che di solito non si usa per uccidere, un rudimentale attrezzo che sulla sua lama grezza pareva portar scritti antichi alfabeti di morte, caratteri eterei onusti di dolore.
Sono in una casa tra i boschi che appartiene alla mia famiglia, un rudere che uso per isolarmi e tenere lontane le futili cose del mondo.
Il coltello era sul camino, grezzo m’attendeva, vetusto, brutale.
Nell’attimo stesso in cui l’ho aperto il mio sguardo si è specchiato nella lama, nonostante fosse opaca e invecchiata il riverbero dei miei occhi sull’oggetto mi diede l’impressione di uno scambio di sguardi, la luminescenza dei miei occhi tristi stava alimentando l’oggetto che da anni provava il passivo sopore della stasi.
Chiusi subito il coltello, ma la mia mano non mollò la salda presa che come seducente abbraccio avvolgeva il manico di rozzo legno.
Sono sempre da solo quando vengo qui su, ma è la prima volta che vi trascorro un periodo così lungo, e da qualche notte l’oscurità ammanta con fare lascivo le cose, compreso me, impaurito essere vanamente schermito dalla fievole luce del mio focolare, che è poca cosa paragonata al monumento di tenebra che fuori in queste notti tentava di ghermirmi.
Perché sono venuto qui allora mi chiedo? Sono proprio un idiota, è un mese che cerco qualcuno che mi uccida!
Che stronzate che dico, nemmeno un boscaiolo psicopatico oserebbe sfidare la notte per venire fin qui a farmi del male. L’unica cosa che in realtà temo è l’ignoto, l’oscurità, questo dannato silenzio sferzato dallo spettrale scricchiolio delle travi.
Riapro nuovamente il ronchetto, e ancora un fascino oscuro mi lambisce, qualcosa di protettivo e tangibile, qualcosa che è lì per calmare la mia ignota, improvvisa paura; questa cupa lama irrorata dai riverberi del fuoco sembra voler sussurrare:
“Non sei solo, possiamo essere inviolabili insieme, possiamo essere forti, ma abbiamo bisogno l’uno dell’altro, senza di te io sono soltanto un oggetto, senza di me tu sei soltanto un essere indifeso nell’incertezza della tenebra!”
Questa sorta di richiamo simbiotico va a braccetto con la mia paura, questa paura che è arrivata attraverso gli alberi come un tetro spiffero di vento, mentre la solitudine di questi luoghi grava sul mio petto rendendomi seriamente incline alla follia. E’ forse questo ciò che sta realmente accadendo, pazzo e incattivito nella misantropia dei boschi dai quali avevo inconsciamente scacciato ogni umana presenza; ora sto cedendo alla più ignobile delle paure,quei boschi si popolavano di infami spettri che bramavano le mie carni in delirio solo perché lo avevo voluto io, poiché sono fuggito dagli uomini per rifugiarmi tra i fantasmi della solitudine.
È stata ieri la notte più febbrile ove queste metaforiche presenze sembravano braccarmi, così ho passato leggermente la lama lungo il mio volto, giocavo con essa carezzandomi la pelle, facendola scorrere lungo le braccia, ricamando fredde parole solo da noi due comprensibili.
Poi il fuoco del camino si spense e la piccola stanza divenne più buia, allo stesso tempo gli spettri della solitudine divennero tangibili, enormi bussavano alla mia porta, qualcuno addirittura era riuscito a strisciare attraverso minuscoli spazi. Intanto scorgevo le braci divenire sempre più soffuse, tetre nel loro provocatorio sguardo di malizia.
“Sei solo!” Mi dicevano anch’esse mentre svanivano morendo.
Invece no, non ero solo, avevo con me quella lama foriera di antichi messaggi, avviluppato dal buio totale ho inciso sul mio petto un lungo taglio obliquo dalla spalla sinistra alla gamba destra, e poi viceversa, avevo in questo modo sancito il mio patto con la lama; l’acciaio ha bevuto il mio sangue affondando i suoi denti nelle mie carni in delirio a causa del terrore. Seppi inconsciamente che era tempo immemore che la lama non si nutriva, e sapevo, lo seppi nell’istante in cui affondò dentro me, che essa si nutriva e in realtà viveva grazie al sangue.
Il dolore è stato sublime, mi eccitai in una smania violenta e febbrile. Poteva giungere chiunque, chiunque avrebbe potuto varcare la soglia di questa baita, io non ero solo, ero pronto ad accoglierli, poiché avevo appena forgiato un indissolubile patto.

Ho trascorso poi tutta la notte con quella lama del tutto simile ad un falcetto stretta fra le mani, avevo gli occhi sbarrati e fissi in un punto, qualcosa senza dubbio in me è mutato, una forma d’aggressività passiva s’è posata sulla mia anima seducendomi al delitto.
I primi, grigi chiarori dell’alba sono poi penetrati attraverso la piccola finestra, io sono rimasto seduto, tutta la notte, con il fuoco spento ed un leggero sorriso di soddisfazione sulle labbra.
La montagna ha respirato tutta la notte il suo ansimo d’ansia e paura sul mio gelido collo sudato, mi sussurrava intimidatorie parole che agghiacciavano il cuore, se non fosse stato per il coltello molto probabilmente sarei impazzito.
Se fossi andato via sarebbe stato addirittura peggio, significava abbandonarsi al terrore, correre verso le sue braccia di invalicabile tenebra e morirvi smarrito.
Chi mi legge forse crede che esagero, provate voi allora a danzare con gli spettri dell’ignoto e della solitudine, provate a suggestionarvi in un luogo isolato dagli uomini, ammantato dall’oscurità e dai boschi ove si percepisce il pesante respiro della notte.
Ma l’alba ha rischiarato ogni cosa portando via la mia paura, restano i tagli profondi sul petto che con il loro bruciare mi ricordano chi è stato ad aiutarmi in questa notte nel cupo delirio, il coltello è ancora nella mia mano sudata, quasi una parte di me.

Mi rendo conto di non ragionare più secondo i canoni dell’uomo medio, è bastato un po’ di tempo sui monti nella più completa solitudine a disgregare lo schematico flusso dei miei civilizzati input comportamentali?
E’bastato il maestoso buio della notte incontaminata per ridestare in me tutte le più ancestrali e inconsce paure umane? A dare consistenza al delirio dell’ignoto e della solitudine rendendoli opache fantasmagorie danzanti?
Nonostante il chiarore del mattino ho percepito che le cose non sono più le stesse, nelle travi di legno della baita, nel cinguettio ipnotico degli uccelli del bosco, nell’esterno che implode invadente verso l’interno come volesse irrompere, sento un atmosfera di cupa sentenza.
Non ho mollato nemmeno per un secondo il ronchetto, il mio sudore si impregna nel manico nutrendo le fibre invecchiate di quello scuro legno rudimentale.
Esso mi parlava, sussurrandomi nenie serene, seppur monotone, parlando d’amore eterno.
Ma anche di giorno una paura agghiacciante mi ha attanagliato mentre guardavo alla piccola finestra; lì dove un attimo prima non c’era il nulla ora una civetta era appollaiata a osservarmi attentamente, inghiottendomi nell’abisso dei suoi occhi rapaci.
Le ho lanciato contro il coltello, il vetro s’è infranto, ma essa s’è alzata in volo elegante verso la fitta boscaglia.
Non mi balena nemmeno per un attimo l’idea di lasciare questo posto, di scendere in città e curare i miei nervi, in quel dannato coltello c’è qualcosa, qualcosa che mi ha spinto ad andare immediatamente a raccoglierlo, poiché quando io lo stringo nel mio pugno, percepisco qualcosa di molto simile all’onnipotenza scorrere lungo le mie impazzite fibre.

                                                                                                         

                                                                             *
 
La testa di lei era a distanza notevole dal resto del corpo, un esperto avrebbe potuto confermare che quel volto era stato bello un tempo, un comune osservatore invece, l’avrebbe giudicato un pezzo di carne gelido e indefinibile, distorto e abbrutito dal tocco della morte.


Un poeta invece avrebbe riconosciuto lo scempio della venustà infranta, il vitreo pallore che cessa di rifulgere offuscato da qualcosa di infimo e grigio come le ali dell’afasia.
Il sangue imbrattava le foglie raminghe, ormai anche in esso non v’era traccia alcuna d’un seppur vago scintillio.

Intorno le mosche danzavano, il loro flemmatico galleggiare nell’aria, come fossero bolle di morte, rallentava anche le cose circostanti. Regnava infatti una cupa atmosfera nonostante fossero le undici del mattino, tutto era catatonia e morte.
Onto Bulfetti invece percepì la scena come qualcosa di opaco e indistinto,che man mano si schiude per rivelare l’impatto d’una certezza che fa palpitare il cuore, o meglio impazzire, a causa dell’adrenalina al cospetto della natura stessa della paura: il dolore, la solitudine, il cadavere, la vacuità del bosco ove solo la voce delle foglie sussurrava in silenzio.
Onto Bulfetti dicevo, si pietrificò quando s’accorse che quella cosa giacente,che lo aveva turbato destando in lui ombre di inconscio terrore sin da quando l’aveva scorta indistinta di lontano, era un corpo di donna mutilato, privo di testa e ormai inerte, gelido pezzo di carne.
Onto era il demente del paese, non so se è corretto dire proprio demente, era rimasto intrappolato in una sorta d’estrema purezza che lo rendeva inavvicinabile, nessun altro essere avrebbe potuto né valicare né infrangere la sua campana di vetro.
Aveva un volto estremamente dolce, anche se effettivamente mostrava qualche segno di demenza nei suoi tratti. Quel volto fu improvvisamente squarciato, e v’apparve grondante un taglio netto e preciso, il suono della carne squarciata fu simile al secco rumore delle foglie d’autunno calpestate.
Onto cadde in terra, piangeva sangue, non riusciva a vedere ma sentiva che qualcuno gli si aggirava intorno, qualcosa di cui aveva solo scorto la mano inguantata, che brandiva una grossa lama curva diretta verso il suo smarrito sguardo.
La scena era stata tanto fulminea da far impazzire Onto, si agitava cieco e terrorizzato ignaro di chi fosse il suo assalitore; e si sa che quando si aspetta il colpo arrivare senza scorgerne la direzione il senso di smarrimento si ingigantisce. Tutto ciò che si agita indistinto nella tenebra terrorizza l’uomo. Figurarsi il nervosismo isterico dell’eterno bambino, che con il suo modo di fare pulsava ancora più sangue verso le porte vermiglie della sua ferita; e così i suoi occhi dipinsero il tappeto di foglie morte, spargendovi il candore del suo sangue di angelo smarrito nella morte.
                                                               
                                                                        *

Trascorsero nove giorni dall’accaduto nella foresta e solo il silenzio vegliava su quei corpi, volteggiando flemmatico e lene, come un diafano manto dalla eterea tangibilità.
Fino a che i corpi non furono scoperti in seguito ad un bizzarro accaduto.
Angela Bassi e Leonardo Bifolchi si erano appartati presso la zona dell’omicidio, i cadaveri erano però lontani dall’automobile dei due giovani amanti.

Angela disse poi, in seguito a delle indagini, d’aver avuto sin dal principio il sentore d’essere osservata.
“Ho sentito puzza di morte”. Dichiarò “Come nella stalla quando il nonno sgozza i polli o i maiali.”
Un uomo dal volto coperto aveva aggredito i giovani con un ascia; dopo aver sfondato il parabrezza riuscì a ferire al petto lui ma non ad ucciderlo, e ad abbattere l’ascia sulla gamba di Angela scheggiando l’osso.
L’aggressore però fu fermato da un altro colpo d’ascia conficcatosi nella sua spalla, il colpo era stato vibrato dal padre di Angela che aveva seguito sua figlia ed era pronto ad uccidere Leonardo, pur di preservare la presunta verginità della sua unica figlia diciottenne; ma si era ritrovato testimone d’una aggressione violenta perpetrata da un maniaco furioso ai danni di della sua bambina e del galletto con cui s’era appartata.
L’uomo dal volto mascherato scappò nella notte fitta della boscaglia trascinando con sé l’ascia mediante un solo braccio. Onorato Bassi guardò l’aggressore fuggire, poi rivolse uno sguardo sdegnato alla figlia piangente e semimutilata:
“Lurida puttana, adesso chiamo un ambulanza ma spero che tu e questo stronzetto schiattiate prima!”
Telefonò all’ambulanza, poi s’inginocchiò e pianse.
“La mia bambina, la mia piccina sta morendo”.
Continuava a ripeter queste parole singhiozzando con il volto deforme dal pianto.
L’ira era cessata, Onorato voleva sua figlia, un’immagine di lei a sette anni gli volteggiò nella testa come un presagio d’addio, poi emise un urlo talmente violento da fargli sentire in bocca il sapore del sangue.


                                                                        *
22/11/1996

Non temo più la notte, è definitiva la mia permanenza in questo luogo, lontano da chiunque, protetto da una lama.
Se gli uomini mi cercheranno non riusciranno mai a ricondurmi da loro, non temo la solitudine, non temo l’ombra dell’amore, odo lo scrosciare delle foglie e voglio carpirne il segreto idioma che si tesse nell’aria.

                                                                        *


Erano le tre di notte quando giunse l’ambulanza e tre volanti dei carabinieri. Da un’auto uscì il commissario Igino Cancheincede, l’unico che un po’ ne capiva d’assassini nella zona; il paese in cui i fatti si svolsero era composto da sì e no duecento abitazioni, di quelli arroccati su di una montagna, con le case di pietra grezza e i tetti di mattoni rossi e di cui non svelerò mai il nome.
Cancheincede gettò la sigaretta e deglutì silenziosamente la sua sbronza serale. Aveva gli occhi gonfi, il volto stravolto; del resto tutti sapevano che era un alcolista insonne e depresso, ma che sapeva sparare bene e aveva più intuito di qualsivoglia suo sbarbatello collega saccentone.
Appena lo vide, Onorato Bassi gli corse in contro in lacrime:
“Commissario, commissario, hanno ucciso la mia bambina!”
Non appena Onorato sfiorò con la mano la spalla di Cancheincede, questi estrasse una bottiglia di bourbon dall’impermeabile e glie la fracassò sulla fronte; si accese serissimo una nuova sigaretta e voltandosi verso i colleghi disse:
“Arrestate questo figlio di puttana e mettente in conto una bottiglia, che questa mi è servita in servizio per legittima difesa, e io l’alcool cazzo lo pago!”
I carabinieri portarono via Bassi semicosciente, così il commissario potette avvicinarsi lentamente e con cautela ai feriti, Leonardo era morto, la sua ragazza quasi.
Preferiva che nulle fosse toccato, anche uno schizzo di sangue poteva rivelare prove certe e facili deduzioni, ma era molto complicato con tutta quella gente intorno.
Il volto di Cancheincede era gonfio dal sonno, sì, ma incredibilmente seri e sornioni i suoi occhi osservavano le cose, con calma, con freddezza e flemma; in fondo che fretta c’era?
“Commissario, commissario mi lasci dire…”
“Non mi devi disturbare mai mentre mi concentro maledetta checca incapace!” Il commissario urlò queste parole infuriato e imperativo.
“Ma su quali basi dobbiamo trattenere il signor Bassi?” Disse il maresciallo sedicente che l’aveva interrotto.
“Perché è sporco di sangue, perché a casa sua manca un’ascia e qui per terra ne abbiamo una sporca di sangue, per giunta costui è un folle possessivo geloso della figlia!”
“Ma signore, ha chiamato lui i soccorsi!”
“E a te questo non sembra un alibi stronzetto? La prima cosa che ho fatto è stato far controllare la sua casa e interrogare sua moglie. Ora togliti di mezzo e non rompermi più il cazzo, se qualcun altro si avvicina giuro che gli sparo in testa!”
“Commissario, lei è ubriaco, non può esercitare la sua professione così conciato, non possiamo permetterci….”
Il commissario si chinò lentamente fino a terra , questo gesto interruppe le considerazioni del maresciallo, poi Cancheincede si rialzò, aveva raccolto una pietra e con decisa freddezza la abbatté sulla faccia del suo collega; infine si rivolse ai presenti mentre il ferito cadeva svenuto ai suoi piedi:
“Fino a nuovo ordine Bassi resta il sospetto numero uno, il prossimo che interferisce si ritrova steso con un colpo in fronte. Fate lavorare questo vecchio!”
I medici intanto portarono via Angela che era appesa a un fievole spiraglio di vita e finalmente Cancheincede incominciò ad allargare le sue idee.
A giudicare dalle impronte l’assassino doveva essere pesante, circa novanta chili e più, molto forte a giudicare dall’arma usata, dalla rottura del parabrezza e dall’ampiezza della ferita di Leonardo.
La ragazza probabilmente sarebbe presto morta e non avrebbe potuto più parlare, doveva sbrigarsi, altrimenti il maresciallo sarebbe rinvenuto, quel giovincello di venti anni più giovane di lui l’avrebbe denunciato e fatto sospendere dal servizio.
“Sei vecchio, sei ubriaco, cazzo impegnati!”
Delle tracce conducevano verso il bosco, qualcosa di molto simile ad un’ascia era stata trascinata e aveva lasciato una visibile scia.
“C’era dunque un’altra ascia, se questa ascia è qui, e l’altra è con l’aggressore allora significa che davvero non è stato Bassi, bastardo, adesso sono veramente fottuto, non mi resta che interrogarlo!”

Bassi era in una volante e si tamponava con del ghiaccio la testa, un infermiere che era lì con lui guardò con sdegno Cancheincede, poi li lasciò soli.
“Allora bifolco, raccontami com’è andata!”
“Ma lei dove ha studiato per fare il carabiniere? Lo sa lei che del regolamento non rispetta proprio un cazzo commissario?”
“E tu cosa vuoi saperne del regolamento bifolco? Pensa solo a dirmi tutto, ogni dettaglio!”
Bassi raccontò d’aver seguito sua figlia, di essere impazzito nel vederla lì, ma di non essere stato lui a colpirli, gli raccontò dell’aggressore, della ferita alla spalla e dell’ascia che aveva portato con sé.
“Dunque c’è un figlio di puttana nei boschi che ci ha lasciato tracce dappertutto e a noi non resta che scovarlo? Mai imbattuto in un caso più semplice! Perché questo bastardo ha portato con sé l’ascia, perché trascinarsi un simile fardello e lasciare una pista? Aveva i guanti?”
“Non so, non lo ricordo. E’ comunque scappato di là!”
“Si sarà portato dietro l’ascia perché era piena zeppa di impronte e indizi, non ci resta che seguirlo, sono sempre più vicino all’essere cacciato e senza un soldo!” Pensò il commissario mentre lasciava l’interrogato senza profferire verbo.
Intanto s’avvicinò cautamente un appuntato dal volto pallido a metà tra l’attonito e l’orgoglioso:
“Commissario, commissario, ci sono altri due cadaveri nel bosco, questi due però sono in avanzato stato di decomposizione!”
Il commissario sorrise, accese l’ultima sigaretta e pensò:
“Che notte di merda, cadaveri, asce, niente sigarette e alcool buttato sulla capoccia di un saccentone!”
Poi impartì gli ordini:
“Mandate un medico a controllare da quanti giorni sono lì, io vado a cercare questo fantasma!”

                                                                              *


“Ma come commissario, senza cani, con delle misere torce in questa oscurità, non le sembra pericoloso?...”
“E a te non sembra di essere un po’ infingardo e vile?”

Gli uomini tacquero e continuarono a seguire le tracce. Nel folto bosco la pista condusse ad una baita isolata, rudimentale e solinga sorgeva nella totale oscurità. Una fievole luce brillava in un danzante lucore attraverso i vetri di una piccola finestra, era il bagliore d’un fuoco.
Il gruppo si diresse cautamente verso l’abitazione, ne perlustrarono il perimetro con il cuore al galoppo, infine irruppero sfondando la bassa porta di legno annerito dalla fragrante umidità della notte.
All’interno trovarono un uomo disteso con il volto verso il pavimento, intorno a lui si dilatava una scura pozza di sangue resa ancor più spettrale dal tremolio delle fiamme nella stufa, che la illuminavano di cangianti spettri di luce.
Un veloce colpo s’infilzò nel costato di uno dei carabinieri, era come se quel fendente fosse stato sferrato dal buio. Altri furono colpiti alle principali arterie e il sangue schizzò vivo attraverso la stanza parzialmente illuminata, a precedere questi fiotti vermigli vi era solo il balenio d’una lama curva che come una falce di luna sorgeva nella tenebra, ed il secco rumore della carne squarciata di netto, che faceva eco insieme al crepitio delle braci.
Gli altri due carabinieri cominciarono a sparare all’impazzata nelle zone di fitta tenebra, il commissario fissava invece i propri gelidi occhi intorno a sé, la pistola salda nelle mani in attesa d’un bersaglio tangibile, a Cancheincede sarebbe bastato un unico colpo.
Ma d’improvviso si ritrovò da solo, i suoi colleghi erano stati trafitti, se ne accorse solo quando udì il tonfo dei loro corpi cadere in terra, come un nefasto sipario che sigilla il silenzio.
Il commissario era solo, in una piccola capanna tra i boschi a sudare bourbon ascoltando l’erompente battito del cuore pulsargli fino in gola. Il sudore gli percorreva la schiena agghiacciandolo con gelidi artigli.
La solitudine al cospetto della morte che regnava in quella stanza, il puro terrore dell’uomo smarrito nell’incertezza dell’ignoto, solo, perso, il fuoco che crepita, parla…..
Poi un colpo laterale che annega nella spalla di Cancheincede, lacera i tendini, penetra dolce e senza ostacoli fino a conficcarsi nell’osso. D’istinto uno sparo parte distruggendo il silenzio ed il vetro della finestra, in seguito la pistola cade dalle mani e viene inghiottita dalla tenebra del pavimento, fuso con il bosco e con la notte fuori.
“Che stupido!” Pensò il commissario. “Pensavo d’averla ben salda, ma è bastato poco a disarmare un rottame come me!”
Il commissario era in ginocchio, bastava un altro colpo per mozzargli la testa.
Finalmente però dalla tenebra apparve un uomo, la sua figura terrorizzò Cancheincede, ma era una sensazione unicamente dovuta all’improvvisa, suggestiva apparizione. L’uomo visto alla luce appariva sereno, pacato.
“Hai ucciso tu tutta questa gente?”
“No, io ho ucciso solo spettri! Ho ucciso questo uomo che è apparso sanguinante alla mia porta e mi ha aggredito, poi ho ucciso voi, che giungete nuovamente a turbare la mia quiete. Non so se sto impazzendo, so solo che nulla può valicare me o la mia lama!”
Il commissario osservò quel coltello, era un ronchetto, non era un ascia, quel tizio non era l’assassino, si stava difendendo dall’aggressore.
“Sono tutte stronzate!” Di colpo pensò. “Questo figlio di puttana vuole spedirmi fuori servizio prima degli altri, ora lo fotto io!”
Ma questi furono i suoi ultimi pensieri poiché la lama s’abbatte sul suo cranio e vi si conficcò.
Cancheincede era in terra stramazzato, con il manico del coltello che gli sbocciava dalla testa e l’attonita bocca lacrimante sangue.

                                                                       *


Giunsero presto altri membri delle forze dell’ordine e irruppero nella baita, tramortirono il suo abitante mediante gas di non so che sorta e riuscirono ad incolparlo, se pur basandosi su prove  incerte e fugaci lo condussero in manette dritto in questura.
Furono ritrovati i diari e di conseguenza gli fu attribuito ogni omicidio avvenuto in quella zona, aveva una ferita d’ascia alla spalla e tra l’altro il corpo dell’uomo ritrovato in casa fu identificato: si trattava di Antonio Bassi, zio di Angela, anch’egli aveva una ferita d’ascia alla spalla, ma questo dato ambiguo fu tralasciato data la chiarezza dei manoscritti che attestavano i disturbi mentali dell’autore del diario di cui trascrivo ora l’ultima pagina. L’ascia e il passamontagna non furono mai ritrovati, ed il corpo della donna rinvenuto nel bosco insieme a quello di Onto Bulfetti non fu mai riconosciuto né rivendicato; forse appartenente ad una prostituta dimenticata, trascinata sin lì e poi uccisa, era certo che l’arma usata per ucciderli era la stessa ascia che aveva ucciso Leonardo e Angela, del resto le asce secondo la legge a volte sono tutte uguali.

23/11/1996

Demoni oscuri tentano di distrarmi dal mio isolamento, non voglio cedere alla paura, voglio combattere ora che la lama mi vezzeggia con la sua sicurezza, ora che so di poter vincere questo ignoto nulla.
Un uomo con un ascia mi ha fatto visita poco fa, è strisciato fino alla porta, apparso sanguinante come una visione inquieta, non so se in effetti sia realmente un uomo o un demone, fatto sta che il suo cadavere ora giace qui in terra. Non mi turba affatto, anzi testimonia la mia capacità di prevalere sulla paura e sugli spettri che mi manda la notte, nonostante questa volta ne abbia carpito la tangibilità, mi ha sferrato un colpo alla spalla, penso che abbia rubato l’ascia che è fuori con la legna poiché è lì che l’ho trovato.
Ho potuto tutto grazie alla mia lama, essa m’ha sussurrato parole di conforto salvandomi dal terrore, essa mi dice esattamente dove colpire, poiché il nostro legame è intimo come l’amore.
Il coltello mi conforta e mi chiede di non tornare giù dagli altri esseri che si nascondono dalla notte; io mi difenderò sempre, lupo dall’unica zanna ricurva, io scaccerò sempre la follia che la notte mi dona affinché io la tema e ad essa mi chini genuflesso attendendo il giorno.
Ma sempre, sempre ripeto attenderò la notte e i suoi provocatori figli e li fronteggerò, con essa ricamerò un manto intorno alla mia pelle rendendola il mio giaciglio, immobile brandirò il coltello e non avrò paura.
Ma ecco, li sento, ne arrivano degli altri.
Hanno delle torce, li spazzerò via dalla mia casa, o dalla mia mente, a questo punto non so.
                                                                                                                                                   
                                                                                                                                             FINE
 
   ©Davide Giannicolo