Il ghetto era molto antico, i suoi scantinati avevano visto i secoli e ne avevano anche l’odore. Ora era un coacervo di tutte le razze, persone provenienti da remote regioni dell’Africa e dell’Asia occupavano palazzi cadenti e popolavano quegli antichi scantinati, vagavano per scale silenziose, spacciando spezie e droghe, hashish e magia nera.
Necromania e puro amore per decadenza e violenza, poesia oscura, lirismo licantropico, monumentali astrattismi sanguinari, danza di catene e rasoi al chiaro di luna, letteratura notturna, solinga, antintellettuale. Questo è il manifesto del porto dei misfatti, e i viandanti che vi entreranno sentiranno gelidi moncherini carezzare il loro volto, o sinuose sirene, il cui bacio sa di prostituzione e antichità.
domenica 14 dicembre 2025
Necromanzia nel Ghetto
domenica 24 agosto 2025
Notti
Il pingue nanetto si avviava verso l'automobile, faceva freddo, un’aria gelida tagliava le ossa cercando di cristallizzarne il midollo.
Eppure qualcosa scaldava il ventre del tizio, un coacervo di immagini non ancora disgregate dal sonno appena infranto.
Turni di notte, che noia, se non fosse per i piacevoli svaghi mai sopiti della propria mente, grovigli di speranze pornografiche represse, ragazze che a lavoro avrebbero sorriso, si sarebbero chinate, mostrando lembi di carne intravista e da scoprire, sobbalzi pettorali di grosse tette il cui pudore viene distratto dalla foga del lavoro.
Tutto ciò era per lui, uno spettacolo messo in piedi unicamente per il suo piacere, o almeno così lui credeva, quei pensieri erano indelebili come un impronta calcata nella sua mente masturbatorea.
Montò in macchina, una leggera erezione aveva vinto il freddo, pensò a dei nomi, nomi femminili, chi si sarebbe chinata per prima? A quale di quelle troiette avrebbe spiato per primo i glutei posti in bella mostra?
Il placido torpore svanì di colpo, vide solo un ombra, enorme, oscura come quella di un orso, che però pareva un lampo.
Il parabrezza della macchina si schiantò in mille pezzi, un oggetto contundente ci si era abbattuto sopra con pesantezza, penetrando nell'abitacolo e spappolando la mascella del passeggero.
Il terrore pompò il sangue a mille, adesso non si trattava più di torpore, bensì di fuoco, roghi di paura che infiammavano il corpo del masturbatore incallito.
Qualcuno aprì la portiera, un gigante o qualcosa di simile, la sua presenza era opprimente, incombeva asfissiando, così come il pregnante odore della pelle nera che aderiva alle sue braccia enormi.
Una mano inguantata, anch'essa ricoperta di cuoio, strinse la nuca grassoccia del tizio, il dolore alla mascella si stava assestando, cominciava a indurre lacrime copiose e conati di vomito.
Venne catapultato sull'asfalto, con la spinta di quell'unico arto che lo aveva afferrato, per terra, stordito ma terribilmente cosciente, il masturbatore potė vedere con chiarezza colui che gli stava innanzi.
Brandiva uno spadone, da usare a due mani a giudicar dall'impugnatura, ma lui la brandiva con dimestichezza con la mano libera, ostentò questo suo mesto potere, poi lentamente appoggiò la spessa lama, molto simile a una mazza di ferro, sulla propria spalla.
Il suo volto non era chiaro nella notte, pareva però pallido, cadaverico, eburneo come quello di uno spettro.
Il colosso issò lo spadone sulla propria testa, indugiò ammirando la paura sul volto della sua vittima, poi abbatté la lama sulla rotula, in un colpo secco e maestoso.
La lama non era affilata, era stata concepita più per spezzare che per7 tagliare, cosa che fece, la gamba si accartocciò sotto il colpo, nessuno, badava alle grida nel parcheggio inghiottito da sbuffi maligni di nebbia, i grilli frinivano, reclamando il sangue in una macabra canzone dedicata alle tenebre.
Lo spadone cadde poi nuovamente sulla schiena dell'uomo rannicchiato sull'asfalto, che pensò bene di fingersi morto dopo quel colpo che forse lo aveva paralizzato per sempre.
Ma udì il clangore del ferro abbandonato con violenza sul cofano della sua automobile, allora aprì gli occhi, ma no, il gigante non stava andando via, srotolò una catena, lunga quanto una delle sue gambe.
Cominciò a farla roteare in aria, quel sibilo era agghiacciante, più volte, le maglie d'acciaio si schiantarono contro quegli esterrefatti sopraccigli che spaccandosi miserevolmente aprirono i getti fascinosi di fontane di sangue.
"La tua bocca è spaccata e non puoi parlare, i tuoi arti spezzati e non puoi muoverti, i tuoi occhi sono sfondati e non puoi guardare..."
Il gigante gettò in terra la catena, accanto al corpo contorto, mugolante e orribilmente contuso, l'uomo trasalì nell'udire quel suono, ma allo stesso tempo un pesante calcio fracassò il suo timpano, e i suoni circostanti non divennero altro che dolore.
Qualcosa poi gli spezzò le mani, forse la spada-bastone, poiché era quello il violentissimo stile del colpo.
"Le tue orecchie non possono udire né le tue mani toccare..."
La bestia era su di lui, in piedi, con uno scarpone a far pressione contro la sua guancia tumefatta.
"Ma vedi, anche in queste condizioni tu sei ripugnante e affatto innocuo agli occhi della giustizia del nostro creatore..."
Spinse ancora di più lo scarpone, sembrava che il cervello dovesse esplodere dalle orecchie e dagli occhi.
"Poiché è la tua mente, la tua anima, queste due cose inscindibili dal corpo, sono queste due cose a renderti sporco e spregevole."
Il piede venne sollevato, ricadde giù con violenza, ed il cranio si spappolò emettendo un sinistro scricchiolio.
Quello che restò sull'asfalto, non era che una parvenza umana, un pezzo di carne smembrato, devastato, semplicemente sfasciato con brutale criterio di logica folle.
"Ringraziami porco, poiché ben più furioso, può essere l'occhio di Dio!"
Igor Vetusta si allontanò dal parcheggio, aveva raschiato via il male dal mondo, anche quella notte.
Dedicato ai parcheggi isolati nottetempo.
sabato 3 ottobre 2020
Evil Rotten Bokken: Vermi
Tomba senza nome, triste e dimenticata, notte senza luna, lucciole che sembrano lumini, nel silenzio la marcia trionfale dello strisciare dei vermi. Orde pulsanti, un nugolo palpitante che scava la terra fino in fondo, penetrando nella bara. Stranamente la nidiata immonda dona vita alla putrida carne, un male innominabile che strappa ossa peccaminose alla tomba al fine di restituirle alla psicosi dell’odio di cui in vita erano intrise. Tetra resurrezione, nocche scarne che sfondano a pugni il marcio coperchio della bara per poi scavare nella terra umida. Farsi spazio tra la tenebra infinita del ventre del cimitero, guidato dai vermi che ormai hanno preso possesso delle viscere e della vuota gabbia toracica, consumandovi uno sfrenato, pulsante festino inneggiante alla infausta, trionfante rinascita.
La mano fatta d’ossa sorge lentamente dal terreno umido del cimitero come fosse un bianco fiore in germoglio, come Ecate che vive sia sopra che sotto simile all’erba di cui ignoriamo le profonde radici dimoranti nel sottosuolo, Evil Bokken sorge, mostrando alle stelle brulicanti nel cielo, scintillanti, simili a lame appena sfoderate, lentamente, la propria diabolica rinascita.
Così come la sua lapide è priva di nome, fiori o commemorazioni, il corpo è senza testa, ignota identità sottratta da un colpo di spada. Ricordi, impulsivi e veementi come vomito affiorano fino al collo mutilato da un taglio netto, qualche verme vi fuoriesce, cadendo in un groviglio pulsante, percorrendo il petto fino all’umida terra, dove pare abbia appena piovuto. Falene, pipistrelli e altre creature notturne salutano il nuovo paladino della notte, loro sanno, non sono nuove a questo genere di scene perpetrate nottetempo, è affascinante ciò che accade in un cimitero lontano dagli occhi dei mortali. Un’unica voce impossibile da udire guida quel corpo sottratto alla morte o forse eletto da essa, una voce appartenente al ronzio delle ali di insetti nottivaghi:
“Recupera la tua testa oh cavaliere delle tenebre e compi la tua vendetta!”
Ai cancelli del cimitero lo attendeva però già una sorpresa: una donna, anch’ella in avanzato stato di decomposizione, imbracciava un fucile automatico, spocchiosamente puntato verso di lui.
I seni parevano sacche vuote, dentro però pendulo il silicone di vecchie protesi arrivava fino al ventre, le costole sporgevano come punte di coltello.
“Miura, finalmente ti vedo nella tua vera natura, la morte ti rivela per quello che sei!”
“Come fai a vedermi senza testa, brutto figlio di puttana, sono qui per la mia vendetta, risorta per farti quello che tu hai fatto a me!”
“Sono i miei amichetti, tutti questi bei vermicelli a vedere al posto mio, come antenne, sono come radar capisci? Dove cazzo hai preso quel mitra piuttosto?”
Una risata agghiacciante fuoriuscì da una gola che non c’era, prodotta da corde vocali recise e inesistenti.
Innervosita dal solito fare di Evil Bokken, Miura iniziò a sparare. Raffiche impazzite crivellarono il corpo del cadavere appena risorto, adesso era la morta a ridere istericamente mentre pezzi organici marcescenti venivano sparsi sulle lapidi.
Il caricatore era scarico e la risorgente sospirò soddisfatta, la sua serenità durò poco però, poiché in pochi attimi le frattaglie si assemblarono accompagnate da un suono viscoso, era come se i pezzi fossero trasportati dai vermi in un lavoro da officina negromante.
“Credo che adesso toccherebbe a me spappolarti, e lo farei volentieri giusto per sgranchirmi dopo questo sonnellino sottoterra, ma credo anche che potremmo andare avanti così tutta la notte, qualcosa mi dice che ti rimetteresti su anche tu e che qualcosa ci ha voluti qui insieme stanotte per un unico fine, andiamo da Fuocoefiamme, è stato lui a mandarti tra le mie mani perverse e dovevi aspettarti cosa sarebbe successo, lui ti ha ingannata, non io, che sono subito stato sincero con te, andiamo, io riprenderò la mia testa e tu la tua vendetta, e poi sai, ti trovo veramente bella adesso, così decomposta, ora sì che sei attraente nella tua vera natura, truccata dalla morte e non dal silicone.”
Miura sorrise inquietantemente, era orribile, un teschio con un velo di pelle grigia a coprirlo, priva di naso e con una specie di piccolo salvagente di silicone sui denti ghignanti nella smorfia della decomposizione.
“Se tu avessi una testa adesso ti bacerei Evil Bokken, va bene, andiamo, ma voglio vestirmi, attillata e da puttana, come è sempre stato, non mi va di girare così anche se sono morta e faccio schifo, poi rubiamo una macchina, già immagini il modello vero?”
*
Una Lamborghini rombante sfrecciava nel cuore della notte, ospitava una morta decomposta vestita da troia, truccata e tutta in tiro, con al suo fianco un cadavere senza testa, che però parlava e faceva battute maligne. Questa scena si era già vista, quando i due erano in vita, e non era finita affatto bene.
Cosa si aspettavano le forze delle tenebre da quei due? Fermare l’impero di Morte e illegalità di Fuocoefiamme? Dare la possibilità a Evil Bokken di compiere uno scontro alla pari con Asso di Spade? Il cui ricordo era bruciante e silenziosamente fisso nel cuore marcio del redivivo? O semplicemente le forze del male cercavano nuovi Alfieri al fine di disseminare il male nel mondo? Pensieri troppo complicati per quella coppia strampalata.
“Come mi vedi truccata così? Faccio schifo vero?”
“Stai benissimo invece...”
“Oh grazie amore mio!”
“Stai andando troppo in là con questo rapporto, nessuno ha detto che siamo Romeo e Giulietta!”
“Stronzo!”
Andarono prima a casa del vecchio rivale di Evil Bokken, lo odiava, e voleva rompergli il cazzo anche dopo la morte. Furtivamente entrarono in camera del coglione morto da mesi, che in vita abitava ancora coi genitori, rubò il suo Bokken, al cavaliere delle tenebre serviva un arma e gli sembrò questo il modo migliore per procurarsela.
“Miura sputaci sopra, odiavo questo cazzone, era il preferito del mio maestro, modestamente ho ucciso entrambi, non userò mai la sua spada senza prima dissacrarla per bene, come vedi io non ho un cazzo con cui sputare, quindi ti prego, fallo tu per me, sarà ancora più umiliante la saliva di una donna!”
E Miura lo fece di buon grado, due o tre sputazzate grumose piene di catarro verde, Evil Bokken, decapitato, non aveva ghigno in quel momento, ma vi assicuro che c’era, nel profondo di sé, un maligno sorriso soddisfatto c’era eccome.
“Bene adesso ci piscio sopra e il rito è finito!”
Fu allora che il tetro spadaccino si rese conto di non avere più un pene, forse mangiato dai vermi, ma solo un buco marcio simile alla vagina di Miura.
“Oh cazzo, che punizione è questa, porca troia, potevano lasciarmelo almeno quello!”
Espulse comunque una sostanza densa, gialla e maleodorante che impregnò il bokken giacente sul pavimento della stanza che i genitori del morto avevano adibito a una sorta di tenero mausoleo.
“Sei proprio un figlio di puttana, mi piaci sempre di più, posso sputare anche sulla sua foto?”
“Fa pure piccola mia, anzi mi fa piacere, ora la sua spada è mia, pronta a spaccare le ossa di quei cazzoni che ci credono morti.”
*
La Lamborghini entrò a tutta velocità nella porta di vetro del palazzo a quindici piani di Fuocoefiamme, fu una carneficina, era quasi l’alba, gli uomini erano pochi e assonnati, una luce grigia cominciava a schiarire le cose mentre mani ossute cominciarono a sembrare corpi, sottrarre pistole e usarle contro i possessori iniziali in maniera perversa, infilandole nei posti più improbabili e facendo fuoco. La spada di legno frantumava crani, spezzava rotule, schiantava in mille pezzi le ossa delle mani, spappolava con colpi di punta bulbi oculari e carotidi, in pieno stile Evil Bokken, come in passato aveva fatto molteplici volte. Ovunque imperavano grida e spari, colpi secchi, cartilagine infranta, rantoli, sussurri di pietà e suono di ossa spezzate da un ligneo corpo contundente.
“Che cazzo sta succedendo? Mi sono addormentato due ore fa dopo il poker del venerdì, chi cazzo si permette di sparare qui sotto?”
Fuocoefiamme a causa dell’immensa mole di lavoro e anche per fare al meglio i cazzi suoi lontano da moglie e figli ormai viveva nell’attico del palazzo amministrativo dell’organizzazione, era ancora rincoglionito dal bourbon della sera prima, ma divenne di colpo lucido quando udì le parole del suo scagnozzo, che gli risvegliarono oscuri, temibili ricordi:
“Sembra che ci siano due cadaveri che camminano, uno di una donna, l’altro senza testa con in mano una spada da samurai fatta di legno, le pallottole non li buttano giù, stanno facendo un macello, salgono a piedi veloci come saette, dovrebbero essere al settimo piano adesso!”
Un cadavere senza testa con in mano una spada di legno da samurai.
Possibile? Possibile che quel figlio di puttana di Evil Bokken fosse realmente uscito dalla tomba in cerca della sua testa? Cioè ma poi la testa di chi? La propria ovvio, ma anche la sua, la sua nel senso della strafottutissima testa di colui che glie l’aveva fatta strappare.
Poggiò due revolver e un automatica sul tavolo di vetro nero, lungo due metri, che si opponeva alla porta.
“Le pallottole non li buttano giù!”
Cominciò a sudare, estrasse dall’armadio un fucile a pompa, lo usava quando voleva fare danni seri, un colpo di quello e un corpo va in pezzi, altro che proiettili.
“E poi l’altra chi è? Ha trovato la fidanzata? Non sarà quella zoccola di Miura? Con tutti i soldi che le ho dato, c’è stato anche dell’affetto tra noi, ma no, che cazzo sto dicendo, saranno due coglioni travestiti da zombi, qualcuno mandato da bastardi rivali, questi cazzo di latini amano ste stronzate, le maschere da teschio e puttanate simili, degli emulatori oppure, che vogliono seguire la fine che ha fatto quel figlio di puttana, teppistelli del cazzo strafatti fanatici del vecchio Bokken, ne ho sentito parlare, adesso li fulmino con questo e gli faccio passere il vizio, ma cazzo, senti che casino, possibile che i miei uomini siano tutti dei cocainomani inutili con una pistola sotto il panzone gonfio di gin e acqua tonica?”
Pensieri silenziosi sotto una fronte sudata, un boss pronto alla morte, sapeva che la sua vita un giorno poteva finire in questo modo, forse era per quello che non dormiva più con moglie e figli, in fondo forse, il vecchio Fuocoefiamme, era un tradizionalista attaccato ai vecchi valori, nonostante la sua professione sporca che ti impediva di dormire sereno la notte. Intanto le urla e gli spari si avvicinavano sempre di più, il sudore lo stava rincoglionendo minando la sua lucidità, allora si mise davanti alla porta chiusa puntandovi il fucile a pompa, lo scagnozzo rispettava il silenzio e lo imitò, puntando verso l’ignoto che velocemente incedeva una mitragliatrice Uzi.
Un gruppo di uomini, le migliori guardie del corpo di Fuocoefiamme si erano raggruppati facendo barriera davanti alla porta del suo ufficio. Improvvisamente il boss dall’interno udì il suono secco di vetro che si schianta e grida strazianti.
“Fuoco, va tutto a fuoco, hanno delle Molotov!”
Presto l’odore del fumo e della carne bruciata si insinuò dalle fessure della porta.
“Aprì e facciamola finita con questi pazzi, prima di bruciare vivo qui dentro voglio vederli in faccia!”
Lo scagnozzo obbedì agli ordini del suo capo, spalanco le imposte di legno massiccio e subito venne rivelato l’inferno che fuori imperversava, un rogo imponente si era impadronito dell’intero piano del palazzo; istintivamente lo scagnozzo sparò una raffica tra le fiamme, vi fu solerte risposta, due proiettili provenienti dal nulla gli frantumarono le ginocchia, stendendolo in una pozza di sangue.
“Non me ne starò qui a fare la fine del topo, venite fuori e fate quello che dovete!”
“L’avresti mai detto che proprio un incendio avrebbe fottuto uno col tuo nome altisonante?”
La sagoma senza testa uscì dalle fiamme, come una figura infernale e sulfurea, la sua sposa decomposta lo raggiunse mettendosi al suo fianco, tetri sposi incedenti verso l’altare della morte.
Il fucile a pompa sparò, una spalla seguita dall’intero braccio esplose dal corpo del cadavere senza testa, era l’arto che impugnava il bokken. Seguirono grottesche risate di scherno e satanica superbia, qualche colpo di risposta sparato da Miura che stringeva tra le mani ossee dure automatiche appena rubate alla camorra. Fuocoefiamme evitò i proiettili rotolando di lato, riuscì a rifugiarsi dietro il divano seguito da piombo e risate. Il costoso pezzo d’arredamento in pelle nera venne crivellato velocemente, i caricatori di entrambe le pistole erano vuoti, allora il boss si scoprì rispondendo al fuoco, fu terrorizzato nel vedere che il braccio e la spada di legno del morto senza testa erano di nuovo al loro posto, perfettamente intatti come lo erano prima del colpo di fucile. Ne sparò un altro, alla gamba della donna, che sparì in mille pezzi facendola cadere come fosse una bambola rotta.
“Non ti ricordi quando mi hai scopata proprio su quel divano dove ora ti nascondi? Non lo rifaresti più adesso vero? Non ti piaccio più Fuocoefiamme? Dai vieni fuori e dai un bacio alla tua Miura, la donna di denari!”
Il cadavere dai seni pendenti era di nuovo in piedi, come se nulla fosse successo rideva malignamente.
I proiettili non li buttano giù.
Era la fine, il rogo si propagava all’interno in una scena dantesca.
“Puoi ancora salvarti Fuocoefiamme”. Disse il morto decapitato.
“Ridammi la mia testa, dimmi dov'è, poi portami da Asso di Spade ti lascerò andare!”
Non c’era molta scelta, le fiamme avviluppavano ogni cosa e il fumo cominciava a bruciare i polmoni.
“Alla tua sinistra c’è un armadio nero, il tuo teschio è lì dentro, l’ho tenuto per mostrarlo a chi voleva mettersi contro di me, e ti confesso che mi è stato molto utile!”
Evil Bokken seguì le indicazioni del boss, finalmente si ritrovò innanzi la sua testa perduta, scarnificata, ormai priva di volto e lineamenti. La prese con tutte e due le mani come fosse una corona e in un gesto trionfale se la posizionò lentamente sul collo mutilato, la carne marcia assorbì immediatamente l’innesto ritrovato. Circondato dalle fiamme, teatrale e psicopatico, il cadavere col volto di teschio emise una tonante risata pregna di lirismo.
“Ora sono di nuovo un ragazzo con la testa sulle spalle!”
*
La Lamborghini era esplosa all’entrata del palazzo della camorra, i tre allora sfrecciarono in pieno giorno usando la Mercedes super lusso di Fuocoefiamme. Lui era alla guida, i due cadaveri redivivi dietro ben nascosti dai vetri scuri. Miura puntava la canna di una pistola schiacciata dolorosamente nella nuca del boss. Il palazzo era ormai distrutto, c’era un andirivieni di pompieri, sirene e forze pubbliche, era un casino totale che aveva sconvolto la città; presto però i tre derelitti guadagnarono indisturbati l’autostrada. Come avessero fatto a sfuggire alle fiamme il boss lo ignorava ancora, d’altronde cosa c’era di normale in quella pazzesca faccenda. Un camorrista rapito da due cadaveri di cui aveva gestito la morte si ritrovava a dialogare con loro in pieno giorno sotto il sole di ottobre:
“Ragazzi quell’uomo ha moglie e figli, non possiamo andare a casa sua a fare una strage, nemmeno io potrei essere così vile per salvarmi la buccia, sono sicuro che se lo inviti in un formale duello accetterà, è un uomo d’onore. Inoltre se L’Incappucciato, l’uomo che mi comanda, lo viene a sapere, la buccia non me la salvo lo stesso, erano amici d’infanzia, ammazzavano la gente insieme capito? Quello è un diavolo, se ne fotte di due zombie come voi, a me mi fa bollire vivo in un pentolone di rame e a voi vi fa a pezzi e vi mette in una scatola sigillata, credetemi, quello il modo di ammazzarvi lo trova!”
“Stai zitto e non essere patetico, dovevate pensarci prima di fare gli stronzi con me!”
Il teschio di Evil Bokken parlava senza muovere le tenebrose mascelle, per nulla intento a farsi impietosire.
“E tu Miura, ragiona, questo figlio di puttana ti ha crivellata di coltellate, dovevi vederti, piena di buchi e sfregi, ha proprio pisciato sulla tua bellezza, è stato lui ad ucciderti, non io, e adesso ti ci metti insieme contro di noi, che ti abbiamo dato una carriera dorata!”
La morta truccata da troia spinse ancora di più la bocca della pistola nella carne del suo ostaggio:
“Ma adesso lui è il mio sposo oscuro, fratello di tenebra, unico mio simile, siamo sulla stessa barca insomma, le cose cambiano bello mio, e poi tu mi hai usata senza scrupolo alcuno come esca nelle mani di un simile sociopatico!”
“Cazzo sei diventata come lui, parli come lui, scrupolo alcuno, alla Shakespeare o Torquato Tasso, vendetta, lirismo, non vedi che ti sta manipolando, sei solo una puttana Miura, che cazzo vuoi fare!”
Un colpo esplose e fece saltare l’orecchio di Fuocoefiamme in una nuvola di sangue che imbrattò la macchina.
“Guida e stai zitto” disse Miura “e vedi di non svenire, se no ti faccio rinvenire staccandoti le palle con le mani nude!”
Nessuno fiatò e il viaggio proseguì silenzioso, Evil Bokken cominciò ad ammirare seriamente la sua partner scelta dalla morte.
*
Arrivarono a ora di pranzo alla sontuosa villa di Asso di Spade. Fuocoefiamme era pallidissimo e debole, aveva perso molto sangue lungo il tragitto, ma trovò ugualmente la forza di sussurrare:
“Ci sono telecamere e cani da guardia, credetemi, non sarà così facile entrare!”
Evil Bokken e Miura erano scesi dalla macchina parcheggiata davanti al cancello alto quattro metri.
“Ok Miura adesso puoi uccidere questo bastardo!”
“Ma avevi promesso di lasciarmi andare!”
“Io, certo, io ti lascerò andare, ma non l’incazzatissima fanciulla qui presente!”
L’automatica scarrellò quattro colpi, tutti alla testa, una fredda esecuzione senza troppi fronzoli; il corpo di Fuocoefiamme stramazzò di lato, con il cranio spappolato che vomitava sangue, abbeverando la secca ghiaia, espandendosi in una larga chiazza rubizza. I colpi sparati in pieno giorno in quella zona isolata e tranquilla, oltre a far alzare in un volo di fuga stormi di uccelli poco prima cinguettanti, attirarono l’attenzione della gente di casa. Ben presto un dardo scoccato da una lontana e invisibile balestra si conficcò nella carotide ossea di Evil Bokken, un altro colpo, un attimo dopo, si infilzò nell’orbita cava di Miura. Entrambi i morti viventi caddero, per poi rialzarsi in pochi istanti.
Furono sciolti enormi molossi e fatti uscire da un sentiero secondario laterale al perimetro, i cani straziarono le ossa ormai quasi scarne, spezzandole con brutale foga in secchi suoni simili a quelli del legno infranto. Di nuovo i due si rialzarono, Miura sparò a un cane dritto in mezzo agli occhi, ma gli altri non fuggirono, addestrati a lottare fino alla morte. Il Bokken si abbatté sulle carni dei mastini, spaccando teste e zampe. Dopo circa mezz’ora di lotta estenuante i due si ritrovarono circondati dai cadaveri dei latranti cani da guardia. Orribilmente mutilati i due cadaveri viventi si riattaccarono gli arti guardando con sfida verso le telecamere del cancello. Miura sparò un paio di colpi in aria, come a sottolineare di non temere perdita di munizioni e ostentare abbondanza di piombo a disposizione.
Pochi istanti più tardi un pick up nero dai vetri oscurati raggiunse il cancello, Miura sparò scaricando un caricatore sulla carrozzeria, presto capí che il mezzo era blindato. Una voce parlò da un altoparlante proveniente dal fuoristrada:
“Cosa sta succedendo qui, chi siete e soprattutto perché non andate giù in nessun modo? Sapete a chi state dando fastidio? Avete una minima idea di quali guai state attirando sulle vostre teste?”
Arrogante, tronfio campione, come Achille si credeva invincibile, quel che restava del cuore marcio e scavato dai vermi di Evil Bokken cominciò a bruciare di rabbia funesta.
“Sei Asso di Spade?”
Disse il tetro spadaccino samurai metropolitano.
“Proprio così...e a giudicare dallo stuzzicadenti che stringi in mano credo di capire chi sei tu, anche se non riesco assolutamente a capire cosa ci fai ancora qui in mezzo ai vivi dopo che ti ho mozzato quella testa piena di perversioni.”
“ E non solo quella mi hai mozzato campione, ma anche il mio cazzo insaziabile che serviva ad attuarle quelle perversioni, ma il destino ha voluto darmi un altro round, in cui magari potremmo giocarcela alla pari.”
“Alla pari? Sei appena sopravvissuto a una freccia alla gola e un branco di cani assassini, hai un teschio al posto della faccia che ti ho staccato mesi fa, sei risorto dalla tomba o cosa? Questo non è alla pari!”
“Asso di Spade allora ha paura?”
Seguì un onorevole, pesante silenzio, fu Evil Bokken a spezzarlo puntando la spada di legno verso il vetro scuro della macchina blindata:
“Appare ovvio che potremmo metterci ore a espugnare la tua fortezza medievale piena di trappole, giocattolone distorto di un bambinone troppo cresciuto come te, ma è anche palese che io e la signora qui non possiamo morire, siamo inesorabili e motivati, insomma non possiamo essere fermati dalle tue arguzie Machiavelliche.”
“Che sfoggio di cultura, non me lo spettavo da uno stupratore sadico che arrotonda chiedendo il pizzo nelle botteghe!”
“Hai paura, l’ultima volta eri più sicuro, davi più spazio alle azioni, adesso non scendi neanche dalla macchina, ti stai cacando sotto!”
“Ho già chiamato un po’ di amici che vi riseppelliranno per bene, gente esperta di queste faccende necrofore.”
“Come questo coglione il cui cadavere piscia sangue ai miei piedi?”
Dicendo ciò Evil Bokken diede un calcio alla carcassa ancora calda di Fuocoefiamme.
“Lui era solo un uomo d’affari, un vecchio diavolo che sapeva il fatto suo, ma ti assicuro che quelli che lo comandano, o meglio comandavano, sono esseri che rasentano il diabolico, credimi, voi due in confronto siete dei chierichetti corrotti dal peccato della masturbazione.”
“Va bene, ok, sei un grande, credo che prima che arrivino questi fantomatici demoni dell’inferno faremo in tempo a scavare una via sottoterra, visto che ci sappiamo fare con fosse profanate e cunicoli inaccessibili, sorprenderemo nel sonno i tuoi figli, li tortureremo, stupreremo tua moglie con ferri arrugginiti, legni marci e ossa scheggiate, visto che mi hai tagliato l’uccello mi restano solo questi veicoli di cattiva impotenza, poi Miura qui si scoperà i tuoi ragazzi mordendogli la faccia, dato che da quando è risorta ha tanta voglia di movimento sexy e io non posso soddisfarla, sempre per colpa tua, e poi magari, arriverà la cavalleria e potrete decidere sul come farci fuori, dai può essere costruttivo scoparsi una morta decomposta, io non priverei i tuoi ragazzi di questa irripetibile esperienza...”
“Non dire queste cattiverie su di me...”
Lo interruppe teneramente Miura, Asso di Spade da astuto stratega notò immediatamente questa crepa nella coppia di morti, una debolezza nel loro gioco di squadra che poteva tornare a suo vantaggio.
“Oppure? Cosa vuoi da me?”
“Oppure fai l’uomo, prendi il tuo grosso spadone, esci fuori e ti batti con me, all’ultimo sangue come la scorsa volta!”
“C’è un Luna Park a tre chilometri da qui, non voglio che la mia famiglia mi veda morire, ci vedremo lì, ma se io muoio tu non li tocchi.”
“E tu come fai a sapere che manterrò la promessa?”
“L’Incappucciato è molto interessato alla negromanzia, amerà il vostro caso, credo proprio che vivrete in uno scantinato la vostra eternità, come pezzi da collezione.”
Per la prima volta Miura, da quando era risorta, provò qualcosa di simile all’angoscia.
“Ne ho sentito parlare, ci sono leggende su quel tipo, nessuno sa chi è o almeno cosa è diventato, per questo tiene celato il suo volto, faremmo meglio a sbrigarci Evil Bokken, questo dice sul serio, L’Incappucciato coi morti ci dorme e ci gioca come fossero bambole.”
“Zitta donna, pensiamo al duello, sono qui per questo, per raddrizzare la mia vecchia offesa, tu se vuoi puoi anche andartene. E sia coglionazzo, ci vediamo al Luna Park, mi piace, sembra di essere in Highlander l’ultimo immortale. Ma sappi, saranno guai, torture e cose folli se non verrai.”
“Questo è totalmente fulminato, Highlander, cioè mamma mia che matto!”
Pensò ciò il grande campione di spada facendo marcia indietro col suo pick-up:
“A mezzanotte sarò lì, all’ultimo sangue Highlander sciroccato!”
*
Il tetro parco dei divertimenti di periferia era naturalmente deserto a quell’ora, le luci spente, le giostre immote e forse in disuso da tempo, squallide, consumate e sgangherate. Le figure grottesche della casa delle streghe risvegliavano paure infantili, clown sorridenti sortivano effetti contrari carezzati dalla luce spettrale del chiaro di luna.
La Mercedes aspettava parcheggiata nello spiazzale circondato dalle vecchie, tristi attrazioni, poco dopo giunse il pick-up, i fari di entrambe le macchine illuminavano quella che di comune accordo, senza volere, doveva rivelarsi come un’arena teatro della scontro sanguinoso. Asso di Spade era solo, indossò un elmo di ferro che celava il suo volto, due piccole fessure impenetrabili al posto degli occhi, lo facevano sembrare un fantasma che nottetempo si aggira tra le mura di diroccati castelli. Aveva un para busto di cuoio e spallacci di ferro, guanti borchiati mitteni che coprivano le dita in un’unica piastra di ferro. La vestizione durò qualche minuto, sapeva che quelle protezioni avrebbero limitato visuale e velocità, ma servivano contro quell’avversario immortale che avrebbe resistito ai suoi attacchi mortali per tutta la notte e anche oltre, fino a che non si sarebbe stancato lasciando sicuramente uno spiraglio letale; per quello si era protetto in tal modo, doveva resistere il più possibile agli attacchi di Evil Bokken, questo era il suo scontro più difficile, tutto incentrato su guardia e difesa. Le gambe però erano libere, punto debole sicuramente, il bokken avrebbe potuto spaccargli le rotule azzoppandolo, ma aveva bisogno almeno di quella libertà nel “passeggio”, così chiamato in gergo dagli schermidori del passato a partire da Achille Marozzo.
“Non ti servirà quell’armatura, ci affogherai dentro bestione!”
L’enorme gigante di ferro non emise fiato, non era nel suo stile, da quel momento in poi vi era spazio solo per la mutilazione e le ossa spezzate. Issò lo spadone in alto verso la luna, una posa d’attesa sfidava Evil Bokken. Questi stizzito caricò in avanti, mirò alle gambe immediatamente, Asso di Spade fece un passo in dietro, rilassato e sapiente. Il colpo andò a vuoto e lo spadone si abbatté sulla testa di Evil Bokken come una ghigliottina. Il peso dell’arma e la potenza di colui che la brandiva aprirono il cranio a metà, vermi in fermento si disseminarono sul terreno sabbioso del Luna Park abbandonato. I clown ghignavano silenziosamente, i cavalli di vetro resina delle giostre sembravano lacrimare tristezza.
Evil Bokken si rialzò barcollando all’indietro, la sua testa di teschio si ricompose pochi istanti dopo.
“Hai provato la carta dei film di zombie, spappolare la testa, ma niente, come vedi non funziona!”
Nessuna risposta, l’avversario di Asso di Spade era veramente indegno, con la testa marcia piena di cazzate, non sapeva niente del corpo a corpo.
Evil Bokken raddoppiò la sua velocità, una tempesta di colpi investì Asso di Spade confondendolo, prima le spalle ben coperte vennero scosse da un inaudita potenza, poi l’elmo rimbombò tartassato dal legno che colpiva ripetutamente facendo vacillare il gigante, che con un maestoso movimento serrò le spalle sbalzando all’indietro l’avversario con il solo spostamento della propria immane massa, poi lo raggiunse con un colpo di pomo nei denti mentre andava all’indietro. La violenza dell’impatto catapultò lo smilzo samurai tre metri lontano mentre i denti spezzati del teschio cadevano in terra sparsi in una pioggia di secchi coriandoli.
“È penetrato nella mia guardia, se non avessi avuto l’elmo mi avrebbe spaccato la testa, uguale per le spalle, con quei colpi non sarei più riuscito a muovere le braccia, questo cadavere è terribilmente veloce, merita la sua rivincita.”
Asso di Spade pensava affannando, già faceva fatica a controllare il proprio respiro, asfissiato dall’elmo, lo scarso allenamento degli ultimi anni e lo scotto da pagare a causa delle spesse protezioni si faceva sentire.
Subito Evil Bokken colpí ancora, sempre alla testa, privo di denti e con il teschio spaccato, ripetutamente, in una sequenza violenta che non lasciava respiro, dal ritmo serratissimo.
Asso di Spade era stonato dai colpi rimbombanti nel ferro dell’elmo, fece un passo all’indietro e a due mani roteò la lama con tutto il peso del busto, tagliò in due Evil Bokken separando il tronco dalle gambe, allontanandolo di circa due metri.
“Questo mi darà tempo di riprendermi, adesso mi stava veramente fottendo.”
Il gigante si allontanò di qualche passo e cominciò a respirare, la milza gli faceva male, come fosse stata pugnalata, sputava catarro celato dall’elmo ed era in iper ventilazione.
Ormai il gioco era quello, più lo smontava, più si stancava, più lui aumentava l’intensità dei suoi assalti, sfiancandolo sempre più, era questione di preparazione atletica e contro un morto la cosa diventava abbastanza impossibile.
Il sudore si assestò nella freschezza della notte, il respiro tornò regolare, mentre il cadavere si riappropriava delle gambe rimettendosi in piedi.
“Hai guadagnato tempo con questa mossa, ci ho messo un po’ a riassestarmi, ma rieccoci caro mio bamboccione, più fresco di prima! La tua strategia di difesa per quanto durerà? Sei come la tua roccaforte!”
Attaccare continuamente lo avrebbe spompato, la tecnica della roccaforte era l’unica via, attesa, alba, luce, ma ben presto in Asso di Spade si fece spazio un nuovo schema, bisognava solo giocare d’astuzia e poi avrebbe potuto mettere in atto il suo attacco devastante abbandonando la “porta di ferro” di Achille Marozzo a favore di un attacco in pieno stile tedesco Talhoffer. Resistere a quei leggeri impatti non era un problema, la velocità era certo disumana ma il peso e la potenza sopportabili grazie alle protezioni. Evil Bokken si fece ancora avanti caricando alla testa, due mazzate di robusto legno probabilmente spaccarono una vertebra del collo di Asso di Spade. Provò nausea e dolore, espulse un leggero schizzo di sangue dal naso e di merda dall’ano sconquassato dal colpo, ma non era nulla di non accaduto in duelli passati. Con un pugno brutale coperto da piastra di ferro spaccò nuovamente il cranio del nemico catapultandolo in terra. Ormai non cercava più una vittoria sempre più impossibile, ma semplicemente sopravvivenza.
“Senti come affanni..”
“Parla pure Bokken, donami altri istanti preziosi...” Pensieri al chiaro di luna, sudore, ferro, ruggine e ansimo bestiale.
“ E senti che puzza di merda, ti sei pure spruzzato nelle mutande! Troppe percosse alla testa? Non sei abituato campione? Vedi Miura? Ti avevo detto quella notte in cui ti ho uccisa che avresti assistito alla misera fine di questo stronzone, hai solo dovuto aspettare un pò.”
Un nuovo assalto, nelle ultime schermaglie Evil Bokken aveva sempre colpito alto, alla testa, alle mani protette o alle spalle scheggiando la propria spada di legno in colpi che avevano sconquassato l’avversario. La sua era stata una tecnica studiata, Asso di Spade ormai di riflesso parava in alto, stremato dalla stanchezza e con la testa stonata dai colpi e dal sudore. Fu quello il momento in cui il Bokken si scagliò verso il basso, sorprendendo Asso di Spade completamente privo di difese. La rotula si spappolò facendo cadere in terra il colosso come una torre priva di fondamenta. Seguirono colpi devastanti su tutto il corpo. Molte ossa erano contuse e compromesse ma ugualmente Asso di Spade riuscì a trafiggere il suo aggressore con un colpo di punta e da terra, con la sola forza delle braccia massicce lo scagliò lontano. Il corpo era caldo, nonostante le ossa spezzate riuscì a rialzarsi, fortunatamente le dita grazie ai mitteni non erano coinvolte nella lista delle lussazioni. Dunque Asso Di Spade, anche se per poco, poteva ancora combattere. Evil Bokken furibondo, ormai vicino alla vittoria si scagliò contro l’avversario alla cieca, convinto di averlo in pugno, ma questi mantenne la sua stoica freddezza, afferrò la lama nelle mani e colpí la testa di Evil Bokken usando la spada al contrario, come se la guardia della spada fosse un martello, era quello il colpo più famoso della scuola tedesca di Talhoffer, capace di dare peso e impatto maggiore alla spada e frantumare il ferro di un elmo. L’elsa infatti si conficcò come un piccone nel cranio di Evil Bokken e lo ridusse in mille pezzi; allora Asso di Spade si spinse fino a quasi raggiungere il proprio infarto in una esplosione disgregatrice. Tagliò Evil Bokken in mille pezzi, lo smembrò come fosse un ciclone; colpi potenti dall’alto verso il basso come se ci fosse un muro da abbattere e non un rivale da uccidere. Si liberò dei guanti e velocemente sigillò i pezzetti sezionati in cinque contenitori di metallo pesante e all’apparenza inespugnabile.
Finita la fulminea operazione Asso di Spade appariva come un’unica massa spezzata e dolorante. Non riusciva a stare in piedi e usava lo spadone come bastone.
“Miura, sei una brava ragazza, sta arrivando della gente terribile, stammi a sentire, scappa, scappa via lontano e non dirò niente di te, se vuoi ti darò aiuto, ti nasconderò e ti darò asilo, ma non farti vedere da questi, farebbero di te un uso che non ti piacerebbe!”
Miura avrebbe potuto sparare all’inerme Asso di Spade, che svenne poco dopo martoriato dalle botte prese. Invece la morta sexy montò in macchina senza farsi troppe domande, inseguendo il proprio destino e lasciando lo smembrato Evil Bokken al proprio.
Intanto già un’imponente fila di macchine lussuose si stava avvicinando al Luna Park, illuminando a giorno la tenebra profonda delle tre del mattino.
Fine
Davide Giannicolo Ottobre 2020
mercoledì 25 settembre 2013
NOTTE SCARLATTA
venerdì 2 dicembre 2011
Metropoli (Un racconto splatter di Davide Giannicolo)
innalzatosi da remote regioni,
mi impedisce.
Mi impedisce di essere,
mi impedisce di scrivere
e so che il giusto è labile.
1.
Il Grande Orso Protezione
Anche quella sera una leggera paura velava il morbido ventre di Sara, era il sottile timore dell’inflazione; non aveva studiato qualche materia. Un male è estremo anche se è futile, è l’intensità con il quale lo si affronta a renderlo insopportabile.
Quanto era bella Sara, sembrava destinata ad essere perfetta in eterno, aveva sedici anni, a trenta sarebbe divenuta puro male!
Il fatto che ne avrebbe preso coscienza a noi è ignoto, per ora sembrava conscia a metà; da un lato la certezza della sua fresca bellezza, dall’altro l’impotenza della grazia perduta, svalutata, nel limbo televisivo del nuovo occidente, dove c’è sempre una ballerina di varietà più bella di te.
Ogni sensazione nella sua mente di adolescente era amplificata in modo languido e personale.
“Ho bisogno di affetto!” Sussurrava al Grande Orso Protezione, che però non l’ascoltava, vagando nelle strade sfruttando la prostituzione, cercando di divenire criminale e non l’orso di pezza di una bambina carina; loschi scopi accarezzavano la gioventù del Grande Orso Protezione, ma il fascino ha talvolta la proprietà d’essere ingannevole.
Cos’ascoltava Sara mentre aspettava il suo peluche smarrito in cerca di prostituzione?
Ascoltava la notte, una poesia incomprensibile che le smuoveva le viscere, e lei incarnava quel suono in sogni suadenti, visioni di un presente idealizzato e ricco di fervide passioni.
Misteriosi ragazzi, bellezza esile interposta tra l’utero e la forza.
Pioveva fuori, il languido trasporto di Sara aveva a sua disposizione un magnifico scenario, strade deserte accarezzate dalla pioggia; e l’Orso Protezione era là fuori, forse, infeltrito e zuppo, questo fece rabbrividire Sara che si raggomitolò portandosi le magre ginocchia al petto, sussurrando:
“Ho bisogno di calore!”
Non sapeva che non tutti sono in grado di donare quel tipo di tepore. C’era qualcuno fuori, flagellato dalla pioggia, vagante come uno spettro per le strade, qualcuno che aveva dimenticato o mai conosciuto quel tepore; spiriti vuoti, poiché più si è baciati dalla poesia e più incolmabile è il nostro abisso.
I palazzi che si erano annidati sulla città come rapaci giganti, gli avevano infuso depressive e strane manie.
“Chi è costui?” Vi chiederete.
E’ un tipo complesso, difficile da descrivere, diciamo uno stravagante musicista incompreso, figlio di un basso scordato e un violino morente.
La strada fredda gli parlava tramite l’asfalto di dolore a venire, com’è strana, sì, come cazzo è strana l’esistenza!
Sara si addormentò in preda al timore.
*
2.
Sofferenze dal diverso peso
Nella radura africana Bula attendeva la morte; era stata una pantera alta e flessuosa, ma adesso il suo corpo si rivelava come uno scheletro ricoperto di pelle d’ebano.La denutrizione aveva rese mostruose le sue membra; prima di lei erano morti i suoi figli, suo marito, le sue sorelle.
Ricordava ancora il suo primo atto d’amore, aveva un anno meno di Sara, e suo marito la possedette all’ombra di una pianta dopo aver ucciso un pretendente di lei.
Com’era dolce la reminescenza degli occhi di lui quando la vide rispondere ad una domanda del terzo; occhi di furia e di odio. Come fu dolce essere posseduta da lui, dopo che aveva compiuto quel sanguinoso e fervido atto di passione.
Il sentore del sangue che si appiccicava alle loro membra dopo che il suo amante se ne era tinto, assassinando con una pietra il suo rivale.
L’amore è sempre battezzato dal sangue, se è vero amore; ma adesso tutto era spento nel cuore di Bula, anche le stelle.
Qualche iena intonava arie lugubri e intense, intanto uno stormo di gru volava verso sud, onde di grazia nel cielo.Bula moriva, aveva diciassette anni, il suo corpo era uno scheletro straziato dalla fame.
*
3.
L’avvento
Sara aveva una vaga concezione della parola “Prostituta”, sapeva qual’era il compito di coloro che esercitavano questa professione, ma ignorava quali erano le reali condizioni che spingevano alcune di queste signore a vendere il proprio corpo, e soprattutto non era al corrente del fatto che svariate tra loro avevano più o meno la sua età.
Una consanguinea di Bula si trovava nella città di Sara, voleva liberare lo spirito sofferente della sua stirpe sui sordidi altari dell’occidente.
Quando Bula morì, nell’attimo stesso in cui Sara stava fantasticando riguardo amori proibiti, da sostituire al Grande Orso Protezione ormai scappato via, e il musicista fallito si recava a comprare del sesso, una vaga figura, altissima e magra si avvicinava al corpo esanime di Bula, avanzando lentamente al di là dell’orizzonte africano. Era un magro viandante vestito di stracci, dal volto coperto; una volta giunto accanto al cadavere si chinò su di esso, affondò affilati incisivi nella fronte della morta e cominciò a succhiarne qualcosa, forse materia grigia.
La stessa figura adesso, nella squallida metropoli occidentale, appariva dinnanzi agli occhi della consanguinea di Bula, emigrata prostituta dalle robuste cosce nere come la notte.
“Chi sei?” Chiese la ragazza spaventata.
“Accoglimi, anzi, fa si che io ti accolga!” L’uomo le aveva risposto nell’idioma della loro tribù natia.
Terrorizzata la ragazza tentò di scappare, ma l’essere che appariva come un lembo liso di tenebra, un ramo nodoso d’un albero spoglio, fragile e vacillante, l’afferrò invece con ferrea fermezza, le affondò gli aguzzi incisivi nel cranio e iniziò a suggerne il contenuto, impossibile vedere il volto di lui, proprio perché volto non possedeva. Lasciando cadere il corpo della donna sparì, allontanandosi nella tenebra come un mostruoso, gigantesco insetto, fondendosi alla sporcizia e alla catasta di rifiuti circostante.
Quell’essere aveva percorso migliaia di chilometri, dall’Africa fino allo squallore urbano di quella metropoli piagata, seguendo ignoti fini, in un istante aveva solcato quelle immense distanze per poi svanire nella notte.
Quando la ragazza si rialzò, mezza nuda nella sua tenuta notturna, non comprese cos’era accaduto, sentiva un sinistro vigore dentro di sé e un po’ della propria coscienza svanita, come se avesse assunto una droga, sì, un pezzo della sua coscienza era volato via, fuso alla luna che irradiava i suoi raggi lattei al di sopra dello squallido ponte che era il riparo di quell’anima in pena.
Il musicista fallito si avvicinò timido; aveva preso l’autobus apposta per raggiungere la zona delle raffinerie, voleva la più carnosa delle puttane, per affogarci dentro il suo squallore; come in una tomba, una fossa profonda capace di inghiottirlo, incontrò proprio lei, la consanguinea di Bula.
Sorrise, ancora stordita:
“Vieni con me!” Disse infine lei.
“Certo che ci vengo!” Pensò lui, un po’ narcotizzato dagli ormoni e un po’ assuefatto dai propri idealizzati sentimenti di Maledetto Nella Notte.
La seguì addentrandosi nella tenebra, dietro all’enorme pilastro del ponte, dove in terra giaceva un materasso sfondato e sudicio che emanava pregnanti olezzi di orina e preservativo scadente; tutt’intorno solo squallore e rifiuti, compresi gli escrementi che le ragazze lasciavano dove potevano.
La ragazza però era bella, nera, fusa alla notte, indossava unicamente un tanga bianco, rifulgente nella profonda oscurità.
Il musicista fallito la prese da dietro, ignorando il tanfo del lattice di cui lei era impregnata; lì, in quel luogo ove il degrado urbano imperava, nel puro romanticismo della zona industriale, tra ratti voyeur ed escrementi umani.
Le spinte di lui erano furiose e allo stesso tempo dolci, mentre lei, che di solito subiva passivamente quel tipo di rapporti isolandosi completamente, adesso avvertiva strane movenze organiche all’interno del proprio ventre, un ondeggiare viscoso certo non provocato dal pene fremente di lui.
Proprio mentre il musicista fallito era al culmine del proprio patetico amplesso, con le mani strette sulle natiche scure di lei, simile a un singolare mollusco avvinghiato a una conchiglia di carne, segnando quelle tenere membra con la sua stretta disperata, lei avvertì quel movimento interiore divenire cento volte più forte; qualcosa pulsava nelle sue viscere, agitandosi spasmodicamente…
Allora lui avvertì una presa vigorosa al pene, qualcosa che era all’interno di lei glie lo aveva agguantato; Il musicista fallito sgranò gli occhi, tentò di ritrarsi, non poteva, quel qualcosa lo teneva ben saldo nella vagina della prostituta, e adesso lo strattonava tentando di estirpargli il pene, patetico aculeo della sua distorta sessualità.
Allora il musicista fallito cominciò a urlare percuotendo le natiche della donna a cui era rimasto incollato, lei era voltata di schiena naturalmente, riusciva quindi a vederle solo la schiena nerissima e sudata; ma se avesse potuto scorgerle il volto, avrebbe notato una faccia assente, pupille ribaltate e bianche, la bocca ebete che sbavava posseduta da qualcosa di mostruoso.
Lentamente il pene di lui fu strappato alla radice, il dolore era indicibile, mentre con flemma diabolica l’organo si staccava dal pube liberando sanguinosi filamenti; una fontana di sangue inondò le natiche della donna, gli spruzzi raggiunsero i sacchi di plastica dell’immondizia che li circondava, irrorando ogni cosa in fiotti dolorosi.
Il musicista fallito barcollava stonato dalla copiosa perdita di sangue, poté veder fuoriuscire dalla vagina della donna grigi tentacoli insanguinati.
“Che ci fa un polpo nella tua fica puttana?” Sussurrò prossimo allo svenimento il pagante avventore.
I tentacoli si agitavano convulsamente strisciando viscosi sui glutei di lei e sembravano quasi schiaffeggiarli, emettendo un suono sinistro e disgustoso, la ragazza restava tuttavia nella stessa posizione, immobile, offrendo il proprio sesso mostruoso all’evirato musicista.
Uno dei tentacoli stringeva il pene reciso, lo agitava in viscidi scatti come a volerlo mostrare sventolandolo, era una scena disumana e vomitevole, come descrivervi l’orrore che può provocare una donna a novanta gradi, con malvagi tentacoli che le fuoriescono dalla vulva, disegnando arcani alfabeti nell’aria notturna con le loro diaboliche, lente movenze?
Intanto però, le ultime gocce del suo sangue lo avvertivano della morte imminente, ci volle veramente poco affinché il pallore divenisse cereo rendendo esangui e livide le sue labbra, labbra che in quella notte avevano avidamente cercato baci protetti dal lattice.
Nell’istante in cui lui morì la vagina della donna espulse l’enorme, mostruoso polipo, vomitandolo insieme ad un liquido nauseabondo di colore giallastro.
L’animale marino si agitò nel terreno contorcendosi convulsamente, macchiandosi di terra creava una pastosa fanghiglia intorno a sé, cominciò ad avanzare, mescolandosi agli escrementi, strisciò su ogni tipo di rifiuto, infilzandosi con due siringhe gettate lì da qualche tossico anzitempo.
Si dirigeva verso il cadavere del musicista fallito; giunto accanto a lui, coi viscidi tentacoli gli aprì le labbra, penetrò a forza, con aliena ostinazione nella bocca di lui, spingendo, strattonando, contorcendosi, gonfiandosi e rimpicciolendosi come fosse un polmone, pur di irrompere nell’orifizio.
Era repellente vedere la bocca del morto riempirsi dell’orrendo boccone, ancora più disgustoso poiché impanato in una pellicola di terra e merda, con siringhe infilate nelle grinfie.
La gola del cadavere si gonfiò fino a che l’essere non scivolò dentro di lui con la sua flemma ignominiosa, avvinghiandosi alle viscere dell’uomo.
In quel momento le pupille del musicista si rianimarono di una nuova vita, non sua.
Si alzò, con il pene reciso, rindossò le mutande macchiandole di sangue, poi si allontanò lasciando per terra il proprio organo sessuale amputato, accanto al corpo nudo e svenuto della prostituta; mentre si allontanava, involontariamente, schiacciò il pene con il tacco dello stivale, maciullandolo, l’organo si contorse come fosse un truculento tubetto di dentifricio contenente sangue.
Due ore dopo la prostituta si risvegliò, notò di avere le mutandine calate e il culo scoperto, era distesa nel sangue e imbrattata da esso.
Si spaventò a morte, decise di prendere i voti al fine di divenire suora; qualcosa di diabolico, primitivo e insano aveva posseduto il suo ventre quella notte.
*
4.
Il musicista morto
Il musicista fallito camminava barcollando, pallidissimo, le labbra violacee, gli occhi infossati e velati di nero, i jeans fradici di sangue vomitato dall’amputazione genitale, vacillava facendo svolazzare il suo cappotto di pelle, lungo fino alle caviglie, un maledetto figlio della metropoli, poteva essere scambiato per un morto vivente mangiatore di cervelli, o semplicemente per un tossico che il cervello se l’è mangiato da solo.
Vagava sotto i ponti deserti accarezzato dalle tenebre, lo sguardo assente, i capelli sconvolti in una pettinatura non proprio presentabile, con le ciocche arruffate verso l’alto, tipiche di chi è sconvolto o ha scarsa cura di sé. Nemmeno la polizia lo avrebbe fermato, nessuno avrebbe voluto avere a che fare con uno così, un derelitto insanguinato, alimentato unicamente dal metadone.
Salì sullo stesso autobus che lo aveva condotto verso quella orribile amputazione, sì, ora era diverso, non più se stesso, evirato, palesemente morto, tenuto in piedi da una forza sconosciuta che muoveva i suoi passi nella notte.
L’autobus era vuoto, il conducente, abituato ai tipi strani, agli ubriaconi, i violenti e i consumatori di Cobret, considerava quel ragazzo pallido e silenzioso sempre meglio di un qualunque rumoroso, casinista figlio di puttana fatto anfetamine impaziente di puntare la lama alla gola di qualcuno.
Il ragazzo invece era assente, spento, vomitò un paio di volte una densa sostanza nera; non si terse nemmeno la bocca imbrattata dal liquido scuro, sorrise guardandosi nei vetri opachi del mezzo che incedeva lasciandosi alle spalle la zona industriale.
Giunto alla fermata scese dall’autobus con il suo passo incerto e tremolante, il conducente ebbe pena di lui, ma chiuse inesorabilmente le porte scorrevoli dietro la schiena del ragazzo, con soave cinismo metropolitano abbandonava l’agnello fra le grinfie di quella metropoli malata, tanto a cosa sarebbe servito aiutarlo? Non si dirigono forse tutti verso le fauci di quella puttana vestita di luci?
Il paesaggio era cambiato, non più squallore industriale ma squallore civico, il novello essere della notte si ritrovò a passeggiare lungo le vie notturne di un quartiere borghese.
Condomini e fantasmi di segnali stradali, calma apparente, silenzio educato, strisce pedonali bianche come spettri distesi sull’asfalto, viali alberati colmi di sussurri, le cose erano vive, vive e inquietanti, dietro ciascun muretto poteva celarsi un mostro composto di silenzio e solitudine notturna, un mostro bramoso, figlio dell’alienazione urbana.
Nella notte sorda e solinga incedeva l’aborto vacillante vomitato dalle disincantate porte dell’autobus: animale comunale dalle fauci metalliche.
Vagò per un po’ fino ad arrestarsi alla porta di un palazzo, l’astro artificiale di un lampione illuminava il pallore mortifero del suo volto infossato; alzò gli occhi verso una finestra dalla luce accesa, sorrise, mostrando i denti ancora macchiati di vomito nero, sinistro e inquietante ribaltava gli occhi all’indietro mostrando unicamente le pupille bianche mentre la sua risata diveniva sempre più grottesca e altisonante, rimbombando nella notte come l’agghiacciante ghigno di una civetta.
Quella era la finestra di Sara!
E non era un principe azzurro colui che indugiava sghignazzando di sotto, bensì un principe nero come la decomposizione, nero, come le fondamenta di una chiesa carbonizzata dalla mano di un folle oppresso dalla febbre del misfatto.
La tranquilla solitudine civica intanto, carezzava le spalle del musicista morto, esortandolo a turpi prese di posizione, al fine di disgregare quel fastidioso silenzio regnante.
*
5.
Demoni
La consanguinea di Bula camminò disorientata fino alla chiesa più vicina, faceva freddo e lei era mezza nuda, i glutei abituati al calore veemente dell’Africa erano letteralmente gelati nel momento in cui si era risvegliata nella pozza di sangue; fortunatamente aveva con sé una borsa con all’interno abiti meno provocanti e non attui ad adescare attardati automobilisti arrapati.
Bussò al portone della chiesa, l’azione fu ripetuta, fino a divenire violenta, in città però di solito i preti non vivono in parrocchia, ma la ragazza fu fortunata:
“Chi è?” Chiese una voce spaventata al di là della porta.
Lei parlava poco l’italiano, aveva imparato frasi essenziali come: “Dieci euro bocca e fica!”Ma riuscì a spiegarsi nel suo accento del Ghana:
“Padre, penso che un diavolo sia entrato dentro di me stanotte, mi sono risvegliata nel sangue!”
Il vecchio parroco, un uomo sulla sessantina, fece entrare la donna di colore, sorrideva e aveva un che di beffardo dipinto sul volto.
“Padre io ho capito di avere percorso una strada cattiva, io voglio donare il mio corpo a Dio!”
“Vediamo cosa si può fare piccolina!”
Il prete sorrise ed era laido nel farlo, le stava guardando le tette, lì al centro della chiesa, tra due file di panche, a pochi metri dall’altare il parroco si sbottonava la toga…
Sotto di essa era completamente nudo, un corpo flaccido e magro si rivelò con blasfemia sotto gli occhi di Cristo crocifisso; aveva il vituperevole membro eretto e pulsante.
L’uomo afferrò la chioma forte e folta della donna, la strattonò costringendola a inginocchiarsi dinnanzi a lui, occhi di fuoco fiammeggiavano sul suo volto deformato dalla bramosia; di sicuro non era quella l’espressione che sfoggiava ai battesimi, tantomeno ai matrimoni, celebrati con pia risolutezza.
La donna accolse quel membro fremente nella propria bocca, con sottomissione, come aveva già fatto tante altre volte, chiuse gli occhi, i demoni erano ovunque, enormi rispetto a lei, la costringevano sovente a inginocchiarsi, tappandole la bocca, strozzandola.
Qualcuno alle spalle del prete aveva staccato il crocefisso, lo abbatté violentemente sulla testa dell’uomo che se ne stava in estasi, premendo la testa della donna, con forza, contro la propria inguine.Il cranio si fracassò all’istante; un abbondante zampillo di sangue schizzò sul volto della ragazza, che aperti gli occhi vide il crocefisso conficcato nella testa del suo aguzzino.
Nudo, squallido come un sorcio privo di pelliccia, il prete cadde all’indietro sul marmo della chiesa, su cui presto si allargò una polla di sangue.
L’uomo esile e alto che le aveva trasmesso il polpo a sua insaputa, ammantato e con il volto coperto da un lacero panno nero, si avvicinò lentamente alla ragazza.
“Scusami per quanto accaduto, avevo bisogno di un mezzo, loro la chiamano Nemesi, ho dovuto usare te e questo ti è servito a capire, gli occidentali non apprezzano la vita, sono così, non hanno la malaria e la sostituiscono con la depressione, hai sbagliato a venire in questo paese, erano meglio i banditi coi machete! Ricordi Bula? Questo è un regalo per lei!”
La ragazza era terrorizzata, in ginocchio dinnanzi al nero fantasma che adesso brandiva la croce insanguinata come fosse un’ascia.
Non capiva, cosa ne sapeva lui di Bula? I banditi coi machete, a loro volta stupratori e assassini, erano realmente meglio di tutta quella miseria? Di quelle strade senza sole, ingrigite dall’asfalto e dai sinistri caseggiati deserti e fatiscenti? I DEMONI SONO OVUNQUE.
“Farti suora non servirà a niente, trovati un brav’uomo e accontentati di quello che hai!”
“Come farò a riconoscere il male?”
I due stavano parlando in stretto dialetto.
“A cosa ti servirà riconoscerlo? Il male è giusto, io sono giusto, poiché io sono il male, guarda!”
Dicendo ciò lo spettro rivelò il suo volto, aveva tre corna verticali lungo la faccia che seguivano la linea del naso, simili a robuste antenne di insetto; le orecchie recise, gli occhi al posto della bocca e la bocca in fronte, le orribili, tumide labbra si spalancarono e ne fuoriuscì una nidiata di bisce che caddero in terra contorcendosi in unico viluppo, l’orrenda cavità che era la bocca di lui, emanava un effluvio di sepolcro, cimiteriale olezzo che investì le viscere della ragazza.
Scappò terrorizzata, aveva i pantaloni umidi poiché si era orinata addosso, inciampò sul corpo del prete giacente in terra col cranio spappolato che ancora vomitava sangue; strisciò gattonando tra i pezzetti di cranio e cervella, scivolando sulla materia organica mentre il mostruoso fantasma troneggiava su di lei, empietà notturna che con la pretesa di mostrarle chissà cosa, aveva condannato quella donna all’eterna follia.
Mentre lei scappava la creatura non tentò di fermarla, sorrideva in modo beffardo, con ai piedi il cadavere ormai esangue del parroco; abbassò gli occhi su costui, allungò il suo magro braccio simile alla zampa rostrata di una cavalletta e sollevò il corpo con estrema facilità, con la forza di quell’unico arto. Affondò le dita nello stomaco del cadavere, fino a farle affondare penetrando nella carne, estrasse un po’ di frattaglie, qualche organo indefinito, poi la bocca sulla sua fronte si allargò in un sorriso perverso. Gettò il corpo fra le panche fracassandole, si portò gli organi alla bocca deforme, masticandoli fino a inghiottirli, il corpo del mostro fremette. Si denudò il petto prima coperto da stracci; la sua pelle era grigia, tumefatta, assolutamente morta. Affondò le dita adunche simili a stiletti nelle ossa del proprio petto scarno, dilatò la ferita fino a ricavarne una bavosa fessura; ne fuoriuscì una sorta di crostaceo peloso, grosso come un cane di media taglia, che presto si contorse sul sacro marmo della chiesa.
L’animale cominciò a zampettare qua e là minacciosamente, l’empia creatura sconosciuta all’occhio di Dio si insinuò amorevolmente nella scatola cranica del prete giacente in terra, penetrando con le sue sottili e coriacee zampette nel morbido cervello, adagiandosi come un pargolo fra confortevoli coltri l’essere sembrò calmarsi e arricciare le antenne verso il suo nuovo giaciglio.
Presto il prete si rialzò, il cranio aperto, una corona di sangue intorno alla testa spaccata, il nudo corpo che rivelava l’orribile buco che l’aveva svuotato dei suoi organi all’altezza delle viscere; un guscio, null’altro che un guscio vacillante era egli adesso.
Barcollò fino all’altare, giunto a pochi passi da esso emanò un grido disumano, simile al graffiante frinire di un grillo gigantesco.
*
6.
Il principe azzurro
Sara dormiva, era inverno ma le giornate si accingevano a divenire più calde, era in mutandine e reggiseno sotto le calde coperte.
Un suono sinistro la destò dal suo sonno profondo; udì dei passi strascicati avvicinarsi alla porta chiusa della sua stanza, poi qualcuno aprì…
Era sua madre!
“Cosa c’è mamma?”
La donna cadde nel buio assoluto del pavimento.
“Mamma che ti succede?”
Sara si precipitò ad accendere la luce, in terra vide sua madre, completamente nuda, con un cavatappi conficcato nella testa e uno sbattiuova elettrico nel retto, l’elettrodomestico sorgeva dalle natiche di lei come se avesse sempre, grottescamente fatto parte del suo corpo.
Sara si ritrasse inorridita dalla scena, i sensi bloccati, le lacrime, nervose come bisce diafane cominciavano già a irrorarle i seni acerbi stretti in un reggiseno con ricami a forma di cuore.Vide poi la testa di suo padre rotolare come fosse una palla, lasciandosi dietro una scia di sangue scuro; la palla truculenta che aveva i lineamenti del suo genitore si arrestò frenata dalle cosce insanguinate di sua madre.
Infine il tronco mutilato di suo padre le fu lanciato addosso; per un attimo Sara abbracciò quel viscido ceppo di carne privo di gambe e braccia. Lo fece istintivamente, al fine di difendersi, ma immediatamente, al gelido contatto, gettò in terra l’ammasso sanguinante.
Il musicista ormai fuori di sé varcò la soglia della stanza che era divenuta un carnaio.
Brandiva un braccio mozzo in una mano e una gamba mutilata nell’altra; a giudicare dalla bocca imbrattata e dai denti impastati di sangue, probabilmente aveva mangiato i restanti arti.
Sara era incapace di muoversi, l’uomo addentò la coscia di suo padre per poi sputarle addosso, con sdegno, il boccone sanguinante.
Con voce debole, viscosa, il ragazzo coperto di sangue parlò:
“Sono il tuo principe azzurro! Mi stavi a spettando vero? Vieni a darmi un bacio!”
Finalmente Sara ebbe la forza di urlare con tutte le sue forze, ma il musicista morto non vi badò, era calmo e distante nonostante lo sguardo maligno che lo pervadeva.
Il mostro si chinò sulla signora che giaceva in terra e premette il pulsante che avrebbe messo in funzione lo sbattiuova elettrico. La forza centrifuga scavò nell’ano già devastato della donna morta, schizzi di sangue iniziarono a piovigginare in tutta la stanza, posandosi sui loro volti come petali di fiori rubizzi.
Il ragazzo non accennava a fermarsi, mentre i glutei della madre di Sara erano tormentati e in preda ai sobbalzi delle fruste metalliche, egli fissava la ragazza sorridendo con malvagia eloquenza.
Sara singhiozzava, tentava di schermirsi gli occhi, non aveva la forza di chiedergli di smettere, poiché parlare con quell’essere significava accettarne l’esistenza, e lei non voleva questo, non poteva credere che fosse reale quel pazzo insanguinato che scuoteva il culo di sua madre come fosse preda di scariche elettriche.
Finalmente il musicista morto si fermò, lasciando l’arnese insanguinato conficcato nella madre di Sara, che tornò a essere immobile.
“Perché lo fai?” Ebbe il coraggio di mormorare senza guardarlo negli occhi, rannicchiata e tremante in un angolo, coperta di sangue familiare.
“Credo perché al mondo c’è gente che soffre e tu devi comprenderne il dolore, per ogni pasto che hai gettato con arroganza mentre dall’altra parte del mondo un bambino moriva desiderandone almeno le briciole, per ogni indumento del cazzo della marca più in voga che hai indossato solo due volte perché ti faceva sembrare grassa, mentre una ragazzina veniva infibulata!”
Sara non comprendeva a pieno, il ragazzo parlando le si era avvicinato, aveva preso la testa di suo padre fra entrambe le mani, come fosse una reliquia, ancora gocciolava sangue.
“Dai un bacino a papà!”
La testa mozzata veniva avvicinata con sadismo alle labbra della ragazza.
“Ho detto bacia il paparino cazzo!”
Insistette lui quando vide che Sara si ritraeva inorridita.
“Troietta! Non era un bacio ciò che cercavi questa notte?”
Le mollò un ceffone, poi staccò il filo elettrico dalla lampada e legò la testa del padre, saldamente premuta, contro la bocca della figlia, labbra morte su labbra vive.
Sara gemeva tentando di urlare, ma aveva la bocca serrata dalla carne morta del suo genitore.
Sentiva il gelido sapore della morte, il sapore ferroso del sangue di suo padre, in quel forzato bacio necrofilo e incestuoso.
Il musicista fallito le strappò il reggiseno, sorrise afferrando il braccio mutilato e cominciò a carezzare il torso nudo di Sara con la mano inerte e ormai priva di vita di suo padre; il freddo arto ricamò sensazioni agghiaccianti sul ventre di lei, fino ad arrivare a frugare passivamente nelle mutandine, scostandole con rigido, necrofilo interesse.
“Visto come ti vuole bene il tuo papà? Visto? Non era un po’ d’amore quello che volevi? Non era per questo che eri depressa?”
Abilmente, con la mano troncata, il ragazzo sfilò a Sara le mutandine; ormai la toccava con mestiere, tanto che la mano fredda appariva avida e viva.
Ma il malsano visitatore aveva ancor più pazzesche intenzioni, come ben presto dimostrò; depose il braccio mutilato e slacciò il cavo elettrico che legava la testa alle labbra di Sara, afferrò la testa e avvicinò le labbra morte del genitore al sesso di lei:
“Apri le gambe che papà ti fa un bel lavoretto!”
Sara non aveva più forze, non era più un essere umano, bensì un oggetto di carne, non oppose resistenza quando lui le divaricò le fragili cosce, premette la testa mozzata contro la vergine vagina mentre la ragazza singhiozzava sulla soglia dello svenimento.Sara tentava di guardare in alto, verso il bianco virginale del soffitto appannato dalle sue lacrime, il volto distorto dal pianto, il naso intriso di muchi di sofferenza che le colavano appiccicandosi sui seni, sentiva l’orrore strisciare fra le sue gambe. Suo padre, morto, era tra le sue cosce, la testa del Grande Orso Protezione, recisa, umiliata, senza vita, a sua volta la stava umiliando, colui che gli aveva dato la vita, ora morto, le baciava la vergine vulva, da lui stesso creata…
L’orrore la invase, improvvisamente l’olezzo del sangue e della carne morta divenne insopportabile, allora iniziò a urlare ferocemente, come un uccello ferito a morte.
In quel momento il musicista morto divenne particolarmente violento; la percosse, schiaffeggiandola mediante il braccio mutilato, poi afferrò lo sbattiuova e dopo averlo insinuato a forza nella vagina di lei premette il pulsante letale…
Il sangue cominciò a scorrere copioso lungo le gambe di Sara.
“Devo pisciare!”
Disse il macabro musicista calandosi i jeans lordi di sangue, mostrando a Sara il buco purpureo che aveva al posto del pene; le espulse in faccia orina mista a sangue, unita ad altre indefinibili viscosità.
Sara non capiva, non comprendeva il motivo di quella punizione; non sapendo che quell’uomo era stato a sua volta misteriosamente punito prima di lei.
Non resse più quando vide un tentacolo spuntare dal buco sanguinante che il suo aguzzino aveva sotto il pube. Il tentacolo si agitava convulso e cercava la vagina insanguinata di Sara; quando vi penetrò ne strappò a forza l’utero, Sara ebbe modo di vederlo, quel pezzo di carne sanguinante appartenente al suo interno, che le fu cacciato in bocca contro il proprio volere, strozzandola atrocemente.
Quando Sara morì il polpo fuoriuscì mediante la ferita del musicista, con suono viscido dilatò la carne spingendo, servendosi di tentacoli e testa mostruosa, cadde poi sul pavimento in un liquido tonfo simile all’appiccicarsi di una ventosa.
L’orrido essere si contorse nel sangue fino a raggiungere la testa del padre di Sara, si insinuò dentro di essa strisciando nella carotide recisa; l’abominevole testa prese così a muoversi, sorretta da quei tentacoli maledetti. Strisciò sul corpo esanime che era stato di sua moglie, scavalcandolo e macchiandolo di bava; infine discese le scale del condominio illuminato dagli spettri tristi dei neon, lasciandosi dietro una scia scarlatta.
Quello che era stato il guscio del polpo, l’ex musicista folle condannato alla depressione, era finalmente libero di spirare in pace, in terra, tra i resti delle due donne e dell’uomo di casa, la cui testa, se ne andava a zonzo in quella notte maledetta.
*
7.
Il festino
Era domenica mattina e la chiesa si affollava di fedeli, alcuni di loro notarono subito che il prete aveva qualcosa di strano. Innanzi tutto portava sul capo un buffo cappello a larghe tese, del tutto fuori luogo e inusuale, per non parlare del passo incerto e lo sguardo assente.
Il chierichetto giaceva mutilato in sacrestia, con due piccoli crocefissi conficcati in entrambi gli occhi, nessuno naturalmente si domandava dove fosse l’effeminato discepolo del parroco.
Quando la chiesa fu piena, coloro che stavano in piedi nelle ultime file, notarono che stranamente le porte si erano chiuse alle loro spalle.
Il parroco si schiarì la voce, poi sputò nel calice santo contenente il vino, guardò i propri parrocchiani sorridendo follemente:
“Carissimi fedeli, pisciamo nell’acqua santa e fottiamoci a vicenda, che i culi di voi caprette di Dio vengano a me! Vi immetterò ostie a forza di spinte lussuriose e sacre vergate! Ahahahahah!”La risata si protrasse sguaiatamente, intanto si innalzava nella sala un brusio di disappunto, la gente credeva, a giusta ragione, che il prete fosse impazzito.
“Fedelissimi!” Continuò ridendo, “Succhiatemi l’asso di bastoni e avrete il paradiso!”
Qualcuno, indignato, tentò di andare via, ma le porte erano serrate e non c’era verso di aprirle.
Chi era accanto all’organo poté vedere con chiarezza una testa munita di tentacoli che intonava arie sataniche e funeree, sorridendo con inquietante beffa ai presenti.
“Ma cosa succede?” Gridava qualcuno.
Effettivamente la testa coi tentacoli aveva seminato il panico, smise di suonare e ammiccando burlesca prese a zampettare fra le gambe dei presenti disseminando orrore e ripugnanza; poi cominciò a sollevare le gonne alle signore. Quel sorriso era agghiacciante, sicuramente manovrato all’interno dai tentacoli del polpo, la testa continuava a fiondarsi a destra e a manca come un bambino deforme.
Intanto il prete aveva tolto il cappello, rivelando così il proprio cranio spaccato, dal quale fuoriuscivano scure antenne e chele pelose:
“Cari fedeli, vedo che non collaborate e ciò non è bene!”
Da sotto all’altare tirò fuori una tanica e se la rovesciò completamente addosso; nel frattempo la testa s’era arrampicata coi suoi viscidi tentacoli fino al seno di una donna grassa e prosperosa, tenendole la testa con le grinfie irte di ventose violacee tentava di baciarla con sguardo da vecchio seduttore. Alcuni fedeli notarono frattanto il liquido che il prete aveva versato arrivare fino ai loro piedi: era benzina!
Il prete si diede fuoco, avvampando come una stella che brucia su se stessa si gettò fra la folla; presto ogni cosa fu abbracciata dal soffio distruttore del fuoco, tra le urla strazianti dei presenti intrappolati. Le fiamme guizzavano ma la testa sorretta dai tentacoli non cessava di gironzolare, strappando occhi, strozzando donne con le grinfie, e sorridendo a ciascuno con estrema cortesia.
Tutto ciò che era composto di legno crollò in tonfi violenti, le carni bruciavano mentre di tanto in tanto venivano seppellite da rovinose ondate di macerie, i tentacoli carezzavano ugualmente però i volti dei cadaveri; l’essere non sembrava temere minimamente il fuoco.
Anche il crostaceo aveva abbandonato la calotta cranica del prete e adesso si aggirava tra i corpi carbonizzati nutrendosi delle loro carni fumanti, strappandole a grandi brani con le robuste chele pelose.
Tutto era rosso ormai, il fuoco ed il fumo coprivano ogni cosa come un manto devastante; nessuno poteva scorgere nulla mentre la morte già si sedeva inclemente sull’altare.
Sul soffitto c’era l’uomo mascherato, vestito con stracci lisi, se ne stava a testa in giù, come fosse un pipistrello, osservava compiaciuto la scena.
“A cosa serve? Tanto non capirete mai!”
L’uomo mutò in scorpione, nero e sottile, si infilò in una fessura e vi scomparve.
Davide Giannicolo



























