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mercoledì 17 ottobre 2012

A CAVAL DONATO NON SI GUARDA IN BOCCA


Le feste a casa del conte erano per pochi invitati, massimo quattro, raramente ammesso il gentil sesso; ma quella era una serata diversa, il suo settantaquattresimo compleanno si sarebbe festeggiato
la notte stessa, così oltre a me, invitato casuale, era stato concesso il privilegio di presenziare ai seguenti gentiluomini:
Il marchese La Vairg, libertino sessantenne totalmente dipendente dalle anfetamine, l’avvocato Spadoni, personaggio dal misterioso passato e dalla dubbia fedina penale, poi il colonnello Von Swan, uomo d’armi tedesco dal funereo portamento.
Inoltre, cosa eccezionale, si diceva fossero state presenti al lussuoso banchetto ben due donne: si trattava della baronessa Bianca Femori, donna dissoluta e completamente pazza, dalle dichiarate tendenze masochiste; l’altra donna era un mistero, c’era chi affermava fosse la figlia della baronessa, altri che fosse semplicemente la sua complice ed amante.
Premetto che la mia presenza alla festa non aveva lubrici scopi come sicuramente qualcuno ancora adesso pensa, il mio unico obbiettivo era entrare nelle grazie del conte affinché firmasse l’atto di cessione di alcuni terreni di cui avevo assoluto bisogno(sono un costruttore), solo in seguito compresi che la mia innocente presenza aveva uno scopo ben preciso tra quegli uomini rotti ad ogni esperienza.
Arrivai in serata con la mia auto, la villa del conte era un edificio immenso, circondato da boschi minacciosi che in quella notte senza luna apparivano come un unico monumento di tenebra, immediatamente il fascino vetusto della villa mi mise a disagio, era come se la vecchiezza fosse un ornamento voluto dal conte, le statue consunte di nudi greci, ammantate dall’ombra e dal muschio parevano fissarmi insistentemente negli occhi.
Bussai alla porta, fui accolto da alcuni domestici che mi condussero in un ampio salone riscaldato da un camino settecentesco.
Fortunatamente non ero il primo arrivato, questo mi evitò il disagio dell’attesa, poiché un uomo piccolissimo e magro, dai baffetti neri e la pelle paonazza, se ne stava immerso in una gigantesca poltrona di cuoio rosso, nell’avvicinarmi capii che il colore di quei capelli evocava un che di innaturale, sicuramente erano tinti.
“Questi è il signor colonnello Otto Von Swan, il conte vi prega cortesemente di attendere qui prima che venga egli stesso a ricevere i suoi ospiti!”
Osservai il domestico andar via, portava in volto un altezzosa espressione che suggeriva tutto tranne che ospitalità, poi mi voltai verso il colonnello, sorseggiava brandy scaldandosi accanto alle fiamme scoppiettanti del camino, contemporaneamente mi fissava con i suoi occhietti stretti, più lo osservavo più non riuscivo a trovare in quella figura nulla di marziale; pensai che quel piccolo uomo aveva trovato nella carriera militare l’unico sfogo alla propria repressione dovuta alle scarse dimensioni fisiche, evidentemente si eccitava nel dare ordini ai suoi robusti, prestanti soldati.
Non tentai di parlare con lui, poiché emanava un aura troppo negativa, era impossibile penetrare tra le spesse coltri di quell’ostinato silenzio; presto però giunsero gli altri ospiti, il marchese e l’avvocato erano insieme, entrarono a braccetto, entrambi in abito scuro, il contrasto tra quelle due figure accostate possedeva sfumature grottesche, il marchese era gracile e tremolante, la pelle incartapecorita, il gozzo pendente ed il naso aquilino, becco che lo faceva apparire come lo scheletro di un volatile umanoide, vagamente in grado di stare in piedi da solo; l’avvocato invece era obeso, un pachiderma che faceva fatica a muoversi, dal sedere enorme e le spesse fasce di grasso che dal ventre pendevano fin sulle cosce a stento contenute dai vestiti, il volto che sovrastava quella imponente massa, era laido e sudato.
Dall’allegria mostrata dai due, e le facce in cui il rossore si allargava in chiazze rubizze, si evinceva che fossero già entrambi completamente ubriachi.
“Buonasera signori, buonasera!”
Il colonnello non si scompose, allora capii che non ero il solo ad essergli antipatico, quell’uomo doveva avere un inimicizia con l’universo intero; l’avvocato gli si avvicinò agitando il sedere come fa una grassa baldracca incapace di muoversi e malata di gotta, nel vedere ciò il colonnello estrasse una rivoltella e sparò un colpo all’altezza dell’orecchio del ciccione sfiorandolo di un pelo, solo allora vidi che il colonnello aveva un frustino poggiato sulle ginocchia, caduto in terra nell’estrazione.
Nello stesso istante in cui lo sparo aveva fatto vibrare i cristalli del salone il conte discese dalle scale di marmo in stile barocco, non lo avevo mai visto, lui come gli altri presenti, si trattava di un uomo basso e pingue, calvo, dalla carnagione chiarissima, sembrava aver ignorato completamente l’eclatante sparo del colonnello.
“Vedo che avete già fatto amicizia, bene, d’altronde Spadoni e La Vairg sono già vecchi amici, venite in sala da pranzo prego, la cena è quasi pronta, cominceremo a sederci, le veneri hanno telefonato e pare che ci faranno aspettare!”
Sorrise con fare effeminato, poi si voltò precedendoci, allora notai che il suo smoking lo copriva solo sul davanti, la sua schiena e le natiche erano nude, completamente glabre, strette in aderenti cinghie di cuoio.
A quel punto realizzai che tutti li dentro erano completamente pazzi.



               
                                                          *


La nostra tavola si rivelò essere alquanto singolare, quattro donne grasse, di almeno cento chili, sulla cinquantina, erano posizionate a quattro zampe in una fila orizzontale, il mio piatto si trovava proprio sul burroso culone di una di queste.
“Prego signor Venoldi, la vedo alquanto perplesso, quella su cui si accinge a cenare è mia moglie, la inculi pure se vuole, la stuzzichi, la percuota, a lei piacerà, come sicuramente apprezzerà se l’avvocato voglia riempirle la bocca, poi ci sono le mie sorelle Francesca e Matilde, questa qui invece è Maria, la mia cuoca!”
Subito il marchese distese un abbondante striscia di cocaina sulle pieghe grasse della schiena della sorella del marchese e con ampie tirate presto fece scomparire la polvere bianca nel suo naso adunco.
“Ma..” Tentai di oppormi a quella bizzarria che mi si era posta innanzi, subitaneamente il conte arrestò le mie parole con tono affettato.
“Signor Venoldi, a caval donato non si guarda in bocca!”
“Al massimo glie la si riempie!”
Continuò l’avvocato che già aveva estratto il suo corto pene facendolo affiorare dalle pieghe di grasso e lo fece inghiottire alla contessa che non sembrava disdegnare l’atto.
Cominciai a eccitarmi, il pensiero di poter disporre della moglie del marchese dinnanzi ai suoi occhi, di poterla umiliare a mio piacimento, mi pervadeva di lubrico piacere, infilai due dita fra quelle natiche enormi affondandole nel primo orifizio che mi si aprì innanzi, quell’ondeggiare burroso sembrava invitarmi ad aumentare la foga della penetrazione, contorcendosi istericamente il culo mi si chiudeva intorno alle dita quando giunsero cinque valletti agghindati da cicisbei, erano giovani ragazzi dagli organi genitali eretti e scoperti, posarono le portate bollenti sulle grasse, nude schiene delle signore, ustionandole crudelmente.
Qualcuno degli ospiti cominciò a giocherellare con quei peni dal pube rasato di fresco.
“A proposito di cavalli, sono da poco rientrato dal Texas!” Disse l’avvocato.
“Lì ho conosciuto una ragazza di campagna niente male, oltre a farsi inculare dai bifolchi delle fattorie intorno, belli o brutti, giovano o vecchi che fossero, che puledra, dicevo, oltre a questo amava farsi fottere da tori e stalloni da monta, mi sono masturbato guardandola per tutta la notte, nella sua stalla con le chiappe nel fieno! Oh dio non nascondo che avrei voluto anch’io essere strozzato dal cazzo di una di quelle bestie, ma mi è bastato guardare i suoi bocconi.”
“Lei è veramente una bestia senza alcuna eleganza, un primate disgustoso Spadoni, non mi meraviglia che non apprezziate le raffinate, artificiali carezze del lattice!”
Ribatté il conte, ma l’avvocato, eccitato dal proprio raccontino, venne nella bocca della consorte contessa.
Il colonnello spense il suo sigaro sulle natiche della cuoca.
“Questi mocciosi hanno cazzi piccoli, i miei soldati possiedono ben più mirabili verghe che succhio con avidità, sicuramente anche il getto sarà scarso, ed io amo annegare nello sperma!”
Provai a immaginare il colonnello che succhiava con bramosia verghe mediante quelle sue labbra sdegnose ricoperte dai baffetti, subito la mia erezione venne meno, poi giunse l’arrogante domestico.
“La baronessa Femori e la sua accompagnatrice sono giunte”
Fu allora che ebbe inizio la vera festa.



                                                                  *
La baronessa era una donna dal corpo stupendo, indossava un aderente tubino in lattice rosso che rivelava natiche possenti e cosce da dea, dal naso in su il suo volto era coperto da una maschera di uguale, lucido tessuto, dunque le si vedevano solo le labbra, rosse, carnose, violente nella loro tisifonea sensualità, gli occhi verdi, rapaci, impassibili, i seni poi, grossi e danzanti, quasi del tutto scoperti grazie a una generosa scollatura a ventaglio; calzava scarpe di vernice rossa dal tacco in acciaio, la sua accompagnatrice era legata a un guinzaglio che la baronessa teneva elegantemente fra le mani inguantate, ma non doveva essere lei quella con le tendenze masochiste?
La donna cane era minuta, completamente nuda nonostante il freddo all’esterno, dai tratti vagamente orientali, i capelli setosi e neri, nonostante la sua umiliante posizione mostrava uno sguardo nobile e fiero.
“Porci schifosi, basta mangiare!”
La baronessa ribaltò la zuppiera piena e bollente sulla faccia del conte.
“Alzati vecchio frocio!”
La ragazza orientale, sicuramente ibrido tra occidente ed oriente, estrasse dei lacci di cuoio da una borsa, con questi il conte fu legato in un nodo complesso, la faccia di lui era estasiata, quasi inebetita.
“Leccami le scarpe”
Il tacco della baronessa affondò nella flaccida guancia del conte quasi perforandola.
In quel momento l’avvocato si alzò denudandosi completamente.
“Come osi ciccione mostrare le tue nudità suine in mia presenza, chinati!”
L’avvocato poggiò le mani sul tavolo formando un angolo di novanta gradi, il culo rivolto verso la maestosa regina del dolore, era chiaro che mi avevano ingannato, quella non poteva essere la baronessa Femori, costei lo fustigò con una verga flessibile fino a quasi scorticargli le natiche, poi si sfilò via le scarpe di lucida vernice e con il tacco acuminato cominciò a penetrare nell’ano dell’avvocato straziandoglielo.
Intanto il marchese non faceva altro che tracannare vino e tirare cocaina, sembrava profondamente divertito mentre il colonnello si impadroniva della piccola donna mezza orientale assoggettandola alle proprie voglie.
Con spesse corde l’aveva stretta talmente forte da segargli le carni, la corda mordeva la pelle, assetata belva vampirica, rendendo le carni violacee, era sublime l’espressione di sofferenza della ragazza, quella piccola bocca leggermente dischiusa, la soave enfasi con la quale ansimava come fosse una statua di martirio, dunque anche il colonnello era bravo a fare i nodi.

Il colonnello estrasse la sua rivoltella e la affondò lentamente nella stretta vulva della candida mezza giapponesina, pregai affinché non premesse il grilletto, ma forse era proprio quel rischio ad eccitare lei, il cui ventre s’alzava e abbassava in dolci sussulti, la cui brina luccicante ricopriva il puro nero della pistola e la mano del colonnello che d’un tratto tirò via l’arma dalla fradicia vulva, se la infilò in bocca come fosse un pene e si sparò nel palato disseminando il suo cervello ovunque.

Restai immobile, sporco di sangue e perplesso, cosa cazzo stava succedendo?
La baronessa sciolse il conte che con i piedi ancora legati stramazzò al suolo come un vitellino intrappolato dai bolas, gli furono gettati addosso nuovi indumenti, l’ordine che ne conseguì fu quello di indossarli, si trattava di una tuta in lattice nero cosparsa di borchie, e una maschera aderente di uguale fattura, il conte la indossò mentre strisciava nel sangue del colonnello, intanto il marchese non smetteva di tirare la sua polvere magica.

La carnefice legò nuovamente il conte, il nodo questa volta era ben più pericoloso, le gambe e la carotide erano collegati da una corda, il solo lieve movimento avrebbe strangolato il vecchio feticista.
“Cammina lurido verme e non osare eiaculare!”
Il conte cominciò a fare piccoli passetti, così con le mani legate all’indietro, se fosse caduto per lui sarebbe stata la fine, ma la regina del dolore lo lasciò a se stesso spostando la sua attenzione verso l’avvocato.
“Stenditi lurido ubriacone!”
Il pachiderma eseguì, la donna lo sovrastava, le mani ai fianchi con fare severo, alta, possente, una perfetta dea della sofferenza.
Con la pianta del piede nudo cominciò a schiacciare la faccia dell’avvocato, questi sembrava tutt’altro che sofferente, si contorceva in laidi spasmi, leccando le dita di quel piede d’avorio.
“Mi fai schifo, alzati cicciona, e siediti sulla sua faccia!”
La cuoca che fungeva da tavolo, la più grassa delle quattro, spezzò la propria immobilità facendo sobbalzare i suoi seni immensi, poi si lasciò cadere senza pietà sul volto dell’avvocato soffocandolo in quella tela di pieghe di grasso, la faccia scomparve annegando nella valanga di carne, solo oscuri gorgoglii si percepivano filtrati dalla massa che opprimeva la bocca e dalle risate della cuoca obesa.

Così anche l’avvocato morì in preda ad orribili spasmi, mentre il marchese, ormai fuori di sé non tagliava più strisce di coca, bensì aveva vuotato un sacchetto sul tavolo e si serviva direttamente dalla montagna bianca.


Il conte, come previsto, era caduto, una bava biancastra gli colava dai lati della bocca mentre veniva strangolato da quel complesso gioco erotico.
La baronessa legava intanto la sua schiava a gambe larghe su di una sedia mediante fili elettrici scoperti, aveva coperto il volto di questa con una maschera preservativa, di quelle che usavano i medici del medioevo per visitare gli appestati, la cui caratteristica era quella di possedere un lungo e affusolato becco che veniva riempito con spezie e profumi al fine di filtrare gli immondi olezzi della peste.
Da dove avesse preso un simile, tetro ornamento lo ignoravo, ero troppo impegnato ad assistere alla morte del conte.
Ricordo che oltre alla maschera la schiava era completamente nuda, appariva come un demone bianco con quel suo nuovo volto e le carni segnate dai fili elettrici in una tagliente ragnatela che avviluppava completamente il suo corpo mordendole le carni, i seni stretti talmente tanto da sembrare frutti in attesa di dischiudersi.
La padrona, che io vedevo da dietro chinarsi e mostrare un angolo del nero, vellutato e nudo sesso, infilò nella vulva della sua schiava una lametta, poi un'altra e un'altra ancora, fino a che il sesso iniziò a vomitare sangue, il ventre continuava ad agitarsi scosso da una sorta di violento piacere, mentre i capezzoli, aguzzi come spine di rosa sormontavano quei piccoli seni inturgidendosi sempre più, la carnefice si voltò infine verso di me, che fino ad allora ero stato ignorato insieme al marchese e alle restanti donne tavolo.
“”Credi che lei stia soffrendo? Se tu potessi vedere il suo volto sotto la maschera! Capiresti allora che lei in questo momento gode orribilmente!”
Vidi la mostruosa inespressività della maschera preservativa, sotto di essa un corpo perfetto, sanguinante, scempiato dai segni delle corde e delle precedenti percosse del colonnello.
“Non è vero baronessa Bianca?”
Dunque la baronessa era colei che stava subendo il martirio, i miei dubbi erano fondati, per questo la carnefice aveva tenuto tutto il tempo celato il proprio volto, perché quell’inganno? Perché quel gioco di morte?
Fu tolta la maschera alla vera baronessa, effettivamente sorrideva, estasiata da quelle massicce dosi di dolore, la dea infernale afferrò l’estremità del filo elettrico a cui la donna era strettamente legata, al suo apice vi era un spina per la corrente, rimasi inorridito quando compresi le sue intenzioni, fece scorrere il filo tra le labbra della vagina sanguinante, poi lo infilò fra le natiche come fosse un macabro perizoma, la baronessa rideva, mentre la carnefice non mutava la sua glaciale espressione,  la spina fu inserita nella corrente.
“Prendi la pompa grassa puttana!”
Fu ordinato alla cuoca, che presto corse verso la finestra su cui era stata prematuramente poggiata una canna per l’acqua.
“Si presto, sbrigati, sto godendo come una puttana fra i martiri dell’inferno, l’inferno della macerazione delle carni, dove spero di andare presto e soffrire all’infinito, questo, si questo è il mio paradiso, voglio morire all’apice del dolore e poi raggiungerlo!”
La baronessa delirava mentre la sua carnefice afferrava la pompa idrica  posizionandola fra le proprie gambe, come se cavalcasse un immenso serpente di plastica il cui tocco con la sua nuda vulva era sicuramente eccitante, quell’oblungo membro di plastica la faceva sembrare un agghiacciante ermafrodito.
“Questo è il mio membro artificiale, stai per ricevere l’ultimo getto di sperma sul tuo volto da puttana, fate aprire l’acqua!”
La cuoca diede il segnale e quasi immediatamente la gittata investì la baronessa, le scosse elettriche furono atroci, era come in preda ad una crisi epilettica, ma sorrideva, gridava ebbra di godimento fino a che non sputò lunghi getti di sangue.
Allora la carnefice gettò la pompa in terra e rivolse il suo algido sguardo verso di me.
“Siamo rimasti solo io e il marchese, a meno che anche moglie e sorelle vogliano farsi macellare!”
Pensai questo, ma quando mi voltai notai che il marchese era collassato affondando il volto nella montagna di coca, spettatore passivo aveva preferito togliersi la vita con un overdose, sniffando fino alla morte, la dea del dolore mi si avvicinò, nelle sue forme giunoniche e inarrivabili che il latex, tessuto sintetico dai richiami necrofili mi impediva di mordere e baciare.
“Presumo che lei possa andare!”
Disse impassibile queste parole, pronunciandole attraverso la rosa vermiglia della sua bocca.
“Mi dice cos’è successo?”
“E’semplice, queste persone volevano suicidarsi e a volte, se si hanno determinate passioni e si vuole morire travolti da esse si ha bisogno di un aiutante, mi capisce? Questo è il mio lavoro, guadagno bene e mi piace, le hanno fatto credere che ero la baronessa per confonderla ulteriormente, il suo compito era quello di essere testimone di questo suicidio altrimenti scambiato per mera carneficina, ma le leggi non approvano simili sottigliezze, per questo non conosce né il mio nome né il mio volto, inoltre la presenza di uno spettatore ignaro ha triplicato il godimento dei miei clienti, non si preoccupi, sono morti felici, il colonnello, impotente ed omosessuale represso ha sacrificato la propria vita mediante un arma intrisa nel tempio di Venere, tempio al quale non era mai potuto assurgere, l’avvocato ed il conte, amanti e schiavi dei giochi che comportano prima umiliazione e poi soffocamento hanno trascorso la vita a spingersi sempre più oltre e questo è stato l’apice della loro carriera, la baronessa, serva del dolore e dell’umiliazione da sempre è morta avvolta dalle vergate del suo tormentoso dio, in quanto al marchese, ha preferito esalare il suo ultimo respiro fra gli eccessi della cocaina.
Aspetti prima di andare, ho questo per lei, è una busta da parte del conte!”
Presi la busta e l’aprii, erano gli atti di cessione firmati, avevo avuto quello che desideravo, ma ormai non mi bastava più, volevo lei, e sapevo che c’era un unico modo per averla, ma no, non era il caso, girai i tacchi e mi diressi verso la macchina, lasciandola sola, stupenda, seminuda fra i cadaveri, sorgeva l’alba e avevo i miei documenti, cos’era quella sensazione sgradevole che mi pervadeva? Cosa avevo da lamentarmi, come si dice? A caval donato non si guarda in bocca!


©Davide Giannicolo

giovedì 1 dicembre 2011

La violenza antropofaga dell'atto sessuale


 
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La violenza antropofaga dell’atto sessuale

Attori:
            Satana
            Il ninja
            Adolfo( il gigante)
            L’alce
            Lo spettro
            Sventonia(il trans)
            Le drug queen(3)
            La regina del peccato(ermafrodito sadomaso)
            Gli schiavi(negri, nani e nani negri)
            Brutoldo(il cane)
            L’alce(vera)

Una stanza molto piccola, squallidissima e diroccata, strumenti di tortura in ornamento, l’impressione deve essere di sporco e angoscia claustrofobica, di sottofondo il suono di catene e calcinacci.

Satana entra, balla in maniera grottesca, è completamente nudo, con lui c’è il ninja, arriva Adolfo che comincia a picchiare a sangue il ninja, picchia anche Satana che si umilia si inginocchia e succhia Adolfo da genuflesso, gli prende le palle in bocca, le stringe nelle mani, gli offre il culo come un cagnolino scodinzolante mentre sorride beatamente.
Satana si fa fottere con brutalità sia da Adolfo che dal ninja che lo graffia, lo morde e gli strazia le carni.
Satana succhia il cazzo del ninja mentre Adolfo lo fotte a quattro zampe con brutalità, poi Satana ed il ninja si baciano mentre Adolfo infila le dita nel culo di entrambi.

Arriva lo spettro e frusta tutti, porge una frusta a Satana e così anche lui comincia a frustare tutti fino a mutilarli.
Satana caga in faccia e sul petto di Adolfo, continua a frustarlo fino ad ucciderlo, si china su di lui e spompina il suo cadavere sanguinanti mentre il sangue gli imbratta la faccia.
Lo spettro atterra il ninja e lo soffoca con le sue chiappe ossute.
Arrivano le tre Drug Queen danzando in sorrisi d’angoscia, sembrano tre vecchie in procinto di morte, scopano con Satana in un groviglio di pompe e percosse.
Giunge il cane e comincia a mordere chiunque, una Drug Queen lo masturba, l’altra lo succhia, l’altra ancora lo penetra.

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Lo spettro si procura un enorme taglio obliquo sul petto servendosi di un coccio di vetro, Satana ruba il vetro allo spettro, se lo litigano come due bambini con un lecca lecca, alla fine Satana riesce a strappare l’ambito trofeo e inizia a riempirsi di tagli su tutto il corpo.

Le Drug Queen afferrano il Ninja, lo stendono sul pavimento, estraggono delle lamette dall’ano cagandole dolorosamente, poi iniziano a tagliuzzare il Ninja un po’ ovunque ridendo sguaiate ed inquietanti.
In quel momento fa il suo ingresso la regina del peccato, brandisce un grosso coltello, con esso sventra il cane e si impiastriccia il volto e il corpo seminudo con sangue e budella dell’animale.
Satana l’afferra da dietro, la costringe a stendersi, la scopa e lei scopa lui, si flagellano, si tagliano, mentre Satana percuote con schiaffi e pugni la faccia del cadavere di Adolfo, presto anche la regina del peccato riceve le percosse di Satana, testate che rompono il suo naso da narciso, si alza, la prende a calci e comincia a flagellarla, dopo una decina di minuti di efferata violenza Satana si ferma ad ammirare la regina tutta livida e inerme sul pavimento, solo allora la fotte nuovamente.
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Intanto il ninja fotte le Drug Queen in alternanza, succhiando i loro piccoli cazzi e sgozzandole, giunge lo spettro armato di martello(è magro come la morte) schiaccia la testa di una Drug Queen rubandola alla mano omicida del ninja, allora il ninja aggredisce lo spettro, tenta di strozzarlo introducendo i propri testicoli nella sua bocca, poi col coltello che ha usato per sgozzare i travestiti lo squarta, comincia a giocherellare con le budella dello spettro estraendole con folle sguardo.

Entrano gli schiavi, ciascuno armato di flagello chiodato, frustano a più non posso, poi iniziano a scopare i cadaveri.

Satana nota una certa confusione e assume il controllo, percuote chiunque, lega i negri a collari incatenati ai muri, inizia a percuoterli con una mazza ferrata e una catena spaccando loro le carni, la borchiata regina del peccato si unisce al signore delle tenebre, succhia i neri mentre Satana inizia a scorticarli.

Entra il trans con una sontuosa coda di pavone, accarezza Satana che troneggia sugli schiavi succhiato dalla regina del peccato, lo bacia, lo masturba strappando l’enorme membro del diavolo dalla bocca della regina, il trans lega la regina con collare e catena, inizia a succhiare il cazzo mostruoso di Satana costringendo la regina a succhiare il suo.
Satana lecca i capezzoli artificiali del trans, continua a sorridere come se il suo volto fosse di cera, il Trans gli offre il culo e Satana lo infilza.

Il ninja intanto gioca con lentezza da bambino pazzo seduto fra i cadaveri, i resti mutilati sono i suoi balocchi, l’alce si muove tranquilla per la stanza annusando i genitali dei morti, d’ora in avanti la vedremo sempre sullo sfondo.

Entra l’alce(vera) cioè un magro uomo nudo cosparso di cicatrici e in pantofole con un’enorme maschera da alce di peluche, spara al ninja in pieno petto con un fucile a canne mozze.
Il trans corre sul cadavere del ninja col cazzo dritto, lo rivolta sulla schiena e lo incula accoltellandolo, piume di pavone svolazzano qua e là mentre il loro proprietario infierisce sul cadavere ridendo con espressione diabolica.

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La regina del peccato fotte Satana da sopra come donna, poi lo volta per tentare come uomo, ma ci ripensa, si alza e gli arroventa le grasse chiappe con dei marchi roventi.

Uno schiavo e un nano sopravvissuti ma in cattivissime condizioni si baciano con lingue serpentine, la regina del peccato e il trans si contendono il cadavere del ninja tirandolo come un pupazzo fino a che la testa non si stacca, dal corpo e dalla testa fuoriescono coriandoli fluttuanti, i contendenti si rallegrano e fanno la pace lanciandosi l’un l’altro la testa come fosse una palla, la loro espressione è di folle infantilismo.

Il trans comincia a scopare con l’alce in moltissime posizioni masturbando il nano mentre Satana si impadronisce nuovamente della regina del peccato cercando vendetta, la trascina per tutta la stanza tenendola per i capelli, la lancia contro i muri, la picchia, la fotte, l’alce vera si muove ancora tranquilla brucando tra frattaglie e cadaveri, d’un tratto Satana, afferrando il fucile a canne mozze, spara un colpo in mezzo agli occhi del povero animale, lo fa mentre fotte a pecora la regina del peccato, l’alce cade dunque di botto unendosi ai morti.
L’uomo alce frusta il trans, si uniscono anche gli schiavi, fottono il trans a turno e in gruppo, tutti sono completamente ricoperti di ferite.
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Satana stacca lentamente un femore al corpo dello spettro, dopo la lunga e pasticciona operazione si lancia sul gruppo al quale si è unita anche la regina del peccato che poco prima era stata cacciata via da Satana poiché gli leccava ostinatamente tutto il corpo come fosse una cagna sorridente.

Tutti vengono percossi dalla palla chiodata di Satana, sembra però infiorire più di tutti sull’uomo alce, lo maciulla letteralmente in teatrali spruzzi di sangue, costringe Trans e regina a succhiarlo, infila il femore nell’ano dell’uomo alce, poi lo volta accoltellandolo molteplici volte, afferra un accetta tagliandogli gambe e braccia, struscia il pene per un po’ nelle ferite.
Intanto gli schiavi hanno rapito la regina, la fottono lungamente in tradizionali peripezie, lei però è felice.

Il trans offre il proprio culo sul cadavere scempiato dell’uomo alce, Satana lo prende, eiacula sulla schiena del trans, si volta e sgozza con un filo di ferro il nero che sta scopando a pecora la regina, poi costringe il trans a scopare col proprio pene il nano, il trans ci prede gusto fiaccando quelle piccole reni, Satana intanto cava gli occhi al nano e li mangia, la regina che poco prima frustava Satana lo bacia assaporando a sua volta l’organico boccone di quegli organi visivi, subito dopo il diavolo impicca il trans con collare e catena mentre la regina lo succhia, una volta rotto il collo del trans e soffocato nel proprio sangue Satana lo slega, comincia a scopare i suoi resti mentre la regina danza in una danza di delirio e follia.
Satana eiacula per l’ennesima volta, si alza e taglia a pezzi la regina, tanti, piccolo pezzi.
Resta da solo fra i cadaveri, insanguinato e cosparso di ferite, piscia e caga su tutti i corpi, ha cagato un grosso revolver nero, lo afferra e si spara un colpo alla tempia facendosi esplodere le cervella che schizzano dall’altra parte della stanza.
Fissiamo per tre lunghi minuti l’inerte e silenziosa massa di corpi poi cala il sipario.

©Davide Giannicolo