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sabato 19 novembre 2022

Inferno sulla Terra


Dalle viscere sorge e infetta gli arti, gonfia il sesso nefasto, si arma di ferro. La purulenta anima s’agghinda di morte e cerca la tortura, con l’unico scopo di mortificare la carne. Si bea degli inermi in ginocchio, di dolore e seme incandescente li abbevera. Spezza le ossa, sputa veleno negli occhi, martirizza con la lama scavando fino agli organi. Inferno sulla terra, ieri come oggi, maschera chiodata, ruggine e carne spappolata. Coppa di sangue disseta dal rogo delle case intorno. Inferno sulla terra, urla strozzate, dominio, anima marcescente senza requie. Tormento interiore, lama che affonda, bocca che strazia, mazza che scempia, prole di morte.

Davide Giannicolo
 

domenica 20 giugno 2021

L’Oro di Dubai

 


In Sri Lanka la vita era dura, avevo un marito inetto senza voglia di lavorare, che non sapeva far altro che mettermi incinta. Credo che fu proprio lui a vendermi, non so, al tizio barbuto dagli anelli d’oro che mi portò a Dubai. Fui violentata immediatamente, da lui e altri due, quelle tozze dita inanellate mi fecero molto male, penetrando a forza nei miei buchi più delicati fino a farmi vomitare. Il giorno dopo venni condotta in un bordello del centro, la mia razza non è richiesta dai ricchi degli Emirati che prevalentemente preferiscono donne bionde o occidentali, ma comunque cominciai a guadagnare bene facendo cose assurde a gente poco raccomandabile. Da quel giorno divenni un oggetto passivo e inanimato privo di emozioni, qualsiasi cosa mi chiedevano la eseguivo muta e rassegnata, per questo cominciai a essere molto apprezzata nell’ambiente. Mandavo molti soldi a casa, la gente sapeva che a Dubai facevo la domestica, mio figlio, ingenuo e coglione quanto il padre, faceva la bella vita mentre a me degli arabi pazzi sfondavano il culo dalla mattina alla sera, comprava moto e oggetti di lusso, invidia dei suoi compagni cingalesi, ma non sapeva che i soldi che maneggiava erano il frutto delle violenze inferte sul mio corpo. Una volta in una festa privata mi costrinsero ad accoppiarmi con una scimmia tra le risate di tutti, fece molto male, sia all’anima che al corpo, mentre il mio unico maschio, sorridente diveniva sempre più insaziabile e assetato di denaro; non sapeva o non voleva sapere che sua madre era una schiava, il sospetto non sfiorava lontanamente quel cervello egoista e materialista; dato che erano ormai cinque anni che non ci vedevamo qualcosa in lui avrebbe dovuto accendersi, invece niente, solo richieste di denaro.



In quei cinque anni, in cui mi fecero qualsiasi cosa cominciai a sfiorire, più diventavo vecchia e brutta più le atrocità che ero costretta a subire aumentavano. Ben presto si cominciò a passare a vere e proprie torture, la gente si divertiva a massacrarmi tutti i giorni, ormai il mio corpo non era più in grado di reggere. Un giorno, mentre un pazzo ubriaco mi martoriava i capezzoli con dei lunghi spilloni, decise di infilarmene uno orizzontalmente nel clitoride e un altro nelle guance trapassandomi la bocca da parte a parte, allora svenni; non era la prima volta che perdevo conoscenza durante quei martirii, ma questa volta, dicono, ci misi un mese prima di risvegliarmi, però mi curarono, non mi lasciarono morire, mi diedero una bella cifra e mi vendettero a un vecchio gioielliere. Mio figlio era felicissimo in quel periodo, mi aveva chiesto una macchina e lo avevo accontentato inviandogli tutta la mia liquidazione.



Il vecchio era molto ricco, aveva una scimitarra d’oro sempre attaccata alla cintura e con quella puniva chiunque, era anche crudele e incontentabile, incuteva in tutti i suoi domestici puro terrore. In quella casa lussuosa eravamo tutti schiavi, nessuno poteva osare ribellarsi, si diceva che molti fossero morti tra quelle mura, ero probabilmente finita tra le mani del mio ultimo carnefice; forse non sarei mai più uscita viva da quella casa. Allora feci la cosa che mi riusciva meglio, ubbidii, con rassegnazione e accondiscendenza, mutismo e sottomissione. Il mio ruolo principale era semplice e bizzarro, seppur disgustoso. 

Io ero l’orinatoio e la sputacchiera del vecchio. Interamente ricoperto d’oro e gemme lui mi faceva un cenno storcendo il naso aquilino e crudele da dominatore del deserto, io andavo accanto a lui a passi svelti, dovevo precipitarmi come se avessi la morte alle calcagna e in effetti così era, dovevo inginocchiarmi con devozione e spalancare la bocca verso di lui, con la pietà e la fame di un uccellino che attende il verme che sarà il suo cibo. Lui mi scatarrava nella bocca, dei fiotti grumosi e gialli che inducevano al vomito, mi sputava dritto in gola con una potenza prodigiosa e io dovevo inghiottire tutto. Il gioielliere sputava spessissimo poiché masticava tabacco, cosa che rendeva il suo catarro ancora più disgustoso e crudele. Quando poi doveva pisciare urlava il mio nome, ovunque io fossi dovevo correre, costretta a stare tutto il giorno, anche di notte, con le orecchie tese; se non lo avessi sentito facendolo attendere o peggio ancora non presentandomi al suo cospetto, mi avrebbe uccisa con le sue mani, sparandomi in testa o trafiggendomi, erano parole sue queste, che mi ripeteva spesso. Al suo richiamo quindi mi inginocchiavo davanti a lui, con la solita bocca supplichevole e spalancata, e lui mi spruzzava nella gola la sua orina malefica, a getti abbondanti, innaffiando con prepotenza gialla e scintillante prima la mia ugola e poi le mie viscere. Beveva a posta prima di farlo grandi quantità di birra o champagne, voleva che il piscio fosse abbondante e copioso così da potermi inondare la trachea fino a farmi soffocare, voleva annegarmi, strozzarmi con la sua orina diabolica. E guai se avessi tossito o perso una sola goccia. Un giorno mentre si svuotava dopo un ubriacatura mi vennero dei conati di vomito e tossii, stavo affogando in quel mare di piscia putrida che straboccò tutta fuori sporcando i suoi preziosi tappeti, lui sguainò la scimitarra e me la premette alla gola mentre con l’altra mano mi stringeva i capelli costringendomi a guardarlo standomene in ginocchio, era forte nonostante la vecchiaia; voleva decapitarmi, aveva la veste alzata e mentre mi minacciava vidi che il suo pene era eretto e duro, gocciolante, pronto all’eiaculazione, quell’uomo godeva nel fare del male alla gente.

“Tu sei il mio pisciatoio, hai mai visto un gabinetto rigettare il contenuto? Significa che non funzioni bene e dovrò sostituirti!”

 Dicendo ciò mi intaccò la fronte con la lama, lentamente e con forza, nello stesso istante eiaculò sulla mia faccia imbrattandola con un fiotto abbondante ed energico. Non si era neanche toccato il pene poiché aveva le mani occupate con la scimitarra e nello strattonare i miei capelli; era stato un fiume naturale esploso con crudeltà dal suo ventre sadico.

“Vatti a ripulire non mi piacciono i cessi sporchi, non sei in una bettola, sono un uomo di una certa posizione io!”

Da quel giorno vivo nel puro terrore, porto ancora la profonda cicatrice della sua spada sulla fronte, mi sto ammalando a forza di bere orina, credo di avere l’epatite o qualcosa di simile, la mia pelle ha un colore strano, ho sempre nausea e malessere. 

Mio figlio intanto continua a chiedermi soldi ma mai di rivedermi e riabbracciare la propria madre generosa; mentre io inghiotto, sottomessa e assoggettata, fino alla morte che arriverà probabilmente a breve, l’oro maledetto, profondamente giallo e scintillante di Dubai.

Davide Giannicolo 

giovedì 20 agosto 2020

Evil Bokken

 


Capitolo primo:Tramonto Scarlatto

Sfumava la luce di un tetro tramonto, le case, le persone, il cielo stesso, sembrava permeato dall’essenza di un sogno malefico. L’uomo portava con sé la spada di legno poggiata sulla spalla, nessuno sembrava farci caso, tutti in quella strada avevano facce sonnecchianti ed il passo affrettato di chi si accinge a rientrare tra squallide mura domestiche. Il negozio era ancora aperto, vendeva libri illustrati, fumetti e gadget da nerd. L’uomo, in ciabatte, canotta e costume da bagno entrò. Il suo corpo mostrava svariati tatuaggi dal macabro tema, era visibilmente sudato e la sua pelle scintillava; fuori, un sole rosso prendeva le tinte del sangue.

Al bancone c’era una ragazza sciatta dal corpo esile, un ragazzo si aggirava mettendo a posto qualche volume sugli scaffali. Erano i padroni del negozio, fidanzati e colmi di speranze sull’avvenire.

L’uomo sudato fece ticchettare la spada di legno sulla propria spalla, poi estrasse un cartoccio di stagnola dalla tasca, poggiò il bokken(la spada d’allenamento che si usa nella scherma giapponese)sul bancone e scartò quello che sembrava essere un unto panino. Diede qualche morso, poi con le mani sporche cominciò a sfogliare un costoso volumetto impregnandolo di salsa rosa e olio. I ragazzi erano terrorizzati, si lanciavano sguardi ma non osavano parlare.

“Avete i soldi?” Disse infine l’uomo che era più grosso di tutte e due i ragazzi messi insieme.

“Sai già che non possiamo pagare!” Rispose il ragazzo con voce tremula.

Il grasso samurai bisunto lanciò il volume lercio in faccia al ragazzo, finí il panino e raccolse lentamente il bokken dal bancone, la ragazza sussultò e iniziò a singhiozzare.

“Troveremo un modo tranquilli!” Disse il grassone sorridendo.

“Prendi una spada ragazzino!”

Dicendo ciò indicò con la punta del suo bokken una coppia di katana esposte al di là del bancone. Erano posticce e mal fatte, comprate a due soldi per abbellimento.

Il ragazzo tremava:

“Ma io...”

“Peggio per te, non dire che non ti ho dato la possibilità di difenderti!”

La mazza ricurva si abbatté con inaudita potenza sul cranio del ragazzo, questi vacillò all’indietro per alcuni istanti, poi cadde rovinosamente portando con sé lo scaffale a cui cercava di aggrapparsi.

Ancora il sole rosso fuori insanguinava ogni cosa, spargendosi sull’asfalto odoroso di smog. Nessun passante, nessuna macchina, nulla disturbava il sadico operato del pazzo.

Si sfilò il costume da bagno mostrando flaccidi testicoli è un pene semi eretto. Si avvicinò alla ragazza e cominciò a leccarle la faccia disseminando sulla sua pelle l’olezzo pungente del panino mangiato poco prima.

La costrinse a prendere il pene fra le mani storcendole il braccio, inizialmente la guidò in una lenta frizione mentre scavava con la lingua nella sua bocca come se volesse aprirvi una ferita, lui era Evil Bokken, era specializzato nell’aprire ferite al fine di eiacularci dentro.

La ragazza impaurita e singhiozzante continuò da sola la manovra senza bisogno di essere costretta, lui intanto la spogliava strattonandola, quello che non riusciva a strappare veniva sfilato a forza.

Era in mutandine, ed era anche bruttina, pallida, un po’ brufolosa, lui cominciò a frugarle con la mano fra le gambe, era rude, forte come un orso.

“Ti puzza la fica, lo senti come puzza? Tanto non pagherete mai, vendete fottuti fumetti cazzo, come potrete pagarmi? Allora ti scoperò ogni volta, ti userò come gabinetto, ti piscerò in bocca e ti sputerò nel culo!”

Le tappò di nuovo la bocca con la sua lingua unta, poi la sodomizzò da dietro, la malmenò, la rigirò, sembrava durare in eterno, fino a che eiaculò sul pube fulvo e malcurato della ragazza nerd, che voleva sposarsi col suo fidanzatino vendendo fumetti e girando per fiere e cosplay.

Si ritirò su il costume da bagno naturalmente senza mutande con ancora i genitali impiastricciati di seme. Afferrò il bokken e lo penetrò dolorosamente in entrambi gli orifizi intimi di lei finché la giovane non svenne.

Allora Evil Bokken uscì in strada, con la spada sulla spalla, spavaldo e soddisfatto si sfregava le palle vigorosamente, aveva altri lavori da fare, altri soldi da riscuotere, intanto il tramonto rosso sangue veniva inghiottito dalla sera assumendo le sfumature del cinabro.

Davide Giannicolo

Continua....forse...

domenica 15 dicembre 2013

Di Notte (Due capitoli estratti dal romanzo di Davide Giannicolo)



Parte I
OMBRE, PASSIONE E DESIDERIO



*
FASTOSA LA LUNA


Quando Igor Vetusta era bambino, nella sua casa di campagna faceva spesso un sogno.
Quelle visioni gli stringevano il cuore come fossero ricordi in procinto d’esalare i taglienti effluvi della nostalgia; sentiva le oniriche scene appartenergli così intimamente, da viverle con febbrile eccitazione e in lui, nel suo stretto petto, già si destava una piccola fiamma, una vampa che ardeva con i colori vacui dell’ossessione.
Nel sogno, in un tetro maniero, un uomo si preparava con impazienza ad uscire nella notte,   l’arredamento della stanza era antico, come l’aria che fluttuava vaporosa in tutto il castello.
L’uomo, armato come un guerriero e vestito di nero cuoio, impartiva ordini ad un servitore:
“Prepara la mia carrozza, sto per andare a caccia!”
Nella voce dell’uomo si udivano note di morte, nei suoi occhi, verdi come foreste acquatiche, brillava l’insano lucore della follia.
Poi, un istante dopo la carrozza sfrecciava come impazzita nella foresta ammantata dalla notte, correva barcollando sul sentiero impervio in spericolata discesa, trainata da neri destrieri e accompagnata dalla satanica musica dell’abbaiare dei mastini.
Nella carrozza l’uomo vibrava di passione gustando rosso e denso vino, attraverso la finestra sentiva la notte carezzargli il volto, mentre gli alberi si chinavano verso di lui protraendo le loro dita nodose, provenienti dall’immane, inviolata oscurità del bosco.
Anche Igor percepiva durante il sogno quel morbido e allo stesso tempo tagliente tocco elargito dalla foresta nottetempo, quella ieratica brezza che accoglieva nella tenebra silente la spettrale marcia del cacciatore.
Lontano, donne danzanti intorno al fuoco di un oscuro sabba, si arrestavano di colpo nell’udire il latrare dei cani che si avvicinava inesorabile come vento di morte, mentre la carrozza avanzava tra gli alberi emanando dolci sensazioni di delirio, turpi angosce notturne.
Nella notte senza luna, i mastini si avventavano sulle tenere e bianche carni delle donne che liberavano agghiaccianti urla; purissime, più dell’acciaio, le zanne mostruose dei cani laceravano la pelle, mentre in rivoli caldi il sangue grondava.
Nel momento in cui la sacralità del sabba era infranta dall’irruzione, perpetrata al culmine estatico della cerimonia, e le partecipanti cominciavano a disperdersi scappando nude tra gli alberi incombenti, l’uomo della carrozza balzava sulle donne con in volto la cerea maschera della follia; la sua mano, innaturalmente pallida, vibrava sgozzandole e mutilandole tutte in pochi istanti.
A questo punto Igor si destava, ignorando la natura di quei sogni cupi.

Ma adesso che i suoi lineamenti erano divenuti del tutto identici a quelli dell’uomo del sogno, ora che le sue chiome cadevano in neri riccioli sulle ampie spalle, ora che era immerso nel sangue di una fanciulla, egli sapeva che l’uomo del sogno era lui, l’angelo della purificazione, colui che con la sua lama avrebbe ricondotto lontano Satana dai ventri delle donne.
Il cadavere giaceva dinnanzi a lui, sventrato dalla sua alabarda, Igor lo fissava con espressione calma e distaccata; si chinò sul corpo aperto e sanguinante, immerse le mani nella ferita così da poter sentire caldo il seme del diavolo, che virulento accendeva ancora quelle spoglie mortali.
Con le mani a coppa raccolse del sangue, lentamente bevve irrorandosi del rosso liquore.
“Io porto a me il male che affliggeva questa donna, io la purifico e la riconduco al cristallo di Dio!”

L’aveva inseguita nel bosco proprio come nel sogno, di solito le donne della sua caccia non lottavano mai, poiché nessuna strega sopravvive allo sguardo d’Igor Vetusta.

                                                                                *

CREPITA E S’INNALZA

La vecchia villa di campagna era la dimora della sua frustrante ossessione, solo la debole luce delle candele illuminava le ampie stanze, ornate da consunti arazzi e affreschi centenari.
Dall’esterno, la casa appariva come un rudere infestato dagli spettri, era in effetti un luogo di decadenza e languido abbandono. I cani lo accolsero correndogli in contro eccitati dall’odore di sangue che il suo corpo emanava, era sempre avviluppato da quella macabra fragranza, rossa dama di morte, distesa in eterno lungo le membra di Igor.
Giunse nell’enorme salone ove austeri dipinti rappresentavano uomini antichi, una stirpe dal ribollente sangue. Si sedette e la fievole fiamma della candela irradiò in un riverbero sinistro, posandosi come una falena di luce sullo specchio dei suoi occhiali da vista e mescendosi al verde fulgore dei suoi occhi.
Ai piedi della poltrona dormiva un cane mastino, così solido e robusto da indurre alle lacrime.
Ad un tratto un nevrotico pensiero scosse Igor ridestandolo da meste meditazioni,  s’alzò di scatto afferrando un candelabro d’ottone e si allontanò dalla silente stanza dei suoi pensieri.
Discese un’angusta scala dissestata ed erosa dal tempo, erano secoli che il buio rosicchiava quei luoghi; un impervio sentiero in discesa verso fauci di tenebra lo condusse lungo intricati e bui passaggi sotterranei, fino a giungere dinnanzi alla robusta porta di una cella.
Estrasse la chiave arrugginita e una volta aperta la porta entrò nella strettissima stanza, un massiccio crocefisso si stagliò dinnanzi a lui, uguale a quelli che si trovano nelle chiese; enorme il Cristo sanguinante osservava Igor con sguardo doloroso.
Legata mediante massicce catene vi era una donna seminuda, stupenda e giovane; i biondi capelli in cascate dorate, le coprivano il volto stanco cosparso di lividi e i dolci seni da poco sbocciati,.
Igor si sbottonò la camicia, morbida seta che carezzava l’umido e possente torso sudato, liberando le sue membra bianchissime che rifulgevano nella crudele oscurità della latebra.
Sulla schiena di Igor vi era tatuata un’immensa immagine del volto di Cristo sanguinante, al di sotto una spada puntata verso il basso, e su di essa una rozza scritta, come incisa con un coltello: “Onore templare”.
Quando la ragazza lo vide entrare fu invasa dal terrore, nei suoi occhi e nel corpo tutto, s’accese la virulenta scintilla della paura.
Igor carezzò con delicatezza il volto della fanciulla.
“Tu non eri sola quella notte. Dove sono le tue compagne? Dove si riuniscono?”
“Io non sono una strega! Te lo ripeto, io non so niente di queste cose!”
La ragazza disse queste parole distorcendo i lineamenti a causa di un pianto convulso e disperato, la mano che le carezzava il viso vibrò di rabbia, poi affondò le bianche dita nella tenera carne delle gote.
“Puttana del diavolo, io sento il male sedurmi mediante te, e se lo sento significa che non hai ancora rinunciato alle carezze dell’empio. Rinunci a Satana? Rinunci?”
“Rinuncio!” Disse la donna implorante, i sensi la stavano abbandonando, mentre il terrore le dominava le membra al solo pensiero di trascorrere ancora un istante con l’uomo che l’aveva rapita nottetempo.
“Menti, menti spudoratamente baldracca di Belial, il male alberga dentro di te!”
Igor le voltò le spalle tatuate e scelse dal tavolo di marmo uno strumento adatto alla verità.
Afferrò un flagello chiodato e vibrò secchi colpi alla donna legata, innalzava schiocchi d’agonia nel luogo dai cui muri saturava la punizione come fosse umidità, mentre il flagello si liberava in carezze di sangue, baci algolagniaci di dolore.
Rubizzi rivoli di sangue segnavano il passaggio dello strazio lungo il liscio corpo della donna.
“Confessi di aver fornicato con il diavolo? Confessi di aver bevuto il suo sperma in un rito blasfemo? Confessi d’essere araldo della perversione e di voler sedurre i guerrieri di Cristo?”.
La donna pianse, mescendo al sangue l’acre sapore delle lacrime.
Igor depose il flagello e arroventò sul fuoco una lunga e sottile sbarra di ferro grezzo, presto divenne rossa e incandescente, minacciosa come il bramoso occhio di fuoco di un demone.
Con gli occhi spalancati dalla follia ed il corpo sudato si avvicinò alla donna, le divaricò le gambe vincendo la gracile resistenza e si accinse a penetrare il ferro tra le vermiglie fauci della vulva.
Lei urlò con tutte le sue forze prima che la sbarra rovente poté sfiorare la sua pelle.
“Confesso! Confesso tutto!”
“Bene”. Rispose Igor deponendo il ferro, poi continuò:
“Dove hai incontrato Satana?”.
“Non lo so, giuro che non lo so”.
“E’l’empio che ti confonde, presto troverai la pace del fuoco, dimmi solo dove sono le tue compagne”.
“Non lo so”.
Igor afferrò la testa della ragazza e la scosse violentemente, lei riprese a piangere con disperazione, come una bambina.
Con un coltello le martoriò le gambe, iniziò poi ad accoltellarla ferocemente alle braccia, la donna così svenne in un poetico, sanguinante abbandono, appesa alle catene, era come se il soffio tagliente del dolore la dondolasse facendo oscillare il suo corpo inerte, anzi, forse l’unica cosa che la sorreggeva, sospendendola nell’aria, era proprio il martirio di quell’infamia.
“Io ti purifico donna, sii certa che troverò ogni tuo simile”.
Il seminudo corpo di Igor Vetusta roteò bianco nel buio e un’ascia, afferrata nel corso del movimento, si abbatté sul collo della donna falciandone la testa.
I suoi resti furono purificati, bruciati e restituiti a Dio.

mercoledì 17 ottobre 2012

A CAVAL DONATO NON SI GUARDA IN BOCCA


Le feste a casa del conte erano per pochi invitati, massimo quattro, raramente ammesso il gentil sesso; ma quella era una serata diversa, il suo settantaquattresimo compleanno si sarebbe festeggiato
la notte stessa, così oltre a me, invitato casuale, era stato concesso il privilegio di presenziare ai seguenti gentiluomini:
Il marchese La Vairg, libertino sessantenne totalmente dipendente dalle anfetamine, l’avvocato Spadoni, personaggio dal misterioso passato e dalla dubbia fedina penale, poi il colonnello Von Swan, uomo d’armi tedesco dal funereo portamento.
Inoltre, cosa eccezionale, si diceva fossero state presenti al lussuoso banchetto ben due donne: si trattava della baronessa Bianca Femori, donna dissoluta e completamente pazza, dalle dichiarate tendenze masochiste; l’altra donna era un mistero, c’era chi affermava fosse la figlia della baronessa, altri che fosse semplicemente la sua complice ed amante.
Premetto che la mia presenza alla festa non aveva lubrici scopi come sicuramente qualcuno ancora adesso pensa, il mio unico obbiettivo era entrare nelle grazie del conte affinché firmasse l’atto di cessione di alcuni terreni di cui avevo assoluto bisogno(sono un costruttore), solo in seguito compresi che la mia innocente presenza aveva uno scopo ben preciso tra quegli uomini rotti ad ogni esperienza.
Arrivai in serata con la mia auto, la villa del conte era un edificio immenso, circondato da boschi minacciosi che in quella notte senza luna apparivano come un unico monumento di tenebra, immediatamente il fascino vetusto della villa mi mise a disagio, era come se la vecchiezza fosse un ornamento voluto dal conte, le statue consunte di nudi greci, ammantate dall’ombra e dal muschio parevano fissarmi insistentemente negli occhi.
Bussai alla porta, fui accolto da alcuni domestici che mi condussero in un ampio salone riscaldato da un camino settecentesco.
Fortunatamente non ero il primo arrivato, questo mi evitò il disagio dell’attesa, poiché un uomo piccolissimo e magro, dai baffetti neri e la pelle paonazza, se ne stava immerso in una gigantesca poltrona di cuoio rosso, nell’avvicinarmi capii che il colore di quei capelli evocava un che di innaturale, sicuramente erano tinti.
“Questi è il signor colonnello Otto Von Swan, il conte vi prega cortesemente di attendere qui prima che venga egli stesso a ricevere i suoi ospiti!”
Osservai il domestico andar via, portava in volto un altezzosa espressione che suggeriva tutto tranne che ospitalità, poi mi voltai verso il colonnello, sorseggiava brandy scaldandosi accanto alle fiamme scoppiettanti del camino, contemporaneamente mi fissava con i suoi occhietti stretti, più lo osservavo più non riuscivo a trovare in quella figura nulla di marziale; pensai che quel piccolo uomo aveva trovato nella carriera militare l’unico sfogo alla propria repressione dovuta alle scarse dimensioni fisiche, evidentemente si eccitava nel dare ordini ai suoi robusti, prestanti soldati.
Non tentai di parlare con lui, poiché emanava un aura troppo negativa, era impossibile penetrare tra le spesse coltri di quell’ostinato silenzio; presto però giunsero gli altri ospiti, il marchese e l’avvocato erano insieme, entrarono a braccetto, entrambi in abito scuro, il contrasto tra quelle due figure accostate possedeva sfumature grottesche, il marchese era gracile e tremolante, la pelle incartapecorita, il gozzo pendente ed il naso aquilino, becco che lo faceva apparire come lo scheletro di un volatile umanoide, vagamente in grado di stare in piedi da solo; l’avvocato invece era obeso, un pachiderma che faceva fatica a muoversi, dal sedere enorme e le spesse fasce di grasso che dal ventre pendevano fin sulle cosce a stento contenute dai vestiti, il volto che sovrastava quella imponente massa, era laido e sudato.
Dall’allegria mostrata dai due, e le facce in cui il rossore si allargava in chiazze rubizze, si evinceva che fossero già entrambi completamente ubriachi.
“Buonasera signori, buonasera!”
Il colonnello non si scompose, allora capii che non ero il solo ad essergli antipatico, quell’uomo doveva avere un inimicizia con l’universo intero; l’avvocato gli si avvicinò agitando il sedere come fa una grassa baldracca incapace di muoversi e malata di gotta, nel vedere ciò il colonnello estrasse una rivoltella e sparò un colpo all’altezza dell’orecchio del ciccione sfiorandolo di un pelo, solo allora vidi che il colonnello aveva un frustino poggiato sulle ginocchia, caduto in terra nell’estrazione.
Nello stesso istante in cui lo sparo aveva fatto vibrare i cristalli del salone il conte discese dalle scale di marmo in stile barocco, non lo avevo mai visto, lui come gli altri presenti, si trattava di un uomo basso e pingue, calvo, dalla carnagione chiarissima, sembrava aver ignorato completamente l’eclatante sparo del colonnello.
“Vedo che avete già fatto amicizia, bene, d’altronde Spadoni e La Vairg sono già vecchi amici, venite in sala da pranzo prego, la cena è quasi pronta, cominceremo a sederci, le veneri hanno telefonato e pare che ci faranno aspettare!”
Sorrise con fare effeminato, poi si voltò precedendoci, allora notai che il suo smoking lo copriva solo sul davanti, la sua schiena e le natiche erano nude, completamente glabre, strette in aderenti cinghie di cuoio.
A quel punto realizzai che tutti li dentro erano completamente pazzi.



               
                                                          *


La nostra tavola si rivelò essere alquanto singolare, quattro donne grasse, di almeno cento chili, sulla cinquantina, erano posizionate a quattro zampe in una fila orizzontale, il mio piatto si trovava proprio sul burroso culone di una di queste.
“Prego signor Venoldi, la vedo alquanto perplesso, quella su cui si accinge a cenare è mia moglie, la inculi pure se vuole, la stuzzichi, la percuota, a lei piacerà, come sicuramente apprezzerà se l’avvocato voglia riempirle la bocca, poi ci sono le mie sorelle Francesca e Matilde, questa qui invece è Maria, la mia cuoca!”
Subito il marchese distese un abbondante striscia di cocaina sulle pieghe grasse della schiena della sorella del marchese e con ampie tirate presto fece scomparire la polvere bianca nel suo naso adunco.
“Ma..” Tentai di oppormi a quella bizzarria che mi si era posta innanzi, subitaneamente il conte arrestò le mie parole con tono affettato.
“Signor Venoldi, a caval donato non si guarda in bocca!”
“Al massimo glie la si riempie!”
Continuò l’avvocato che già aveva estratto il suo corto pene facendolo affiorare dalle pieghe di grasso e lo fece inghiottire alla contessa che non sembrava disdegnare l’atto.
Cominciai a eccitarmi, il pensiero di poter disporre della moglie del marchese dinnanzi ai suoi occhi, di poterla umiliare a mio piacimento, mi pervadeva di lubrico piacere, infilai due dita fra quelle natiche enormi affondandole nel primo orifizio che mi si aprì innanzi, quell’ondeggiare burroso sembrava invitarmi ad aumentare la foga della penetrazione, contorcendosi istericamente il culo mi si chiudeva intorno alle dita quando giunsero cinque valletti agghindati da cicisbei, erano giovani ragazzi dagli organi genitali eretti e scoperti, posarono le portate bollenti sulle grasse, nude schiene delle signore, ustionandole crudelmente.
Qualcuno degli ospiti cominciò a giocherellare con quei peni dal pube rasato di fresco.
“A proposito di cavalli, sono da poco rientrato dal Texas!” Disse l’avvocato.
“Lì ho conosciuto una ragazza di campagna niente male, oltre a farsi inculare dai bifolchi delle fattorie intorno, belli o brutti, giovano o vecchi che fossero, che puledra, dicevo, oltre a questo amava farsi fottere da tori e stalloni da monta, mi sono masturbato guardandola per tutta la notte, nella sua stalla con le chiappe nel fieno! Oh dio non nascondo che avrei voluto anch’io essere strozzato dal cazzo di una di quelle bestie, ma mi è bastato guardare i suoi bocconi.”
“Lei è veramente una bestia senza alcuna eleganza, un primate disgustoso Spadoni, non mi meraviglia che non apprezziate le raffinate, artificiali carezze del lattice!”
Ribatté il conte, ma l’avvocato, eccitato dal proprio raccontino, venne nella bocca della consorte contessa.
Il colonnello spense il suo sigaro sulle natiche della cuoca.
“Questi mocciosi hanno cazzi piccoli, i miei soldati possiedono ben più mirabili verghe che succhio con avidità, sicuramente anche il getto sarà scarso, ed io amo annegare nello sperma!”
Provai a immaginare il colonnello che succhiava con bramosia verghe mediante quelle sue labbra sdegnose ricoperte dai baffetti, subito la mia erezione venne meno, poi giunse l’arrogante domestico.
“La baronessa Femori e la sua accompagnatrice sono giunte”
Fu allora che ebbe inizio la vera festa.



                                                                  *
La baronessa era una donna dal corpo stupendo, indossava un aderente tubino in lattice rosso che rivelava natiche possenti e cosce da dea, dal naso in su il suo volto era coperto da una maschera di uguale, lucido tessuto, dunque le si vedevano solo le labbra, rosse, carnose, violente nella loro tisifonea sensualità, gli occhi verdi, rapaci, impassibili, i seni poi, grossi e danzanti, quasi del tutto scoperti grazie a una generosa scollatura a ventaglio; calzava scarpe di vernice rossa dal tacco in acciaio, la sua accompagnatrice era legata a un guinzaglio che la baronessa teneva elegantemente fra le mani inguantate, ma non doveva essere lei quella con le tendenze masochiste?
La donna cane era minuta, completamente nuda nonostante il freddo all’esterno, dai tratti vagamente orientali, i capelli setosi e neri, nonostante la sua umiliante posizione mostrava uno sguardo nobile e fiero.
“Porci schifosi, basta mangiare!”
La baronessa ribaltò la zuppiera piena e bollente sulla faccia del conte.
“Alzati vecchio frocio!”
La ragazza orientale, sicuramente ibrido tra occidente ed oriente, estrasse dei lacci di cuoio da una borsa, con questi il conte fu legato in un nodo complesso, la faccia di lui era estasiata, quasi inebetita.
“Leccami le scarpe”
Il tacco della baronessa affondò nella flaccida guancia del conte quasi perforandola.
In quel momento l’avvocato si alzò denudandosi completamente.
“Come osi ciccione mostrare le tue nudità suine in mia presenza, chinati!”
L’avvocato poggiò le mani sul tavolo formando un angolo di novanta gradi, il culo rivolto verso la maestosa regina del dolore, era chiaro che mi avevano ingannato, quella non poteva essere la baronessa Femori, costei lo fustigò con una verga flessibile fino a quasi scorticargli le natiche, poi si sfilò via le scarpe di lucida vernice e con il tacco acuminato cominciò a penetrare nell’ano dell’avvocato straziandoglielo.
Intanto il marchese non faceva altro che tracannare vino e tirare cocaina, sembrava profondamente divertito mentre il colonnello si impadroniva della piccola donna mezza orientale assoggettandola alle proprie voglie.
Con spesse corde l’aveva stretta talmente forte da segargli le carni, la corda mordeva la pelle, assetata belva vampirica, rendendo le carni violacee, era sublime l’espressione di sofferenza della ragazza, quella piccola bocca leggermente dischiusa, la soave enfasi con la quale ansimava come fosse una statua di martirio, dunque anche il colonnello era bravo a fare i nodi.

Il colonnello estrasse la sua rivoltella e la affondò lentamente nella stretta vulva della candida mezza giapponesina, pregai affinché non premesse il grilletto, ma forse era proprio quel rischio ad eccitare lei, il cui ventre s’alzava e abbassava in dolci sussulti, la cui brina luccicante ricopriva il puro nero della pistola e la mano del colonnello che d’un tratto tirò via l’arma dalla fradicia vulva, se la infilò in bocca come fosse un pene e si sparò nel palato disseminando il suo cervello ovunque.

Restai immobile, sporco di sangue e perplesso, cosa cazzo stava succedendo?
La baronessa sciolse il conte che con i piedi ancora legati stramazzò al suolo come un vitellino intrappolato dai bolas, gli furono gettati addosso nuovi indumenti, l’ordine che ne conseguì fu quello di indossarli, si trattava di una tuta in lattice nero cosparsa di borchie, e una maschera aderente di uguale fattura, il conte la indossò mentre strisciava nel sangue del colonnello, intanto il marchese non smetteva di tirare la sua polvere magica.

La carnefice legò nuovamente il conte, il nodo questa volta era ben più pericoloso, le gambe e la carotide erano collegati da una corda, il solo lieve movimento avrebbe strangolato il vecchio feticista.
“Cammina lurido verme e non osare eiaculare!”
Il conte cominciò a fare piccoli passetti, così con le mani legate all’indietro, se fosse caduto per lui sarebbe stata la fine, ma la regina del dolore lo lasciò a se stesso spostando la sua attenzione verso l’avvocato.
“Stenditi lurido ubriacone!”
Il pachiderma eseguì, la donna lo sovrastava, le mani ai fianchi con fare severo, alta, possente, una perfetta dea della sofferenza.
Con la pianta del piede nudo cominciò a schiacciare la faccia dell’avvocato, questi sembrava tutt’altro che sofferente, si contorceva in laidi spasmi, leccando le dita di quel piede d’avorio.
“Mi fai schifo, alzati cicciona, e siediti sulla sua faccia!”
La cuoca che fungeva da tavolo, la più grassa delle quattro, spezzò la propria immobilità facendo sobbalzare i suoi seni immensi, poi si lasciò cadere senza pietà sul volto dell’avvocato soffocandolo in quella tela di pieghe di grasso, la faccia scomparve annegando nella valanga di carne, solo oscuri gorgoglii si percepivano filtrati dalla massa che opprimeva la bocca e dalle risate della cuoca obesa.

Così anche l’avvocato morì in preda ad orribili spasmi, mentre il marchese, ormai fuori di sé non tagliava più strisce di coca, bensì aveva vuotato un sacchetto sul tavolo e si serviva direttamente dalla montagna bianca.


Il conte, come previsto, era caduto, una bava biancastra gli colava dai lati della bocca mentre veniva strangolato da quel complesso gioco erotico.
La baronessa legava intanto la sua schiava a gambe larghe su di una sedia mediante fili elettrici scoperti, aveva coperto il volto di questa con una maschera preservativa, di quelle che usavano i medici del medioevo per visitare gli appestati, la cui caratteristica era quella di possedere un lungo e affusolato becco che veniva riempito con spezie e profumi al fine di filtrare gli immondi olezzi della peste.
Da dove avesse preso un simile, tetro ornamento lo ignoravo, ero troppo impegnato ad assistere alla morte del conte.
Ricordo che oltre alla maschera la schiava era completamente nuda, appariva come un demone bianco con quel suo nuovo volto e le carni segnate dai fili elettrici in una tagliente ragnatela che avviluppava completamente il suo corpo mordendole le carni, i seni stretti talmente tanto da sembrare frutti in attesa di dischiudersi.
La padrona, che io vedevo da dietro chinarsi e mostrare un angolo del nero, vellutato e nudo sesso, infilò nella vulva della sua schiava una lametta, poi un'altra e un'altra ancora, fino a che il sesso iniziò a vomitare sangue, il ventre continuava ad agitarsi scosso da una sorta di violento piacere, mentre i capezzoli, aguzzi come spine di rosa sormontavano quei piccoli seni inturgidendosi sempre più, la carnefice si voltò infine verso di me, che fino ad allora ero stato ignorato insieme al marchese e alle restanti donne tavolo.
“”Credi che lei stia soffrendo? Se tu potessi vedere il suo volto sotto la maschera! Capiresti allora che lei in questo momento gode orribilmente!”
Vidi la mostruosa inespressività della maschera preservativa, sotto di essa un corpo perfetto, sanguinante, scempiato dai segni delle corde e delle precedenti percosse del colonnello.
“Non è vero baronessa Bianca?”
Dunque la baronessa era colei che stava subendo il martirio, i miei dubbi erano fondati, per questo la carnefice aveva tenuto tutto il tempo celato il proprio volto, perché quell’inganno? Perché quel gioco di morte?
Fu tolta la maschera alla vera baronessa, effettivamente sorrideva, estasiata da quelle massicce dosi di dolore, la dea infernale afferrò l’estremità del filo elettrico a cui la donna era strettamente legata, al suo apice vi era un spina per la corrente, rimasi inorridito quando compresi le sue intenzioni, fece scorrere il filo tra le labbra della vagina sanguinante, poi lo infilò fra le natiche come fosse un macabro perizoma, la baronessa rideva, mentre la carnefice non mutava la sua glaciale espressione,  la spina fu inserita nella corrente.
“Prendi la pompa grassa puttana!”
Fu ordinato alla cuoca, che presto corse verso la finestra su cui era stata prematuramente poggiata una canna per l’acqua.
“Si presto, sbrigati, sto godendo come una puttana fra i martiri dell’inferno, l’inferno della macerazione delle carni, dove spero di andare presto e soffrire all’infinito, questo, si questo è il mio paradiso, voglio morire all’apice del dolore e poi raggiungerlo!”
La baronessa delirava mentre la sua carnefice afferrava la pompa idrica  posizionandola fra le proprie gambe, come se cavalcasse un immenso serpente di plastica il cui tocco con la sua nuda vulva era sicuramente eccitante, quell’oblungo membro di plastica la faceva sembrare un agghiacciante ermafrodito.
“Questo è il mio membro artificiale, stai per ricevere l’ultimo getto di sperma sul tuo volto da puttana, fate aprire l’acqua!”
La cuoca diede il segnale e quasi immediatamente la gittata investì la baronessa, le scosse elettriche furono atroci, era come in preda ad una crisi epilettica, ma sorrideva, gridava ebbra di godimento fino a che non sputò lunghi getti di sangue.
Allora la carnefice gettò la pompa in terra e rivolse il suo algido sguardo verso di me.
“Siamo rimasti solo io e il marchese, a meno che anche moglie e sorelle vogliano farsi macellare!”
Pensai questo, ma quando mi voltai notai che il marchese era collassato affondando il volto nella montagna di coca, spettatore passivo aveva preferito togliersi la vita con un overdose, sniffando fino alla morte, la dea del dolore mi si avvicinò, nelle sue forme giunoniche e inarrivabili che il latex, tessuto sintetico dai richiami necrofili mi impediva di mordere e baciare.
“Presumo che lei possa andare!”
Disse impassibile queste parole, pronunciandole attraverso la rosa vermiglia della sua bocca.
“Mi dice cos’è successo?”
“E’semplice, queste persone volevano suicidarsi e a volte, se si hanno determinate passioni e si vuole morire travolti da esse si ha bisogno di un aiutante, mi capisce? Questo è il mio lavoro, guadagno bene e mi piace, le hanno fatto credere che ero la baronessa per confonderla ulteriormente, il suo compito era quello di essere testimone di questo suicidio altrimenti scambiato per mera carneficina, ma le leggi non approvano simili sottigliezze, per questo non conosce né il mio nome né il mio volto, inoltre la presenza di uno spettatore ignaro ha triplicato il godimento dei miei clienti, non si preoccupi, sono morti felici, il colonnello, impotente ed omosessuale represso ha sacrificato la propria vita mediante un arma intrisa nel tempio di Venere, tempio al quale non era mai potuto assurgere, l’avvocato ed il conte, amanti e schiavi dei giochi che comportano prima umiliazione e poi soffocamento hanno trascorso la vita a spingersi sempre più oltre e questo è stato l’apice della loro carriera, la baronessa, serva del dolore e dell’umiliazione da sempre è morta avvolta dalle vergate del suo tormentoso dio, in quanto al marchese, ha preferito esalare il suo ultimo respiro fra gli eccessi della cocaina.
Aspetti prima di andare, ho questo per lei, è una busta da parte del conte!”
Presi la busta e l’aprii, erano gli atti di cessione firmati, avevo avuto quello che desideravo, ma ormai non mi bastava più, volevo lei, e sapevo che c’era un unico modo per averla, ma no, non era il caso, girai i tacchi e mi diressi verso la macchina, lasciandola sola, stupenda, seminuda fra i cadaveri, sorgeva l’alba e avevo i miei documenti, cos’era quella sensazione sgradevole che mi pervadeva? Cosa avevo da lamentarmi, come si dice? A caval donato non si guarda in bocca!


©Davide Giannicolo