Davide Giannicolo
Necromania e puro amore per decadenza e violenza, poesia oscura, lirismo licantropico, monumentali astrattismi sanguinari, danza di catene e rasoi al chiaro di luna, letteratura notturna, solinga, antintellettuale. Questo è il manifesto del porto dei misfatti, e i viandanti che vi entreranno sentiranno gelidi moncherini carezzare il loro volto, o sinuose sirene, il cui bacio sa di prostituzione e antichità.
sabato 19 novembre 2022
Inferno sulla Terra
domenica 20 giugno 2021
L’Oro di Dubai
In Sri Lanka la vita era dura, avevo un marito inetto senza voglia di lavorare, che non sapeva far altro che mettermi incinta. Credo che fu proprio lui a vendermi, non so, al tizio barbuto dagli anelli d’oro che mi portò a Dubai. Fui violentata immediatamente, da lui e altri due, quelle tozze dita inanellate mi fecero molto male, penetrando a forza nei miei buchi più delicati fino a farmi vomitare. Il giorno dopo venni condotta in un bordello del centro, la mia razza non è richiesta dai ricchi degli Emirati che prevalentemente preferiscono donne bionde o occidentali, ma comunque cominciai a guadagnare bene facendo cose assurde a gente poco raccomandabile. Da quel giorno divenni un oggetto passivo e inanimato privo di emozioni, qualsiasi cosa mi chiedevano la eseguivo muta e rassegnata, per questo cominciai a essere molto apprezzata nell’ambiente. Mandavo molti soldi a casa, la gente sapeva che a Dubai facevo la domestica, mio figlio, ingenuo e coglione quanto il padre, faceva la bella vita mentre a me degli arabi pazzi sfondavano il culo dalla mattina alla sera, comprava moto e oggetti di lusso, invidia dei suoi compagni cingalesi, ma non sapeva che i soldi che maneggiava erano il frutto delle violenze inferte sul mio corpo. Una volta in una festa privata mi costrinsero ad accoppiarmi con una scimmia tra le risate di tutti, fece molto male, sia all’anima che al corpo, mentre il mio unico maschio, sorridente diveniva sempre più insaziabile e assetato di denaro; non sapeva o non voleva sapere che sua madre era una schiava, il sospetto non sfiorava lontanamente quel cervello egoista e materialista; dato che erano ormai cinque anni che non ci vedevamo qualcosa in lui avrebbe dovuto accendersi, invece niente, solo richieste di denaro.
Il vecchio era molto ricco, aveva una scimitarra d’oro sempre attaccata alla cintura e con quella puniva chiunque, era anche crudele e incontentabile, incuteva in tutti i suoi domestici puro terrore. In quella casa lussuosa eravamo tutti schiavi, nessuno poteva osare ribellarsi, si diceva che molti fossero morti tra quelle mura, ero probabilmente finita tra le mani del mio ultimo carnefice; forse non sarei mai più uscita viva da quella casa. Allora feci la cosa che mi riusciva meglio, ubbidii, con rassegnazione e accondiscendenza, mutismo e sottomissione. Il mio ruolo principale era semplice e bizzarro, seppur disgustoso.
Io ero l’orinatoio e la sputacchiera del vecchio. Interamente ricoperto d’oro e gemme lui mi faceva un cenno storcendo il naso aquilino e crudele da dominatore del deserto, io andavo accanto a lui a passi svelti, dovevo precipitarmi come se avessi la morte alle calcagna e in effetti così era, dovevo inginocchiarmi con devozione e spalancare la bocca verso di lui, con la pietà e la fame di un uccellino che attende il verme che sarà il suo cibo. Lui mi scatarrava nella bocca, dei fiotti grumosi e gialli che inducevano al vomito, mi sputava dritto in gola con una potenza prodigiosa e io dovevo inghiottire tutto. Il gioielliere sputava spessissimo poiché masticava tabacco, cosa che rendeva il suo catarro ancora più disgustoso e crudele. Quando poi doveva pisciare urlava il mio nome, ovunque io fossi dovevo correre, costretta a stare tutto il giorno, anche di notte, con le orecchie tese; se non lo avessi sentito facendolo attendere o peggio ancora non presentandomi al suo cospetto, mi avrebbe uccisa con le sue mani, sparandomi in testa o trafiggendomi, erano parole sue queste, che mi ripeteva spesso. Al suo richiamo quindi mi inginocchiavo davanti a lui, con la solita bocca supplichevole e spalancata, e lui mi spruzzava nella gola la sua orina malefica, a getti abbondanti, innaffiando con prepotenza gialla e scintillante prima la mia ugola e poi le mie viscere. Beveva a posta prima di farlo grandi quantità di birra o champagne, voleva che il piscio fosse abbondante e copioso così da potermi inondare la trachea fino a farmi soffocare, voleva annegarmi, strozzarmi con la sua orina diabolica. E guai se avessi tossito o perso una sola goccia. Un giorno mentre si svuotava dopo un ubriacatura mi vennero dei conati di vomito e tossii, stavo affogando in quel mare di piscia putrida che straboccò tutta fuori sporcando i suoi preziosi tappeti, lui sguainò la scimitarra e me la premette alla gola mentre con l’altra mano mi stringeva i capelli costringendomi a guardarlo standomene in ginocchio, era forte nonostante la vecchiaia; voleva decapitarmi, aveva la veste alzata e mentre mi minacciava vidi che il suo pene era eretto e duro, gocciolante, pronto all’eiaculazione, quell’uomo godeva nel fare del male alla gente.
“Tu sei il mio pisciatoio, hai mai visto un gabinetto rigettare il contenuto? Significa che non funzioni bene e dovrò sostituirti!”
Dicendo ciò mi intaccò la fronte con la lama, lentamente e con forza, nello stesso istante eiaculò sulla mia faccia imbrattandola con un fiotto abbondante ed energico. Non si era neanche toccato il pene poiché aveva le mani occupate con la scimitarra e nello strattonare i miei capelli; era stato un fiume naturale esploso con crudeltà dal suo ventre sadico.
“Vatti a ripulire non mi piacciono i cessi sporchi, non sei in una bettola, sono un uomo di una certa posizione io!”
Da quel giorno vivo nel puro terrore, porto ancora la profonda cicatrice della sua spada sulla fronte, mi sto ammalando a forza di bere orina, credo di avere l’epatite o qualcosa di simile, la mia pelle ha un colore strano, ho sempre nausea e malessere.
Mio figlio intanto continua a chiedermi soldi ma mai di rivedermi e riabbracciare la propria madre generosa; mentre io inghiotto, sottomessa e assoggettata, fino alla morte che arriverà probabilmente a breve, l’oro maledetto, profondamente giallo e scintillante di Dubai.
Davide Giannicolo
giovedì 20 agosto 2020
Evil Bokken
Sfumava la luce di un tetro tramonto, le case, le persone, il cielo stesso, sembrava permeato dall’essenza di un sogno malefico. L’uomo portava con sé la spada di legno poggiata sulla spalla, nessuno sembrava farci caso, tutti in quella strada avevano facce sonnecchianti ed il passo affrettato di chi si accinge a rientrare tra squallide mura domestiche. Il negozio era ancora aperto, vendeva libri illustrati, fumetti e gadget da nerd. L’uomo, in ciabatte, canotta e costume da bagno entrò. Il suo corpo mostrava svariati tatuaggi dal macabro tema, era visibilmente sudato e la sua pelle scintillava; fuori, un sole rosso prendeva le tinte del sangue.
Al bancone c’era una ragazza sciatta dal corpo esile, un ragazzo si aggirava mettendo a posto qualche volume sugli scaffali. Erano i padroni del negozio, fidanzati e colmi di speranze sull’avvenire.
L’uomo sudato fece ticchettare la spada di legno sulla propria spalla, poi estrasse un cartoccio di stagnola dalla tasca, poggiò il bokken(la spada d’allenamento che si usa nella scherma giapponese)sul bancone e scartò quello che sembrava essere un unto panino. Diede qualche morso, poi con le mani sporche cominciò a sfogliare un costoso volumetto impregnandolo di salsa rosa e olio. I ragazzi erano terrorizzati, si lanciavano sguardi ma non osavano parlare.
“Avete i soldi?” Disse infine l’uomo che era più grosso di tutte e due i ragazzi messi insieme.
“Sai già che non possiamo pagare!” Rispose il ragazzo con voce tremula.
Il grasso samurai bisunto lanciò il volume lercio in faccia al ragazzo, finí il panino e raccolse lentamente il bokken dal bancone, la ragazza sussultò e iniziò a singhiozzare.
“Troveremo un modo tranquilli!” Disse il grassone sorridendo.
“Prendi una spada ragazzino!”
Dicendo ciò indicò con la punta del suo bokken una coppia di katana esposte al di là del bancone. Erano posticce e mal fatte, comprate a due soldi per abbellimento.
Il ragazzo tremava:
“Ma io...”
“Peggio per te, non dire che non ti ho dato la possibilità di difenderti!”
La mazza ricurva si abbatté con inaudita potenza sul cranio del ragazzo, questi vacillò all’indietro per alcuni istanti, poi cadde rovinosamente portando con sé lo scaffale a cui cercava di aggrapparsi.
Ancora il sole rosso fuori insanguinava ogni cosa, spargendosi sull’asfalto odoroso di smog. Nessun passante, nessuna macchina, nulla disturbava il sadico operato del pazzo.
Si sfilò il costume da bagno mostrando flaccidi testicoli è un pene semi eretto. Si avvicinò alla ragazza e cominciò a leccarle la faccia disseminando sulla sua pelle l’olezzo pungente del panino mangiato poco prima.
La costrinse a prendere il pene fra le mani storcendole il braccio, inizialmente la guidò in una lenta frizione mentre scavava con la lingua nella sua bocca come se volesse aprirvi una ferita, lui era Evil Bokken, era specializzato nell’aprire ferite al fine di eiacularci dentro.
La ragazza impaurita e singhiozzante continuò da sola la manovra senza bisogno di essere costretta, lui intanto la spogliava strattonandola, quello che non riusciva a strappare veniva sfilato a forza.
Era in mutandine, ed era anche bruttina, pallida, un po’ brufolosa, lui cominciò a frugarle con la mano fra le gambe, era rude, forte come un orso.
“Ti puzza la fica, lo senti come puzza? Tanto non pagherete mai, vendete fottuti fumetti cazzo, come potrete pagarmi? Allora ti scoperò ogni volta, ti userò come gabinetto, ti piscerò in bocca e ti sputerò nel culo!”
Le tappò di nuovo la bocca con la sua lingua unta, poi la sodomizzò da dietro, la malmenò, la rigirò, sembrava durare in eterno, fino a che eiaculò sul pube fulvo e malcurato della ragazza nerd, che voleva sposarsi col suo fidanzatino vendendo fumetti e girando per fiere e cosplay.
Si ritirò su il costume da bagno naturalmente senza mutande con ancora i genitali impiastricciati di seme. Afferrò il bokken e lo penetrò dolorosamente in entrambi gli orifizi intimi di lei finché la giovane non svenne.
Allora Evil Bokken uscì in strada, con la spada sulla spalla, spavaldo e soddisfatto si sfregava le palle vigorosamente, aveva altri lavori da fare, altri soldi da riscuotere, intanto il tramonto rosso sangue veniva inghiottito dalla sera assumendo le sfumature del cinabro.
Davide Giannicolo
Continua....forse...









