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domenica 24 maggio 2015

Capitolo tratto dal romanzo "Di Notte" di Davide Giannicolo




                                                        CRISALIDE DI SANGUE


Si era consumata una notte di sangue, tre streghe erano state interrogate, brutalizzate avevano infine confessato di aver intrattenuto rapporti col maligno, furono poi uccise in un crescendo di torture, graffianti grida nella notte.
Condusse con sé una quarta donna alla villa, la trascinò lungo il malcurato e selvatico giardino.
La ragazza tentò un ultimo, disperato tentativo di resistenza una volta arrivati all’enorme portone della casa, conficcò i talloni nel umida terra sperando di ancorarsi e vincere la forza del cacciatore nerovestito, ma fu malmenata brutalmente, strattonata lungo le quattrocentesche stanze colme d’arazzi e statue, oggetti sui quali si posava pesante il tempo; ovunque in quei luoghi l’antichità immortale riecheggiava con il suo poema di morte, un angoscioso peso senza età, portatore di canti remoti. 
Un torpore narcotico d’un tratto invase Igor, percepì malsano il desiderio di sprofondare addormentato; s’ immaginò in una bara, coperto di ghirlande bianche nell’eterno sonno della non esistenza, poi cadde in terra e gli parve di carpire l’odore dei fiori che prima aveva immaginato, sentiva i petali accarezzarlo sulla pelle nuda nonostante fosse vestito, svenne e un oscuro sogno s’impose dentro di lui, dai colori cupi, le sfumature inquietanti e foriere d’angoscia.
Nella visione un monastero si ergeva severo nella notte; i bianchi riverberi della costruzione gotica erano maestosi come il manto eburneo della paura, il silenzio ancestrale strisciava sinuoso, indisturbato lungo quelle mura d’espiazione e rinunzia.
All’interno tutto era immoto, poche figure incappucciate si muovevano, aggirandosi silenziose rasenti alle mura come fossero enormi ratti; monaci chiusi nella catarsi d’un’oblio immortale percorrevano ad occhi bassi gli ampi corridoi ornati da icone cristiane.
Ecco la scena spostarsi in una sala circolare, molte colonne seguivano la circonferenza del tetto conferendo alla stanza l’impressione di un tempio greco.
Vi era un uomo tormentato da nere visioni che ora occupava la scena, il saio copriva solo la parte inferiore del suo corpo, dalla vita in su il petto era nudo e sudato, l’ampia schiena solcata da purpurei segni di frusta, flagellazioni notturne che chetavano l’estasi dei demoni danzanti nella sua cella, di notte, ove nessuno poteva sapere, tranne Igor, che sembrava conoscere intimamente ogni personaggio delle sue visioni.
La stanza titanica era irradiata dalla luce della luna, che seducente come una dama in abito bianco, s’insinuava attraverso le finestre oblunghe, mentre l’aria, severa e opprimente, gravava come l’ansimo di una bestia.
L’uomo impugnava una spada, fendeva l’aria in un immobile esercizio marziale, era un’eterea battaglia contro l’ossessione. Il petto del monaco era percorso obliquamente da una profonda cicatrice, gli altri affermavano che era stato l’artiglio nero del diavolo a segnarlo in una notte senza luna.
“Padre Uccisione”.
 Era così che gli spiriti maligni chiamavano questo monaco, Igor nel suo sogno lo sapeva bene, sapeva di cosa era capace quell’uomo, aveva letto di lui in tomi consunti alla fioca luce di notturne candele, durante le sue eterne ore di passata prigionia clericale.
Il sudore cadeva in perle diafane sul pavimento di marmo; Santa Chiara osservava l’uomo, compiaciuta dei suoi movimenti impeccabili, rincuorata dalla devota follia di costui.
Dei grigi mastini, improvvisamente, spezzarono il silenzio con il loro bestiale ansimo; giunsero nella sala e si fermarono a guardarlo incrociando i loro sguardi dorati con quello gelido e impassibile dell’austero monaco.
Erano infatti giunti dei cavalli in piena notte, cavalieri con torce e lanterne davano l’idea di un corteo funebre, serpe di lumi preceduta dalla muta di possenti cani latranti, che mesta strisciava attraverso l’imponente portone.
Altri monaci presto varcarono la soglia trascinando con loro una donna, costei portava lunghe gonne e vestimenti tipici da contadina, la camicia le era stata strappata, ed era seducentemente aperta all’altezza dei pallidi seni danzanti.
La ragazza fu condotta al cospetto di frate uccisione, una volta che gli fu dinnanzi la costrinsero ad inginocchiarsi con la forza, mediante schiaffi e strattoni.
Il grosso monaco sudato, con il volto segnato che sembrava più appartenere a quello di un guerriero che a quello di uno schiavo di Cristo, inguainò la spada e studiò la donna mezza nuda e avvilita dalle percosse, poi parlò imperioso:
“Confessa qui i tuoi peccati dinnanzi alla croce; evita di essere portata nelle stanze di tortura, confessa adesso la tua tresca con il diavolo”.
La donna pianse e annuì in patetici singhiozzi, l’uomo sorrise al di sotto della sua barba nera, un algido sorriso che  rivelava sadici propositi. 
Subito dopo il monaco snudò la spada e trafisse la creatura inerme; la lama penetrò nel mezzo dei seni di lei, poi il corpo infilzato fu sollevato con forza agghiacciante, issato sopra la testa del monaco, che tremante per lo sforzo era irrorato dal caldo sangue della peccatrice.
Quando il busto nudo dell’uomo fu completamente segnato dai serpeggianti rivoli scarlatti,  il frate depose lentamente il cadavere in terra ed estrasse la lama dal petto di lei; si chinò sul corpo, con movenze sacrali  bevette il sangue della donna morta, dalla sua bocca adesso colava rubizzo nettare ancora caldo di peccato che scorrendo lungo il mento, donava un satanico luccichio alla sua barba.
“Io ti purifico donna, in nome della Santa Inquisizione e di Dio onnipotente”.
I suoi occhi scattavano nevrotici saettando nel buio in cerca dell’ombra caprina del diavolo, in quel sacro tempio ove si celebrava il segreto del sangue, ove i guerrieri della chiesa combattevano con cieca furia.

Igor si risvegliò ricoperto di sangue, fu subito invaso da un enigmatico terrore nel vedersi imbrattato in tal modo; le sue lenzuola bianche erano tinte di scarlatto, getti rosso cremisi segnavano le tende del suo letto a baldacchino.
Poi notò il cadavere scempiato della donna rapita; ricordò d’aver dormito con il corpo privo di vita, d’aver consumato un sanguinoso amplesso blasfemo.
Quel sogno l’aveva inquietato, era come se gli uomini di quelle visioni fossero la sua stessa proiezione, o meglio, era come se essi dimorassero dentro di lui.
Pensava spesso che forse quelle persone erano state un tempo defunti antenati, il messaggio della sua famiglia: triste eredità di sangue, marchio indelebile dovuto a dimenticati racconti d’infanzia, sussurrati nella culla nottetempo da suo padre, primo maestro a inculcargli i segreti e le gesta della casta nera dei Vetusta.
Il suo albero genealogico era ricco di personaggi mitici: templari, giganti, monaci eremiti e oscuri condottieri, tutte persone a detta di suo padre, dimenticate dai libri di storia, personaggi scomodi e pericolosi da ricordare, rifiutati dalla chiesa stessa che spesso e volentieri se ne era servita per assurgere ai suoi più loschi scopi, per poi rinnegarli.
Queste visioni potevano dunque essere nient’altro che gli echi remoti della sua stirpe sanguinaria? Nella loro nitida realtà, nel loro violento impatto emotivo, potevano essere un tetro richiamo proveniente dalle tombe di famiglia corrose dai secoli? E se era così qual’era il loro latente messaggio? La consapevolezza? La continuazione della stirpe? O era tutto una fosca storia narrata da una mente malata?
 Igor Vetusta si alzò dal letto, nudo e sporco di sangue; accese una candela incamminandosi verso bui corridoi.
Il riverbero della candela donò per un istante un cupo bagliore ad un quadro sulla parete, vi era raffigurato un uomo in armatura nera, aveva lo sguardo pensieroso, vagamente ascetico, sapeva che quell’uomo era un altro dei suoi antichi antenati, ormai confondeva i loro nomi e le loro turpi gesta.
Igor giunse in una stanza ornata da drappi neri e bordeaux, un’aria funebre gravava sugli oggetti vetusti, da molti anni le finestre schermite dai drappi non venivano aperte, l’aria e la luce non conoscevano quelle superfici impolverate e pregne degli effluvi della morte e della vecchiezza; si avvicinò a lenti passi verso il letto bianco, con grazia e timore, come se qualcosa di sacro vi fosse sopra deposto.
Sul letto giaceva una giovane donna, sembrava che un sonno soave l’avesse avvolta, invece era il sonno della morte che carezzava quella pelle bianchissima.
Igor posò le labbra su quella bocca esangue e con la mano carezzò all’indietro le chiome corvine della donna morta che cingevano una fronte innaturalmente bianca.
Baciò ancora quel volto, irrorandone di lacrime la fronte; singhiozzi di disperazione sprofondarono l’uomo in una crisi emotiva, chino come un bambino sul ventre della donna imbalsamata.

Quella era la madre di Igor ed egli la visitava ogni notte, le fantasie riguardo incesti necrofili rappresentavano una delle cose che uccidevano la sua pace tra le silenti mura della casa natale.

Davide Giannicolo

domenica 15 dicembre 2013

Di Notte (Due capitoli estratti dal romanzo di Davide Giannicolo)



Parte I
OMBRE, PASSIONE E DESIDERIO



*
FASTOSA LA LUNA


Quando Igor Vetusta era bambino, nella sua casa di campagna faceva spesso un sogno.
Quelle visioni gli stringevano il cuore come fossero ricordi in procinto d’esalare i taglienti effluvi della nostalgia; sentiva le oniriche scene appartenergli così intimamente, da viverle con febbrile eccitazione e in lui, nel suo stretto petto, già si destava una piccola fiamma, una vampa che ardeva con i colori vacui dell’ossessione.
Nel sogno, in un tetro maniero, un uomo si preparava con impazienza ad uscire nella notte,   l’arredamento della stanza era antico, come l’aria che fluttuava vaporosa in tutto il castello.
L’uomo, armato come un guerriero e vestito di nero cuoio, impartiva ordini ad un servitore:
“Prepara la mia carrozza, sto per andare a caccia!”
Nella voce dell’uomo si udivano note di morte, nei suoi occhi, verdi come foreste acquatiche, brillava l’insano lucore della follia.
Poi, un istante dopo la carrozza sfrecciava come impazzita nella foresta ammantata dalla notte, correva barcollando sul sentiero impervio in spericolata discesa, trainata da neri destrieri e accompagnata dalla satanica musica dell’abbaiare dei mastini.
Nella carrozza l’uomo vibrava di passione gustando rosso e denso vino, attraverso la finestra sentiva la notte carezzargli il volto, mentre gli alberi si chinavano verso di lui protraendo le loro dita nodose, provenienti dall’immane, inviolata oscurità del bosco.
Anche Igor percepiva durante il sogno quel morbido e allo stesso tempo tagliente tocco elargito dalla foresta nottetempo, quella ieratica brezza che accoglieva nella tenebra silente la spettrale marcia del cacciatore.
Lontano, donne danzanti intorno al fuoco di un oscuro sabba, si arrestavano di colpo nell’udire il latrare dei cani che si avvicinava inesorabile come vento di morte, mentre la carrozza avanzava tra gli alberi emanando dolci sensazioni di delirio, turpi angosce notturne.
Nella notte senza luna, i mastini si avventavano sulle tenere e bianche carni delle donne che liberavano agghiaccianti urla; purissime, più dell’acciaio, le zanne mostruose dei cani laceravano la pelle, mentre in rivoli caldi il sangue grondava.
Nel momento in cui la sacralità del sabba era infranta dall’irruzione, perpetrata al culmine estatico della cerimonia, e le partecipanti cominciavano a disperdersi scappando nude tra gli alberi incombenti, l’uomo della carrozza balzava sulle donne con in volto la cerea maschera della follia; la sua mano, innaturalmente pallida, vibrava sgozzandole e mutilandole tutte in pochi istanti.
A questo punto Igor si destava, ignorando la natura di quei sogni cupi.

Ma adesso che i suoi lineamenti erano divenuti del tutto identici a quelli dell’uomo del sogno, ora che le sue chiome cadevano in neri riccioli sulle ampie spalle, ora che era immerso nel sangue di una fanciulla, egli sapeva che l’uomo del sogno era lui, l’angelo della purificazione, colui che con la sua lama avrebbe ricondotto lontano Satana dai ventri delle donne.
Il cadavere giaceva dinnanzi a lui, sventrato dalla sua alabarda, Igor lo fissava con espressione calma e distaccata; si chinò sul corpo aperto e sanguinante, immerse le mani nella ferita così da poter sentire caldo il seme del diavolo, che virulento accendeva ancora quelle spoglie mortali.
Con le mani a coppa raccolse del sangue, lentamente bevve irrorandosi del rosso liquore.
“Io porto a me il male che affliggeva questa donna, io la purifico e la riconduco al cristallo di Dio!”

L’aveva inseguita nel bosco proprio come nel sogno, di solito le donne della sua caccia non lottavano mai, poiché nessuna strega sopravvive allo sguardo d’Igor Vetusta.

                                                                                *

CREPITA E S’INNALZA

La vecchia villa di campagna era la dimora della sua frustrante ossessione, solo la debole luce delle candele illuminava le ampie stanze, ornate da consunti arazzi e affreschi centenari.
Dall’esterno, la casa appariva come un rudere infestato dagli spettri, era in effetti un luogo di decadenza e languido abbandono. I cani lo accolsero correndogli in contro eccitati dall’odore di sangue che il suo corpo emanava, era sempre avviluppato da quella macabra fragranza, rossa dama di morte, distesa in eterno lungo le membra di Igor.
Giunse nell’enorme salone ove austeri dipinti rappresentavano uomini antichi, una stirpe dal ribollente sangue. Si sedette e la fievole fiamma della candela irradiò in un riverbero sinistro, posandosi come una falena di luce sullo specchio dei suoi occhiali da vista e mescendosi al verde fulgore dei suoi occhi.
Ai piedi della poltrona dormiva un cane mastino, così solido e robusto da indurre alle lacrime.
Ad un tratto un nevrotico pensiero scosse Igor ridestandolo da meste meditazioni,  s’alzò di scatto afferrando un candelabro d’ottone e si allontanò dalla silente stanza dei suoi pensieri.
Discese un’angusta scala dissestata ed erosa dal tempo, erano secoli che il buio rosicchiava quei luoghi; un impervio sentiero in discesa verso fauci di tenebra lo condusse lungo intricati e bui passaggi sotterranei, fino a giungere dinnanzi alla robusta porta di una cella.
Estrasse la chiave arrugginita e una volta aperta la porta entrò nella strettissima stanza, un massiccio crocefisso si stagliò dinnanzi a lui, uguale a quelli che si trovano nelle chiese; enorme il Cristo sanguinante osservava Igor con sguardo doloroso.
Legata mediante massicce catene vi era una donna seminuda, stupenda e giovane; i biondi capelli in cascate dorate, le coprivano il volto stanco cosparso di lividi e i dolci seni da poco sbocciati,.
Igor si sbottonò la camicia, morbida seta che carezzava l’umido e possente torso sudato, liberando le sue membra bianchissime che rifulgevano nella crudele oscurità della latebra.
Sulla schiena di Igor vi era tatuata un’immensa immagine del volto di Cristo sanguinante, al di sotto una spada puntata verso il basso, e su di essa una rozza scritta, come incisa con un coltello: “Onore templare”.
Quando la ragazza lo vide entrare fu invasa dal terrore, nei suoi occhi e nel corpo tutto, s’accese la virulenta scintilla della paura.
Igor carezzò con delicatezza il volto della fanciulla.
“Tu non eri sola quella notte. Dove sono le tue compagne? Dove si riuniscono?”
“Io non sono una strega! Te lo ripeto, io non so niente di queste cose!”
La ragazza disse queste parole distorcendo i lineamenti a causa di un pianto convulso e disperato, la mano che le carezzava il viso vibrò di rabbia, poi affondò le bianche dita nella tenera carne delle gote.
“Puttana del diavolo, io sento il male sedurmi mediante te, e se lo sento significa che non hai ancora rinunciato alle carezze dell’empio. Rinunci a Satana? Rinunci?”
“Rinuncio!” Disse la donna implorante, i sensi la stavano abbandonando, mentre il terrore le dominava le membra al solo pensiero di trascorrere ancora un istante con l’uomo che l’aveva rapita nottetempo.
“Menti, menti spudoratamente baldracca di Belial, il male alberga dentro di te!”
Igor le voltò le spalle tatuate e scelse dal tavolo di marmo uno strumento adatto alla verità.
Afferrò un flagello chiodato e vibrò secchi colpi alla donna legata, innalzava schiocchi d’agonia nel luogo dai cui muri saturava la punizione come fosse umidità, mentre il flagello si liberava in carezze di sangue, baci algolagniaci di dolore.
Rubizzi rivoli di sangue segnavano il passaggio dello strazio lungo il liscio corpo della donna.
“Confessi di aver fornicato con il diavolo? Confessi di aver bevuto il suo sperma in un rito blasfemo? Confessi d’essere araldo della perversione e di voler sedurre i guerrieri di Cristo?”.
La donna pianse, mescendo al sangue l’acre sapore delle lacrime.
Igor depose il flagello e arroventò sul fuoco una lunga e sottile sbarra di ferro grezzo, presto divenne rossa e incandescente, minacciosa come il bramoso occhio di fuoco di un demone.
Con gli occhi spalancati dalla follia ed il corpo sudato si avvicinò alla donna, le divaricò le gambe vincendo la gracile resistenza e si accinse a penetrare il ferro tra le vermiglie fauci della vulva.
Lei urlò con tutte le sue forze prima che la sbarra rovente poté sfiorare la sua pelle.
“Confesso! Confesso tutto!”
“Bene”. Rispose Igor deponendo il ferro, poi continuò:
“Dove hai incontrato Satana?”.
“Non lo so, giuro che non lo so”.
“E’l’empio che ti confonde, presto troverai la pace del fuoco, dimmi solo dove sono le tue compagne”.
“Non lo so”.
Igor afferrò la testa della ragazza e la scosse violentemente, lei riprese a piangere con disperazione, come una bambina.
Con un coltello le martoriò le gambe, iniziò poi ad accoltellarla ferocemente alle braccia, la donna così svenne in un poetico, sanguinante abbandono, appesa alle catene, era come se il soffio tagliente del dolore la dondolasse facendo oscillare il suo corpo inerte, anzi, forse l’unica cosa che la sorreggeva, sospendendola nell’aria, era proprio il martirio di quell’infamia.
“Io ti purifico donna, sii certa che troverò ogni tuo simile”.
Il seminudo corpo di Igor Vetusta roteò bianco nel buio e un’ascia, afferrata nel corso del movimento, si abbatté sul collo della donna falciandone la testa.
I suoi resti furono purificati, bruciati e restituiti a Dio.