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lunedì 21 settembre 2026

Di Notte, romanzo monumentale di Davide Giannicolo


Dopo oltre vent’anni di gestazione, rifiutato da qualsiasi casa editrice italiana, esce su Amazon     “Di Notte”; romanzo monumentale di 667 pagine, pregne di gotici turbamenti, che dopo Deicidio si può definire il grande e travagliato capolavoro del maestro Davide Giannicolo.

Un’opera volutamente barocca, difficile, articolata, contorta, pesante tanto da scoraggiare il lettore meno audace.

Per scelta dell’autore il libro uscirà esclusivamente in versione cartacea, un tomo possente degno del suo contenuto.

Clicca sul link in basso per saperne di più:

https://www.amazon.it/dp/B0HKGHHMYY




mercoledì 19 luglio 2023

Culo Smargiasso

 


Era un rovente mezzogiorno di Luglio e lei usciva dall’atelier Gardenia, sito in via Principe dei Liguori. Percorse a piedi la strada che la conduceva all’autolavaggio sgangherato dove soleva lasciare l’auto due volte a settimana. L’afa, nonostante il breve tragitto, la opprimeva, il sole ardeva implacabile, per questo aveva deciso di smettere con l’abito da sposa che stava preparando. Voleva andare in piscina, era lunedì, sicuramente non vi avrebbe trovato che qualche sfaccendato studente. Il suo era sicuramente un bisogno di quiete, relax, tutt’altro che folla e schiamazzi, in più il luogo a cui aveva pensato era abbastanza costoso ed elitario, sperava proprio di essere sola o quasi un volta arrivata. In quella stagione teneva sempre un costume da bagno in atelier, lo aveva già indosso sotto l’abito bianco attillato, un minuscolo bikini giallo mimosa con tanga filiforme, voleva un abbronzatura invidiabile prima di andare in vacanza, anche se in quella giornata afosa priva d’ombra in via Principe dei Liguori, le vacanze parevano vicine e allo stesso tempo lontane come un miraggio nel deserto.

Poco prima di entrare nell’auto lavaggio fu invasa da un tanfo nauseabondo, per terra, ai piedi dell’alto muro di cinta di un giardino, vide la carcassa putrescente di un gatto, la decomposizione in piena estate era agli estremi, il sole macerava il cadavere mentre mosche fuoriuscivano dalla sua bocca e un groviglio di larve si agitava pulsante nel ventre squartato del povero animale. 

La donna si tappò la bocca per evitare i conati di vomito e proteggersi dalla puzza orribile, si affrettò a raggiungere la propria auto scintillante, appena lavata, il profumo degli interni che esalava dai finestrini aperti la protesse da quella marcia immagine di poco prima, mentre il vecchio dai capelli argentei padrone del lavaggio prendeva i suoi soldi e le fissava con insistenza il culo. Non riuscì a resistere e le allungò una manata stringendo una natica con forza come fosse impasto di pizza. Il candore del vestito bianco fu striato da ditate nere di olio motore, era un immagine terribile, come un gabbiano insozzato dal petrolio o una colomba insanguinata. Lei si divincolò e montò in macchina sgommando verso la piscina di lusso che la attendeva, non sapeva di avere cinque dita nere stampate all’altezza del culo.

Aveva appena abbandonato il fantasma di una bellezza mai esistita, marcescente in via Principe dei Liguori, come il fiore di un dramma medievale che si sfalda divorato dagli afidi. 

Guidò per circa mezz’ora scegliendo strade tranquille verso il Vesuvio, zona residenziale, villette e poche macchine, musica elettronica rilassante, aria condizionata, occhiali da sole costosissimi. Un uomo in divisa da ufficiale nazista, col lungo giaccone di pelle nera e tutti i fregi le sbarrò la strada sotto il sole di luglio senza sudare minimamente, si trovavano in un viale alberato, deserto, gli alberi erano in fiore, le cicale cantavano una nenia ipnotica, maligna ed insistente simile al poema della pazzia. Estrasse una pastiglia di Pervitin dalla classica, accattivante confezione lunga e sottile anni 40 coi colori e il design della pepsi cola. Il Pervitin era una droga nazista, praticamente anfetamina, attua a rendere più feroci e intrepidi i soldati oltre che a sopportare ogni estenuante fatica, nel dopoguerra praticamente gran parte della Germania ne era dipendente. 



Naturalmente lei non sapeva niente di tutto questo, suonava il clacson coprendo il drammatico frinire delle cicale sotto il sole della controra, dove ogni genere di spettri, soprattutto nelle zone silvane, si manifesta peggio che a mezzanotte.

L’ufficiale rideva in maniera inquietante completamente fatto di Pervitin, si calò le braghe e cominciò a masturbarsi con forza e velocità in maniera quasi autolesionista, come a volersi scorticare il fallo.

“Culo smargiasso, fammi eiaculare tutta la mia putredine!”

Lei non resistette, in quel silenzioso viale alberato, deserto, ingranò la prima, accelerò più che potè e lo investì facendolo rotolare sul cofano, lo guardò rialzarsi dallo specchietto retrovisore, ancora coi pantaloni della divisa calati le inveiva contro con fare goffo e allo stesso tempo maligno, come creatura non appartenente a questo mondo.

“L’avrò anche investito, avrà anche preso la targa, ma questa è legittima difesa, quel pazzo voleva molestarmi! Ma che succede oggi?”

Finalmente raggiunse a San Sebastiano al Vesuvio l’esclusivo club, resort con sauna, massaggi e piscina  “Proserpina” dove era tesserata da qualche anno passandovi ore spensierate.

Il club era deserto, non vide neanche nessun membro del personale, si cambiò negli spogliatoi e raggiunse la parte all’aperto, spaccata a metà da un tanga suggestivo si aggirava intorno al bordo piscina ove non c’era anima viva. Un fiore bianco fluttuò posandosi sull’acqua, ancora lo spettro della bellezza e della morte si manifestava al suo cospetto.


Si tuffò in acqua rinfrescando finalmente il proprio corpo rovente, la luce del sole di luglio intanto, nel primo pomeriggio, giocava attraverso l’acqua trasparente con riflessi dorati, raggiungendo il fondale mediante dardi trasversali in luccichii sovrannaturali. Il silenzio subacqueo unito al frinire ipnotico delle cicale all’esterno, l’assenza di voci umane, di suoni che non fossero sciabordio oppure ondeggiare di foglie nell’aria immota, facevano galleggiare il suo corpo bruno e vezzoso nella bolla di un sogno. Uscì dall’acqua e già i raggi del sole le scottarono la fronte, si distese su uno dei tanti lettini che circondavano la piscina. 

“Il presidente l’attende nella grande sala interna signorina, quella riservata ai clienti più prestigiosi della nostra struttura.”
Non vedeva in volto l’ennesimo fantasma che le si era fatto avanti in quel deserto artificiale, a causa del sole accecante, che l’abbagliava dietro a quell’alta e snella figura di uomo adulto. Lo seguì all’interno, attraverso un’entrata scorrevole a vetri, dentro era fresco e confortevole, il tizio la condusse verso una porta enorme di legno massiccio, rossiccia come le foglie d’autunno, la spalancò e poi sparì lateralmente senza farsi mai vedere in volto. Al centro della stanza c’era un uomo completamente nudo, dal fisico potente, il volto coperto da una maschera da kendo, con le membra madide e scintillanti si esercitava con un Bokken, una spada di legno giapponese, i suoi movimenti erano lenti ma decisi, ripetitivi, quasi ritualistici, il sudore lo ricopriva fino ai genitali colando in gocce marziali sul pavimento. A troneggiare su questa figura, appeso alla parete, vi era un immenso quadro di Fortunato Depero, un dipinto Futurista intitolato “Nitrito in Velocità”. Ma anche questo lei non lo sapeva affatto, si limitava al batticuore di quella immagine suggestiva in tutto il suo insieme.


Il nudo schermidore ripose la propria spada di legno d’acero su di un tavolino di vetro dal design liberty dei primi del novecento, anche lì, accanto al simulacro d’allenamento, lei notò un astuccio di Pervitin, uguale a quello che aveva visto in mano al nazista contenente pillole dal dubbio effetto.
L’uomo le si avvicinò, con la maschera da kendo e i genitali pendenti, completamente sudato.

“Vorrei che il suo atelier Gardenia, perla splendente nel degrado di Via Principe dei Liguori in San Giorgio a Cremano, disegnasse, confezionasse e distribuisse in larga scala, le divise del nuovo Impero, dai soldati semplici agli ufficiali, fino a me, supremo generale, tutti dobbiamo essere vestiti con lo stile e la maestria delle sue mani affusolate.”


..Continua…

Davide Giannicolo


domenica 24 maggio 2015

Capitolo tratto dal romanzo "Di Notte" di Davide Giannicolo




                                                        CRISALIDE DI SANGUE


Si era consumata una notte di sangue, tre streghe erano state interrogate, brutalizzate avevano infine confessato di aver intrattenuto rapporti col maligno, furono poi uccise in un crescendo di torture, graffianti grida nella notte.
Condusse con sé una quarta donna alla villa, la trascinò lungo il malcurato e selvatico giardino.
La ragazza tentò un ultimo, disperato tentativo di resistenza una volta arrivati all’enorme portone della casa, conficcò i talloni nel umida terra sperando di ancorarsi e vincere la forza del cacciatore nerovestito, ma fu malmenata brutalmente, strattonata lungo le quattrocentesche stanze colme d’arazzi e statue, oggetti sui quali si posava pesante il tempo; ovunque in quei luoghi l’antichità immortale riecheggiava con il suo poema di morte, un angoscioso peso senza età, portatore di canti remoti. 
Un torpore narcotico d’un tratto invase Igor, percepì malsano il desiderio di sprofondare addormentato; s’ immaginò in una bara, coperto di ghirlande bianche nell’eterno sonno della non esistenza, poi cadde in terra e gli parve di carpire l’odore dei fiori che prima aveva immaginato, sentiva i petali accarezzarlo sulla pelle nuda nonostante fosse vestito, svenne e un oscuro sogno s’impose dentro di lui, dai colori cupi, le sfumature inquietanti e foriere d’angoscia.
Nella visione un monastero si ergeva severo nella notte; i bianchi riverberi della costruzione gotica erano maestosi come il manto eburneo della paura, il silenzio ancestrale strisciava sinuoso, indisturbato lungo quelle mura d’espiazione e rinunzia.
All’interno tutto era immoto, poche figure incappucciate si muovevano, aggirandosi silenziose rasenti alle mura come fossero enormi ratti; monaci chiusi nella catarsi d’un’oblio immortale percorrevano ad occhi bassi gli ampi corridoi ornati da icone cristiane.
Ecco la scena spostarsi in una sala circolare, molte colonne seguivano la circonferenza del tetto conferendo alla stanza l’impressione di un tempio greco.
Vi era un uomo tormentato da nere visioni che ora occupava la scena, il saio copriva solo la parte inferiore del suo corpo, dalla vita in su il petto era nudo e sudato, l’ampia schiena solcata da purpurei segni di frusta, flagellazioni notturne che chetavano l’estasi dei demoni danzanti nella sua cella, di notte, ove nessuno poteva sapere, tranne Igor, che sembrava conoscere intimamente ogni personaggio delle sue visioni.
La stanza titanica era irradiata dalla luce della luna, che seducente come una dama in abito bianco, s’insinuava attraverso le finestre oblunghe, mentre l’aria, severa e opprimente, gravava come l’ansimo di una bestia.
L’uomo impugnava una spada, fendeva l’aria in un immobile esercizio marziale, era un’eterea battaglia contro l’ossessione. Il petto del monaco era percorso obliquamente da una profonda cicatrice, gli altri affermavano che era stato l’artiglio nero del diavolo a segnarlo in una notte senza luna.
“Padre Uccisione”.
 Era così che gli spiriti maligni chiamavano questo monaco, Igor nel suo sogno lo sapeva bene, sapeva di cosa era capace quell’uomo, aveva letto di lui in tomi consunti alla fioca luce di notturne candele, durante le sue eterne ore di passata prigionia clericale.
Il sudore cadeva in perle diafane sul pavimento di marmo; Santa Chiara osservava l’uomo, compiaciuta dei suoi movimenti impeccabili, rincuorata dalla devota follia di costui.
Dei grigi mastini, improvvisamente, spezzarono il silenzio con il loro bestiale ansimo; giunsero nella sala e si fermarono a guardarlo incrociando i loro sguardi dorati con quello gelido e impassibile dell’austero monaco.
Erano infatti giunti dei cavalli in piena notte, cavalieri con torce e lanterne davano l’idea di un corteo funebre, serpe di lumi preceduta dalla muta di possenti cani latranti, che mesta strisciava attraverso l’imponente portone.
Altri monaci presto varcarono la soglia trascinando con loro una donna, costei portava lunghe gonne e vestimenti tipici da contadina, la camicia le era stata strappata, ed era seducentemente aperta all’altezza dei pallidi seni danzanti.
La ragazza fu condotta al cospetto di frate uccisione, una volta che gli fu dinnanzi la costrinsero ad inginocchiarsi con la forza, mediante schiaffi e strattoni.
Il grosso monaco sudato, con il volto segnato che sembrava più appartenere a quello di un guerriero che a quello di uno schiavo di Cristo, inguainò la spada e studiò la donna mezza nuda e avvilita dalle percosse, poi parlò imperioso:
“Confessa qui i tuoi peccati dinnanzi alla croce; evita di essere portata nelle stanze di tortura, confessa adesso la tua tresca con il diavolo”.
La donna pianse e annuì in patetici singhiozzi, l’uomo sorrise al di sotto della sua barba nera, un algido sorriso che  rivelava sadici propositi. 
Subito dopo il monaco snudò la spada e trafisse la creatura inerme; la lama penetrò nel mezzo dei seni di lei, poi il corpo infilzato fu sollevato con forza agghiacciante, issato sopra la testa del monaco, che tremante per lo sforzo era irrorato dal caldo sangue della peccatrice.
Quando il busto nudo dell’uomo fu completamente segnato dai serpeggianti rivoli scarlatti,  il frate depose lentamente il cadavere in terra ed estrasse la lama dal petto di lei; si chinò sul corpo, con movenze sacrali  bevette il sangue della donna morta, dalla sua bocca adesso colava rubizzo nettare ancora caldo di peccato che scorrendo lungo il mento, donava un satanico luccichio alla sua barba.
“Io ti purifico donna, in nome della Santa Inquisizione e di Dio onnipotente”.
I suoi occhi scattavano nevrotici saettando nel buio in cerca dell’ombra caprina del diavolo, in quel sacro tempio ove si celebrava il segreto del sangue, ove i guerrieri della chiesa combattevano con cieca furia.

Igor si risvegliò ricoperto di sangue, fu subito invaso da un enigmatico terrore nel vedersi imbrattato in tal modo; le sue lenzuola bianche erano tinte di scarlatto, getti rosso cremisi segnavano le tende del suo letto a baldacchino.
Poi notò il cadavere scempiato della donna rapita; ricordò d’aver dormito con il corpo privo di vita, d’aver consumato un sanguinoso amplesso blasfemo.
Quel sogno l’aveva inquietato, era come se gli uomini di quelle visioni fossero la sua stessa proiezione, o meglio, era come se essi dimorassero dentro di lui.
Pensava spesso che forse quelle persone erano state un tempo defunti antenati, il messaggio della sua famiglia: triste eredità di sangue, marchio indelebile dovuto a dimenticati racconti d’infanzia, sussurrati nella culla nottetempo da suo padre, primo maestro a inculcargli i segreti e le gesta della casta nera dei Vetusta.
Il suo albero genealogico era ricco di personaggi mitici: templari, giganti, monaci eremiti e oscuri condottieri, tutte persone a detta di suo padre, dimenticate dai libri di storia, personaggi scomodi e pericolosi da ricordare, rifiutati dalla chiesa stessa che spesso e volentieri se ne era servita per assurgere ai suoi più loschi scopi, per poi rinnegarli.
Queste visioni potevano dunque essere nient’altro che gli echi remoti della sua stirpe sanguinaria? Nella loro nitida realtà, nel loro violento impatto emotivo, potevano essere un tetro richiamo proveniente dalle tombe di famiglia corrose dai secoli? E se era così qual’era il loro latente messaggio? La consapevolezza? La continuazione della stirpe? O era tutto una fosca storia narrata da una mente malata?
 Igor Vetusta si alzò dal letto, nudo e sporco di sangue; accese una candela incamminandosi verso bui corridoi.
Il riverbero della candela donò per un istante un cupo bagliore ad un quadro sulla parete, vi era raffigurato un uomo in armatura nera, aveva lo sguardo pensieroso, vagamente ascetico, sapeva che quell’uomo era un altro dei suoi antichi antenati, ormai confondeva i loro nomi e le loro turpi gesta.
Igor giunse in una stanza ornata da drappi neri e bordeaux, un’aria funebre gravava sugli oggetti vetusti, da molti anni le finestre schermite dai drappi non venivano aperte, l’aria e la luce non conoscevano quelle superfici impolverate e pregne degli effluvi della morte e della vecchiezza; si avvicinò a lenti passi verso il letto bianco, con grazia e timore, come se qualcosa di sacro vi fosse sopra deposto.
Sul letto giaceva una giovane donna, sembrava che un sonno soave l’avesse avvolta, invece era il sonno della morte che carezzava quella pelle bianchissima.
Igor posò le labbra su quella bocca esangue e con la mano carezzò all’indietro le chiome corvine della donna morta che cingevano una fronte innaturalmente bianca.
Baciò ancora quel volto, irrorandone di lacrime la fronte; singhiozzi di disperazione sprofondarono l’uomo in una crisi emotiva, chino come un bambino sul ventre della donna imbalsamata.

Quella era la madre di Igor ed egli la visitava ogni notte, le fantasie riguardo incesti necrofili rappresentavano una delle cose che uccidevano la sua pace tra le silenti mura della casa natale.

Davide Giannicolo

sabato 7 febbraio 2015

Spettro




S'io fossi lo spettro
che le tue notti perseguita
ti braccherei nei corridoi più bui
del tuo castello.

E sentiresti il mio respiro,
simile all'ansimo dell'ombra
avanzare lentamente
eppure inesorabile
verso le tue paure.
                                   Davide Giannicolo