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mercoledì 18 febbraio 2026

Fabbrica


Nella penombra delle Fabbriche, in albe d’angoscia, aleggia il pallido fantasma del Conte di Lautrèamont, avvolto nel suo mantello nero.

Scarti, rifiuti in quantità colossali, vengono prodotti da queste prigioni del sentimento.

Ma anche liquami umani, vittime ignare di un’umanità suicida: Disperati giocatori d’azzardo, alcolizzati, tossici, puttanieri, pornolesi, derelitti indebitati a cui hanno pignorato l’anima, bugiardi cronici, fuggiaschi d’ogni sorta, creature prive di coscienza che vagano senza meta compiendo gesti automatici di cui hanno dimenticato il senso e l’origine.

Mentre getto via tonnellate di carta prodotta inutilmente, unicamente al fine di servire il culto irreale dell’oggetto, i miei scritti svaniscono inediti nel crepuscolo di una notte senza sogni. Comprendo l’effimero non senso di questa vita: i miei scritti, che più d’ogni altra cosa hanno bisogno di carta, la vedono accartocciarsi e andare al macero, senza poter descrivere le sfumature dell’infinito a cui ambiscono. Vengono condotti su rotaie arrugginite, lungo dune taglienti di polvere di vetro malamente smaltito, dritti su un burrone di scogli appuntiti non temperati. 

Nulla muore realmente così come nulla esiste.

Questi luoghi, le fabbriche, producono fame, desideri vuoti e insensatezza, maciullano le ossa, accelerano la morte e la decadenza dell’individuo. 

Entusiasta faccio gli straordinari prostituendo la mia forza, abbrutendo il mio spirito, barattando la mia carne, che viene scippata a brandelli abbondanti dallo scheletro incrinato, mentre il sangue s’avvelena come la cuspide di uno scorpione di cui volevo farne frusta.

Il sole penetra attraverso finestroni opachi di tanto in tanto, ricordandomi di essere vivo. Pensieri autolesionisti mi accoltellano il cervello ottenebrandolo, esplosione cremisi dinnanzi ai miei occhi, torpore indecente subito dopo: sono stanco.

Finisco di confezionare inutilità costosa e autodistruzione di massa. La pianta del piede mi duole, sono in posizione eretta da ore, sollevando pesanti lastre che riflettono il mio volto segnato, nel quale faccio a volte fatica a riconoscermi; frattanto cerco di domare un drago di ferro che sbuffa vapori incandescenti in un lamento costante ed invitto di pistoni, ingranaggi e catene. 

Le temperature raggiungono vette disumane, le affronto in cambio di pane quotidiano, dignità e illusione di vita non vissuta.

Lautrèamont mi osserva, serio, con uno sguardo di rimprovero, lui sapeva già tutto, lui che che morì subito dopo aver varcato il portale della fine dell’adolescenza. Lui che è stato prigioniero prima di me.

L’incubo svanisce momentaneamente nello scandire delle ore come una goccia di pioggia sulla sabbia.

Coda di scorpione.

Antidoto.

Incoscienza.

Non sono morto!

Sfinito, 

rotto,

 sfibrato, 

violato, 

mi avvio verso casa a riposare,

buttando via le scorie dei miei sogni in una bottiglia di vino economico e un pasto frugale.

Il tragitto è dolce,

poiché come fosse uno spettro fugace,

qualche breve ricordo d’un tenero passato, 

forse mai esistito,

lenisce il mio dolore.

Poi dormo, 

il mio corpo ferito fluttua,

in una morte momentanea 

colma d’insoddisfazione.

Sono brevi, tetri istanti.

Poiché il tempo 

come osso di morto 

sgomita nei miei fianchi.

Già i gelidi artigli dell’alba,

Grigi,

m’accarezzano con voluttà la faccia.

Aspirazioni morte.

Ambizioni perdute.

È ora di destarsi.

Ancora!

Al fine di camminare come un sonnambulo

sui tristi cocci dei sogni infranti.

Davide Giannicolo

lunedì 2 febbraio 2026

Notti Irrequiete

 


Notte di sonni agitati.

Di sogni rubati a un passato remoto che mai più tornerà.

Alba di fabbrica, 

livida,

ammantata di rumori e follia.

Prigionia, 

ove sopravvivere cancellando la propria identità. 

Grigio carcere del sogno, 

realtà e fantasia non si distinguono più, 

avvinte come un cilicio rostrato

alla mortificazione delle carni.

Sonni agitati, 

la stanza affollata di spettri che soffoca il petto.

Giorni vuoti, 

che non riempiono neanche le notti 

di sogno, 

di speme,

di vaga, 

seppur lieve ambizione.

Davide Giannicolo

mercoledì 6 gennaio 2021

Il secondo fine del Protettore

 


Era un posto strano quello, ci lavoravano gli scarti della società. Tossici, violenti, alcolizzati, giocatori d’azzardo; gente con un passato turbolento che aveva avuto problemi con la legge. Oppure disperati, c’erano anche quelli, persone con terribili debiti o disposte a tutto pur di guadagnare qualcosa e sbarcare il lunario. Lui era uno di quelli, indifeso, timido, sporco, sarebbe sicuramente piaciuto a Lautreamont. Il lavoro era duro e nessuno aveva pietà per lui, lo calpestavano, umiliavano e minacciavano. Circondato da enormi corpi muscolosi di scaricatori sudati lui abbassava lo sguardo, accettava tutto, anche le spinte e gli schiaffi. Sopportava la fatica e le angherie e guadagnava, anche se poco, il pane per lui e la sua compagna. Di solito quelli gracili come lui si pagavano il pranzo facendo marchette ai più grossi. Aveva spesso visto sporchi e malvestiti ragazzetti pelle e ossa succhiarlo a un panzone per un panino dietro la discarica della fabbrica, anche questi rapporti erano squallidi e umilianti, nonché molto violenti. Non solo dovevi succhiare con passione cazzi sudici e odorosi di pesce marcio, ma prenderti anche gli sputi in faccia e gli schiaffi, così si eccitavano quegli erculei giganti ubriachi di sadismo e senso di onnipotenza, frustrati dal lavoro massacrante. 

Ultimamente lo stavano prendendo di mira, qualcuno lo toccava in parti dove non avrebbe dovuto, e lo faceva con una luce lubrica e invasata negli occhi degna di quell’inferno. Lui non cedeva né reagiva, andava avanti aspettando il giorno di paga. Qualche volta andava a prenderlo sua moglie e lo aspettava fuori dai cancelli, lei era grassa, sporca come lui, per niente attraente. Un giorno mentre la raggiungeva notò che uno degli scaricatori che di solito se ne stava in disparte ed evitava di tormentarlo, forse il più grosso e pericoloso di tutti, stava fissando insistentemente sua moglie. La cosa si ripeté ogni volta che lei tornò, il bestione guardandoli insieme insisteva ancora nel fissarli strofinandosi le parti basse con vigore e sorridendo. 

Allora proibì alla donna di raggiungerlo a lavoro, trascorse  circa un mese da quel divieto e la cosa peggiorò sempre di più. Un giorno fu accerchiato, spintonato, sbeffeggiato; uno di loro estrasse un coltello arrugginito mentre già un altro si slacciava la cintura dei calzoni. 

Due vennero atterrati subito da colpi di asse di legno che si frantumò in due punti sui loro volti, gli altri fuggirono immediatamente. A salvarlo era stato l’omone che faceva il filo a sua moglie. Troneggiava su di lui, imponente, monumento di paura e violenza, con l’asse spezzata tra le mani, mentre il poveraccio strisciava per terra cercando di rialzarsi. Il gigante gli tese la mano, questi accettò e la strinse facendosi aiutare a rimettersi in piedi.

“Grazie!”

“Ti aiuterò io con questi figli di puttana, non ti daranno più fastidio!”

“Ti ringrazio ancora, non so cosa dire!”

“Dire? Non me ne frega un cazzo delle tue parole, per sdebitarti dovrai fare, non proprio tu ma qualcun altro...”

Il sangue dell’ometto sudicio gli si gelò nelle vene.

“Non capisco...”

“La grassona simile a una scrofa che ti viene a prendere con quella macchina scassata è tua moglie?”

“Si” disse lui abbassando lo sguardo.

“Bene, la cosa mi arrapa ancora di più, stasera mi inviterai a cena, porterò io vino e cibo, stai tranquillo mangerai bene, poi glie lo infilerò tutto in quelle carni grasse, me la inculerò davanti a te o la sentirai urlare e godere da un altra stanza, decidi tu, domani è festa, starò da te tutta la notte, vedrai che sarà contenta, le piacerà mangiare a sbafo e farsi strozzare dal mio cazzone, intesi?”

I suoi occhi erano fiammeggianti come quelli di Satana, era già eccitato e non avrebbe accettato diniego. Il piccoletto annuì tacendo.

Tornò casa e parlò dell’accaduto con la premurosa donnona, soffrì tanto quando capì che sua moglie era anche un po’ lusingata da quelle attenzioni criminali, non si credeva affatto attraente ed essere desiderata le provocava qualcosa di strano. 

“Mi chiedo se non sia il caso di farsi inculare da quel branco di sodomiti piuttosto che distruggere il mio onore e fare il cornuto!”

“Qualsiasi cosa tu deciderai io ti aiuterò marito mio!”

Suonò il campanello, arrivò l’uomo, già metteva le mani sui seni a sua moglie, le baciava le guance, si comportava come se stesse a casa sua.

“Non c’è un altra soluzione signore?” Disse sottomessa la donna.

“No, non ce la farà mai da solo, e sapete cosa voglio io, quei tizi non si fermeranno finché non si licenzierà, io sono la vostra unica salvezza, e adesso vieni qui grassona che voglio infilarti la lingua nella gola.”

E lo fece, le scavò nella bocca con la lingua, poi la possedette davanti a lui lungamente.



Mentre il gigante nottetempo dormiva nudo sul corpo di sua moglie, stanco dai reiterati, violentissimi atti sessuali dalla estenuante ferocia, l’ometto pensò a quanto è vile a volte colui che protegge, mascherato da benefattore saccheggia in modo peggiore del dichiarato razziatore. Si chiese se non era forse il suicidio la degna fine a quella squallida vita di soprusi e soprattuto, la domanda che più si ripeteva nel cervello era: 

“Quella scrofa che non toccavo da mesi, che adesso ronfa di la nuda con quell’altro avrà goduto?”

Io credo di sì, anche perché nessuno in fabbrica toccò mai più l’omuncolo sudicio, e il bestione tornò ogni venerdì sera ospite a cena.

Davide Giannicolo