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Disponibile su Amazon l’ultimo romanzo di Davide Giannicolo.Necromania e puro amore per decadenza e violenza, poesia oscura, lirismo licantropico, monumentali astrattismi sanguinari, danza di catene e rasoi al chiaro di luna, letteratura notturna, solinga, antintellettuale. Questo è il manifesto del porto dei misfatti, e i viandanti che vi entreranno sentiranno gelidi moncherini carezzare il loro volto, o sinuose sirene, il cui bacio sa di prostituzione e antichità.
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lunedì 6 luglio 2026
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Silesius
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sabato 4 aprile 2026
Il tenero suicidio di un bacio adolescente
Quel noto sentimento che avvicina carne morta.
Un ciclo di illusioni che qualcuno sa gestire meglio.
Un solo, emblematico pensiero:
Non avrò perso troppo tempo ad apparire?
Gli effluvi di Marlboro e sangue nuovo.
Un folle desiderio che s’erge e prende forma.
Sotto il nero tessuto
Freme la bianca pelle con i rossi ornamenti.
Segni d’amore,
Di un’adolescente furia.
Ti ricordi la mia bocca?
Di com’era bramosa e giovane?
Ti ricordi la pazzia di promesse indissolubili?
La vita ti convince con gli esempi.
Esempi che gelano,
Avviluppano,
Le fresche ali tranciano.
Caduto,
Sanguinante,
Giace l’angelo del sorriso sferzante.
Una triste malattia mi prese anni or sono.
Una triste malattia che mi uccise anima e corpo.
Davide Giannicolo 1997
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mercoledì 7 maggio 2025
Un Amore Estivo
in cui mi preferisti a un tizio inutile.
Il mio ego in frantumi e tu appartata con lui.
Un amore estivo,
bellissimi ricordi,
non per me.
Un amore estivo,
lingua in bocca ai falò
le stelle divenivano lame scintillanti.
Un amore estivo,
ora non soffro più.
Provo solo rancore eterno
e sdegno verso la tua fica slabbrata.
Un amore estivo,
ora che non puzzo più di tana materna né di romanticismo,
non ti toccherei neanche con un uncino arrugginito.
Un amore estivo che non ricordi neanche più.
Mentre per me,
sul mare nero,
le stelle divenivano dolorose lame
dal meraviglioso scintillio.
mercoledì 11 dicembre 2019
Amore
L'amore è una lacrima d'angelo,
puro, diafano;
cangevole nel suo serpeggiare.
Sublime
eppure
intriso di dolore.
intriso di dolore.
Davide Giannicolo
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giovedì 28 aprile 2016
Creatura Alata
che svalica vette e attraversa le pareti
come fosse uno spettro.
L'amore ti coglie di notte
e ti trafigge tra le coltri;
del tutto simile
alla giustizia.
Amore e giustizia
potrebbero essere
un'unica parola.
Davide Giannicolo
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martedì 29 aprile 2014
Sonno Agitato
Ho dormito un lungo sonno,
non privo di agitati sogni
e mi sono risvegliato
in un pistillo d'ametista;
fragili sono le mie coltri,
come una guancia da sfregiare.
Davide Giannicolo
30/04/2014
Nottetempo
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giovedì 1 dicembre 2011
Purezza o desiderio
PUREZZA O DESIDERIO
DI DAVIDE GIANNICOLO.
DI DAVIDE GIANNICOLO.
Non si scorgeva cosa in giro più bella di lei, se alzavi gli occhi al cielo, oppure giù verso i fatati fluttui del mare, ti rendevi conto che nulla osava infrangersi contro quella pelle, l’armonia delle cose veniva spezzata, letteralmente infranta dalla sola esistenza fisica di lei a frapporsi metafisica con il paesaggio.
Era innaturale si, innaturale e fulgida nei colori dei suoi indumenti intimi e le palesi trasparenze, troia agli occhi dei più, ma lui la vedeva come un angelo che brandisce una bomba incendiaria, l’angelo che dissacra il potere del suo splendore ornandosi dell’ordigno, questo era lei, un angelo di psicosi in intimo rosa.
Lui le stava dietro, sul ponte della nave, pareva un latrato, e nerovestito al sole era la sua ombra. Ma se guardavi meglio distogliendo lo sguardo da lei angelotroia, capivi che lui non era l’ombra, notavi uno sguardo infame, largo, e il padrone dello sguardo era un gigante con le braccia segnate da tagli e cicatrici, al di la degli occhiali da sole di lui lo sentivi lo stesso il suo sguardo che t’aggrediva, t’abbaiava contro come un Pit bull che compone versi di violenza. Poi si fermava e guardava oltre, intanto lei non aveva notato nulla, infima e dolorosa stella del mattino magari ricambiava il tuo sguardo pavido.
Questa scena la potevi notare spesso.
“Chi è lui?” Si chiedevano i più.
“Lei lo si sa, sarà una troia.”
*******
Sulla nave le cose andavano lente, ormai tutti bramavano lei, e molti magari già credevano di sapere come distogliere la specie di orso che la seguiva.
Ci fu una festa quella sera, sia lui che lei bevvero molto, ma lei diede più spettacolo, avvampando con movenze artefatte con maestria gli ammiranti sguardi infingardi.
Un giovane le si avvicinò, si baciarono, l’orso non mosse un dito, e tutti si voltarono a guardarlo in cerca d’un presunto segreto svelato, così lui accennò un mesto sorriso.
“Cos’è lei per te?”
Udì la voce della donna grassoccia e insignificante invidiosa della di lei perfezione, l’aveva notata avvicinarsi, lui odiava spiegare cos’era lei per lui a tipi così, odiava spiegarlo in generale.
“Lei è l’imperatrice che io servo devotamente, o forse la donna che più mi ha fatto effetto nella vita, o quella che mi a dato più amore.”
“E ti fa male vederla così?”
Tremende pugnalate all’anima e al sistema nervoso, ogni volta, ma questo non lo disse, non le disse di quel sottile gioco vampiresco che quando sembrava essere meno doloroso improvvisamente abbrancava, non le disse dei baci rubati, del sangue versato, giovane, fiammeggiante sangue fulgido d’amore, quel suo sangue di quand’erano bimbi, lei lentigginosa e con il seno opulento appena sbocciato, lui grosso e sensibile il doppio di tutti da sempre.
Così si erano scelti vivendo in quel gioco, c’era voluto molto per ammansirlo, ma non era ancora domato, un animale selvaggio non si domina mai, ma un uomo selvaggio può divenire un guerriero, e allora sceglie di percorrere pericolosi sentieri di devozione.
Lei dal suo canto lo amava, o almeno amava la mente e lo spirito di lui, la sua devozione forse, ma mai la sua forza, lei non era donna che potesse amare la forza, lei aveva la psiche in frantumi, se non avesse avuto la stupenda maschera di quella bellezza sarebbe spiccata palese la sua confusione da bimba smarrita, bimba violata, in lacrime.
Si, al di là della maschera lei era una lacrimante, fragile espressione di purezza in frantumi, e lui tentava follemente di assorbire quel dolore unendolo ai baci da lei incoscientemente donati sulla loro strada, ma in fondo lei era una dolce, ingenua bambina, di quelle che non puoi proprio sgridare.
Dov’era la sua vendetta irreale?
Chi aveva violato la purezza del suo amore?
“No anzi”, Infine rispose, “mi fa sorridere, non si stanca di farlo, mai, non ha imparato i principi che forgiano un vero uomo.”
“E tu aspetti che se ne accorga? Come puoi? Cioè tu mi stai dicendo che sei innamorato di lei e la segui come un cane aspettando che ti noti mentre troieggia con l’equipaggio?”
“Vedi piccola pustola, esistono uomini che attendono che qualcuno li aggredisca per poi uccidere placando la sete di sangue che li avvampa, esistono uomini che difendono il tempio con la vita
anche quando è in fiamme, e altri che amano con fervore pur non ficcando la cappella fra le gambe di voi troie.”
“Ma come ti senti di fronte a scene come questa?”
Lei portava via il giovane con cui stava ballando mentre l’interlocutrice dell’orso le rivolgeva la domanda, forse lo portava in cabina, o forse a farsi possedere per terra, sul ponte, sotto il cielo maligno borchiato di stelle.
“Non capisci che lei è una bambina smarrita, non lo senti ora il suo pianto? Non odi il tormento? Io lo sento, e dico che nessuno di voi può capire nè vedere realmente.”
Così si versò un nuovo Jack e guardò i seni grassocci e tondi dell’interlocutrice, forse anche lui, celato sotto il grosso corpo di orso, nascondeva un bambino piangente, sconcertato dalla vista del mondo e della purezza violata.
©Davide Giannicolo
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L'angelo ubriaco e la gabbia d'oro
| Sgraziate forme hai angelicato |
| Per essere a dio più simile. |
| Poi sei morto, |
| in un circolo di applausi che non t’ han riempito l’ anima. |
| Uno spazio informe, asimmetrico |
| Era davanti a te, |
| molti corpi, |
| sudati, innumerevoli corpi. |
| Poi l’ amore s’ è nascosto come solo con te sa far e, |
| dentro te, |
| profondamente inabissato, |
| celato sotto vesti nere e l’oppressione del tuo crine. |
| Hai legato le tue chiome |
| e il tuo volto è apparso bianco, |
| nessuno s’ è voltato e ha visto in te divina luce. |
| ******* |
| Una solitudine morbosa fluttuava su ali di lene silenzio, scrosciando nell’aria come gelido |
| disappunto, posandosi fredda sulla sua pallida fronte. La notte non aveva senso ormai, era un attesa |
| delirante ad un nuovo giorno, ove lui si sarebbe mosso stanco e confuso circa le sue prossime |
| decisioni sul come abbellire la vita. |
| L’angoscia lo abbracciava, donava bellezza a quel corpo di giorno orribile, l’alta figura era |
| immobile, aspettava, l’attesa febbrile di un tragico volo. Solo la morte l’avrebbe librato in alto, o |
| forse. Chi vuole volare deve patire molti supplizi, deve vivere con la consapevolezza che soffice |
| taglia la pelle come in un soave bacio. Il complesso universo l’aveva baciato, egli forse non aveva |
| mai chiesto quel bacio, non aveva chiesto di interrogarsi sul moto delle stelle, sulla profondità del |
| proprio io, sulla follia dell’amore in cui si rifugiavano gli esseri umani. Egli forse voleva solo essere |
| uno di loro, voleva scopare con mille donne diverse, essere incapace di pensare, dedicare i suoi |
| giorni ad abbellire la propria vita di fastosi e profumati eventi. |
| Ma non poteva, non poteva muoversi con disinvoltura tra quegli esseri così simili agli insetti, non vi |
| è niente di male nell’essere un insetto, ma non era colpa sua se lui era diverso, nel bene o nel male, |
| nel vino o nel sangue, nel coltello o nella ferita. |
| Egli piangeva sangue ogni minuto della sua vita, come costretto ad un eterno tormento, l’afflizione |
| lo attanagliava, voleva essere un insetto e nutrirsi dell’inebriante nettare di quel pianeta che avrebbe |
| dovuto bruciare su se stesso, come lui, come il sole. |
| Ancora le dolci vesti della notte frusciavano e lui inghiottiva la sua saliva malata, era così passivo |
| da disprezzarsi, si odiava così tanto da amarsi profondamente, si amava così da farsi del male, da |
| provare solo selvaggia furia e fragori vaghi e interiori ogni volta che il mondo lo scacciava da sé. |
| “Non vi è un motivo, un motivo per cui io non possa essere un insetto.” |
| Gli sembrò di stare per dormire, provò un triste sollievo, finalmente l’oblio per lui che ormai viveva |
| ai margini scoscesi e taglienti del suicidio. |
| Divine ombre oscurarono la stanza , e lui non seppe se viveva sogno o realtà. |
| L’effluvio della morte s’innalzava e un corvo comparve, un nero corvo dalle piume striate di sangue |
| scarlatto. I gelidi artigli segnarono la sua spalla, era piacevole avere addosso l’animale che in un |
| volo maestoso si era posato per ferire forse innocentemente, come chi anche quando accarezza |
| lascia leggere scie di sangue dolci da ricordare, dolci come una madonna decomposta che porge |
| malinconica il suo seno di vermi solcato. |
| Il corvo sussurrò all’orecchio di lui incapace di muoversi: “L’orso nero non vuole venire qui per te, |
| dice che è troppo complesso, ascolta i neri messaggi che porta la notte, vieni tu, giungi sino a noi.” |
| Alzò gli occhi , aveva dormito due minuti, forse un’eternità. |
| Non vi era traccia degli artigli del corvo,ma ne sentiva il dolore bruciante, evocava con malinconia |
| la reminescenza di quel sussurro gracchiante; voleva volare sulla schiena del corvo, senza esitazione |
| avrebbe percorso con lui le strade di sangue ove l’avrebbe condotto, o forse il rapace sarebbe |
| disceso lento in una silente e sacra foresta, e lì un’eterna pace li avrebbe cullati. |
| Forse il becco del corvo avrebbe spaccato il suo petto, anche questa supposizione era valutata come |
| affascinante, come una goccia ch e avrebbe mosso le immote, eterne acque della sua inerzia, |
| l’immensità del suo nulla spirituale. |
| Si destò, tossiva ripetutamente, si vestì di sporchi e sgualciti abiti neri che il tempo aveva sfumato |
| in un tono cupo e privo di vita. |
| Ultimamente maturava un’ossessione, era ubriaco nella pioggia che flagellava il suo volto quando |
| tutto ebbe inizio e la vide, nonostante l’oscurità essa sorgeva maestosa, la sua luminescenza |
| penetrava la tenebra, sembrava stagliarsi al di là dell’universo stesso: una titanica gabbia d’oro. |
| Quella notte non voleva divenire un insetto,da quella notte la tristezza si sedette sul suo grembo; |
| non poteva essere sereno sapendo dell’esistenza di quella gabbia d’oro che imprigionava nel suo |
| abissale ventre il moto dei pianeti, che lo attraeva come una falena con la luce. |
| Sentì ancora una sensazione, come se un’enorme mantello si chiudesse su di lui, un suono simile al |
| fruscio delle foglie si eresse nel silenzio, presto il fruscio divenne verbo: |
| “Sono tutti morti, è per questo che non odi più il canto degli orsi, il loro ruggito forse non potrà |
| divenire le tue ali, vieni ugualmente!” |
| Egli era sul pavimento, sconvolto si interrogò madido di sudore: |
| “E’ un richiamo? E’ come la gabbia? Ma sono dissimili, se solo riuscissi a valicare la gabbia.” |
| Nello stesso istante in cui formulò la domanda a se stesso bussarono alla porta; chi era? Era solo da |
| anni lentissimi. |
| Non voleva aprire quella porta, qualunque contatto con il mondo esterno era vano, un empio |
| progresso d ella gabbia d’oro. Ma il suono del campanello era così dolce e ammaliante che alla fine |
| egli si decise, si guardò nell’opaco specchio, era stravolto, al di là di esso vide una terra di immoto |
| dolore, la terra degli angeli consapevoli e prigionieri, il luogo da dove forse anch’egli proveniva. |
| Aprì la porta e osservò la magrissima figura che attendeva sull’uscio, era una donna dal petto |
| scarno e il viso malato, ella stessa latrice di fosca malattia, dagli occhi di quella donna si scorgeva |
| che la malattia era la su a stessa vita. |
| “Posso entrare?” Chiese lei in un lamento languido . |
| “Perché mai? Chi sei? Cosa cerchi qui?” |
| Lei sorrise e in quell’istante sembrò una bambina, una pallida bambina malata di tossicodipendenza. |
| “I miei piedi mi hanno portata fin qui, tu sei l’oggetto d ella mia visione, ho compiuto un viaggio |
| fatto di allucinazioni e so che tu cerchi qualcosa, qualcosa ch e io non riesco a comprendere, ma io |
| conosco la via sulla quale tu f arai scorrere i tuoi evanescenti passi. Io voglio mostrartela per aiutarti, |
| non chiedermi il perché, è la chimica mescolata al mio sangue che me lo comanda”. |
| Egli ascoltava, triste dinnanzi a lei, quegli occhi erano smarriti proprio come i suoi, sembravano due |
| fanciulli cresciuti male, abbandonati al nulla incomprensibile. |
| Mentre lei parlava, improvvisamente, lo baciò, un bacio breve che fu per lui un sorso di ignota |
| magia, una magia malata, alienante. |
| Si guardarono negli occhi , lo sguardo di lei era umido e profondo, profanava la mente di lui che |
| non voleva parlare per primo. |
| “Sono sicuro” in fine disse lui “che ora mi dirai qualcosa di difficile, mi dirai che la via per la |
| gabbia d’oro è il sole e che io dovrò bruciare le mie membra e le mie ossa scagliandomi ci contro, e |
| poi, come arrivare fino al sole?” |
| “Shhhhh”. Disse lei carezzandolo dolcemente, lui non era eccitato, anche lei sembrava non esserlo, |
| quelle due creature trascendevano ciò che realmente sembravano essere, per un oscuro motivo erano |
| mascherate da quell’apparenza, i loro volti, le loro forme sembravano avere luogo altrove, ed erano |
| proiettate in quella diroccata stanza per un folle, inutile proposito. |
| I loro corpi s’unirono nudi, s’amarono passivamente, profondamente lenti in una triste danza. |
| Lei aveva le braccia esili, livide e martoriate dai buchi, ma baciava trasportata da un tiepido |
| languore la rossa bocca di lui attonito, che si lasciava andare con goffa ed ebete innocenza. |
| Sembrava un angelo spastico che s’univa carnalmente alla sua controparte. |
| Il magrissimo corpo di lei ora era fermo, stavano per dormire quando lui le chiese: |
| “Allora? Come sai della gabbia d’oro?” |
| “Di che cazzo parli? Io non ho mai visto nessuna gabbia d’oro ”. |
| “ Sei stata tu a dirmi……” |
| “Io ho detto solo che conosco la via, solo questo.” |
| “Dov’è, dimmi dov’è! ” |
| “E’ a Portici, a questo indirizzo……” e gli porse un biglietto. |
| “Portici? Pazza!” Si alzò dal letto sfondato e la prese per mano, voleva scacciarla ma non poteva |
| fare a meno di stringerla a sé, la trascinò di nuovo a letto e fecero l’amore, si unirono per due notti, |
| due notti ove il corvo volava in cerchi sull’edificio, due notti ove il ruggito dell’orso pulsava nel |
| sangue di entrambi. |
| “Sto male”. Disse lei, era mezzogiorno, il sole cercava di irrompere e investire i loro corpi nudi. |
| “Sento che sto per fare il mio ultimo viaggio, sento già dolci le piume della morte carezzarmi, dove |
| finirà il mio smarrito e tremante passo?” Lui era confuso, quella donna era molto strana, e lui non |
| sapeva neanche come chiamarla, era giunta come una visione, forse lo era realmente, ma il reale si |
| confondeva in indistinte sfumature in quella stanza. |
| Cercò di aiutarla, tentare di annichilire quel fosco presagio che sembrava inquietarla, la baciò, fu la |
| cosa che irruppe per prima, il primo suo pensiero di soccorso. |
| La baciò ed ella era gelida, ancora più pallida sospirava febbricitante, tremava fragile e tragica negli |
| spasmi di un’oscura malattia, lui pianse e le tirò indietro i capelli sudati, bevve le sue lacrime |
| mentre quel petto scarno ansimava gli ultimi, surreali soffi di quell’enigmatico incontro. |
| Dolcemente ella morì, e la sofferenza malarica che dipingeva quel volto si levò nell’aria |
| dell’opprimente mattino lasciando spazio ad un’esangue espressione, |
| ella era cadavere, |
| fredde lacrime, |
| i fiori bianchi sul volto del cadavere. |
| “Vivi ti prego” disse lui lacrimante, pur sentendosi in colpa poiché non riusciva a provare reale |
| dolore per quella creatura morta in agonia nel suo letto. |
| “Non morir e mai” poggiò la di lei testa inerte sul cuscino e la osservò silente, la osservò per lunghe |
| ore nell’ombra e nel silenzio. |
| Bevve tantissimo. Si trascinava per la città che si stagliava in alto per poi incombere su di lui, il |
| male era nella sua bocca, nei suoi occhi, nel suo dolore. Era pomeriggio, un soporifero pomeriggio |
| deserto, il sole incombeva, e lui era solo, solo e senza senso. |
| Il corpo esamine di quella donna era ancora nel suo letto, forse ci sarebbe rimasto per sempre, come |
| un’ombra ch e aleggia fluttuante nella debole luce dell’eternità. |
| Barcollò fino all’indirizzo mosso dall’ignoto, nell’assurdo orbitava inerme, volteggiava trascinato |
| da esso come un a foglia lambita dal vento. |
| Un vecchio casermone cadente era il posto che lei gli aveva indicato, antichi spiriti erano appollaiati |
| eterei come l’angoscia sull’imponente edificio, la tristezza del tempo lo incrostava come lacrime di |
| sangue rappreso, una fosca atmosfera s’ergeva morbosa come una donna folle e altera, decadente, |
| ornata sontuosamente da un maestoso squallore. |
| Valicò l’alto portone, era umido dentro, tutto veniva cinto con cupa leggiadria dalla penombra, u n |
| effluvio acre di cibo lo investì, si udivano delle voci confuse, lontane, che sapeva non gli |
| appartenevano. |
| Salì le scale, una magica angoscia gli opprimeva il petto, un profondo senso di solitudine; quel |
| luogo sembrava morto, nemmeno il fruscio del moto soffiava sul suo volto. |
| Un nano uscì da un buco nel muro, i suoi vestimenti erano laceri, sembrava atrocemente crudele, |
| appariva come un male grottesco che sbuca dal nulla, sorrideva nella sporcizia di quel luogo |
| diroccato. |
| “Vieni, vieni qui eh eh eh…vieni, vieni”. |
| Lui andò, più si avvicinava e più scorgeva l’assurdità di quell’essere, il senso di sconforto che egli |
| emanava dal suo sudicio buco, furono l’uno di fronte all’altro, quell’essere sembrava irreale nella |
| sua estrema, viscida consistenza; aveva paura di lui, o forse si sentiva solo smarrito. |
| “Vieni, entra d entro” e in questa espressione il nano era stato rassicurante e gentile, come se quel |
| buco fosse stato una sontuosa dimora. |
| Sparì all’interno ed egli lo seguì poco dopo, sentiva di star penetrando qualcosa d’ignoto, quel |
| luogo era al di la della realtà, l’unico principio che lo accostava saldo alla fisicità era lo squallore, il |
| resto non aveva luogo: odori, sentimenti, temperatura e atmosfere a lui sconosciute lo investivano in |
| quella buia latebra ove non scorgeva il nano ne né udiva la presenza. Forse quella era la stasi, |
| quell’istante di tenebra che ci squarcia nel momento in cui decidiamo. |
| “Vuoi farti una sega ragazzo? Sei un rompipalle, credi che sia facile prendermi a pugni, brutto |
| stronzo, brutto stronzo, brutto stronzo…” |
| Udiva il nano lontano nel buio, la sua voce era un eco arcigno, ignorava quella voce, essa passava |
| su di lui come una soffice nube di fumo. |
| “Dove sono le mie ali” . Pensava. |
| “Testa, testa, testa di cazzo, ti sparo se non ti muovi, giuro ch e ti sparo, ti sparo nelle palle e la |
| finisci di fare il talebano terrorista con la barba, ti sparo e ti massacro, ti odio stronzo, stronzo, |
| vaffanculo, vaffanculo, vaffanculo.” |
| Il nano continuava con il suo folle monologo, la nube di fumo delle sue parole prendeva |
| consistenza, cominciava a infastidire la sua passività, era armoniosamente atroce e costante nel suo |
| innalzarsi come il ronzio di uno strumento elettrico, il lamento dell’opaca follia umana, le ali. |
| Finalmente vide il nano nel buio, restarono immobili, poi il nano disse: “Tu stai cercando qualcosa |
| che va al di la di una scopata con le troie che stanno qui, magari anche quello ma a te serve un’altra |
| cosa, una cosa che solo io ho, che ti fa passare la voglia di sgropparti quelle negre, io te la darò ma |
| tu dovrai fare una cosa per me.” |
| “Cosa?” Disse lui. |
| “Dovrai uccidermi, ah ah” e la sua risata rimbombò sulle umide mura. |
| Il piccoletto cominciò a correre in cerchio ridendo ancora, in modo sguaiato, disgustoso. Poi lui lo |
| afferrò e lo sollevò, vinse la paura, quel nano era un coglione, non poteva opporgli molta resistenza, |
| ma era reale? |
| “Mi hai rotto le palle nano, io sono un tipo paziente, ma non sto capendo molto…” |
| Il nano rideva ancora, e lui seppe che non c’era niente da comprender e, nulla da svelare, non |
| avrebbe ucciso quel nano perché quella bizzarra recita voleva trarlo in inganno, come al solito. |
| Lasciò cadere il nano e tornò sui suoi passi, lo sentì bestemmiare lontano, contorcersi nella rabbia |
| che s’incarnava nella sua piccola figura: “La società ti riaccoglierà, la società è fatta di coglioni, |
| festeggeranno anche il tuo ritorno coglione ah ah ah” |
| Uscì dal buco e fu invaso ancora dal silenzio del vecchio palazzo, il verbo taceva, i pensieri |
| svanivano, solo morbide e lente immagini. |
| Una meretrice silenziosa gli si avvicinava, sbucata da un corridoio, flemmatica, mistica come una |
| visione d’assenzio, surreale come un tragico fantasma. Paralizzato era ogni suono, silente anche il |
| buco nel muro, nulla si muoveva di quelle oscure forme, nulla tranne il letargico respiro della vita |
| che muore e che dunque è più viva nell’avvicinarsi alla morte. L’aria sembrava fluida, fatata come |
| l’angelo della non esistenza, l’angelo della malattia. |
| La donna lo toccò, era fredda e i palmi delle sue mani erano lisci come il marmo, neri e profondi i |
| suoi occhi, di cenere la sua pelle. Lo condusse in alto per le scale ancora in penombra, l’edificio |
| restava immutabile, il silenzio vagava per quei corridoi come un fantasma e lungo la ringhiera |
| compiva la sua danza incessante. Erano in un’ampia stanza diroccata e sudicia, la luce penetrava |
| opaca, sporca, il pavimento era rivestito da un sontuoso tappeto di rifiuti, alcuni colombi |
| svolazzavano inquietanti intorno. Il silenzio era infranto ma entrambi ancora tacevano, la donna |
| sembrava straniera, lo sguardo zingaro era eloquente, comprensivo, lo avviluppava con la sua |
| languida dolcezza. Il silenzio di quella donna ergeva un a sorta di oscuro, inscindibile fascino, egli |
| l’amò in un cosmico istante, l’amò mediante lo sguardo che avvolse lo sguardo di lei, ed entrambi |
| gli sguardi umidi e malinconici volteggiarono in alto, oltre il soffitto sgretolato, in alto ove |
| dimorano gli angeli. |
| Poi senza toccarsi, senza che egli bramasse le sue forme coperte si allontanò da lei, non riusciva a |
| provare una carnale eccitazione, non riusciva a comprendere l’alchimia di quella sensualità. |
| L’accarezzò dolcemente ed ella sorrise, come faceva a non temerlo? Come poteva? Poi la baciò |
| sulla fronte……e si gettò dalla finestra. |
| Cadde di lato e si lussò una spalla, provò sollievo nel sentire il dolore che si diramava in tutto il suo |
| corpo come un cancro, schegge di vetro lo ricoprivano facendolo sanguinare dolcemente. Si voltò |
| sulla schiena assaporando il patetico abbandono di quella situazione, guardò verso il cielo con lo |
| sguardo annebbiato dal sangue, l’angoscia lo oppresse, al di là del cielo vi erano ancora quelle |
| sbarre d’oro, egli le vedeva, le scorgeva brillare in una tetra luminescenza. |
| Poi sentì delle gocce sul volto, pensò fosse quella meretrice che piangeva sul suo corpo scempiato, |
| ma era la pioggia, la pioggia che cadeva abbondante mescendosi al suo sangue. |
| Quando rinvenì era sera, la pioggia scrosciava flebile inzuppando il suo dolorante corpo, tentò di |
| muoversi ma era assalito da fitte lancinanti, l’aria penetrò gelida nel suo petto come una nube di |
| evanescenti rasoi e lo squarciò dall’interno, tossì lungamente, contorto nella sua drammatica |
| impotenza, tossì sino a sputare sangue, provando tragico dolore. La pioggia si mescolava alla sua |
| agonia carezzandolo incessantemente, donandogli brividi gelidi; sembrava che quella stessa pioggia |
| volesse scioglierlo sull’asfalto. Riuscì a strisciare per qualche metro, rientrò nel palazzo ancora più |
| buio, tremendamente silenzioso come un cimitero senza croci, sperava che quella puttana tornasse a |
| curarlo coi suoi baci, ma sapeva che poi si sarebbe lanciato ancora, in un ciclo inguaribile di volo |
| discendente. |
| Ora che era al coperto e la pioggia schizzava al di là del portone aperto sentiva ancora più freddo, la |
| polvere gli si era appiccicata addosso, era penetrata nelle sue ferite mescolandosi al sangue. |
| Era rannicchiato e sudicio, tremante tossiva in spasmi d’agonia, zuppo e moribondo, eppure udiva |
| la pioggia fuori scrosciare, la udiva confusa invaderlo in un armonico fragore ch e riecheggiava nella |
| sua mente, il suo sguardo si annebbiò, e provò un languido torpore che sapeva sarebbe durato poco, |
| come una carezza d’hashish, udiva la pioggia, sentiva il dolore, ma non vedeva più nulla: la cecità |
| del volo discendente, la furia elegante che ottenebra la furia selvaggia. |
| “L’orso nero sta venendo a prenderti, odi il battito delle mie ali chiamarti in dolce musica?” |
| Era buio, ed egli si alzò, non seppe per ché, non seppe cosa cercava d a quell’agonia. |
| Barcollava ubriaco di dolore, annaspava sulle scale polverose strisciandovi come un verme sagace. |
| Giunse al buco ove aveva avuto il colloquio con il nano, per terra vi era una bottiglia di vino bianco |
| piena per metà, con le mani spaccate e doloranti l’afferrò, con flebile forza, la scolò mentre l’alcol |
| gli bruciava le labbra e la gola per poi infrangersi con subdolo impeto all’altezza del suo petto |
| spaccato. |
| “Nano, nano di merda esci fuori, farò come vuoi, ti ucciderò.” Il silenzio regnava vetusto, solo la |
| pioggia si udiva, l’orso e il corvo giungevano a prenderlo, questo lo rendeva felice, ma voleva |
| valicare la gabbia d’oro, voleva volare al di là di essa. Entrò nel buco e tossì ancora a causa della |
| polvere, sentiva il sangue impastargli la gola, era buio, fitto e impenetrabile, buio che era ansia, |
| ansia nociva al sinuoso retrogusto di fluoxetina cloridrato. |
| “Nano” urlò sputando sangue, e il grottesco esser e spuntò da un pendio di rifiuti, sardonico e cattivo |
| come sempre: “Sei tornato strano coglione, cosa vuoi?” |
| Egli afferrò una pietra tagliente e l’appoggiò sulla fronte, la fece scorrere verticalmente lungo tutto |
| il suo volto, poi sussurrò: “Voglio la via, ti ucciderò.” |
| Abbrancò il nano e lo violentò di colpi confusi e imprecisi, il nano rideva, rideva implacabile. |
| Afferrò una pietra più grossa e schiacciò quella piccola testa, il nano morì rivelando il segreto: |
| eloquente vi era nella su a mano destra una siringa di eroina, lui la prese e il suo corpo dimenticò |
| ogni dolore, la sua mente sulle ali di una sbiadita coscienza guidò la mano verso la vena, la vena |
| che era la sua unica via verso un sentiero introspettivo, lui era l’eroina che percorreva un fiume di |
| sangue che era la sua vita, quel fiume che non poteva avere esistenza in altro luogo se non dentro di |
| lui; la sua vena era la fosca strada. |
| Si iniettò il vivo liquido ebbro di una mistica estasi, il suo corpo svanì, volteggiando evanescente in |
| un’abbagliante cortina di luce, fluttuando nel surreale scenario della sua esistenza. Vedeva la città, |
| la terra, l’universo rimpicciolirsi, scomporsi, sfumare sotto il suo volo. |
| La gabbia d’oro si avvicinava, la scorgeva in tutto il suo virulento bagliore, lo abbagliava di febbrile |
| trepidanza. Fu a pochi centimetri da essa, stava per toccarla, sentì di stare per sfiorarla in un |
| morbido, frusciante tocco, ma di colpo cadde. Cadde ancora nel buio senza appiglio alcuno, |
| precipitò in basso come un angelo, un angelo in un volo discendente. |
| “L’orso nero sta venendo a prenderti”. ©Davide Giannicolo |
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