sabato 28 febbraio 2026

Farfalla di Ferro

 


Farfalla di ferro

Con ali taglienti

Mi ferisce il cervello.                                              

                                  Davide Giannicolo

mercoledì 18 febbraio 2026

Fabbrica


Nella penombra delle Fabbriche, in albe d’angoscia, aleggia il pallido fantasma del Conte di Lautrèamont, avvolto nel suo mantello nero.

Scarti, rifiuti in quantità colossali, vengono prodotti da queste prigioni del sentimento.

Ma anche liquami umani, vittime ignare di un’umanità suicida: Disperati giocatori d’azzardo, alcolizzati, tossici, puttanieri, pornolesi, derelitti indebitati a cui hanno pignorato l’anima, bugiardi cronici, fuggiaschi d’ogni sorta, creature prive di coscienza che vagano senza meta compiendo gesti automatici di cui hanno dimenticato il senso e l’origine.

Mentre getto via tonnellate di carta prodotta inutilmente, unicamente al fine di servire il culto irreale dell’oggetto, i miei scritti svaniscono inediti nel crepuscolo di una notte senza sogni. Comprendo l’effimero non senso di questa vita: i miei scritti, che più d’ogni altra cosa hanno bisogno di carta, la vedono accartocciarsi e andare al macero, senza poter descrivere le sfumature dell’infinito a cui ambiscono. Vengono condotti su rotaie arrugginite, lungo dune taglienti di polvere di vetro malamente smaltito, dritti su un burrone di scogli appuntiti non temperati. 

Nulla muore realmente così come nulla esiste.

Questi luoghi, le fabbriche, producono fame, desideri vuoti e insensatezza, maciullano le ossa, accelerano la morte e la decadenza dell’individuo. 

Entusiasta faccio gli straordinari prostituendo la mia forza, abbrutendo il mio spirito, barattando la mia carne, che viene scippata a brandelli abbondanti dallo scheletro incrinato, mentre il sangue s’avvelena come la cuspide di uno scorpione di cui volevo farne frusta.

Il sole penetra attraverso finestroni opachi di tanto in tanto, ricordandomi di essere vivo. Pensieri autolesionisti mi accoltellano il cervello ottenebrandolo, esplosione cremisi dinnanzi ai miei occhi, torpore indecente subito dopo: sono stanco.

Finisco di confezionare inutilità costosa e autodistruzione di massa. La pianta del piede mi duole, sono in posizione eretta da ore, sollevando pesanti lastre che riflettono il mio volto segnato, nel quale faccio a volte fatica a riconoscermi; frattanto cerco di domare un drago di ferro che sbuffa vapori incandescenti in un lamento costante ed invitto di pistoni, ingranaggi e catene. 

Le temperature raggiungono vette disumane, le affronto in cambio di pane quotidiano, dignità e illusione di vita non vissuta.

Lautrèamont mi osserva, serio, con uno sguardo di rimprovero, lui sapeva già tutto, lui che che morì subito dopo aver varcato il portale della fine dell’adolescenza. Lui che è stato prigioniero prima di me.

L’incubo svanisce momentaneamente nello scandire delle ore come una goccia di pioggia sulla sabbia.

Coda di scorpione.

Antidoto.

Incoscienza.

Non sono morto!

Sfinito, 

rotto,

 sfibrato, 

violato, 

mi avvio verso casa a riposare,

buttando via le scorie dei miei sogni in una bottiglia di vino economico e un pasto frugale.

Il tragitto è dolce,

poiché come fosse uno spettro fugace,

qualche breve ricordo d’un tenero passato, 

forse mai esistito,

lenisce il mio dolore.

Poi dormo, 

il mio corpo ferito fluttua,

in una morte momentanea 

colma d’insoddisfazione.

Sono brevi, tetri istanti.

Poiché il tempo 

come osso di morto 

sgomita nei miei fianchi.

Già i gelidi artigli dell’alba,

Grigi,

m’accarezzano con voluttà la faccia.

Aspirazioni morte.

Ambizioni perdute.

È ora di destarsi.

Ancora!

Al fine di camminare come un sonnambulo

sui tristi cocci dei sogni infranti.

Davide Giannicolo

lunedì 2 febbraio 2026

Notti Irrequiete

 


Notte di sonni agitati.

Di sogni rubati a un passato remoto che mai più tornerà.

Alba di fabbrica, 

livida,

ammantata di rumori e follia.

Prigionia, 

ove sopravvivere cancellando la propria identità. 

Grigio carcere del sogno, 

realtà e fantasia non si distinguono più, 

avvinte come un cilicio rostrato

alla mortificazione delle carni.

Sonni agitati, 

la stanza affollata di spettri che soffoca il petto.

Giorni vuoti, 

che non riempiono neanche le notti 

di sogno, 

di speme,

di vaga, 

seppur lieve ambizione.

Davide Giannicolo