lunedì 11 giugno 2012

Deicidio, il poema dell'ascesa, canto III


La strada era lunga,
i cadaveri molti,
Deicidio si nutriva delle loro carni.

Poi un caverna,
l’antro della follia,
Deicidio vi entrò.

Follia era in ginocchio,
nuda bellezza distorta,
cicatrici segnavano una pelle che mai conobbe il liscio velluto
che almeno Deicidio aveva provato.

“Contiamo le nostre cicatrici donna?”
Non si aspettava risposte,
era tempo che non credeva più alle risposte.
Ma Follia aveva più cicatrici di lui,
Questo bastò ad infastidirlo.

Una risata agghiacciante,
e quel corpo decadente, bello e scheletrico,
finalmente dimostrò d’esser dotato di languide movenze.

In ginocchio follia fissava Deicidio,
occhi vitrei,
le sue costole sembravano un’armatura ;
nulla è ciò che sembra,
banale ma vero,
in parte
solo in parte.

“Ti uccido!”
Follia parlò,
un’altra donna,
tutte così belle.
Nella sua immobilità, il demone chiamato Follia
Innervosì Deicidio,
che le sfondò le costole con un calcio,
non  era un armatura,
nulla è ciò che sembra,
la banalità a volte è così potente.

Follia sorrise,
ma non era innamorata,
il sangue bagnava le sue stupende labbra disidratate e spaccate.
Poi s’alzò,
e mille violini suonarono.

Deicidio danzò con Follia,
ipnotizzato da quell’oscurità fu vulnerabile,
e Follia accoltellò la schiena del ribelle,
sorrideva Follia,
danzava bene.

Ma Deicidio sin da bambino aveva conosciuto le carezze della lama,
lui che si strappò il cuore per non amare.

Follia,
che ormai amava Deicidio,
 fermò i violini,
una nuova danza:
l’estasi dell’amplesso,
il corpo scheletrico e i seni cadenti di lei si mossero agili sul maestoso viandante.
Poi ella abbandonò il suo amante.
“Và, io non ti fermerò.”

Deicidio aveva nuove cicatrici,
questa volta il loro sapore era estremamente dolce.
Lode a Follia,
bellissima e pazza.
Una risata riecheggiò nella caverna,
una risata terminante in un pianto,
singhiozzi che accompagnarono Deicidio lungo il suo cammino.
Lode a Follia,
bellissima e pazza.
 
                           Davide Giannicolo

mercoledì 23 maggio 2012

Divina d'orrore



Pallori diafani sul suo corpo,
porcellana gotica.

Ali d’ebano nere,
mio malato angelo.
Corvine le chiome
fluttuano librate
nel turbine della sua bellezza.

Incede,
languida, nera duchessa decaduta.

Ai polsi profondi tagli,
la bellezza del suicidio
aleggia nei sublimi lineamenti suoi.

Nel nero velluto delle consunte vesti,
scorgo tracce di lutto che accarezzano
il lugubre pallore delle membra.

Poi le sottili dita adunche e fragili e
il cremisi, rubicondo, eterno bacio
dell’affilato stiletto sui suoi polsi.

Gemelle fiamme di tormento i suoi occhi,
incantano di malinconia straziante.

Vaga mesta per cimiteri d’autunno,
celebra la morte,
divina d’orrore ella muore e risorge ogni notte,
e nemmeno la fiamma del mio peccaminoso amore
riscalda le sue membra gelide.

Testo di: Davide Giannicolo

Desiderio




Un candito frutto,
cinto di carnale disio,
sulla terrazza arsa dal sole
indugia.

Allungo le mani,
deciso
nell’atto di coglierlo.

Soavemente le mie dita
all’apparenza brutali,
carezzano la superficie liscia e sinuosa
che sembra carne ardente.

Fremono le foglie
al mio tocco leggero
che man mano
di desiderio è impregnato.

Un mango succoso
o qualcosa di simile,
poiché in terra
mai ho scorto
qualcosa ad esso affine.

Si agita,
spasmodico,
il mio desiderio,
ed è più forte di qualsiasi moto interiore
l’impulso di posarvi le labbra.

La mia bramosia,
diviene ossessione,
assaggio avidamente
la vellutata scorza
che racchiude in sé
sapori riconducibili ad un metafisico incanto.

Ed eccomi ubriaco
del succo divino,
stordito,
ormai totalmente assoggettato
a quella malia delicata
dal vivido sapore.

Sento quasi dei gemiti soffusi
innalzarsi,
mentre il sole ardente
infiamma questo singolare amplesso,
poiché io sono carne
che s’unisce sempre più con vigore
a qualcosa che è composta
dell’essenza di un fiore.

Maggiormente si dischiude,
aprendosi completamente alle mie labbra
ormai avide,
polpa sublime,
rossa,
intrisa  d’essenza divina.

Chiari sono i gemiti adesso,
di entrambi,
il frutto e la carne,
si mescolano divenendo un'unica cosa,

era forse intriso di un narcotico elemento
quel succo vermiglio
che ora cola dalla mia bocca mai sazia?

Poiché mi sembra d’entrare totalmente
in quella densa,
inumana porta,
che la buccia mi ha aperto
concedendomi l’estasi.

Fremo,
e pare che anche il frutto lo faccia,
s’innalza l’incanto,
unendoci in questo banchetto surreale.

Cos’ho realmente fra le mani
Se non desiderio?



Testo: Davide Giannicolo
Immagini: Caravaggio e Fabrizio Beretta

giovedì 8 marzo 2012

L'aurora incantava il mio volto ferito

L'aurora incantava il mio volto ferito,
e con le sue eleganti dita diafane
lo rendeva bello,
bello perfino sfregiato com'era.

La bellezza invadeva i nostri cuori,
fiori di carne,
leggiadri pocomai.

E un abbraccio d'amico
ottenebrava
a volte il dolore.

Ma noi stupidi
volevamo le aquile marchiarci d'onniscenza.

Finchè un giorno,
ferito al volto a causa d'un duello
fui costretto al riposo,
a spartir la solitudine
col mio cane mastino.

Ma la bellezza m'inseguiva,
cangevole d'aspetto,
sempre superba,
dolce solo per uccidere.

Poi ho scordato le alchimie del tempo,
ho lottato con fulmini,
cavalcato diamanti,
e la bellezza non si sà
se mi inseguisse o sfuggisse.

Tarantole insidiose d'alterigia,
mi dissero attraverso le stelle
d'abbandonar me stesso.
così che le Lamie,
credendomi morto
scempino il mio cadavere.

                                         Davide Giannicolo