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domenica 16 marzo 2025

Una passeggiata con Edwin



Maria Clemm, la zia di Edgar Allan Poe, dopo la morte di suo marito, se la passava veramente male a livello economico. Si vide quindi costretta a vendere Edwin, lo schivetto negro di famiglia, che oltre a essere una bocca in più da sfamare serviva a poco e niente. 

Maria per Edgar più che una zia era una vera e propria madre, dato che lui la sua l’aveva vista morire  sputando sangue a causa della tubercolosi quando era ancora un bambino. Fu naturale dunque assegnargli quella facile commissione, come mandarlo a comprare il pane. 

“Edgar, mio caro, ho deciso di liberarmi di Edwin, non possiamo più permetterci di mantenerlo, non è che mi faresti il favore di farmi da agente e andare a venderlo per conto mio? Lo darò via per quaranta dollari, è un prezzo basso lo so, ma ne abbiamo bisogno, poi ci scapperebbe fuori anche una bella mancetta per te.”

Edgar già si vedeva in taverna, con qualche dollaro di cresta, in fondo bastava occuparsi dei documenti di vendita, togliersi dai piedi quel negro rompicoglioni nella transazione e magari sfotterlo pure un pò mentre lo lasciava nelle mani di qualcuno meno delicato di zia Maria, che lo avrebbe scorticato di bastonate dalla mattina alla sera. Insomma Edgar Allan Poe già pregustava la sbronza quando rispose: 

“Ma certo zia Maria, me ne occuperò io, non devi affatto preoccuparti, sarà una transazione semplicissima e io ti farò da agente.”

Era il 10 dicembre del 1829, alle tre di pomeriggio, quindi dopo pranzo e ovviamente con una massiccia dose di liquori post dessert in corpo, con un freddo rigido che gli infiammava le guance scaldate dall’alcol, che Edgar Allan Poe presentò l’atto di vendita dinnanzi a un giudice di pace e cedette Edwin per quaranta dollari; un prezzaccio, come se il negro fosse una cassapanca tarlata di seconda mano.

Un po’ di firme e l’affare era fatto, Edwin adesso apparteneva a un certo Henry Ridgway, a quanto pare nero a sua volta, una cosa veramente surreale nonché aberrante. Edwin sarebbe stato però ceduto per contratto il primo marzo dell’anno successivo. Dunque Edgar Allan Poe doveva sorbirselo a casa della zia ancora per qualche mese. 

Quello sfaccendato scansafatiche che gli rubava la minestra mangiando gli avanzi che toccavano a lui, che per campare si era dovuto arruolare nell’esercito. Non fu facile sopportarlo, fortunatamente non era quasi mai a casa, i soldi del servizio li aveva incassati e si erano immediatamente tradotti in vino, ma aveva promesso alla zia di portarlo dal nuovo padrone personalmente, sempre dietro una piccola mazzetta.

Giunse il primo marzo del 1830, Edwin doveva cambiare casa e Edgar lo accompagnò, doveva prendersi i quaranta dollari e farsi una bella cresta, voleva bersi tutta la sua parte alla faccia del negro.

Era una bella giornata a Baltimora, piena di corvi svolazzanti nella pioggia di un marzo pazzo.

“Dai su mio caro Edwin, non fare quella faccia triste, vedrai che starai bene!”

Un ghigno malefico si allargava sotto i baffetti di Poe che aveva l’ombrello mentre Edwin si beccava lo scroscio della pioggia e qualche corvo planando in basso tentava di cavargli un occhio.

“Lo so che non vedrai mai più i tuoi amici, la tua famiglia, tutti i tuoi affetti, che magari verrai picchiato a sangue tutti i giorni, mica hanno tutti la mano delicata come zia Maria, ma quei quaranta dollari ci servono Edwin, mica potevamo mangiarci la tua carnaccia. Dai tirati su, magari un giorno troverai uno scarabeo d’oro!”

Il negro taceva con la sua faccia triste, giunsero all’abitazione di Ridgway. 

Edgar si liberò di Edwin mettendolo nelle mani del nuovo padrone sull’uscio di casa di quest’ultimo; intascò i quaranta dollari e quando la porta si chiuse non li rivide mai più, lasciando ai negri quel che era dei neri e agli schiavi ciò che loro spettava.

Aveva ore di studio da compiere, cosa se ne sarebbe fatto Edwin invece della libertà? Avrebbe poltrito ed evitato la fatica, come già faceva da schiavo, anche se qualcuno qualche secolo dopo avrebbe detto il contrario, che Edwin magari avrebbe potuto scrivere       “Il Corvo” ma si sa che c’è sempre qualche cialtrone che rema contro corrente a dire la sua castroneria.

Dei quaranta dollari a casa Clemm ne tornarono solo trentacinque, cinque li aveva scialacquati Edgar in una gara di versi in taverna, che perse, di conseguenza dovette pagare sia le sue consumazioni che quelle dell’avversario, più qualche altro bicchiere di consolazione. Un corvo, uno solo volava sulla taverna malfamata di Baltimora, il corvo dal nero piumaggio della poesia.

Voi penserete che tutto ciò non è giusto, che Edwin era un essere umano e non meritava un simile trattamento, ma cosa devo dire io, che dopo secoli da questa vicenda, ammiratore di Poe, vedo ogni giorno un Edwin che mi guarda su un muletto? Lo vedo chiaramente che si venderebbe la mia vita per meno di quaranta dollari.


Davide Giannicolo


Note dell’autore:

Questo racconto si basa su una storia vera, realmente Poe vendette Edwin per quaranta dollari per conto di sua zia Maria Clemm e qui ne riporteremo gli atti originali conservati nella Poe Room alla Enoch Pratt Free Library, la biblioteca pubblica di Baltimora. Dove si trovano tutt’ora.




Come prima fonte vorrei citare il preparatissimo Daniele Imperi senza il quale questo racconto non avrebbe avuto vita dato che a ispirarmelo è stato proprio il suo articolo riguardante l’argomento che potete leggere qui: https://edgarallanpoe.it/schiavo-venduto-da-poe/ 

Fonte inesauribile sulla biografia di Poe che ho contattato personalmente ai fini di questo breve racconto.

Altra fonte utile, in lingua inglese, è stata la seguente: https://baltimorehistories.substack.com/p/edgar-allan-poe-and-edwin-the-enslaved 

 




mercoledì 25 ottobre 2023

Satana

 


La luna penetrava gli specchi della casa vetusta, fascinosa e oscura come una bella e pericolosa donna dalle forme pallide cinte di neri drappi. Nella stanza illuminato dai raggi spettrali vi era un uomo, un vecchio stanco e stordito dal tempo, un vecchio uomo che non aveva mai imparato a vivere. La notte incombeva su di lui e ne era nuovamente commosso, dopo averla rivista innumerevoli volte, ogni volta diversa, ogni volta ammaliante; perpetua e memorabile, che però lo stordiva come oppio col suo mefitico effluvio, consumando la sua mente facendosi pagare quel fascino, svanendo crudele, evanescente.

L’uomo era inerte sulla sua poltrona, il buio era come un sottile velo, la luna era alta: enorme. Egli non voleva muoversi, voleva attendere nella tenebra quell’oscuro, avvilente richiamo che aveva tormentato la sua lunga vita, l’ignota malia che si susseguiva nei suoi lunghi anni. Era assorto dal felpato tocco della notte, ogni suono era musica, il silenzio era musica.
Eppure anch’esso assordante, perpetuo, che si avvicinava allo splendore di una mente in delirio. Nel silenzio il vecchio udì un flebile suono, quasi un lamento che danzava lugubre nella notte. Acuì il suo udito, cercò nel silenzio e udì nitido lo spettrale verso, come lambito da un sogno oppiaceo lo ascoltò lungamente, si confuse con la sua mente e penetrò con violenza dentro di lui, sfuggente e allo stesso tempo lento, morboso.
Poi il diafano velo che gli appannava gli occhi si allargò fluttuante e magico ed egli guardò fuori, viveva in una foresta, i pini erano un’immensa massa nera, un maestoso monumento di tenebra. Il suono si udiva ancora, ed egli lo seguì lentamente, scese la rampa di scale di legno e lo scricchiolio delle travi marce fu il primo rumore che carpì. Tanto era vecchio che le sue ossa apparivano nitide, era nudo, e la sua pelle era simile ad un velo diafano posato sul suo scheletro fragile, il suo passo era inquietante, leggero, spettrale.
Apri l’uscio di casa e uscì nella notte gelida, nudo sembrava un fantasma, seguiva il suono che gli gelava le membra più del vento tagliente, vicino esso risuonava invadente mentre la luna illuminava il di lui corpo bianco rendendolo fulgido. Fu invaso da un fremito quando intravide il bianco fautore di quel verso, come un barbaro idolo una grande capra belava ammantata dalla tenebra. Attendeva l’uomo, e quando egli giunse cessò il suo verso fatato.

La capra avanzò, gli zoccoli si udivano nel silenzio, forse un cimitero lontano cantava. L’uomo guardò l’animale negli occhi, riconobbe una luce, una luce che non aveva mai visto negli occhi di nessuna capra; erano freddi e spietati, selvaggi e affascinanti come quelli di un lupo. L’animale avanzò ancora con decisione flemmatica, e lui si sedette in terra, nudo, senza comprendere ancora perfettamente, pervaso da un malsano flusso di sangue che avvampava il suo cervello seducendolo a morte. Sentì il gelo carezzargli la nuda pelle, violentarlo; un amplesso sclerotico con la natura si compì, un intimo, violento abbraccio ove egli era schiavizzato e ucciso dal piacere delirante di quel contatto con la sua epidermide. Poi un nuovo elemento si aggiunse alla violenza masochista di quell’accoppiamento, piovve, prima flebilmente eccitando il suo patetico corpo che giaceva tra le foglie morte, poi con fervore, pesantemente, flagellandogli le membra; riempiendogli la bocca mentre lasciva l’acqua strisciava sulla sua pelle, perpetua essa cadeva colpendolo dal cielo e suoi sensi erano accesi da quelle letali, dolcissime lacrime.
Nell’estasi impetuosa di quella maestosa mescolanza il suo corpo sporco da larghe chiazze di fango fu scosso da un gelido tocco, il naso dell’animale giunto sin lì con regale flemma annusava ora lentamente e con violenza le sue carni. Il suo cuore pulsò ancora più velocemente, riecheggiando nella sua mente, assordandolo col suo irruente battito. Ma la paura non vinse il vetusto fascino, il male, vivo, faceva quel che voleva della sua pelle, costringendolo all’obbedienza donandogli oscuro piacere. La capra morse un suo scheletrico fianco in modo inquietante, la poggia si mescolò al sangue e l’animale salì su di lui sanguinante, patetico lui sospirava al di sotto di esso che consumava l’atto blasfemo muovendosi spasmodico sopra di lui. Il belare appariva come una sinfonia di convulsi gemiti che sacrileghi s’ergevano accompagnati dal ritmo della pioggia.
Egli in terra stringeva a sè l’animale con deboli forze sentendo un mefitico alito caldo, penetrava la capra e sentiva sparire piccoli soffi di vita, essa invece appariva incessante e quella turpe scena ormai si consumava da lunghi attimi.
L’uomo sentì la sua mente estraniarsi dal corpo straziato dai denti quadrati dell’animale che belava inquietante su di lui, poi provò un fisico affanno e la morte, la sua vita svaniva evanescente e morbida come fumo sulle ali del peccato.
La capra belava ancora infierendo sul suo cadavere immoto, lanciando ancora quello straziante suono nella notte, violando quelle spoglie mortali sacrilegamente, con ossessione e perversione animale scempiava quel corpo morto, con truculenta e macabra passione.

Davide Giannicolo

venerdì 30 dicembre 2022

Frantumi

 


Se ne sta a gambe larghe la vampira beffandosi di Lovecraft che voleva fottere una stella marina venuta dallo spazio o metterlo tra le valve di una vongola gigante. Il divino Catullo invece, senza complimenti se la scopa, troppo inebriato per badare al castello gotico che troneggia alle sue spalle e di cui non conosce l’architettura ai suoi occhi aliena. A dar man forte arriva Poe che però c’è l’ha troppo moscio, non disdegna però di fermarsi a contemplare, come un guardone tra le tombe, il quartetto di donne morte che si cimenta in saffiche effusioni poco distante da lui.

Ci pensa De Sade a squarciare il velo del tempo, e col potere di verghe di carne oltre i parallelepipedi della forma fa sbucare dagli scaffali dove si attarda la bibliotecaria otturata dal desiderio carnale, che mai sfoga, cazzi svettanti che la penetrano ovunque, lasciandola in una pozza di densa semenza.


È già successo altre volte tra i corridoi del supermercato, ma l’incantesimo è labile e le spranghe di carne e vene pulsanti si sgretolano inghiottite da una dimensione irreale ricca di falle. Le verghe si tramutano in tentacoli che tormentano un nuovo corpo in sacrificio.


Una schiera di nerd glabri si masturba ferocemente con la bava alla bocca, rendendo i propri glandi rossi e incandescenti come il cuore di un vulcano. Catullo è allibito innanzi alla visione, tenta di sbatterlo tra i denti di uno di questi impulmi sacerdoti del dado a venti facce, avviene una deflagrazione, densa poltiglia scarlatta viene lacrimata dall’occhio di un ciclope che presenziava nel buio del tempio immondo, tutto muta nuovamente, i tentacoli divengono tenebra tormentata, buio fitto senza fine.


La bella guerriera ci prende per mano estinguendo ogni timore, la sua forma è cangevole come in un sogno. 




La forma, gli odori, non esistono più. Forse solo il tatto persiste sul filo della spada lucente. La bella guerriera è alla foce del sogno, diamanti e serpenti dagli occhi d’opale mutano continuamente le sue forme ultraterrene.


È evidente che non ci è concesso restare a lungo in questi luoghi, il dolore di una polluzione di sangue mi presenta una novella Juliette, è lei la definitiva forma che mi conduce, da solo, nello scantinato dove la nuova Justine è stuprata da Goblin e Orchi come quella volta, nel ‘700 lo era da Volcidor e compagnia.


Non mi resta che risalire il flusso della lacrima e tornare nell’occhio del ciclope ma Juliette mi prende per mano, dirigendo il getto veemente della mia eiaculazione al di là del precipizio del cosmo. Juliette, la puttana cosmica, diviene astro fulgente a sua volta, nulla più potrà tornare uguale a prima, ora che la sacerdotessa di Sade m’accompagna in questa valle di corpi smembrati che posso accorpare a mio piacimento in un gioco di forme di cui ella stessa mi ha svelato la magia.


Allora ragazze fottono zombie in nefaste fantasie erotiche tra pareti di carta di riso, una putrescenza tipica delle menti storpiate che affogano nel loro stesso sperma.


...E nel Giappone feudale, forse la stessa forza malevola, muove strani istinti vampireschi in nobili case.



Vermi brulicano tra i glandi marcescenti, la morte prende vita, Catullo non sa se buttarsi nella mischia o suicidarsi.

La fanciulla di ferro si inginocchia, la differenza consiste in quale lato dell’immenso dado a venti facce, fatto di membrana carnale, l’immensità del tutto deciderà di eiaculare.



Davide Giannicolo 

domenica 27 febbraio 2022

Appuntamento al Cimitero

 




Eravamo adolescenti, leggevamo fumetti di Ghost Rider, che noi chiamavamo affettuosamente Ghost, prima ancora che fosse solo concepibile farne un film. Ascoltavamo musica Black Metal, bevevamo birra e vino da poco, magari mangiando una pizza su una panchina arrugginita o fuori ai tavolini di qualche bettola che puzzava di olio fritto non sostituito. Internet non c’era, tantomeno i cellulari, ce ne stavamo in strada, anche in pieno inverno, a gelarci mani e faccia, vivevamo in un paesino di periferia e mentre tutti gli altri facevano cose che a noi sembravano stupide o quantomeno poco interessanti, noi ce ne stavamo in una realtà tutta nostra, fatta di teschi, argento e birra Peroni.

Io ero molto attratto dalle atmosfere gotiche, il vampirismo, le donne spettrali e pallide che passeggiano avvolte in un lenzuolo trasparente in piena notte sul ciglio di una strada deserta. Misterioso, irrequieto viandante mi ci sarei voluto volentieri imbattere, vittima di vampirismo finalmente fuori dallo squallore della quotidianità.

Un sabato sera, intorpiditi dal freddo e resi coraggiosi dalla quarta birra in bottiglia della specie grande(come Lautréamont definirebbe uno scorpione) un mio amico mi rivelò di conoscere un accesso al cimitero, ci saremmo potuti entrare  facilmente anche di notte seguendo le sue semplici istruzioni. Era interessante, certo più di un’altra serata su di una panchina a gelarsi le natiche fumando sigarette birra dopo birra.

Andammo spediti fuori dal muro di cinta, attraverso i cancelli i lumini ci chiamavano, tremolanti e rossi, a una tetra serata di gala. Era atmosferico, romantico, superbo, lontani dalle luci dei palazzi vedevamo solo il cielo nero e le fiammelle scarlatte brillare davanti a noi. Il cuore batteva forte, le emozioni facevano sospirare, come a un primo appuntamento.

Scavalcammo e ci trovammo dentro, il mio amico aveva trovato una strada veramente comoda, chiunque sarebbe potuto entrare, effettivamente chi si sarebbe sognato di profanare un cimitero di notte?

Vagammo un po’ tra le tombe, in un silenzio frusciante e sacro, nessuno di noi osava aprire bocca.

Fu poi il momento di andar via, ognuno alla propria casa e alla realtà infame, ma nessuno di noi, anche quando ormai eravamo in strada sotto i lampioni, sembrava più lo stesso di prima. Era come se quel luogo ci chiamasse da lontano, non pensammo ad altro finché non ci decidemmo a tornare. Questa volta solo in due, perché intanto il terzo(eravamo in tre la prima volta) non dava più notizie di sé da una settimana.

Scavalcammo nel solito modo, era notte fonda, ma immediatamente la nostra inquietudine fu destata da uno strano fenomeno, il silenzio era infranto da uno sciabordio ipnotico, notammo subito che una fontana  era aperta, l’acqua fluiva abbondante, qualcuno aveva dimenticato di chiudere il rubinetto? Era plausibile. 

Camminammo per un po’ tra i marmi funerei, le luci dei lumini proiettavano lunghe ombre danzanti intorno a noi. Udii una risata di donna, maliziosa, ammaliante, guardai subito il mio amico dritto negli occhi.

-Hai sentito?

Lui annuì, pallido come un morto, pietrificato dal terrore.

Vedemmo due ragazze rincorrersi tra le tombe, sembravano nude, ridevano e giocavano come fossero in un prato, poi si voltarono facendoci cenno di seguirle.



Io lo feci, senza badare al mio compagno, ero ipnotizzato, completamente ammaliato da quelle risatine soffuse, attirato come una falena dalla fiamma. Le seguii attraverso i vicoli tombali, quando correvano acceleravo il passo, quando si fermavano ricambiavo i loro sorrisi cercando di raggiungerle e unirmi a loro. Finalmente me lo consentirono, il mio amico era con me e ci accolsero tra le loro braccia, fredde come il letto di una grotta, ci accarezzarono, ci amarono, ci baciarono di baci maliardi, come mai nessuno aveva fatto fuori di lì. Era bello ma allo stesso tempo mi sembrava di sprofondare in una fossa di crisantemi mentre perdevo la mia verginità con uno spettro.

-È quasi l’alba, il nostro tempo è finito, ma voi tornerete presto a trovarci vero?

Disse quella che tra le due aveva i capelli neri come il cielo di novembre.

-Finalmente abbiamo trovato degli amici, stare qui da sole è così triste!

Aggiunse la bionda audace dagli occhi di ghiaccio.



Uscimmo dal cimitero di domenica mattina ai rintocchi delle campane della chiesa vicina, non potevamo credere a quanto vissuto, un sogno a occhi a perti del quale però, fortunatamente, eravamo testimoni l’un l’altro. 

Felici e vispi, avevamo perso la nostra verginità e ci sentivamo uomini, poco importava se quelle due fossero fantasmi, vampire o dio solo sa cosa. 

-Torneremo appena possibile vero?

Dissi sorridendo al mio amico.

-Certo, sono meravigliose, e quando le troviamo io e te due così?

Nessuno di noi fece domande, inutile inventarsi scuse, quelle due non potevano essere vive, troppo facile pensare che fossero come noi, ragazze in carne e ossa, attratte dalle tetre atmosfere cimiteriali.

Decidemmo di andare a trovare il nostro amico, quello che era venuto con noi la prima volta e ne era rimasto angosciato, pur convenendo di comune accordo di non fargli parola delle due ragazze, poiché già ne eravamo gelosi e volevamo tenercele per noi.

Il nostro amico non era in casa, lo avevano trovato il giorno prima, morto, col collo spezzato, proprio nel cimitero. 

Tornare o non tornare? Voi che avreste fatto?

Il richiamo non ha mai cessato di tormentarci. 

Davide Giannicolo

....Potrebbe Continuare...

giovedì 6 ottobre 2016

L'immane Ombra della Bestia



L’immane ombra della bestia

So che sei lì,
accovacciata nel buio
attendi.
Sento il tuo affanno
paziente,
incalza però
come a volermi incitare.
Non mi metti fretta,
sai che sono fragile,
che compirò il mio errore,
resti muta,
m’osservi.

Eppure io credo
che ti fidi troppo di te stessa,
bestia ansimante.

E’ vero sei enorme,
la tua mole è spaventosa,
non riesco a stabilire i tuoi contorni;
mi affascini,
mi affascini sì,
poiché so che mi vuoi,
sei l’unica cosa
che sin da quando sono nato
mi ha sempre desiderato.

Hai annusato nell’aria nottetempo
cercando il mio effluvio
fino a trovarlo
accanto al mio giaciglio natale,
mi hai visto crescere,
seguendo il mio passo,
e io sapevo che eri lì
già in attesa di me,
come una madre condiscendente
 aspetta che il suo infante
smetta di giocare.

Non vedi l’ora di uscire dall’ombra,
mia bestia dalle fattezze non definite,
non vedi l’ora di mostrarti a me
e cessare di far sì che io supponga soltanto
di quale natura sia il tuo ferino volto.

Attendi oh bestia insonne,
desiderando le mie carni,
mi seduci,
ancora,
poiché sei l’unica che crede
che io abbia un buon sapore.

Vuoi recidere i fiori di gentilezza
che ho fatto spargere sul mio corpo
affinché tu non mi scorga.
L’hai visto tu stessa
non è servito a molto,
ti ho sentita
mentre ridevi dei miei vani tentativi di raggiro,
ho udito il tuo ghigno gutturale di iena-orso.

Non ti odio bestia,
ti amo,
visceralmente,
e non vedo l’ora che tu giunga.

Il punto è che non amo essere dominato,
e credo proprio
che sarò io a uccidere te;
ma forse
nell’attimo stesso in cui divellerò  le tue mascelle,
noi ci abbracceremo,
e sogneremo
e bramiremo
e
sarò perduto.

                                      Giannicolo Davide


martedì 17 marzo 2015

FIGLI DELL'OLTRETOMBA




Noi siamo i figli dell'oltretomba
e la luce ci fiacca le membra.

Noi conosciamo il rovescio
e la lapide dal sotto.

Noi siamo invulnerabili,
né la vita né la morte
ci toccano più.

Noi ridiamo della brezza,
del frastuono,
delle melense,
umane moine.

Noi non andiamo
né veniamo,
ci adagiamo sui secoli
e attendiamo il rogo delle stelle.

Davide Giannicolo