giovedì 1 dicembre 2011

Guerriero morente

Mi afferra dall'interno,
lasciandomi senza requie
nè respiro.

Velata la vista
che ottenebra
ogni mio sentore

mentre sento abbandonarmi
le mie forze di guerriero.

Davide Giannicolo

Il fiore affilato

 
 


      
 Erano anni che Vito stuprava le signore e rubava pensioni, anni in cui la polizia sorvegliava inutilmente in  cerca di un colpevole mai identificato.
Viveva nella sua topaia, affittata per pochi spiccioli in uno sporco e mal frequentato alberghetto della stazione centrale, i suoi compagni di stanza erano scarafaggi e  pidocchi, solo che tra loro non erano molto amici,  li scorgeva continuamente a farsi la guerra saltando di qua e di là.
Almeno aveva uno svago originale, una volta aveva visto uno scarafaggio aggredito da uno sciame di pidocchi, uno spettacolo degno di un arena.
Vito non sapeva perché viveva così, sapeva soltanto che la vita per lui non aveva particolari attrattive, era un tipo selvatico, strano, totalmente fuori dal mondo e forse ne era anche inconsapevole, nel senso che credeva che quella fosse la normalità.
Se ne stava sdraiato sul sudicio letto sfondato mentre i pensieri si rincorrevano, fluttuando come fantasmagorie evanescenti dalle tinte ineffabili.
Le vecchiette non gli davano più soddisfazione, cominciava a sentirsi disgustato. Era anche stanco delle puttane da due soldi, aveva bisogno di qualcosa di veramente suo, qualcuno da allevare, capace di fargli compagnia, una bambina magari.
Quel folle pensò addirittura all’adozione, chi gli avrebbe affidato un ragazzino?
Le sue condizioni erano simili a quelle di una bestia, mangiava cibo precotto, carne rancida, pane duro, doveva minimo visitare dieci vecchiette al giorno per beccare abbastanza soldi da consentirgli di cambiare stile di vita.
La bottiglia di bourbon scadente emanava ambrati riverberi attraverso la sua liquida consistenza, appariva come uno sguardo carezzevole ma allo stesso tempo pericoloso, denso fondale di un lago composto unicamente di passiva malinconia.
Si addormentò stringendola fra le mani, meditando su questa assurda fantasticheria e il giorno dopo tutto fu oblio.

Il giorno seguente Vito si ritrovò a vagare per le strade della città come faceva spesso, dopo allucinate notti di ubriachezza passiva e delirio.
Si ritrovò davanti ad una casa famiglia, e guardando dei ragazzi giocare in cortile gli balenò  nuovamente nella mente la folle idea dell’adozione.
Una ragazza formosa, di giovane età e vagamente infantile nonostante avesse già varcato la soglia della maturità, si avvicinò alle sbarre del cancello per raccogliere una palla, era la creatura più bella che avesse mai visto, candida innocenza intrappolata in un corpo vezzoso che sembrava non poterle appartenere. Il suo volto era piccolo e ovale, tinto da un morbido pallore, come fatto di porcellana, i capelli neri e lucidissimi, tagliati corti, le cascavano lungo il mento, portava dei calzoncini elastici, rivelatori di opulenta generosità; le ginocchia sporche non sfumavano le piene e bianche gambe della ragazza sulle quali la bocca di chiunque sarebbe stata attirata come una calamita. La maglietta bianca e anch’essa un po’ sporca di terra mostrava senza pudore due grossi seni  troppo sproporzionati per appartenere a una ragazza di quella corporatura, tra l’altro portava quei seni in maniera goffa, come non conscia della loro violenta sensualità, i capezzoli in fine, sbocciavano svettanti e parevano ardere al di sotto della stoffa, letali cuspidi di carne, sicuramente rosei come le labbra di una fata voluttuosa.
Lei guardò Vito timidamente, e quando si voltò, mostrando le sue anche danzanti e ipnotiche, lui cominciò a eccitarsi palesemente, era rimasto impalato, completamente immobile dinnanzi a quelle lente movenze, cominciava a sudare, mentre i sussulti del suo cuore inaridito spingevano contro lo sterno in una danza eccitata.
C’erano altre ragazze, alcune disabili, altre palesemente affette da problemi psichici, Vito si chiese cosa ci facesse lì quella sorta di Dea, nonostante le sue empie inclinazioni non si sognava neppure di posare lo sguardo sulle altre donne che vagavano nel cortile come spettri perduti in un limbo di afflizione, lei era diversa, qualunque uomo cosiddetto normale avrebbe smarrito la ragione se avesse affondato il proprio volto in quei seni.
Restò lì pietrificato lungamente, lo sguardo fisso su di lei; la ragazza si faceva notare, si voltava verso di lui e sorrideva, provava certamente piacere nel sentire quegli occhi rapaci insistentemente fissi  sul proprio giovane corpo,  come se avessero voluto denudarla, lambirla, cingerla brutalmente; si sa che a volte l’innocenza è la più forte arma di seduzione.
Quando le suore arrivarono  dettando ordini Vito corse via, folgorato da quella ragazza decise di mettere in atto il suo folle progetto, era un uomo molto ignorante, non sapeva che sicuramente gli avrebbero sbattuto la porta in faccia, che non era così facile avvicinare una ragazza in un posto come quello, specie con delle tette così grosse, probabilmente non era stato il primo a credersi così furbo, magari una folla di magnaccia ci aveva già provato.
In meno di sei mesi, procurandosi ogni tipo di lavoro sporco e anche uccidendo all’occorrenza, riuscì a trovare abiti decenti, una casa e un lavoro rispettabile, sognava di poter varcare la soglia della casa in cui lei si trovava con un sorriso da benefattore sulle labbra, dichiarare di voler aiutare quella ragazza oramai maggiorenne a crearsi una nuova vita, per poi possederla brutalmente una volta trovatosi solo con lei, avrebbe recitato la parte dell’angelo custode, del caritatevole, gentile padre putativo, per poi raggiungere i suoi laidi scopi.
Così sposò Consuelo, una cicciona Cilena che aveva ereditato molti soldi da un vecchio bavoso, il povero uomo  le aveva lasciato praticamente tutto, morendo felice tra quelle burrose e giunoniche forme, rannicchiandosi tra le pieghe lardose delle sue cosce e spirandovi maledettamente appagato, esalando gli ultimi suoi respiri con la faccia affondata in quella grassa vagina.
Consuelo prima faceva la puttana ma adesso aveva documenti in regola e tutto il resto, si era lasciata coinvolgere solo per fare un piacere al povero Vito che gli faceva tanta pena, lo aveva conosciuto sessualmente anni prima, quando ancora batteva in sordidi vicoli e sotto i ponti.
Naturalmente una volta avuta la ragazza Vito era intenzionato a  fuggire ove nessuno sarebbe poi stato capace di trovarlo, aveva bisogno della sua amica Cilena per apparire ancor più disinteressato, era sicuro che quella ragazza aveva colpito infiniti altri malintenzionati con la sua avvenenza, sicuramente era affetta da problemi psichici, dunque debole e facilmente circuibile.
Così tornò gonfio di soldi al centro dove l’aveva vista per la prima volta, lei non c’era, cosa avrebbe dato per incontrarla.
Giunse una suora e Vito gli spiegò di esser rimasto colpito da quella giovane, che nonostante dimostrasse una ventina d’anni si comportava come un’adolescente, quell’anima smarrita dall’aria triste; con lui c’era Consuelo, nonostante i vestiti sgargianti e i modi ricercati avevano comunque tutta l’aria degli accattoni, non ci voleva molto per capire che erano palesi impostori.
“Capisco di chi parla, Maria è un po’ grande ormai per essere adottata, ha già venticinque anni, non ha genitori,  sarà felice di avere trovato una famiglia, vede è una ragazza strana, di solito non affidiamo i ragazzi al primo che capita, ma questo è un caso umano, altrimenti quella poveretta sarà costretta a fare tutta la vita da comunità in comunità! Sempre che lei sia d’accordo a venire con voi, ma sicuramente lo sarà, sembrate una coppia così deliziosa.”
La suora era troppo accondiscendente, il suo fare troppo laconico e ambiguo, non fece nemmeno le consuete domande, come se tentasse di nascondere qualcosa, tuttavia Vito fu contento, era stato più facile del previsto, si era immaginato fasulli corteggiamenti, intere giornate trascorse a recitare una parte che non sapeva di poter portare avanti, invece la monaca gli metteva la ragazza su un piatto d’argento, volevano sbarazzarsene, era chiaro ormai, d’altronde la ragazza era maggiorenne, forse però incapace di intendere e di volere.
Ci furono vari accertamenti e dopo nemmeno due mesi ecco la chiamata, Maria era un caso raro di abbandono, aveva problemi psichici forse, e le suore volevano liberarsene senza troppe congetture legislative, dando in maniera così leggera l’innocente nelle mani di un mostro, convincendola che era per il suo bene, che quei due signori l’avrebbero trattata come una figlia, una figlia ormai troppo cresciuta e avvenente per non destare sospetti.
Vito però, nella sua ignoranza, non si chiedeva qual’era il reale motivo di una tale fretta da parte delle suore, anzi, aveva atteso quell’attimo con insana impazienza.

Quando andò a prenderla e la portò alla sua macchina fu perseguitato tutto il tempo da una mostruosa erezione, sentiva il bisogno pressante di parcheggiare e prendere ciò che ora era suo, ma qualcosa nell’inespressivo viso d’angelo di lei lo tratteneva, con la coda dell’occhio si limitava ad osservare quelle cosce nivee, percorse da vene violacee, quasi come se la pelle di lei fosse tanto pura da apparire trasparente.
Arrivati a casa si sedettero per la cena, lei aveva un vestitino delizioso e casto, una lunga gonna a campana impediva a Vito di viaggiare con la fantasia.
Maria notò subito che non c’era nessuno in casa e mostrò un certo disagio, era silenziosa, vigile, dov’era la grassa madre che le avevano promesso? La donna opulenta e sorridente che avrebbe dovuto concederle le carezze che non aveva mai avuto? Una sublime aria di fragilità aleggiava su tutto il suo candido volto, gli occhi, liquidi gioielli scuri percorsi da languidi bagliori, raramente si sollevavano per osservare le cose intorno, erano fissi nel piatto in cui la ragazza mangiava, Vito le sarebbe balzato addosso se quello sguardo si fosse confitto in lui, poiché in esso albergava l’innocenza inviolata che egli aveva sempre desiderato.
Parlarono del più e del meno, a Vito stava scappando un po’ di verità riguardo i suoi affari con le vecchiette, era stato il vino a renderlo pericolosamente loquace, ma poi si schermì affermando che prima si occupava di anziani.
Poi, dopo cena andarono a letto, ognuno nel proprio, ma Vito ebbe il tempo di vederla seminuda, e questo bastò a invadergli la psiche di una nube rossa, dilatatasi come una macchia di sangue precipitata nell’acqua..
Restò un paio d’ore  rigido al centro del letto con un orrendo turgore al basso ventre che non svaniva ne si chetava, non resistette e visitò la stanza di Maria.
Lei non dormiva, ma chiuse gli occhi non appena sentì la porta aprirsi, lui le si avvicinò, le carezzò le forme carnose che riempivano le mani, lo fece però da sopra le lenzuola, lentamente, fino ad accrescere i propri sospiri, violentemente scossi da quel tocco.
Selvaggio come un lupo impazzito sollevò le coperte e le lanciò alle sue spalle, la guardò per qualche minuto, quel ventre morbido e ondeggiante come un deserto di carne sul quale serpeggiano dolci dune di desiderio, era in mutandine e reggiseno, e la biancheria pareva così piccola ed elastica su quel corpo massiccio da indurre a strapparla.
 Fece scivolare le mani su di lei, strinse forte i suoi seni e ne sentì la pienezza vibrante, con l’altra mano frugava nelle mutandine incontrando l’elettrico e soave tocco del vellutato pube.
Perse la testa e affondò la bocca nelle sue floride carni, voleva morderla, annegare con in gola quella massa profumata proveniente da un magico mondo.
Maria cominciò a piangere in silenzio e lui se ne accorse, ma ormai nulla poteva più fermarlo, quando la sua mano cercò il sesso di lei, per affondarvi le dita nell’umido fiore, provò un orribile dolore, c’era stato uno scatto secco, come di una cesoia, ed il sangue aveva cominciato a tingere le lenzuola impregnandole di scarlatte sfumature.
Vito urlò, un urlo disperato e animale, poi strappò violentemente gli slip di Maria e fu testimone di un orrore inconcepibile, naturalmente la sua erezione si era afflosciata di botto.

La vulva di Maria era deforme, dentata, possedeva due file di lunghe zanne affilate, una per ogni labbra, come una mostruosa bocca ansimante troneggiava tra quelle stupende cosce tornite, smaniosa di mordere ancora, sbavava sangue e saliva, poi, con un gesto convulso la vagina vomitò le dita sanguinati di Vito espellendole sul materasso.
“Maledetta puttana! Ma tu sei un dannato mostro, per fortuna che non ci ho messo dentro il cazzo!”
Provò un orrore indicibile al pensiero di una evirazione tanto grottesca e violenta, ma il fatto di essere stato ugualmente mutilato, privato delle dita,  non lo consolava affatto.
“E adesso che faccio puttanaaaa!”
Maria continuava a piangere, conscia della sua malformazione da sempre, quel bellissimo corpo apparentemente non poteva essere violato.
Vito il pazzo andò all’ospedale e disse di essersi buttato le dita per terra falciando il prato.

                                                                           *
Si era rimesso, e aveva tenuto Maria con se, un po’ per vendetta, un po’ perché era troppo bella e ne era innamorato.
Quando tornò dall’ospedale e la rivide vestita in maniera casta starsene tranquillamente seduta in cucina le piombò addosso, le ficcò avidamente la lingua in bocca come se volesse trafiggerla con essa, strappò via i vestiti e ricominciò la sua opera fallita.

Maria, opulenta nel suo triste e passivo abbandono, con le carni danzanti in balia del suo genitore adottivo, era veramente seducente, emanava l’acre effluvio della brina sessuale che scorreva lungo le cosce carnose, lo stesso viscoso liquido scintillava sulle aguzze zanne serrate della mostruosa vagina, esprimendo desiderio e negazione in ugual modo; lui artigliò la polpa delle sue anche e non se ne staccò per lungo tempo, baciandola, mordendola, quasi volesse inghiottirle le cosce e le natiche, i fianchi ed il ventre burroso.
“Ho pensato a te tutto il tempo, ti prenderò in altro modo, c’è sempre un modo, non ti lascerò certo così, guardati, guardati maledizione, quanto sei bella.”
Vito non poteva capire la preziosa bellezza di quell’essere maledetto, la sodomizzò spingendo da dietro, mentre i fianchi burrosi andavano avanti e indietro sorretti dai fremiti delle scosse.
Le lacrime di Maria furono silenziose, come la triste eiaculazione di Vito, che sfinito si adagiò sulle grosse natiche nude di lei.

                                                                            *
Ci furono tante sere dello stesso tipo, anzi forse più macabre e violente, Maria si era rassegnata a quella vita e chiudendo gli occhi pensava alla sua mostruosa anomalia, nessun ragazzo poteva amarla, chiunque sarebbe fuggito dinnanzi alla mostruosità del suo fiore dentato.
La rabbia di Vito era continuamente tinta dalle scarlatte sfumature di una romantica passione, e nonostante egli umiliasse Maria con i suoi continui rapporti, nonostante la costringesse a sottomettersi e tacere ogni volta che le forme di lei ridestavano il suo desiderio, egli non si sarebbe mai separato da lei, le avrebbe dato tutto ciò che avrebbe voluto, a patto che divenisse all’occorrenza un pezzo di carne attuo ad assoggettarsi completamente al suo possessore.
Presto però questa passiva condizione della ragazza cominciò a stancare Vito, si sentiva un ospite indesiderato, strisciante fra quelle lenzuola bagnate da lacrime e sperma.
“Preferivi restare in quel posto? Essere adottata da un circo? Essere mostrata nuda davanti a una folla di zotici arrapati? Le suore ti avrebbero affidato a chiunque, erano ansiose di liberarsi di un mostro come te, devi ritenerti fortunata, cosa ti manca?”
Diceva ciò sodomizzandola, mentre i grossi seni di lei sobbalzavano a causa delle spinte furiose, le guance arrossate, gli occhi semichiusi avvolti da una soave aura di martirio, le candide carni imporporate dalle feroci strette del lubrico padre adottivo, le dita affondavano nella carne delle anche segnandola come fossero corde voraci.
Ma quando Vito veniva, spruzzando la sua frustrazione nelle viscere di lei, egli si pentiva di quanto detto, delle amare offese, della violenza iraconda dettata dalla crapula.
“Io ti amo bambina, ti amo”.
Con le dita monche tentava di carezzare l’umida vulva dentata, chiusa come un frutto marino proveniente da blasfeme profondità, cavità inviolabile; voleva passare seppur lievemente le dita su quel frutto proibito, sentirne il liscio tocco d’avorio, subitaneamente però le zanne scattavano, fauci mostruose e convulse, fiore carnivoro bramoso di sangue, allora Vito ritraeva la mano provando nuovamente infinita rabbia.
  
                                                                      *
Un giorno Vito la portò al mare, in bikini Maria era spettacolare, e naturalmente ragazzi di ogni tipo non le staccavano gli occhi di dosso. Quella ragazza fresca e carnosa sfigurava accanto al vecchio monco dal fisico flaccido che continuava a carezzarle il viso con fare laido.
Maria capì la sua posizione di dea deforme, e si accontentava di giocare con quegli sguardi bramosi che le divoravano il corpo con il loro platonico, astratto magnetismo.
D’un tratto Vito andò a fare il bagno lasciando Maria tra gli avidi sguardi, lei ne ricambiò uno in particolare, pareva una bagascia che si prodiga in sconce moine, era rimasto ben poco della sua antica purezza.
Quando Vito tornò non trovò altro che aria, Maria era sparita, e anche il tizio alto e moro che le stava di fianco.
Furioso si diresse verso la cabina che aveva affittato, già dai suoni  che da essa provenivano il suo cuore cominciò a raggelarsi, i rumori del sesso si innalzavano come un crescendo immondo nell’angusta cabina, una musica strisciante, che sembrava farsi beffe di lui violando sardonicamente lo scrosciare delle onde.
“Voglio vedere cosa fa la puttana!”
Da una fessura cominciò a spiare la sua amante e figlia adottiva, la troia era a gambe aperte, sorrideva con malizia, invitava il giovane e gli diceva di non aver paura, la sua vagina, la stessa che lo aveva orribilmente mutilato, si apriva alle carezze di lui in rosee convulsioni.
Le zanne erano retrattili! Si maledizione, quegli aculei letali si erano ritirati nella carne e adesso la vulva di lei era del tutto innocua.

Il bel giovane la penetrò, e subito il corpo di lei cominciò a danzare scosso da fremiti sinuosi.
Vito da fuori si guardò le dita monche, distorse il volto in una mostruosa espressione di rabbia e gridò furente: “Ma io ti ammazzo maledetta troia!”
La bastarda aveva finto tutto quel tempo e aveva mutilato Vito intenzionalmente, nel guardare quella faccia da vile puttana godere mentre con lui aveva sempre pianto Vito sentì il sangue montare alla testa, le grida di isterico piacere di lei lo confusero per qualche minuto, poi corse a estirpare un palo per gli ombrelloni dalla sabbia.
Tornò alla cabina, sfondò la porta e li aggredì ferocemente, fracassò prima la testa del ragazzo, poi, completamente imbrattato di sangue guardò Maria con occhi pregni di odio.
“Cosa vuoi fare? Io ti amo!”
Lui tacque, le aprì con forza le gambe e in quell’istante le zanne ostruirono il passaggio
incastrandosi le une nelle altre, lui senza badarvi vi piantò il paletto appuntito, spinse con macabra forza sfondando la mostruosa dentatura che lo aveva mutilato, i denti si spezzarono, alcuni vennero via in grandi fiotti di sangue, mentre in preda ad atroci dolori Maria sentiva il palo salire lungo il suo corpo sfondandogli il ventre, conficcandosi nelle viscere come se avesse voluto estirparle.
L’operazione fu lenta e dolorosa, le grida acute e agghiaccianti, fino a che Maria morì con il paletto infilzato tra le gambe che vomitavano  fiumi di sangue.
Molta gente accorse attratta dalle grida, ma Vito era sparito, arrivato in città si incamminò verso la casa d’accoglienza  più vicina.

Davide Giannicolo

Ghigliottina




Animali da pascolo,
privi di dignità però,
vuoti come il ventre
squarciato dalla mano del niente.

Il patibolo,
austero
indugia.

Alto insetto dentato,
la ghigliottina,

oblunga come una dama distorta,
una dama figlia delle erinni,
Aletto,
Tisifone,
Megera.

Quell'oggetto silente può
ricondurvi verso la via dell'onore.

Ma avete voi onore?

Quando ci scrolleremo di dosso il parassita
avremmo l'onore di non divenir come lui?

Spero che allora la dama distorta,
sua signoria Ghigliottina,

abbia vampirica fame anche del vostro collo.

Davide Giannicolo


Satana

SATANA


a luna penetrava gli specchi della casa vetusta, fascinosa e oscura come una bella e pericolosa donna dalle forme pallide cinte di neri drappi. Nella stanza illuminato dai raggi spettrali vi era un uomo, un vecchio stanco e stordito dal tempo, un vecchio uomo che non aveva mai imparato a vivere. La notte incombeva su di lui e ne era nuovamente commosso, dopo averla rivista innumerevoli volte, ogni volta diversa, ogni volta ammaliante; perpetua e memorabile, che però lo stordiva come oppio col suo mefitico effluvio, consumando la sua mente facendosi pagare quel fascino, svanendo crudele, evanescente.
L’uomo era inerte sulla sua poltrona, il buio era come un sottile velo, la luna era alta: enorme. Egli non voleva muoversi, voleva attendere nella tenebra quell’oscuro, avvilente richiamo che aveva tormentato la sua lunga vita, l’ignota malia che si susseguiva nei suoi lunghi anni. Era assorto dal felpato tocco della notte, ogni suono era musica, il silenzio era musica.
Eppure anch’esso assordante, perpetuo, che si avvicinava allo splendore di una mente in delirio. Nel silenzio il vecchio udì un flebile suono, quasi un lamento che danzava lugubre nella notte. Acuì il suo udito, cercò nel silenzio e udì nitido lo spettrale verso, come lambito da un sogno oppiaceo lo ascoltò lungamente, si confuse con la sua mente e penetrò con violenza dentro di lui, sfuggente e allo stesso tempo lento, morboso.
Poi il diafano velo che gli appannava gli occhi si allargò fluttuante e magico ed egli guardò fuori, viveva in una foresta, i pini erano un’immensa massa nera, un maestoso monumento di tenebra. Il suono si udiva ancora, ed egli lo seguì lentamente, scese la rampa di scale di legno e lo scricchiolio delle travi marce fu il primo rumore che carpì. Tanto era vecchio che le sue ossa apparivano nitide, era nudo, e la sua pelle era simile ad un velo diafano posato sul suo scheletro fragile, il suo passo era inquietante, leggero, spettrale.
Apri l’uscio di casa e uscì nella notte gelida, nudo sembrava un fantasma, seguiva il suono che gli gelava le membra più del vento tagliente, vicino esso risuonava invadente mentre la luna illuminava il di lui corpo bianco rendendolo fulgido. Fu invaso da un fremito quando intravide il bianco fautore di quel verso, come un barbaro idolo una grande capra belava ammantata dalla tenebra. Attendeva l’uomo, e quando egli giunse cessò il suo verso fatato.
La capra avanzò, gli zoccoli si udivano nel silenzio, forse un cimitero lontano cantava. L’uomo guardò l’animale negli occhi, riconobbe una luce, una luce che non aveva mai visto negli occhi di nessuna capra; erano freddi e spietati, selvaggi e affascinanti come quelli di un lupo. L’animale avanzò ancora con decisione flemmatica, e lui si sedette in terra, nudo, senza comprendere ancora perfettamente, pervaso da un malsano flusso di sangue che avvampava il suo cervello seducendolo a morte. Sentì il gelo carezzargli la nuda pelle, violentarlo; un amplesso sclerotico con la natura si compì, un intimo, violento abbraccio ove egli era schiavizzato e ucciso dal piacere delirante di quel contatto con la sua epidermide. Poi un nuovo elemento si aggiunse alla violenza masochista di quell’accoppiamento, piovve, prima flebilmente eccitando il suo patetico corpo che giaceva tra le foglie morte, poi con fervore, pesantemente, flagellandogli le membra; riempiendogli la bocca mentre lasciva l’acqua strisciava sulla sua pelle, perpetua essa cadeva colpendolo dal cielo e suoi sensi erano accesi da quelle letali, dolcissime lacrime.
Nell’estasi impetuosa di quella maestosa mescolanza il suo corpo sporco da larghe chiazze di fango fu scosso da un gelido tocco, il naso dell’animale giunto sin lì con regale flemma annusava ora lentamente e con violenza le sue carni. Il suo cuore pulsò ancora più velocemente, riecheggiando nella sua mente, assordandolo col suo irruente battito. Ma la paura non vinse il vetusto fascino, il male, vivo, faceva quel che voleva della sua pelle, costringendolo all’obbedienza donandogli oscuro piacere. La capra morse un suo scheletrico fianco in modo inquietante, la poggia si mescolò al sangue e l’animale salì su di lui sanguinante, patetico lui sospirava al di sotto di esso che consumava l’atto blasfemo muovendosi spasmodico sopra di lui. Il belare appariva come una sinfonia di convulsi gemiti che sacrileghi s’ergevano accompagnati dal ritmo della pioggia.
Egli in terra stringeva a sè l’animale con deboli forze sentendo un mefitico alito caldo, penetrava la capra e sentiva sparire piccoli soffi di vita, essa invece appariva incessante e quella turpe scena ormai si consumava da lunghi attimi.


L’uomo sentì la sua mente estraniarsi dal corpo straziato dai denti quadrati dell’animale che belava inquietante su di lui, poi provò un fisico affanno e la morte, la sua vita svaniva evanescente e morbida come fumo sulle ali del peccato.
La capra belava ancora infierendo sul suo cadavere immoto, lanciando ancora quello straziante suono nella notte, violando quelle spoglie mortali sacrilegamente, con ossessione e perversione animale scempiava quel corpo morto, con truculenta e macabra passione.

Davide Giannicolo
Immagini di Kerbcrawlerghost

Stupro Tentacolare

 Stupro tentacolare





Senza sforzo alcuno le braccia della sirena nuotano, il suo corpo è leggero e fluttuante, privo di peso, poi un’ombra enorme si muove sul fondo, per un solo momento, lentamente sembra risalire.Il ventre piatto, abbronzato, disseminato da una miriade di goccioline luccicanti al sole cocente del primo pomeriggio, il bikini minuscolo che si posa leggero sulle carni e sottili della giovane ragazza, il sole arde, alto nel cielo limpido di giugno.
“Vado a fare una nuotata papà!”
La ragazza si alza, le piccole natiche paiono frutti acerbi provenienti da remote regioni tropicali, pochi passi nell’acqua e i fianchi vengono lambiti dal mare turchese ove si spargono bagliori dorati.
“Non andare al di là degli scogli Vichi!”
Ma la tentazione è forte, l’acqua è più fresca laggiù in mare aperto, l’agile corpo scivola nell’acqua, sirena bruna, magra come un corallo.
Già qualcosa sta osservando quel ventre piatto e scolpito che si muove a fior d’acqua, qualcosa che se ne sta sul fondo muovendosi placidamente.
Vichi supera gli scogli, le sue gambe sottili fendono l’acqua che ora è divenuta d’un azzurro più cupo ove è impossibile scorgere il fondale.
Vichi si fa prendere dal panico, non vuole scoprire cosa sia, comincia a nuotare scoordinatamente, l’acqua adesso è pesante, i fiotti salati la avviliscono, il cuore batte violentemente fiaccando quei fianchi muscolosi e bagnati.
Con la coda dell’occhio la ragazza riesce a vedere la macchia scura, la sta seguendo lentamente, ora è sotto di lei….
Qualcosa le afferra la caviglia, qualcosa di viscido munito di ventose tenaci e dolorose, è un grosso tentacolo quello che la brandisce costringendola ad andare giù, presto un altro mostruoso arto tentacolare ghermisce i fianchi di Vichi, un enorme ventosa risucchia il suo ventre mentre un’altra ancora aderisce al pube come una bocca affamata suggendo avidamente, un tentacolo infatti le scorreva fra le natiche lambendole il sesso come fosse un obbrobrioso serpente.

Fu così che il polipo rapì la ragazza trascinandola sul fondo, la portò in una cavità fra gli scogli che doveva essere la sua tana, ma forse non si trattava del fondale marino, poiché l’acqua era bassa e vi penetravano spiragli di luce…
Vichi si rannicchiò piangendo sul fondo della limacciosa insenatura, fu allora che notò intorno a sé una decina di teschi umani, costumi da bagno femminili laceri, collanine da adolescenti e gioielli da signora, quello era l’antro osceno d’un sordido, mostruoso essere.


Il polipo cominciò ad avvicinarsi alla fanciulla, fece scorrere uno dei tentacoli lungo l’interno coscia,  Vichi trasalì, si aspettava di essere uccisa, ma non quello, non quell’abominio, il polipo aveva intenzioni sessuali!

Con l’estremità della zampa spostò prepotentemente il sottile lembo di bikini che copriva il pube, la nera peluria bagnata fu completamente scoperta, allora il tentacolo penetrò invadentemente nella  stretta vagina, Vichi urlò, un’altra grinfia le tappò la bocca penetrandovi come fosse un pene ignominioso,

le ventose grattavano con veemenza sotto il palato risucchiando l’aria dalla gola in un viscoso bacio bestiale.

Vichi soffocava lacrimando sui tentacoli, mentre una nuova grinfia scivolava fra le sue natiche divaricandole con forza.


Così la fanciulla fu rapita e stuprata dal polipo, tentacoli grossi come braccia laceravano la vulva….

Con uno scatto diabolico e fulmineo l’essere afferrò la caviglia di Vichi, la sollevò dal suolo schiantandola violentemente contro la roccia,



un tentacolo si fece spazio nell’ano penetrandovi con liquido rumore e prese a scavare nelle viscere dilatando le pareti della piccola fessura fino a farla sanguinare.

Il corpo fu scaraventato più volte contro gli scogli, mentre le zampe strisciavano contraendosi.
Vichi sentì il cranio frantumarsi, era semicosciente mentre sentiva le grinfie penetrare sempre più a fondo attraverso vulva e ano.
Un altro tentacolo afferrò la caviglia libera e le gambe furono divaricate fino a spezzarsi all’altezza del bacino.

Il polipo lasciò il cadavere scempiato sugli scogli e cominciò a muoversi lentamente all’indietro, sinuosamente i tentacoli danzavano in oscene movenze di lascivia.


Vichi fu lasciata lì, violentata da un polpo rapitore, in attesa di decomporsi, mentre ancora suo padre da riva tentava di scorgerla tra i fluttui di quel mare turchese.

©Davide Giannicolo

A Hokusai e a una bimba paurosa

Angelicato




ANGELICATO
Di ©Davide Giannicolo

Stordiscimi adesso
Su questo sentiero
Oh vergine ubriaca che infondi poesia,
di notte sussurri,
di giorno io sparo,
sparo alle cose
uccidendo il mondo.

                              

Un fottuto angelo del dolore e del martirio, il fuoco di una notte prima, ferite sulla pelle innalzate nel ventoso mattino di sole, sole macabro, sole malato.
“URAHAAHAAA!! Hanno rotto il cazzo, ricordo un albero cavo nella foresta, non parlare, no, o ti ucciderò.”

Ecco fuori bambini frocetti che giocano a tennis muniti di bambine, 14, 13, 15, 12, 10 anni, che giulivo mattino.
Il fuoco di una notte prima, un incendio.

Ed ecco la palla che vola:
Tum, tap, tum , tap.
“Fottuti stronzetti, qualcuna di loro ha anche le tette, gli sparerò proprio nelle tette.”
Violenza intorpidita di primo mattino, violenza di orco che beve purezza e domina.

Ed ecco che imbraccia il fucile, cattiva la mira.
Tum, tap, tum, tap BUUM.
Ed ecco la palla in frantumi, bambini frocetti lo sguardo voltano, un angelo cattivo o impazzito, forse più impazzito:
Bang bang bang bang

Le ginocchia spaccate dalle pallottole, grida frocette,
ed ecco che lancia il fucile scarico dalla finestra che si abbatte sul cranio di un frocetto ansimante a caso:
TUM CRACK.

“NOOOOO” disse l’angelo,
“Devo sparare in una tetta ad una di voi, aspettate, non scappate cazzo, bastardini.”

Nudo scese in strada munito di nuove pallottole, afferrò una troietta e tentò di baciarla, poi la morse, cangiante l’idea, la morse e le strappò via le labbra.
Genitori attoniti,
bambina mutilata,
ANTITUTTO,
sangue di giovane troietta sulla bocca…….
                                                                     …
                                                                         ….
                                                                             ….. i ringhi di un angelo…..
                                                                                                                          .
   ….
       .
         …
              .
               . ……estasi e dolore…
                                                   .
                                                   .
                                                   .
                                                   ………genitori esterrefatti……
                                                                                                     .
                                                                                                     .
“PIGLIAT E PPALL MMOCC!!” disse l’angelo furente.

“Ora beccherò quella con le tette più grandi tra voi e le sparerò dritto in una tetta, ok?
A posto?
Tutti pronti?”
Bambine tremanti, bambini con le ginocchia frantumate dalle pallottole che ringraziano di non avere le tette, nessun termine complesso questa volta.

BANG
La pallottola sinuosa come il leggero volo d’una fata perfora la morbida tetta.
Dolore lancinante,
bimba in terra e tetta spappolata sanguinante.
Mente in fiamme,

 
Licantropia rara.  

La salvezza dell'orco

La salvezza dell’orco
Di Davide Giannicolo


Non voleva dormire mai, la dolce Rebecca, mai, e non capivo perché. Quando mi comandavano di somministrarle dei tranquillanti, per lo più Tavor, io entravo nella sua stanza, o forse sarebbe più appropriato dire cella, e la osservavo lungamente cercando il suo segreto, la sua nascosta angoscia, ma lei non mi parlava, mi guardava coi suoi occhi da bimba ed io puntualmente cedevo, li prendevo io i suoi Tavor, perché al contrario di lei  volevo dormire, i miei incubi erano fisici e tangibili, il mio orrore era la vita.
Lo capivo dal suo sguardo che mi era grata, e non vi era nulla che potesse riempirmi di più di quella maliarda purezza proveniente dall’oblio della pazzia, non vi era dubbio, era inutile negarlo, Rebecca era la mia preferita.
Era bruna, allucinata e magra come uno sciacallo, ma io che la conoscevo bene la ingannevole magia delle donne, riuscivo a scorgere ciò che si celava sotto le sue fisiche spoglie, la sua fragilità mi avviluppava come un tenue bagliore su acque metafisiche, Rebecca proveniva dallo stesso luogo da cui venivo io, dalla sconfinata landa del dolore.
Così lei mi affascinava con la stessa malia con la quale una bimba sedurrebbe un orco, un orco che ormai pensa d’esser perso e fottuto quando d’un tratto arriva il nitore, la pura essenza dell’innocenza e lo prende per mano affinché non sia più solo.
Lavoravo in quel manicomio da sei anni, tutte le ospiti erano donne ed io le avevo possedute quasi tutte, alcune le violentavo indisturbato nottetempo costringendole al mio abominio carnale, coprendo con il mio peso di gigante le loro urla e qualsiasi loro resistenza. Per questo queste pazienti mi chiamavano l’orco, perché nonostante la maledizione del loro stato erano costrette ai miei abusi e al mio dominio.
Altre si concedevano a me spontaneamente, di solito erano quelle più estreme, quelle che vivevano nel baratro del delirio più inimmaginabile, a volte era inquietante scoparle, come scopare mostri provenienti da sataniche e remote regioni psicologiche.
Ma Rebecca non l’avevo mai toccata, mi infastidiva il solo pensiero di sporcarla con il mio tocco, Rebecca era un angelo, avrebbe potuto chiedermi qualunque cosa, il fatto è che non parlava mai, né mangiava, né dormiva, semplicemente gettava lontano il suo poetico sguardo in una catalessi mistica.
A volte la fissavo per ore, non dovevo preoccuparmi del parere degli altri inservienti, nessuno mi parlava, tutti mi temevano poiché immaginavano che fossi coinvolto in fatti foschi, qualcuno diceva che ero un criminale in latitanza, altri che ero semplicemente un folle.
Quando accadeva che salvassi Rebecca dal sonno sottraendole gli psicofarmaci, lei mi concedeva di carezzarla per un po’, il tocco della sua fronte e del suo crine m’inducevano alle lacrime, quanto era bella Rebecca.
Così la accarezzavo con lene gentilezza, come fossi un leggero e soave soffio sul suo volto, e in realtà era questo quello che ero, ero il suo abbraccio etereo e sempiterno, ero il guerriero della sua salvezza, il platonico suo volo verso la notte.


                                                                        II
Stavo cominciando a fare troppo abuso di psicofarmaci, a volte li mescolavo all’alcol e mi smarrivo in allucinate visioni. Scorgevo pavoni vomitarmi sangue addosso, granchi con femminee teste tarparmi i genitali, ormai l’oblio delle droghe non poteva più salvarmi, cominciavo a capire che solo Rebecca poteva, solo lei avrebbe compreso la follia della mia solitudine.
Quando ero a casa pensavo a lei di continuo, il mio desiderio carnale era sparito e infatti non violavo più le pazienti, fantasticavo sul fatto di star mutando in un angelo, o forse in un torvo, blasfemo demone.
Una sera andai all’ospedale quando non ero di turno, il guardiano mi guardò di sbieco ma non osò dirmi nulla.
Andai fino alla stanza di Rebecca, e vi era un’inserviente che lottava per somministrarle i farmaci.
Spalancai la porta con impeto e fissai l’uomo grosso quanto me, tatuato, galeotto come minimo anche lui, si, perché in realtà in carcere ci sono stato anch’io, violenza su minori, lesioni, e percosse, qualcuno dice tentato omicidio, ma in realtà avevo solo tentato di insegnare ad una troietta minorenne quanto preziosa fosse la purezza e l’innocenza che lei dissacrava di continuo.
In ogni modo fissai il tipo, Rebecca mi guardò con quella sua riconoscenza che era ormai l’unico motore del mio esistere.
“Lascia faccio io!” dissi al tipo.
“E perché mai, guarda che non sei nemmeno di turno, tanto lo so che ci vuoi fare con questa qui, e fai bene, è carina la puttanella, ma stasera tocca a me.”
Così dicendo le prese il mento fra le dita con fare laido che mi infiammò il petto d’un indicibile rabbia che trovò sfogo in un istintiva reazione.
Gli afferrai il braccio e glie lo ruppi con soddisfazione appagante, avrei voluto ucciderlo, prendergli la testa e farla svanire in una crema di sangue percuotendola contro la parete.
“Questa è una paziente molto particolare con la quale non dovrai mai più interagire, non so se hai mai provato prima a toccarla ma adesso sai che se lo farai ti infilerò nel colon l’impossibile,hai capito?”
Il tipo non rispondeva, si lamentava del braccio rotto.
“HO DETTO HAI CAPITO!!???!”
“Si, si, ho capito.” Disse lui patetico.
Così lo mandai via a calci in culo, anche se avesse parlato, neanche il direttore avrebbe osato rimproverarmi,  sapeva bene che coi pazzi io ci sapevo fare più di chiunque altro.
Guardai Rebecca, e lei ricambiò il mio sguardo,  ancora la sua riconoscenza mi strinse il cuore come fosse filo spinato.
Inghiottii i suoi farmaci, poi le sorrisi.
“A domani Rebecca”.
Dissi in fine,e andai via verso la mia pesante solitudine.
                                                                         
                                                                                III

Avevo il suo volto smarrito tatuato nell’anima, ormai lavoravo sempre perché non potevo starle lontano, ma per forza dovevo rispettare alcuni turni,  mi angosciava il pensiero di Rebecca toccata da altri, ma soprattutto ero spaventato dal fatto che se si fosse addormentata non si sarebbe più risvegliata, e allora io avrei amato un cadavere.
Una mattina mentre giravo per i corridoi della clinica, Regina, una vecchia monaca impazzita mi venne incontro, Regina era inquietante, sembrava un manichino fatto di cartapesta.
“Gigante, io conosco il tuo segreto amore, e conosco anche il segreto di lei!” ella mi disse, poi proseguì:
“Rebecca non dorme perché teme le ombre, troppe ombre l’hanno lambita nella notte, tu puoi salvarla e così facendo salvare te stesso, perché lo so che in fondo sei puro, non è così orco?”
“Puro io? Sai cosa ho fatto in passato qui dentro Regina?”
“Non eri tu, erano i tuoi torbidi demoni, i demoni della tua solitudine!”
Carpii il suo discorso e mi fu consolante, cominciai a essere più gentile con tutte, fin quando un giorno non insistetti nel parlare a Rebecca, cosa che non avevo mai osato, poiché avevo troppa paura di violare l’indissolubile alchimia del suo segreto.
Andai da lei, come al solito guardava il vuoto, ma appena mi vide sorrise, ancora la mia anima fu onusta dell’essenza di quel sorriso benevolo.
“Rebecca io ti amo, solo tu puoi comprendere la pienezza del mio sentimento, io ti amo come si amano le cose preziose, non violerei mai il tuo silenzio perché ho timore che facendolo tu possa sgretolarti in frammenti di cristallo tanto fragile è la tua essenza, ma se non lo farò io morirò, lo capisci Rebecca?”
Ella annuì commuovendomi, la tenerezza della sua espressione mi perforava l’anima rendendomi una fragile statua di lacrime.
Poi s’alzò e io sussultai, mai l’avevo vista compiere un gesto, e le sue movenze erano così delicate e leggiadre che pareva inumana, una fata d’assenzio generata dalla poesia dei suoi gesti.
Mi baciò la fronte e parlò, Rebecca che io credevo muta parlò, e la sua voce era un angelicato sussurro simile al fruscio delle foglie.
“Attendo l’orso nero che mi condurrà nel suo antro, al di là del quale un paradiso di luce e bellezza m’attende fulgente. Sei tu non è vero? Voleremo insieme sulle ali del corvo?”
“Si” le dissi, non avrei potuto dirle altro, qualunque cosa ella avesse detto.
                                                                        IV

Meditai lungamente sul come portarla via nel giorno seguente il nostro colloquio, durante la notte feci un sogno atroce: Rebecca veniva sbranata da un’orribile fiera, nell’oscurità scorgevo il suo bianchissimo corpo dilaniato tingersi di sangue, le sue urla straziavano la mia mente come carezze di filo spinato, penetravano profondamente, insinuandosi anche nel mio corpo, scosso da un gelido tremito, non potevo far altro che stare a guardare.
Mi destai di scatto e senza pensare a nulla mi diressi alla clinica. Non badai a nessuno e andai dritto verso la stanza di lei, quando spalancai la porta vidi ciò che mi fa male scrivere, poiché ancora adesso mi avvampa le membra di cupo, incontenibile dolore.
Rebecca era distesa in terra, il suo sguardo non notò la mia irruzione poiché era sprofondato in un oblio catartico, fra le sue gambe, impegnato in una laida spinta vi era il galeotto tatuato a cui avevo rotto il braccio, il bastardo le leccava lascivo il volto, e compiva ciò che io avevo fatto in passato, pagavo così l’esecrabilità dei miei atti. Quale orrore nel vedere Rebecca subire passiva quel suo sessuale, spasmodico strisciare, l’inespressività del volto di lei mi angosciava ancora di più, poiché non sapevo, mi vergogno a dirlo, se ella godeva di quel amplesso.
Afferrai l’uomo per le spalle e lo sollevai, lo distrussi letteralmente, ogni suo osso fu da me spaccato, finii di colpirlo quando non esisteva più e ormai era vomito organico.
Rebecca era completamente in trance, non vi era traccia di coscienza sul suo volto nonostante i suoi occhi fossero aperti.
La presi in braccio e la portai via, dinnanzi agli occhi attoniti di tutti, ma nessuno osò emettere fiato, tranne Regina che dall’alto della sua finestra ci urlò:
“Vai gigante, conducila sulle ali del corvo e siate felici!”
                                                                                                                                         V
In quella notte Rebecca vedette per l’ultima volta le ombre, poiché da quell’istante ci fui sempre io a proteggerla, e lei sa che nulla le potrà mai accadere, mai.
Ho compreso il senso di quelle sue sibilline parole, lontano dal mondo, al di la delle ombre e del dolore, entrambi viviamo in un paradiso di luce e bellezza che il nostro fosco passato non potrà mai violare.
               Fine

©Davide Giannicolo