sabato 1 maggio 2021

Bustuaria Moecha: Bustuarius

 



Morto il Magister molti Bustuarius, gladiatori pagati al fine di combattere ai funerali, così da irrorare col proprio sangue la terra dei defunti in un tributo sacrificale, si ritrovarono senza lavoro né guida. Inutile dire che questa era gente dallo stile di vita estrema:

“Strozzerò Noctilla con le mie palle pelose di gladiatore, lo giuro su Ecate!”

A dire queste aspre parole fu Milos, tetro Mirmillone dal corpo interamente cosparso di cicatrici mortali, nessuno sapeva i motivi per cui fosse sopravvissuto a quei colpi inferti dal ferro avversario. Intanto flagellava con robuste sferzate la moglie di un senatore che lo aveva pagato a posta per farlo. A simile posizione si era ridotto il gladiatore per mancanza di ingaggi al cimitero e la consorte del senatore gli stava giusto spiegando il motivo mentre lui la scorticava. Naturalmente anche se perpretati in una situazione fuorviante, quegli atti appartenevano alla normalità della vita quotidiana della padrona di casa e per lei quelle non erano nulla più che confessioni di letto o da terme. La donna non sapeva di star accendendo un fuoco nero nell’anima rosa dal rancore del gladiatore disoccupato. 

Quella stessa notte tutti i Bustuarius fedeli al Magister defunto si misero alla ricerca di Noctilla la traditrice. Armature nere, teschi ad orpello, trucco mortuario come maschera di morte, questo era il loro aspetto conturbante.



Ma Noctilla non si trovava, era svanita come uno spettro tra le tombe, forse portata con sé da Ade, come qualcuno sussurrava a bassa voce.

“Va tutto allo sfacelo in questo cimitero, nemmeno le stelle e la pallida luna sembrano più guidarci!”

Si lamentava Sciacallo Nero, il folle retiarius che collezionava teschi umani nei quali spesso eiaculava.

Erano tutti riuniti al cimitero dopo la fallimentare ronda notturna. Poi improvvisamente giunse Noctilla, accompagnata da quattro guardie del corpo, alte due volte più di lei, incappucciate, con in mano tibie umane al posto di mazze, uomini enormi o apparentemente tali, nel senso di uomini in carne e ossa, dato che i volti erano celati e le mani inguantate. Noctilla avanzò, era cinta da un lungo mantello, verticalmente teneva scoperta una striscia di corpo nudo, pallida pelle luminosa fino al pube nero, ferino, come il manto di un lupo affamato.

“È tutta nuda sotto quel mantello la puttana, facciamola a pezzi, lei e i suoi guardaspalle, in fondo sono solo quattro”.

Disse ciò Milos infervorando i suoi compagni e sguainando il gladio che tanti corpi aveva trafitto. Il gruppo lo seguì, gladiatori allenati a combattere, dai corpi muscolosi e la mentalità assassina, personaggi pronti a mangiare il cuore crudo di Noctilla e di chiunque altro, soggetti senza regole né morale pregni di odio e violenza. Si scagliarono con le armi in pugno contro i quattro campioni di Noctilla. Tutto si svolse in un lampo, i testimoni sopravvissuti riuscirono a vedere poco, ossa rotte, teste spaccate come zucche marce, orbite strappate, testicoli spappolati, estirpati e gettati lontano dai corpi dei loro ex possessori, sangue a dissetare la terra, grida a violare il silenzio sacro della notte cimiteriale.

Milos strisciava in terra impaurito, il suo trucco da morto ora appariva ridicolo più che minaccioso.

Noctilla gli si avvicinò, seminuda, il suo seno perlaceo illuminato dal chiaro di luna poiché aveva allargato le braccia in maniera solenne, la sua minuta figura troneggiava ora sul tozzo gladiatore annaspante.

“Sono io la signora di tutti i cimiteri di Roma e delle sue sperdute province, voi tutti se volete, da oggi potrete lavorare sotto il mio comando.”

Milos annuì osservando il cranio spaccato di Sciacallo Nero che giaceva accanto a lui.

I quattro incappucciati si strinsero intorno a Noctilla, come fossero un muro impenetrabile la scortarono nella notte, fino a che tutti e cinque, tra le livide nebbie dell’alba impellente, non furono più visibili.

Davide Giannicolo

venerdì 16 aprile 2021

Presagio di Morte





Presagio di Morte,

sussurro tra le stanze vuote.

Muto rintocco, 

frinire d’insetti in cerca di carne putrefatta.

Sogno gelato dagli istanti perduti,

luce che muore tra tende impolverate.

Solo un momento.

Solo un suono

leggero

che svanisce.


Davide Giannicolo 




domenica 21 marzo 2021

Bustuaria Moecha: Magister

 


Le Bustuariae avevano abbandonato la cripta, era notte fonda volgente all’alba e le adepte vagavano fra le tombe dissipandosi come nebbia. Solo Noctilla, la prediletta delle tenebre era rimasta nel soffocante luogo sotterraneo in compagnia del Magister dalla maschera di teschio, colui che l’aveva posseduta per prima iniziandola alla professione di prostituita frequentatrice di cimiteri. Il magister proteggeva le sue donne e ne traeva profitto, scovava quelle più avvezze alle perversioni notturne e le faceva sue, allevandole nel ventre del cimitero tra teschi e tumuli di ossa, truccandole coi colori pallidi della morte, come piaceva alle anime irrequiete che frequentavano i sepolcri. Quelle iene lascive che amavano la tomba e ne facevano giaciglio di tetre passioni. Roma e le sue province abbondavano di simili personaggi, questo era il motivo per cui il Magister quella notte aveva intrattenuto Noctilla congedando anzi tempo le altre Bustuariae.

“Hai stretto rapporti importanti con la vedova Tullia ultimamente, ho bisogno di piazzare alcuni uomini nella sua casa e qualche gladiatore nella scuola del suo fratello lanista, sai che ho sempre bisogno di nuovi Bustuarius da far combattere ai funerali.”

Noctilla si avvicinò all’uomo bizzarramente vestito.

“Avevo sette anni quando ho sognato Ade cinto di serpi proclamare il mio destino, m’ha fatta signora delle tombe e padrona dei fuochi fatui che illuminano i cimiteri nottetempo, allora lo chiamavo Magister, come ora i tuoi idioti chiamano te, ora, dopo anni di servigi, sacrifici e amplessi nella terra della morte io lo chimo padre, sì Ade, dio del sottosuolo è il mio unico padre, ed è molto meglio un padre, come tu ben sai, che cento Maestri.”

Il Magister si innervosì e afferrò una mazza di ferro arrugginito piena di punte atte a sfregio e contusione, pronto a punire la sua impudente allieva. Ma presto la sua mano si immobilizzò, una voce profonda, maestosa rimbombò nella cripta in un malefico eco che paralizzava le membra:

“Noi siamo i figli dell’Oltretomba e la luce ci fiacca le membra, noi conosciamo il rovescio e la lapide dal sotto. Noi siamo invulnerabili, né la vita né la morte ci toccano più. Noi ridiamo della brezza, del frastuono, delle melense, umane moine. Noi non andiamo né veniamo, ci adagiamo sui secoli, attendendo il rogo delle stelle.”

Noctilla sorrise a queste parole, fiera fissò negli occhi il Magister impaurito. Un uomo imponente irruppe nella cripta, il volto di teschio, questa volta reale e non una maschera, un morto vivente alto due metri con in mano un gladio affilato.

La testa del Magister fu tranciata dal collo in un colpo brutale, il sangue imbrattò le pareti secolari del sotterraneo. 

“Vieni figlia mia, non temerai mai più...”

Noctilla si avvicinò al gigante dal volto di teschio, lo abbracciò posando il capo sul suo petto possente sentendosi protetta.

“Mai ho temuto padre mio Ade, mio unico Magister.”

“Non chiamarmi più così, avevi ragione poc’anzi, chiamami padre, io che ho mille e un solo volto decomposto dalla morte posso dirti, che è molto meglio un padre che cento maestri.”

Noctilla da quella notte fu padrona di se stessa, continuò ad aggirarsi per cimiteri nottetempo, a partecipare a intrighi e interagire con sicari e cospiratori, senza però mai dimenticare la sua stirpe e il suo sacro lignaggio.

Davide Giannicolo

domenica 14 marzo 2021

Bustuaria Moecha: Noctilla

 


Le lucciole danzavano intorno alle tombe mentre lei incedeva lentamente, cinta da un bianco sudario, i piedi nudi fasciati da sandali. Lui attendeva la morta vivente, voleva che bevesse il suo sangue e macchiarne il sudario trasparente che lasciava intravedere le forme. Il silenzio regnava invitto mentre pipistrelli e uccelli nottivaghi di tanto in tanto intonavano tetre melodie per gli insoliti amanti. 

Muta, Noctilla la Bustuaria si avvicinò a lui che pareva sognare, entrambi si denudarono consumando un focoso ma lento amplesso sulla bara che gli faceva da alcova. La luna sfumava gelida lasciando spazio a una livida Alba, qualche uccello mattutino iniziava a cantare nel cimitero. La donna si allontanò rivestendosi, con il pube incrostato di sperma secco, lui invece ritornò nella bara, dove dormiva ogni notte, l’unico che poteva permettersi il corpo della prostituta del cimitero senza pagare le usuali due monete d’oro. Morto o vivo che sia costui non ci è dato sapere, si sa solo che Noctilla, la superba amante notturna bramata da molti lo chiamava Maestro.

Davide Giannicolo

sabato 20 febbraio 2021

Bustuaria Moecha



Era stato a un funerale e non aveva saputo resistere, il modo in cui quella praefica piangeva il morto, disperandosi come fosse suo marito, intonando litanie struggenti dai toni sovrannaturali, e poi lo sguardo lascivo che gli aveva lanciato di sbieco, sicuramente a volerlo adescare, gli aveva sciolto il ventre. Prese appuntamento con lei per quella notte stessa, al cimitero, nei pressi di quella tomba fresca. Le Bustuariae facevano così, di giorno piangevano i morti e di notte vendevano il proprio corpo tra le tombe, nocticule falene dai movimenti lenti e sensuali. Non attiravano solo aspiranti necrofili alle prime armi, ma anche soggetti con la mania del potere che volevano assecondare la fantasia di possedere una vedova sulla tomba del marito appena morto. Caio, colui che prese appuntamento con Noctilla, la più famosa tra le Bustiariae Romane, era uno di quelli; era stato proprio lui a uccidere Lucio, l’uomo del funerale mattutino a cui aveva assistito impassibile.

La notte primaverile era mite ma il cimitero nottetempo appariva ugualmente tetro. Noctilla lo attendeva, distesa sulla bara, seminuda, pareva morta. Caio non aveva mai posseduto una donna inerte, la cosa lo eccitò, le sue fantasie necrofile si fecero spazio dissipando il suo primo desiderio. Si chinò sulla finta morta come un avvoltoio che sovrasta una carcassa, le posò sugli occhi le due monete d’oro, un gran prezzo, che erano il pagamento per una professionista del rango e della fama di Noctilla; le monete di Caronte che avrebbero reso più realistico il sordido, blasfemo amplesso con la morta. Ma un colpo di daga fece scoppiare le viscere nel fianco di Caio, poi un altro è un altro ancora. Il corpo crivellato dalle coltellate s’abbandonò privo di vita sulla Bustuaria adescatrice che lo attendeva a gambe aperte. Il sangue irrorava quel corpo abbondantemente, colorando il pallore di spettro della puttana notturna mentre la luna di primavera illuminava la fossa di argentee striature. Noctilla stava per soffocare sotto il peso del novello cadavere, a liberarla furono i due assassini che lo avevano pugnalato alle spalle. Tullia, la moglie di Lucio, vendicato il marito, pagò i sicari e li congedò nella notte stellata. A Noctilla spettò il doppio del suo compenso di puttana cimiteriale, oltre alle monete cedute dal porco morto che gli giaceva accanto. Una notte grassa, poi Tullia si denudò, candida come il latte che stilla dalla fonte del chiaro di luna, si distese nella bara con Noctilla, sua storica amante, insieme consumarono un amplesso lento e sinuoso accanto al morto ucciso di fresco lordandosi lascive del suo sangue caldo.

Davide Giannicolo


mercoledì 6 gennaio 2021

Il secondo fine del Protettore

 


Era un posto strano quello, ci lavoravano gli scarti della società. Tossici, violenti, alcolizzati, giocatori d’azzardo; gente con un passato turbolento che aveva avuto problemi con la legge. Oppure disperati, c’erano anche quelli, persone con terribili debiti o disposte a tutto pur di guadagnare qualcosa e sbarcare il lunario. Lui era uno di quelli, indifeso, timido, sporco, sarebbe sicuramente piaciuto a Lautreamont. Il lavoro era duro e nessuno aveva pietà per lui, lo calpestavano, umiliavano e minacciavano. Circondato da enormi corpi muscolosi di scaricatori sudati lui abbassava lo sguardo, accettava tutto, anche le spinte e gli schiaffi. Sopportava la fatica e le angherie e guadagnava, anche se poco, il pane per lui e la sua compagna. Di solito quelli gracili come lui si pagavano il pranzo facendo marchette ai più grossi. Aveva spesso visto sporchi e malvestiti ragazzetti pelle e ossa succhiarlo a un panzone per un panino dietro la discarica della fabbrica, anche questi rapporti erano squallidi e umilianti, nonché molto violenti. Non solo dovevi succhiare con passione cazzi sudici e odorosi di pesce marcio, ma prenderti anche gli sputi in faccia e gli schiaffi, così si eccitavano quegli erculei giganti ubriachi di sadismo e senso di onnipotenza, frustrati dal lavoro massacrante. 

Ultimamente lo stavano prendendo di mira, qualcuno lo toccava in parti dove non avrebbe dovuto, e lo faceva con una luce lubrica e invasata negli occhi degna di quell’inferno. Lui non cedeva né reagiva, andava avanti aspettando il giorno di paga. Qualche volta andava a prenderlo sua moglie e lo aspettava fuori dai cancelli, lei era grassa, sporca come lui, per niente attraente. Un giorno mentre la raggiungeva notò che uno degli scaricatori che di solito se ne stava in disparte ed evitava di tormentarlo, forse il più grosso e pericoloso di tutti, stava fissando insistentemente sua moglie. La cosa si ripeté ogni volta che lei tornò, il bestione guardandoli insieme insisteva ancora nel fissarli strofinandosi le parti basse con vigore e sorridendo. 

Allora proibì alla donna di raggiungerlo a lavoro, trascorse  circa un mese da quel divieto e la cosa peggiorò sempre di più. Un giorno fu accerchiato, spintonato, sbeffeggiato; uno di loro estrasse un coltello arrugginito mentre già un altro si slacciava la cintura dei calzoni. 

Due vennero atterrati subito da colpi di asse di legno che si frantumò in due punti sui loro volti, gli altri fuggirono immediatamente. A salvarlo era stato l’omone che faceva il filo a sua moglie. Troneggiava su di lui, imponente, monumento di paura e violenza, con l’asse spezzata tra le mani, mentre il poveraccio strisciava per terra cercando di rialzarsi. Il gigante gli tese la mano, questi accettò e la strinse facendosi aiutare a rimettersi in piedi.

“Grazie!”

“Ti aiuterò io con questi figli di puttana, non ti daranno più fastidio!”

“Ti ringrazio ancora, non so cosa dire!”

“Dire? Non me ne frega un cazzo delle tue parole, per sdebitarti dovrai fare, non proprio tu ma qualcun altro...”

Il sangue dell’ometto sudicio gli si gelò nelle vene.

“Non capisco...”

“La grassona simile a una scrofa che ti viene a prendere con quella macchina scassata è tua moglie?”

“Si” disse lui abbassando lo sguardo.

“Bene, la cosa mi arrapa ancora di più, stasera mi inviterai a cena, porterò io vino e cibo, stai tranquillo mangerai bene, poi glie lo infilerò tutto in quelle carni grasse, me la inculerò davanti a te o la sentirai urlare e godere da un altra stanza, decidi tu, domani è festa, starò da te tutta la notte, vedrai che sarà contenta, le piacerà mangiare a sbafo e farsi strozzare dal mio cazzone, intesi?”

I suoi occhi erano fiammeggianti come quelli di Satana, era già eccitato e non avrebbe accettato diniego. Il piccoletto annuì tacendo.

Tornò casa e parlò dell’accaduto con la premurosa donnona, soffrì tanto quando capì che sua moglie era anche un po’ lusingata da quelle attenzioni criminali, non si credeva affatto attraente ed essere desiderata le provocava qualcosa di strano. 

“Mi chiedo se non sia il caso di farsi inculare da quel branco di sodomiti piuttosto che distruggere il mio onore e fare il cornuto!”

“Qualsiasi cosa tu deciderai io ti aiuterò marito mio!”

Suonò il campanello, arrivò l’uomo, già metteva le mani sui seni a sua moglie, le baciava le guance, si comportava come se stesse a casa sua.

“Non c’è un altra soluzione signore?” Disse sottomessa la donna.

“No, non ce la farà mai da solo, e sapete cosa voglio io, quei tizi non si fermeranno finché non si licenzierà, io sono la vostra unica salvezza, e adesso vieni qui grassona che voglio infilarti la lingua nella gola.”

E lo fece, le scavò nella bocca con la lingua, poi la possedette davanti a lui lungamente.



Mentre il gigante nottetempo dormiva nudo sul corpo di sua moglie, stanco dai reiterati, violentissimi atti sessuali dalla estenuante ferocia, l’ometto pensò a quanto è vile a volte colui che protegge, mascherato da benefattore saccheggia in modo peggiore del dichiarato razziatore. Si chiese se non era forse il suicidio la degna fine a quella squallida vita di soprusi e soprattuto, la domanda che più si ripeteva nel cervello era: 

“Quella scrofa che non toccavo da mesi, che adesso ronfa di la nuda con quell’altro avrà goduto?”

Io credo di sì, anche perché nessuno in fabbrica toccò mai più l’omuncolo sudicio, e il bestione tornò ogni venerdì sera ospite a cena.

Davide Giannicolo


sabato 2 gennaio 2021

Notte Nebbiosa



 Avete mai smarrito la strada a notte alta? Quando densi spettri di nebbia opprimono il cammino, tra le campagne non si scorge riparo e tutto è celato?L’angoscia fa palpitare il cuore in quei momenti, confondendoci, disorientandoci, in un panico frenetico che distrugge ogni concentrazione. Allora il tempo si ferma, andiamo a tentoni allontanandoci sempre più dalla nostra direzione. Fu proprio questo ciò che accadde all’uomo della nostra storia, che vagava in quella notte fra le campagne come se fosse eterna, senza riuscire a trovare alcun punto di riferimento col quale orientarsi. Poi finalmente la vide, come un’apparizione da cimitero, forse si trovava proprio davanti al cancello di un camposanto quando lei gli apparve ammantata dai bianchi veli della nebbia notturna, imponente come una statua. Alta e maestosa, seminuda nonostante il gelo della notte invernale; il cuore di lui si paralizzò dinnanzi alla donna imperiosa accompagnata da due grossi cani che pareva attenderlo in immobile postura.


“Hai smarrito la strada come accade a molti da queste parti, vieni nella mia casa, starai al caldo finché non farà giorno e potrai proseguire.”

Una donna nuda con due mastini neri, davanti a un cancello che ti offre di andare con lei in piena notte, non prometteva davvero nulla di buono. Faceva freddo però e che lei fosse stata un demonio o semplicemente una pazza, meglio morire al caldo fra quei seni enormi piuttosto che in mezzo all’umidità che già gli aveva intriso i vestiti e ghiacciato la pelle. Accettò con gratitudine l’invito e seguì lei e i molossi in quello che sembrava essere un giardino. Non riusciva a vedere nulla, a parte la sagoma indistinta di lei che lo precedeva e l’erba umida sotto i propri piedi. Entrarono presto in un luogo riscaldato seppur odoroso di muffa e fiori marci.

“È buio mia signora”.

Furono accese delle candele da altre presenza, non vi era dubbio, si trovava in un cimitero e quella era una cripta, anche se visti da vicino la donna e i cani sembravano senza dubbio fatti di carne e sangue come lui, e che carne, viva e opulenta, giunonica e massiccia.


Presto giunsero altre due donne, belle nell’aspetto e dai modi a lei sottomessi, i cani erano svaniti intanto quasi come se fosse avvenuta una incantata trasformazione tra loro e le donne, che sembravano fedeli alla signora come quelle bestie. Cominciarono a ridere maliziosamente verso l’ospite, poi gli si avvicinarono, lo toccarono, lo annusarono, erano davvero delle strane ragazze, cosa ci si poteva aspettare dalle abitatrici notturne di una tomba?

“La nostra signora ci permetterà di giocare con te, lei è severa ma molto buona, siamo fedeli alle sue catene da un eternità.”

Forse era meglio il gelo, meglio morire assiderati che stare un solo minuto in più in compagnia di quei  malati di mente. Si voltò e iniziò a correre verso l’uscita, ma subito un colpo di frusta alla schiena lo fece cadere con il volto sul pavimento tappezzato da uno spesso strato di polvere secolare. La nera signora, gigantessa muscolosa dal volto imperioso, affondò il lungo, appuntito tacco del suo stivale nero nella nuca di lui.

“Disprezzi la nostra compagnia?”


Fu una lunga notte, l’uomo ebbe il calore promesso dalla sinistra padrona di casa, insieme a qualche potente colpo di frusta. Fu posseduto carnalmente, malmenato e in seguito spartito dalle due fanciulle schiave che con ogni probabilità erano i cani di lei. Tutte e tre si nutrirono abbondantemente sia del suo sangue che del suo sperma, fu un festino blasfemo, un banchetto diabolico. Svenne più volte e ripetutamente si risvegliò tra le loro fauci voraci o mentre veniva cavalcato stretto nella morsa d’acciaio delle loro cosce isteriche.

Lo ritrovarono nudo, ridotto a un guscio vuoto, in uno stato vegetativo e catatonico, nel bel mezzo della  campagna accanto alle rovine di un antico cimitero. Nessuno seppe realmente cosa gli accadde in quella notte maledetta in cui si smarrì nella nebbia.

Davide Giannicolo 

alla notte e le sue maliarde creature.