mercoledì 30 novembre 2011

Lo spettro del castello di Frontone(versione tagliata)

  


Lo spettro del castello di Frontone
(Un piccolo, sadico gotico)

Eleonora aveva studiato a Urbino per molti anni, all’università aveva trascorso momenti memorabili, ma una volta laureata, si rese conto che ogni fase della vita è intervallata da un momento di confusione.
Era arrivato il momento di mettere in pratica ciò per cui aveva studiato, non tanto per un reale bisogno di soldi, suo padre in fondo era benestante e poteva ancora mantenerla, ma Eleonora aveva bisogno di dimostrare che in tutti quegli anni non aveva perso del tempo, che lei non era l’usuale figlia di ricchi, carina e nullafacente.
Naturalmente a trovarle il lavoro fu suo padre stesso, un impiego facile, comodo, e ben pagato.
Doveva semplicemente accogliere i visitatori al castello di Frontone, una rocca severa che si staglia su di un picco affilato nell’entroterra Marchigiano.
Eleonora di questo si sentiva molto orgogliosa, anche perché il lavoro le consentiva di vivere da sola, nella vicina città di Pergola, aveva scelto di prendere in affitto un appartamento in quel paese poiché vagamente più movimentato di Frontone, ma di notte, le suggestioni medievali di Pergola, non tardarono a carezzare la giovane pelle della novella castellana.
Inizialmente, nel suo vecchio appartamento del centro storico, inghiottito dai vicoli centenari che sussurravano storie silenti e mai dette, Eleonora provò un profondo disagio, non le piaceva rincasare da sola nella sera deserta, tanto meno restare di notte in quelle strade solinghe, ove i suoi passi riecheggiavano fra i mattoni facendo pensare a sinistri pedinaggi alle sue spalle.
Eleonora risolse con estrema facilità questo suo problema, era tutto dovuto alla sua improvvisa solitudine e all’antichità di quei luoghi che ancora erano impregnati di medioevo, dunque invitò le sue vecchie amiche dell’università a dormire da lei, ciò succedeva ormai ogni sera, la accompagnavano addirittura al lavoro e restavano con lei nella piccola stanza dei biglietti dove venivano accolti i rari visitatori.
Dunque anche quelle immense, pomeridiane solitudini al castello, immerse in silenzi inamovibili e pesanti come le pietre della rocca, furono esorcizzate dalle risatine delle ragazze di città.
Fu in uno di quei pomeriggi invernali, in cui Mario, uno dei suoi compagni, era giunto a trovare lei e Matilde, che cominciarono ad accadere sinistri eventi, storie equivoche come le carezze di un monco sulla guancia di una vergine casta.
Le luci al piano superiore del castello venivano trovate molto spesso spente, eppure il maniero era deserto, e vi si sentivano gli spifferi di vento riecheggiare tra i silenti corridoi, Eleonora era molto spaventata da questi avvenimenti, se fosse stata sola, non sarebbe mai andata a controllore, non avrebbe mai osato avventurarsi fra le buie sale del castello irte di sussurri e rumori indistinti.
Era di Mario il ruolo del coraggioso, fino a che una sera, poco prima dell’orario di chiusura, in un martedì privo di anima viva, egli discese le scale correndo, e pallido come un cadavere si rivolse sconvolto alle sue compagne.
“Dobbiamo andare via di qui, immediatamente!” Disse con il respiro strozzato.
Le ragazze, ovviamente spaventate, tentarono ugualmente di calmarlo.
“E’quasi orario di chiusura, mancano dieci minuti, poi chiudo tutto e andiamo!” Disse Eleonora.
“Io vado via adesso, voi fate come volete!”
“Ma cosa hai visto Mario, così ci spaventi!”
“Andiamo via ho detto! Mi dispiace Eleonora ma io non ci torno più in questo posto, anzi faresti meglio a licenziarti!”
“Ma che dici!? Si può sapere cos’hai? Hai fumato?”
“Vaffanculo! Io torno a casa stasera stessa, non dormo con voi, andate a fanculo!”


Per molti giorni strani eventi seguitarono ad accadere nella dimora vetusta, Eleonora, che fino ad allora non aveva mai pensato di informarsi circa gli antichi abitanti del castello, cominciò a fare delle ricerche, visto che gli spifferi ventosi che aleggiavano lungo le immense solitudini delle sale deserte, e i rumori sinistri simili a scricchiolii seguiti da tonfi, cominciarono a divenire sempre più invadenti.
Ma non trovò nulla di anomalo nella storia della costruzione, nessun architetto suicida, nessuna dama uccisa per fattori di gelosia, ma certo era che in un centenario castello di omicidi certamente ce ne erano stati molti, non documentati, morti segrete, anonime, serve torturate, paggetti violati, cose che certamente nessun libro di storia riporterebbe mai.
Eleonora cominciò a convincersi di ciò, mentre nelle notti ventose di Pergola, spulciava tra vecchi volumi e stancava i suoi languidi occhi turchesi dinnanzi al luminescente schermo del computer, Matilde era ossessionata quanto lei, continuava però a starle vicino unicamente per un motivo, sapeva che di lì a poco sarebbe partita per raggiungere i suoi, dunque i borghi deserti e oscuri di pergola, uniti ai fitti bui delle latebre di Frontone, presto sarebbero stati soltanto un vago ricordo.
Ma Eleonora sarebbe restata, sola, tra quelle sale maestose e sussurranti, ed allora, solo allora, avrebbe fatto realmente i conti con la propria paura, poiché è la solitudine ad essere la più tenera amante dell’incubo.

Imbruniva molto presto in quel periodo, e già tra le solitarie stradine medioevali qualcosa di morboso aleggiava nell’aria, era come se qualcuno spiasse i suoi passi, come se al di là di quelle antiche porte marce, che celavano sconosciute cantine e sottoscala silenziosi, occhi iniettati di sangue la stessero osservando con insistenza.
Il silenzio era terribile, tangibile come un viandante vestito di stracci che avanza tendendo la mano, offrendoti la propria lebbra.
Matilde era partita quella mattina, ed Eleonora era decisa a non lasciare il proprio lavoro, non avrebbe fatto sorridere suo padre con le sue paure da bambina, ormai era adulta, ed era ora di dimostrarlo prima di tutto a sé stessa.
Era una sera fredda, il gelo stava arrivando, l’inverno, con le sue carezze taglienti, si annunciava rendendo il castello ancor più severo, mentre una luna alta e tonda, coperta da alcune nubi fluttuanti, sovrastava gli alti bastioni, come il luminescente occhio di un ciclope essa osservava Eleonora fissamente, attorniata dal cielo autunnale di un blu malevolo, seguì i passi della ragazza fino a che non entrò nella rocca.
Tutto taceva ed era deserto, il vento gelido percorreva ogni spiraglio, lanciando ululati malsani che evocavano dimenticate, oscure fantasmagorie.
La ragazza sedette al suo posto, fingendo di non sentire quei sibili lontani, simili ai sussurri di erranti anime in pena, trascorse un ora, Eleonora era terrorizzata, nonostante il silenzio, pesante come una scure, regnasse ormai incontrastato nel castello, poiché il vento si era calmato, e tutto sembrava immerso in una naturale tranquillità.
Ben presto l’occhio turchese di Eleonora poté notare una cosa a primo impatto agghiacciante, era come se i suoi occhi, assorti nella lettura di un opuscolo, avessero scorto un vago movimento all’altezza della porta.
Il suo cuore cominciò a lanciarsi in una sfrenata cavalcata.
Eleonora rimase immobile, fissò la porta per alcuni minuti, mentre il sudore le imperlava la schiena nonostante facesse relativamente freddo, dopo un po’ il suo sospetto divenne certezza, l’orlo di un tessuto bianco, fluttuante e leggero, sporgeva oscillando al di là della porta.
Dopo attimi di terrore profondo, improvvisamente, i sensi di Eleonora furono dominati dalla ragione:
“E se fosse una tenda? Un pezzo di stoffa strappato dal vento?”
Si alzò e decise di andare a vedere, con titubanza, varcò la soglia della porta, il cuore le si pietrificò immediatamente e svenne quando scorse ciò che vi si celava di fianco, e la osservava con crudele, muto sguardo.

Si risvegliò nuda, legata mediante catene che le tenevano gambe e braccia allargate orizzontalmente, il suo sesso nudo, ricoperto da una bionda peluria, riceveva le carezze del freddo, il gelo la cospargeva di brividi, che rizzavano dolorosamente le piccole, rosse protuberanze sormontanti i suoi piccoli seni.
Si trovava in una sala sconosciuta del castello, un sotterraneo illuminato da molteplici candele.
Dinnanzi a lei vi era la creatura che le aveva fatto perdere i sensi, una vecchia decrepita, dallo sguardo profondamente maligno, il volto severo, sottile, aristocratico, le labbra sottili, curvate in un espressione di sdegno e superiorità, la donna, che pareva centenaria, era vestita da sposa, un abito pomposo, recante perle e ricami, decori sontuosi di un’epoca svanita, sontuosi ma mestamente casti, ligi al silenzio del corpo devoto all’alabarda dello spirito, un lungo strascico infine cadeva dal capo della vecchia silenziosa, cascando come un getto di latteo vapore fino al centenario pavimento di mattoni consunti, rendendo ancora più inquietante quella tetra, agghiacciante visione.
La pelle pendente e gli occhi tondi, inespressivi nella loro albagiaca vacuità, le membra sottili, quasi scheletriche, racchiuse in quell’abito nuziale, il crine canuto, sciolto come uno spettro danzante sulle spalle, tutto in lei insomma, trasmetteva profonda inquietudine, ma ciò che più agghiacciava l’inerme ragazza legata era lo spettrale silenzio del fantasma, che non faceva altro che fissarla con disprezzo, se solo ci fossero state delle parole ad infrangere quella mortale immobilità di suoni, se solo quelle labbra raggrinzite si fossero mosse, allora forse la realtà avrebbe preso il sopravvento.
Ma ciò non accadde, e lentamente dall’ombra emerse una nera figura, e così una colossale ombra si impadronì dei tremolanti lucori della stanza; un boia seminudo e incappucciato, alto il doppio di Eleonora, dalle membra possenti e lucide, avanzava verso la ragazza ignorando i suoi muti, nevrotici singhiozzi.
Dita salde strinsero il mento di Eleonora, poi vide la vecchia avanzare, lentamente, come fosse di cartapesta, non riusciva a indugiare in quegli occhi straripanti crudeltà, così abbassò lo sguardo dinnanzi al torvo, tondo sguardo che la vecchia le volgeva, simile a quello di una civetta, poiché umidi, sadici scintillii vi aleggiavano come spettri erranti visti al di là di uno specchio.
Solo allora sentì il calore, e guardò in basso, verso il proprio ventre, la vecchia stringeva una candela fra le proprie  dita ossute, così simili ad artigli adunchi.
La fiamma era puntata all’altezza del pube, così prima la fulva peluria, e poi la rosea carne presero a bruciare liberando un fosco, pregnante effluvio.
La vecchia mutò leggermente la propria gelida, fissa espressione, le sue labbra si atteggiarono in un vacuo sorriso.
“Questo castello è appartenuto ai miei avi per generazioni, non senti il loro amabile sussurro?”
Dicendo ciò avvicinò maggiormente la fiamma della candela al sesso di Eleonora,  che danzò  sulle labbra esterne della sua vulva con la delicatezza leggiadra e tagliente di una pattinatrice suicida.
Le grida divennero acute e disperate, ma la vecchia non sembrò battere ciglio, era come se il suo volto centenario fosse avvolto in una maschera di cera.
“Possiedila Volcidor, massacrala con il tuo possente membro, poi scorticala con il tuo flagello, infine rompile le ossa con la tua mazza ferrata!”
La vecchia, profferendo queste parole come se fossero i versi di un poema, si rivolse al colosso mascherato.
E realmente egli la possedette mediante il suo membro mostruoso, realmente la fustigò fino a rendere purpuree e grondanti sangue quelle rosee e candide membra, spappolando infine le fragili ossa di quel corpo flessuoso, pregno di morbida giovinezza.
Gli schizzi purpurei inondarono la candida veste della sposa centenaria, che soddisfatta, con gli immacolati abiti macchiati di sangue, baciò le potenti braccia sudate del tenebroso boia.

Una lussuosa auto nera depose il proprio fulgido sguardo attraverso il declivio che dal castello di Frontone conduceva a valle, qualcuno di ricco, raffinato e aristocratico stava abbandonando il castello avvolto dalle tenebre della sera danzante, le poche luci del borgo accompagnarono la vettura, fino a che non fu inghiottita dalla angosciosa oscurità circostante.
Il cadavere di Eleonora fu ritrovato nella campagna, legato ad un albero, seviziato e violato, le ossa spappolate, il cranio reso poltiglia, i seni recisi da colpi di frusta.
Mario, l’amico di Eleonora, fu uno dei primi ad essere interrogati, disse di aver visto, in quella famosa sera, una vecchia vestita da sposa, accompagnata da un colosso mascherato, avanzare verso di lui.

La Contessa Giantini, sorrise al proprio domestico, poche settimane dopo il delitto, leggendo di quelle notizie. Il suo gigantesco servitore era nudo, e le stava innanzi con il membro eretto nell’attesa di essere ricompensato dalla sua vecchia padrona.
“Sei un gigante spastico Volcidor, eppure assurgi così splendidamente ai tuoi compiti!”

Davide Giannicolo
Tutti i diritti riservati
La versione originale di questo racconto è andata perduta insieme alle ultime tracce del suo autore, forse da lui stesso distrutte.

Black kiss, Howard Chaykin

Un ex tossicodipendente appena uscito da un istituto per disintossicazioni si ritrova coinvolto in un turbinio di grottesca follia, ha a che fare con transessuali fuori di testa dal revolver facile,  una ex pornostar pronta a tutto pur di ritrovare una bobbina d'epoca sottratta al vaticano e contesa tra gruppi di modaioli necrofili, in più il nostro anti eroe, che certo non ha intenzione di salvare nessuno a parte le proprie chiappe, viene braccato da stupratori assassini pronti a tutto pur di farlo fuori, e la cosa peggiore che dopo aver speso migliaia di dollari per disintossicarsi ricomincia a spaccarsi di erba al fine di reggere alla tensione.   
Un capolavoro questo dell'ebreo di  estrema sinistra Howard Chaykin, che ci mostra in tutti i suoi aspetti la follia americana, l'ambiguità sessuale, la mostruosità disinvolta di chi è pronto a tutto pur di essere qualcuno in questa folle società.
Io l'ho gustato e ho profondamente apprezzato quest'opera che è subito entrata tra le mie preferite, ho letto che la storia era progettata per essere un film porno, chissà che non venga presa in considerazione adesso, a distanza di dieci anni.

Ricordo

 



Ricordo

Ho visto luci abbaglianti portarti sino a riva.
Ma scorgevo le nubi,
sapevo del sangue.
Ho attraversato l’olocausto di una mia notte
e ti ho scorta volare come fanno gli aghi di pino quando cala la brezza.
Morbida mi hai detto quanto immoto sono.
Hai sorriso
e languida al mio orecchio hai sussurrato che mi ucciderai.
Davide Giannicolo

                                                                                              

Stagioni iraconde


Stagioni iraconde

Stagioni iraconde,
uomini contro Dei,
uomini storditi dall’alcol
in rituale di forza lungo i pontili,
a infrangersi sferzanti
contro ogni percezione sensoriale.
Flussi d’ombra ed energia,
Dei contro uomini,
Palinuro l’amore ci teneva avverso,
ci stringeva in una morsa
e ce lo mostrava nel più orribile dei suoi volti.
Ma noi combattemmo,
sorretti l’un l’altro nella notte più oscura dei campi.
Guerrieri solinghi
non ci accorgevamo
che la notte cantava d’amore per noi.
Ella ci amava
Unica donna su tutte,
e a noi bastava.
Stagioni pavide, infami,
il petto villoso esposto:
“Lancia la tua daga, io sono acciaio e fiori di carne!”
Di quelle notti evoco il magico bagliore,
pochi, giusti compagni.
Notti in cui le cose erano nostre,
e dormivamo all’aperto
con il mare a raccontarci una storia d’onore.
                                                                      



Poesia di Davide Giannicolo tratta dalla raccolta "Petali di lama" questo componimento è dedicato al poeta Acid Pop Michele Galdi
Tutti i diritti riservati

Il grande poeta e musicista Michele Galdi, che raggiunse i suoi fasti pop elettronici e Depeche Modeiani nella seconda metà degli anni novanta, cantante e chitarrista dei Velvet Mirror, gruppo in cui lo stesso Giannicolo militò come bassista insieme al resto della formazione Belga.
In Belgio Galdi è una vera e propria divinità del pop, ma dopo la sua adesione al movimento dei pornodiabolici non se ne è più avuta notizia, qualcuno dice sia internato in una clinica psichiatrica Austriaca a causa della sua smodata passione nei confronti delle droghe anfetaminiche e allucinogene, si dice che oggi il genio degli acidi pop sia ormai irriconoscibile, pubblicherò prossimamente qualche testo di questo fantastico musicista di nicchia a cui lo stesso Giannicolo ha dedicato i versi  che appaiono sopra durante un soggiorno a Palinuro.


Harry Splatter e il dragone perduto

HARRY SPLATTER E IL DRAGONE PERDUTO



pesso la rabbia può rendere sovrumano il più empio degli esseri, divenire magia, trasmutare la carne in fuoco, essa proviene dalle stelle, ciascuno di noi possiede un frammento di astro racchiuso nel proprio ventre, anche l’uomo più debole, quello più infimo, proviene dal moto degli astri.
Harry Splatter si dirigeva verso il sole, i potenti battiti delle sue ali di fuoco fendevano l’aria lasciandosi dietro una scia incandescente, simile allo strascico dorato di una cometa, scintille infuocate solcavano il cielo vespertino precipitando in una pioggia virulenta che portava con sé il sapore della vendetta, questo era accaduto grazie alla rabbia e a una disperata forza di volontà.
Ma nella sua cieca ascesa Harry non si rendeva conto che l’aura infuocata diveniva sempre più debole, l’immenso dragone di fuoco che era divenuto rimpiccioliva visibilmente, più saliva verso il sole più questo sembrava assorbire la sua forza, fino a che un nudo Harry Splatter, bambinetto di sempre, ricoperto di pustole purulente, si ritrovò a precipitare giù dall’azzurro del cielo che non lo aveva accolto, come chiunque avesse contatto con Harry faceva.
L’ascesa diveniva discesa, oscura, fallimentare, violenta; ciò che ci suggerisce la rabbia è sì grandioso, è l’alchimia di un dio, ma si rivela essere presto un fuoco effimero, destinato ad ardere per pochi istanti, per poi affievolirsi miserevolmente, spegnersi dopo una magnificente vampata; quanto è triste la fiammella che muore sotto la cenere della propria possenza ormai estinta.
“Ho compiuto almeno parte della mia vendetta scorticando i miei aguzzini, questo almeno è servito a qualcosa, ora precipito, con la triste certezza che mi rimbomba nella mente, nessuno mi ha mai amato, tranne il fuoco, ma è stato solo per un fugace istante!”
Fluttuando verso il basso in un volo discendente, appariva come un angelo caduto le cui ali sono state tarpate da un dio collerico e totalitario.
La pressione atmosferica aveva estratto la bacchetta dal retto di Harry, ormai persa per sempre e atterrata chissà dove.
Improvvisamente sentì l’impatto della schiena contro l’acqua, lo specchio turchese lo accolse come un diafano blocco di cemento, nello schianto sputò sangue che si mescolò al divino liquido.
Era precipitato nell’oceano, ne veniva inghiottito, giù sempre più giù, verso profondità abissali, come fosse stato un incudine lanciata in acqua; le liquide pareti che lo lambivano presto cambiarono colore, oscurità, tenebra sciabordante circondava adesso le sue membra.
Certo di essere prossimo alla morte Harry si abbandonò a quella fluida discesa, ma presto un tremolante lucore si propagò tra le acque nere; una sinuosa figura gli si avvicinò, era una donna, o almeno così appariva, le esili e bianche braccia, tese verso di lui, lo invitavano a riposare tra i piccoli seni da adolescente, presto però Harry si rese conto che quella non era una donna, poiché l’esile vita era ricoperta da scaglie squamose, non possedeva gambe, bensì una coda di pesce striata da sfumature azzurrine, colei che gli stava di fronte era chiamata dagli uomini “sirena”, dama dei mari, pericolosa incantatrice.

Un canto vibrante s’innalzò attraverso la fluida atmosfera, seduceva Harry Splatter con parole a lui sconosciute, armonici suoni di un dialetto alieno, così simile allo scrosciare dell’acqua nottetempo; comprendeva un’unica cosa, la sirena lo invitava ad accoppiarsi con lei.
“Come faccio a possederti oh sirena? Io che non ho nemmeno mai sfiorato una donna? Possiedi organi riproduttivi? Anche se così fosse sarebbe comunque come avere un amplesso con un pesce!”
“Ho la bocca caro Harry e con essa faccio impazzire i marinai, i miei baci sono il vero canto, ho le mani inoltre con le quali posso sciogliere il turgore del tuo giovane membro”.
Harry si era convinto, nuotando con foga si precipitò tra le braccia della sirena, ebbe modo di vedere la morbida chioma fluttuare, poi le mani bianche come la perla che afferrano il pallido mollusco, dita levigate masturbano, stuzzicano in un fluido andirivieni mentre il ventre si infiamma di sinistri sentori; la bocca si riempie di un rigido boccone, in simmetriche movenze sugge, lecca, inghiotte, aiutata dall’acqua che carezza il glabro scroto.
Infine il giovane sperma fluttua tra le acque come uno spettro di plancton, una densa spuma aliena a quei luoghi, che forse feconderà il mare dando vita ad un mostro marino, si dice infatti che le mostruose creature dei mari siano il frutto di un proibito amplesso tra marinai e sirene.

Vi furono convulsi, forsennati gemiti subacquei, che cessarono dopo il goloso deglutire della dama dei mari, i sospiri melodiosi di lei divennero nuovamente parole:
“Volevi bruciare il mondo intero, credevi fosse così facile sterminare quegli esseri perniciosi? È normale che alla tua età il dolore divenga fiamma e ottenebri la mente, ancora di più lo è desiderare che l’universo cada a pezzi e ci seppellisca, sentirsi responsabili di un così fatale gesto ti renderebbe simile a un dio, ma questo non è possibile capisci? Perché voi umani, come le formiche, siete discretamente bravi a costruire ma distruggete in maniera veramente patetica!
Guarda invece il padre mio Mare quando è adirato cosa è capace di fare! I suoi fluttui arrivano al cielo come artigli spumeggianti e mentre ruggisce seduce la luna!”
“È la luna a sedurre il tuo signore, il moto ondoso è sotto la sua influenza!”
“Come osi deforme saputello dire simili idiozie?”
“Io, io, scusa...”
“Credi che una vuota crosta luminescente possa far impazzire il mio signore?”
“No, scusami...”
La sirena divenne isterica e non fece terminare al timido Harry il suo tentativo di scuse, il volto di lei divenne simile a un teschio mentre seghettati denti da murena emersero improvvisamente, emettendo minacciosi sibili.
“Tutti i maghi più potenti del mondo ti stanno cercando per punirti! Stupido idiota! Hai con la tua arroganza rifiutato l’unico aiuto che il fato ti aveva concesso!”
“Punire me? Me che sono sempre stato una vittima?”
“Patetico ragazzino...”
La sirena si lanciò contro di lui allargando le fauci dentate e letali, intanto rideva follemente, come un’arpia fatta di speed, non desiderava più sperma ma sangue, lo si sa, questi esseri marini sono sempre stati volubili e ambigui.
Harry nuotò più veloce che poteva cercando la superficie ma la sirena era molto più veloce di lui, fortunatamente lo sperma che ancora fluttuava sorretto dalle acque nere le si invischiò negli occhi, accecandola temporaneamente, il liquido le aveva bruciato gli occhi come fosse vetriolo, e così la creatura marina finì col contorcersi su se stessa concedendo un notevole vantaggio al ragazzo in fuga, gridava disperatamente, lo stridulo urlo non possedeva nulla di umano, come la lama di una sega elettrica vibrava attraverso le acque lacerando i timpani di Harry.
L’oscuro incantesimo che aveva consentito all’apprendista di respirare sott’acqua aveva cessato di esercitare il suo influsso, forse a causa della rabbia scaturita improvvisamente dall’offesa sirena.
Era troppo in profondità, non ce l’avrebbe mai fatta a raggiungere la superficie, i suoi polmoni sarebbero prima scoppiati, ma in fondo a che scopo uscire? Fuori tutti i maghi erano decisi a punire l’arrogante apprendista, l’avrebbero di certo sventrato, meglio morire nel grembo materno del mare, nonostante non era stato lui a partorirlo espellendolo da una fetida e sanguinante vagina, d’un tratto però Harry udì una voce profonda:
“Avevi ragione ragazzo, ma non dirlo a nessuno, sono io che la amo, ma quella troia non m’ama!”
Era la voce del Mare, tonante e levigata come il moto perpetuo delle onde che si infrangono contro la scogliera.
“In certe notti protraggo le mie braccia verso il cielo tentando di toccarla almeno una volta, mi basterebbe un solo, fuggevole istante, ma lei resta immobile, lassù, librata nell’oscurità e corteggiata dalle stelle, ignora il furore delle mie onde, austera, fredda e distante, non mi parla! Ma non dirlo a nessuno, ci farei la figura del romantico!”
Il Mare era triste, i suoi toni ricordavano quelli di un bambino sconsolato.
“Guardi che su tutti lo sanno, cioè sanno che è lei a muovere le vostre possenti, spumose spire!”
Nel dire ciò Harry inghiottì tre litri di acqua.
“Davvero?” Rispose il Mare imbronciato.
“Sì!” Un altro mezzo litro d’acqua.
“Mi sei simpatico ragazzo! Mi sembrava che gli uomini avessero perso il rispetto nei miei confronti, è colpa di questa storia, quella maledetta puttana! Non la degnerò più nemmeno di uno sguardo! Ti ringrazio per l’informazione, è per questo che ti salverò la vita”.
“No! Lei non sa signor Mare cosa mi aspetta fuori!”
Ma era troppo tardi per parlare, già gorghi maestosi trascinavano Harry verso l’alto sorreggendolo prepotentemente, infine fu espulso dai getti marini, come un tempo fece quella fetida, slabbrata vagina.

Harry Splatter e il principe infetto






el momento in cui Harry aveva ricevuto la bacchetta dalla fatina decomposta, dopo averla scrutata con lentezza ottusa, aveva tentato di ficcarsela nel retto, questa operazione lo mutò in rospo, poi in verme ed infine in un koala ustionato, la vista di un koala ustionato non è molto piacevole, questo animaletto tenerissimo tutto coperto di pustole e verruche putrescenti.
La fatina putrefatta allargò le braccia in segno di totale sfiducia e sdegno, poi spaccò sulla testa piena di croste del koala un'ampolla contenente un liquido rosa.
Finalmente Harry tornò quello di sempre, non che fosse meglio del koala ustionato nelle sue naturali vesti il timido Harry Splatter, era magro da fare schifo alle locuste, puzzolente e ricoperto di bubboni contenenti misteriosi liquidi.
“Sono anni che ti addestro Harry, e tu ti ficchi la bacchetta nel culo non appena te la consegno?” disse la fata decomposta.
Harry non parlava mai, grugniva timidamente e nella sua vita cercava soltanto di nascondersi dagli sguardi della gente, aveva forti distorsioni sessuali, in effetti era cresciuto con una fata decomposta che aveva i vermi nel buco del culo.
“Perché con la tua fottuta magia non migliori il tuo aspetto e già che ci sei anche il mio maledetta megera decomposta?”
Questo pensava Harry, ma non osava dirlo, sapeva che la fatina amava la tortura e ne traeva lubrico piacere.
“Io devo partire capisci? Dopo anni di masturbazione con femori e croci finalmente il conte Buxurrum mi ha invitata fuori per un po’ di tempo nella sua splendida residenza nelle paludi del calvario. E se qualcuno verrà da te a chiederti qualcosa, tu che sei il mio assistente, non puoi farti trovare con la bacchetta magica infilata lì dentro!”
Harry annuì timidamente, con lo sguardo spaventato e le membra gelide a causa delle precedenti, repentine trasformazioni.
Così la fatina decomposta si allontanò sculettante e si preparò con folli completi in lattice e nylon che stringevano le sue decadenti carni fino a renderla quasi arrapante.
Harry scrutava la bacchetta con il primitivo sguardo indagatore e perplesso, le sue mani scheletriche maneggiavano con cura lo strumento che poc’anzi aveva rivelato tanto potere.
“Cosa farò, cosa farò con tanto potere?”
Giunse la fata decomposta, con in mano una borsa e le tette strette in un vertiginoso corsetto, sorrideva giuliva al pensiero delle sfrenate notti di sesso e tortura con il suo amato conte Buxurrum.
“Allora io vado?” disse ciò carezzando il suo allievo schiavo.
Harry annuì ancora, con la solita passiva sottomissione.
Appena la fatina ebbe chiuso la robusta porta alle sue spalle Harry sentì un indicibile sollievo, finalmente era solo, libero dalle stronzate che la sua insegnante tentava di rimpinzargli, idiozie che ripeteva da mattina a sera riguardo formule, intrugli e misture.
Ma questa quiete durò pochissimo, poiché Seratia, ovvero la giovane, adolescente nipote della fata decomposta si infiltrò dalla finestra.
Ignorando completamente Harry, come se questi fosse invisibile, si mise a frugare tra le ampolle riposte in ogni angolo della stanza.
“Dov’è, dove accidenti ha nascosto l’elisir quella puttana!”
Dicendo questo si voltò verso Harry, fissandolo con un intenso, rapace sguardo maligno.
Il povero apprendista incapace non sapeva nemmeno di cosa Seratia stesse parlando, scuoteva la testa, ebete e imbarazzato.
La ragazza lo afferrò per il collo e con il suo mefitico alito gli urlò in faccia sprezzante:
“DOVE HA MESSO L’ELISIR DEL PENE ERETTO!!!!!”
“Avrà portato con sè tutte le dosi, puttana com’è lei.” Pensò Harry Splatter, ma lui, ricordiamolo ancora, poteva solo pensare, le sue parole erano strascichi di fallimento sul cordoglio dell’impotenza.
“AVRA’ PORTATO CON SE TUTTE LE DOSI, PUTTANA COM’E’ QUELLA STRONZA DI MIA ZIA!” gridò Seratia con isterismo disumano, ecco, c’era arrivata anche lei.
Poi cominciò a fissare Harry con la bocca serrata in una espressione singolarmente crudele, stava riflettendo.
“Tu sei il suo assistente, avrai pur imparato qualcosa ammasso di croste, scava i manuali e ricava un elisir, verrò questa sera, se non ci sarà la pozione ti faccio ingoiare pezzi di brace insieme con i teschi che ti scopi di nascosto.”
Harry fu imbarazzato da quella affermazione, dunque in tanti sapevano dei teschi.
Seratia andò via senza ulteriori indugi, lasciando lo sconsolato discepolo nuovamente solo.
Andò subito verso i manuali, cercò ovunque, ma quell’elisir doveva essere qualcosa di veramente segreto, frugò per tre ore senza trovare un bel niente.
Quando ormai la sera era calata il principe infetto bussò alla porta, Harry aprì e fu accolto da un calcio in petto.
Con fare da nobile duro senza palle il principe infetto varcò la soglia con fasulla, impettita eleganza, voleva fare il pugile, ma era talmente stronzo che poteva solo raccontarlo, però bastava poco ad approfittarsi di uno come Harry Splatter, perpetrando ogni sorta di angherie.
“Suppongo che Seratia sia già stata qui, hai preparato quello che dovevi?”
Il suo tono e la sua albagia erano veramente vomitevoli.
“Fottiti tu e la troietta!” Avrebbe voluto dirgli Harry, ma era inerme, sul pavimento, tremante.
Poi Harry notò la bacchetta, era sul pavimento, poco distante dalla sua presa, così si allungò e afferrò l’oggetto magico, il principe infetto lo osservava attonito, forse quell’incapace era riuscito a creare l’elisir?
Ma Harry si infilò la bacchetta nel retto, si concentrò con tutte le sue forze, come se l’oggetto dovesse fondersi al suo corpo, incapsulandosi in lui, iniettando nelle sue viscere deliri di magia onnipotente.
Harry stava mutando, in qualcosa di enorme e maestoso, intanto era arrivata anche Seratia, perplessa urlò:
“Cosa cazzo succede qui dentro? Principe infetto, fai qualcosa, mostrami il tuo pugilato di cui vai tanto parlando!”
Harry intanto aveva completato la sua trasmutazione, era un dragone, titanico, aveva sfondato il tetto della casa, le sue squame dorate con sfumature violette rifulgevano come sempiterni astri di vendetta.
Staccò un braccio al principe infetto con la facilità con cui si strappa un ala ad una mosca, poi l’altro, poi la gamba destra, poi lentissimissimamente l’altra, con sadica crudeltà, spietata freddezza, il principe era un tronchetto sanguinante, non si dava più tante arie, anzi, piangeva e implorava pietà.
Poi toccò a Seratia, sventrata in due con forza bruta, ancora semicosciente, in spasmi d’agonia contorta in terra, fino a che il dragone non orinò nello squarcio la sua orina incandescente, che friggeva gli organi interni dell’arrogante fanciulla come fosse olio bollente.
Soddisfatto Harry s’innalzò maestoso nel cielo, volò con la chiara idea di distruggere ogni cosa intorno a lui, voleva radere al suolo l’universo con il fuoco virulento della sua collera infinita, voleva falciare tutti quei bastardi che lo avevano schernito, bruciare le foreste che lo avevano nascosto, immergere la vita intera nel suo oceano di fiamme divampanti e tumultuose.
“Qualcosa ho imparato da questa magia che credevo essere una cazzata, ovvero che la forza di volontà è più utile di qualsiasi manuale!”
Pensando ciò Harry vomitava fuoco ovunque, si avventava verso il sole, deciso a inghiottire l’astro fulgente che rappresenta l’esistenza.
Davide Giannicolo

La mia pelle

Sulla mia pelle troneggia una musa,
ella è incatenata ma non si dibatte,
anzi t'osserva
con muta consapevolezza
poichè conosce la propria dirompente forza.
Ella è una creatura impossibile
per questo le è tanto difficile stare su questa terra,
non potendo nè volare, nè camminare, nè stare in acqua
a causa della sua deforme superiorità.
Nella mano destra stringe il fiore della poesia,
nella sinistra il pugnale dell'azione,
eppure ella resta prigioniera,
elegante creatura dimenticata,
cinta da nubi funeste e dal lirismo del mare,
sotto la luna dell'incantato desiderio,
prigioniera e sola
sulla spigolosa scogliera dell'anima mia.
Davide Giannicolo