giovedì 1 dicembre 2011

Iside

 

                                     

Di fremiti soffusi
Il ventre di Iside ho cosparso
Affinché ella partorisse il firmamento.

Da principio
Il suo gemito si levò nel deserto
Fino a che
Sontuosi boschi con il nostro desiderio generammo.

Privo della di lei fatata voce ora però
Mi giunge il canto della notte.

È forse morta
La mesta Iside,
e la notte ormai porta solo incubi
al mio sonno di cristallo.

Davide Giannicolo

Due racconti black metal

Ciclo del giovane vandalismo interiore




 
Sado

Claudia attendeva con fervente impazienza l’arrivo di Marco, il suo nuovo ragazzo, il fenomenale, bellissimo e forte Marco, l’unico che con la sua intelligenza sapeva capirla, non come quella bestia di Matteo, quell’ignorante anch’egli bellissimo ma che a nient’altro pensava al di fuori di discoteca e sesso.
Il sole era calato, deserto il parco cominciava a sussurrare il proprio verbo silente.
Finalmente Marco giungeva e Claudia cominciò a corrergli in contro, si abbracciarono, e dopo un lungo bacio sedettero giulivi come una giovane natica che sbeffeggia la  morte.
Che bello era Marco, tra le sue braccia nulla sembrava poter  giungere a turbarla, nessuno poteva nulla.
Le ore passavano, tra baci e singulti d’amore, si inoltrava la sera con adunche mani di vecchia signora bramosa di sesso violento.
Un uomo di grossa stazza apparve da dietro un nero cespuglio, si avvicinò alla coppia e sorrise inquietantemente, l’uomo era pelato e pallido, gli occhi chiazzati da profondi veli neri.
Claudia ebbe un moto di cupo terrore nel ventre, ma con Marco non vi era nulla da temere, Marco il mito di sempre che tra l’altro faceva karate.
Ma l’uomo era ormai a un dito dalle loro facce, piegato in avanti verso di loro emanava l’effluvio truculento di una macelleria accanto ad un cimitero.
Il volto di Marco mutò, nulla poteva accadere.
D’improvviso Claudia gridò e allo stesso tempo pisciò nel suo tanga tutta la sua patetica, impotente paura.
Quel suo tanga che doveva servire a renderla donna, che doveva caricarla di seduzione ora era tristemente fradicio della sua orina impotente,
“Piccole bestiole inermi costrette a nascondersi siete e resterete al cospetto della notte.” Questo diceva nel suo cupo latrato l’enorme cane randagio ai cancelli del parco, ma nessuno, nessuno poteva comprenderlo.
“Marco fai qualcosa!”
“Si Marco, penso proprio tu debba fare qualcosa.”
Così disse l’uomo e contemporaneamente estrasse un lungo coltello arrugginito con il quale sgozzò Marco in brutalissimo modo.
Marco giacque in una pozza di sangue mentre l’enorme tizio guardava Claudia con folle sorriso.
“Quanti anni hai?”  infine disse.
“Tredici anni.” Rispose Claudia in incontrollabili singhiozzi.
“Sei solo una bambina.”

La caricò sulle spalle e la portò alla sua auto, l’aveva imbavagliata con del nastro isolante e legato le mani con manette opache.
Claudia ebbe modo d’osservare il tragitto, prendeva dimenticati sentieri di campagna che sembravano assorbire la vettura nella loro maestosa e sconfinata oscurità, nemmeno i fari riuscivano a falciare quella tenebra.
Quando giunsero ad un diroccato casolare Claudia fu consumata dal terrore, intorno era tutto silenzio e fittissimo buio.
L’uomo la condusse sempre in spalla discendendo delle scale di pietra che conducevano alla cantina, spalancò una robusta porta e subito un nefando odore di sperma, orina e sangue rappreso invase le narici virginali di Claudia, poi vide legata al muro una bambina di circa otto anni, i capezzoli le erano stati recisi, era cosparsa di lividi e segni di frusta, nel suo piccolo ventre vi era conficcato un cacciavite e la bimba non respirava, evidente.
Le pareti di pietra erano tappezzate di foto raffiguranti bambini denutriti, con occhi impauriti, orribilmente mutilati.
Al centro della stanza, austero come un medioevale strumento di tortura imperava un banco da lavoro coperto di sangue e sporcizia, sopra di esso, silenti nella loro mestizia erano posate seghe, coltelli e svariati strumenti di dolore.
Dal soffitto pendeva una catena terminante in un gancio.
Claudia vomitò, mentre lei si contorceva l’uomo la legò al gancio mediante le manette mentre lei ancora vomitava, sollevò la catena in modo da far pendere nel vuoto quel delizioso corpo delicato e piccino, la scorsa vittima a giudicare dalla posizione di prima della catena doveva essere più bassa.

Piangeva disperatamente la dolce Claudia e l’uomo le strappò i vestiti scoprendole i piccoli seni, ora pendeva al soffitto completamente nuda tranne che per il fradicio tanga.
Il gigante afferrò un frustino dal tavolaccio e dette inizio ad una violenta punizione, i suoi grugniti si accesero e così  celebrò una laida masturbazione fino a che non si fermò a contemplare una penzolante, inerme Claudia ornata dai sanguinanti segni del frustino.
L’uomo si spogliò completamente, il suo ventre era enorme, le sue nudità ricordavano quelle di un fauno, forse era proprio così, quell’uomo portava con se l’eredità dell’istinto d’un vetusto fauno dei boschi.
Così si armò d’un coltello e cominciò a giocherellare passandolo lievemente sul corpo tremante della giovane ragazza, le provocò un leggero taglio sul seno sinistro, poi su quello destro e cominciò a leccare il sangue, il sangue che in rivoletti scorreva dalle ferite sulla nivea pelle di fanciulla. Le allargò le gambe e recise anche gli interni coscia leccando e suggendo avidamente anche lì, gli affanni del perverso gigante crebbero e così egli cominciò a leccare la piccola vagina di lei, dolce fiore di carne dalla divina fragranza, più che leccare l’uomo la stava mangiando, la stava assaporando in una sorta di violento e cannibale rituale d’amore.
La strinse a se e tentò di baciarle la bocca divina, ma ella si retrasse e cominciò a dibattersi impazzita, l’uomo le mise il coltellaccio alla gola e finalmente parlò:
“Il dolore è la naturale antitesi del piacere, il dolore è un sentimento, stai ferma o ti scoperò da morta!”
Mentre la lama premeva contro la sua delicata gola Claudia si lasciò baciare, s’innalzavano solo il cigolio sinistro della catena e gli affanni del viscido, solo di rado ella gemeva nella seduzione del gemito languente di chi viene mangiato.
Infine l’uomo la penetrò, la prese violentemente con la foga d’un animale, le sputava sul volto di fata, passava la sua lingua fatiscente sulle guance di lei che non poteva far altro che piangere.
Poi l’uomo le andò alle spalle, le praticò un lungo taglio verticale lungo la schiena, poi ancora un altro sanguinante sfregio sulla natica destra, in ultimo la sodomizzò.
Claudia era inerme, la testa riversa in avanti chiedeva alla sua coscienza di spegnersi, ma il fauno notturno proseguì la sua opera, penetrò lentamente un enorme fallo artificiale nel vergine ano di lei senza nemmeno ungerlo, di conseguenza prese svariati, lunghissimi spilloni dal bancone lercio e li conficcò tutti nelle morbide natiche della ragazza. Ella voleva la morte, ma riceveva solo dolore e sofferenza.
Esauriti gli spilloni, piantati anche nelle cosce e nella vagina di lei l’uomo fece qualche passo indietro e la osservò soddisfatto come uno scultore che contempla la sua opera.
Quando Claudia vide attraverso il velo di lacrime che l’uomo rovistava indaffarato in un cassetto scoppiò nuovamente in lacrime, ma ormai aveva esaurito anche quelle.
Il robusto pelato si riavvicinò a lei munito di spille da balia che conficcò nei capezzoli di Claudia, poi prese il coltello, le aprì le gambe e penetrò lentamente la lama nel sesso di lei.
Il dolore era lancinante, fuori un concerto d’ululati di lupi infuriava in macabra sinfonia mentre il vergine sangue in fluenti rivoli scorreva e irrorava il male.
Sempre più a fondo penetrava la lama mentre l’uomo ghignava, un ghigno maligno come quel posto, la lama giunse a metà e Claudia svenne.

Si risvegliò e tutto era buio, era nel suo letto o così sembrava, era dunque stato tutto un orribile incubo?
Si voltò e accanto a lei vi era la testa di Marco, recisa di netto.
Fuori dalla finestra un enorme cane grigio la fissava, quando si rese conto che lui e i suoi compagni, che stavano giungendo ringhiando, avrebbero mangiato i suoi resti quasi esanimi e che in realtà era in una fossa, scoppiò di nuovo in lacrime.
FINE

                                                                                                                                                                                                                          

L’ALLEGRA BANDA



Erano le dieci passate, Vomit era lì ad aspettare Totila sulla porta del suo palazzo, lui e Totila non si chiamavano sul serio così, loro erano due fottutissimi black metallers, suonavano in un gruppo e avevano l’assoluto bisogno di nomi cazzuti, a scuola potevano anche chiamarli con i loro stupidi nomi, ma nella band era tutta un’altra storia.
Totila sembrava non arrivare, eppure si erano telefonati e Vomit aveva raccomandato dodici volte puntualità a quel bestione che sicuramente era lì a farsi una sega mentre lui aspettava con svariati grammi di speed addosso.
Faceva veramente freddo, la strada era squallida e deserta nella sua urbana struttura del cazzo, pochi lampioni davano luce oltre alle finestre emananti luci di neon nell’ozio serale.
Di tanto in tanto si udiva l’eclatante esclamazione seguita da applauso di qualche esagerato coglione televisivo.
D’un tratto Vomit cominciò a leggere i nomi sui citofoni come passatempo, si stava spaccando veramente le palle.
Poi ecco il suono dell’ascensore che viene chiamato e in un attimo il grosso Totila è giù, un veloce saluto prima che i due si incamminino, gli altri li stavano aspettando.

“Se continua così la storia qui me ne vado in Norvegia, sento il richiamo del gran freddo del nord.”
Disse il gracilissimo Vomit mentre era in cammino con l’amico, Totila annuì in silenzio rannicchiandosi nella sua giacca di pelle, era buffo vedere quel gigante fare gesti da bambino. Totila era il cantante, il miglior cantante della città, o almeno così diceva lui.
Giunsero nella semideserta piazza del paesino in cui non era molto difficile essere il miglior cantante black, Fango, Splash e Blakky li aspettavano già carichi di birra e anfetamine.
Eccola lì l’allegra combriccola, tutti adolescenti pronti alla distruzione.
Si incamminarono barcollanti e giunsero al loro posto, un piccolo boschetto di solito popolato da tossici e reietti, ma costoro sapevano che c’era poco da scherzare con quei bimbi satanisti, che facevano sul serio e sparavano contro per diletto, era in fondo un paesino dove non esisteva una reale criminalità al di fuori del teppismo.

Un paio di piste ciascuno, qualche sorsata al bourbon e cinque o sei canne in gioco, era proprio un bel gruppetto, Totila in soprappeso che faceva il cattivo ma di cattivo non aveva realmente l’animo, faceva spavento a vedersi per quanto danno poteva farti con un solo cazzotto, Vomit che si ubriacava sempre di più e tornava a casa in stato pietoso, le donne lo odiavano perché era troppo volgare ed esplicito, Splash il bassista che sodomizzava il suo cane e andava solo con gli uomini e i trans perché era troppo perverso, una volta fu arrestato perché aveva pestato a sangue una checca sulla spiaggia dopo averla scopata.
Poi c’era Fango, fottuto da svariate droghe e psicofarmaci presi abitualmente con quantità di alcolici abominevoli, nella sua testa c’era solo il Black Metal e la chitarra, non aveva ne scopi ne obbiettivi.
E infine Blakky, così viscido da fare ribrezzo, quella lingua la ficcava ovunque senza pensarci due volte, la coca lo aveva reso iperattivo, aveva sempre i capelli sugli occhi e quando li tirava in dietro scopriva due bulbi striati di rosso che schizzavano via dalle orbite.
E così passava il tempo la band, a farsi e a parlare di filosofie troppo grosse per le loro teste casiniste, filosofie che forse solo Vomit riusciva a carpire con vera passione e completezza.
Totila era perseguitato dagli orribili spettri di una profonda crisi depressiva, così passava il tempo a farsi e a mangiare come una bestia tra una sega e una puttana beccata in strada per caso o per ricerca, quella era una di quelle serate in cui Totila non aveva voglia di fare niente tranne che sfregiare impunemente prostitute, ma la pseudo messa che si era organizzata non si poteva evitare, Vomit ci teneva un sacco, era tutta una vita che cercava veri satanisti come rimpiazzo a quei bifolchi persi in loro stessi.
Così il secco chitarrista tracciò un cerchio per terra con della vernice, Splash recitò goffamente le parole, le parole che a detta di Vomit avrebbero convinto il Demonio a metterli in contatto con i morti.
Satyricon_photo
I cinque in cerchio chiesero al presunto ospite evocato chi fosse.
“Il Barone”
fu la risposta tracciata dalla moneta sul rozzo foglio per niente suggestivo che blakky aveva procurato importunando una studentessa tredicenne.
Un vento gelido d’immane potenza s’eresse sollevando ogni cosa inaspettatamente, e nonostante i ragazzi avessero tutti una singolare attrazione per questo genere di cose scapparono tutti insieme di gran carriera.
Era ormai giunto il tempo di tornare, ma Blakky propose un giochino attuo a scaricare la tensione generata dall’incidente nel bosco, lo stato confusionale in cui si trovavano gli avrebbe concesso di fare qualunque cosa alla luce del sole, erano tutti fatti di brutto veramente.
Così Blakky indicò una grassa suora che aspettava tutta sola, a quell’ora tarda alla fermata dell’autobus.
“Fermi tutti, in una cosa come questa penso sia d’obbligo il face paint!” disse Fango con voce da schizoide.
“Ho sempre il trucco con me dolcezza!” rispose Vomit.
Così i cinque si truccarono velocemente specchiandosi nei vetri di una macchina, poi si diressero verso la monaca.
VESTAL
“Che Satana vegli le tue notti lussuriosa tettona rattrappita, ti infilzeremo il rosario nel culo bagascia.” Disse Splash eccitatissimo, subito il terrore si dipinse sulla faccia grassoccia della suora che tentò di alzarsi dalla panchina.
“Stà ferma!” era Totila, che con la sua grossa mano l’aveva messa a sedere con un imperiosa spinta alla spalla, l’altra mano di Totila afferrò con violenza un grosso seno della suora inerme, poi scese più in giù, sollevò la veste e si insinuò tra le sue gambe. Da prima la suora gemette, poi tentò d’urlare ma l’altra robusta mano del gigante subito le afferrò il collo dimostrandogli quanto fosse facile per lui romperglielo.
Gli altri si unirono a lui, le strapparono le vesti e tra urla d’ebbrezza afferrarono le carni grasse e i seni flaccidi riempiendosene le bocche folli.
La trascinarono sull’asfalto e per terra la presero a turno irrorandola del loro sperma e costringendola a berlo, Fango volle consumare il suo piacere tra i seni di lei, il suo sogno si realizzava, gli enormi seni flaccidi di una suora ora erano impiastricciati del suo seme malato. La picchiarono lungamente, infine scapparono, lasciandola nuda in un’orgia di risate.
                                                            
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La combriccola era abituata a questo genere di pratiche, era quello il loro divertimento, il loro life style, quello era puro black metal, il male nella quotidianità.
Qualche mese prima della storia della suora era accaduto un altro bizzarro e analogo avvenimento.
Era un pomeriggio estivo in cui il caldo si appiccicava alla pelle sudata, Splash si dilettava nell’appartamento dei suoi in pratiche sadomaso con Fiamma, una puttana da due soldi fottuta dalle droghe che si riempiva di borchie e si vestiva in lattice per il piacere di Splash, praticamente Fiamma era stipendiata da lui, negli ultimi anni Splash dovette darsi sempre più spesso al furto e alla rapina per sovvenzionare la troia e le enormi quantità di alcol e droga che insieme consumavano.
D’un tratto alla porta bussa un testimone di Geova individuato dallo spioncino da Splash subito divenne ispiratore d’un nuovo passatempo. Mandò fiamma ad aprire e lui telefonò gli altri quattro, poi raggiunse i due in soggiorno vestito solo d’un collare.
Dopo un laido sorrisetto lanciato con sdegno seguì l’aggressione, munito di una corta spranga d’acciaio Splash pestò lo sventurato tra le risate della troia.
SCENA TES
Il testimone fu trascinato in garage, ove presto il resto della band giunse, fu legato per bene.
Ci fu da divertirsi per un intero pomeriggio ove le urla dell’uomo erano assorbite dalle pareti insonorizzate del garage sala prove di Splash, in seguito, con sbadata follia si liberarono del corpo bruciandolo nel bosco in onore degli spiriti del male più incontrollabili e perversi.
Questo gruppo di pazzi teppisti satanici restava impunito per un semplice motivo, tutti erano insospettabili giovani ricchi o borghesi poco più che diciassettenni, insospettabili a vederli tranne forse che per Totila e per Splash che era ventunenne e aveva avuto già i suoi tatuaggi da galeotto a testimoniare i suoi guai con la legge. Aveva infatti tatuata una donna nuda e in posa oscena che a gambe aperte viene impalata, il tatuaggio aveva i tipici colori del tatuaggio fatto in galera o sotto le armi, gli sbirri infatti rompevano di continuo le palle a Splash.
Ma una sera le cose andarono diversamente dal solito, e i cinque si ritrovarono nell’incubo peggiore della loro vita.
Era domenica sera, le crisi depressive di Totila raggiungevano ormai apici intollerabili perfino dal gruppo, sotto effetto d’anfetamine era soggetto a improvvisi e incontrollabili scoppi di violenza, così per distrarre il cantante i ragazzi decisero di attuare finalmente il piano che da mesi si progettava soltanto: ovvero incendiare il cimitero.

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Il cancello era imperioso, antico. I loschi figuri vestiti di pelle nera lo scavalcarono con la velocità di creature sbucate dalla notte, ma Totila era troppo grosso e poco agile per riuscire nell’impresa, così si limitò a sfondare una parte del cancello a calci.
Nel cimitero era veramente come stare a una festa, giù le lapidi a calci, revolverate ai loculi con fucili da caccia e storie così.
Blakky pisciò su di una lapide veramente antica mentre Fango che era in stato pietoso stava semplicemente in terra a vomitare e a imbrattarsi delle sue stesse frattaglie.
Sul volto di Totila invece era tornato il sorriso.
Vomit si fermò su di una tomba, stupenda, monumentale.
Sulla lapide vi era inciso:
DIVERRO’IL TORMENTO DI CHI VIOLERA’  IL MIO PLACIDO SONNO- BYRON RAVEN- 1807-1839.

“Ma tu guarda un po’ questo coglione!” disse Fango asciugandosi il vomito, poi proseguì il suo schizzato pensiero filosofico nichilista,
“Ma chi cazzo si credeva di essere questo qui? Ho un’idea, fumiamo le ossa di questo stronzo.”
Detto questo diede uno schioccante bacio alla guancia di Vomit che ancora indugiava ipnotizzato dal fascino maliardo della lapide, Fango intanto era corso risibile nella sue movenze drogate ed euforiche all’eccesso a chiamare gli altri sparpagliati a far casino.
Senza profferire verbo Toitila afferra una vanga dimenticata nella terra e comincia a scavare, gli altri lo seguono anche loro rapiti da un accondiscendente silenzio.
Raggiunta la bara fu tirata fuori e profanata.
Nel vedere le ossa Totila fu investito da una perversa luce che intorno al suo volto creava una maschera di perversa soddisfazione.

CEMITERYVomit al contrario sentiva che qualcosa era sbagliato, mai come in quella sera era più convinto del fatto che doveva abbandonare quei ciglioni confusi per darsi seriamente alla magia, da solo, con dedizione misantropica e fervente, Vomit voleva seriamente apprendere in tutta la loro pienezza le occulte arti della trascendenza mediante il buio.
Ma Totila frantumò quelle ossa secolari, Blakky estrasse il suo cylum e tutti, anche Vomit, fumarono a turno le ossa del povero Byron.
Splash tossì e disse: “Ora sodomizziamo quel cazzo di prete e diamo fuoco a tutto.”
Il  prete viveva in una stanzetta nel retro della chiesa del cimitero, consumava riviste porno ed era il peggiore nemico dei Blackers di periferia perché voleva le loro stesse cose ma allo stesso tempo voleva anche dar loro la colpa. Il prete voleva bambine, e a tutte diceva di stare attente a quei quattro invasati dai demoni.
Vomit fu il primo ad entrare e senza parole calciò lo stomaco dello sbigottito sacerdote, presto tutti gli furono addosso in un corteo di furore. Totila infine lo fracasso nelle panche mentre Fango e Blakky davano fuoco alla chiesa.
I cinque si allontanarono correndo nella notte, di tanto in tanto si voltavano, corrosi dall’adrenalina ad ammirare la loro magnifica opera.



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Quella notte Totila fu tormentato da strani e terrificanti incubi, infatti il panciuto cantante era il più forte fisicamente ma anche il più fragile mentalmente.
Il giorno dopo Vomit fu beccato a scuola a fumare una canna nel cesso e dopo essere stato platealmente espulso come monito e presunto capro espiatorio egli raggiunse a casa sua uno sconvolto Totila reduce di una notte di delirio.
“Ciao bestione, cazzo tieni quel cane più in là!”
“Ho sognato cose orrende stanotte.”
“La reale cosa orrenda e che sono stato sospeso a tempo indeterminato. Questo cane devi rinchiuderlo quando vengo io, fottuto gigante bavoso come il padrone.”
Squillo il telefono, era Blakky che pretendeva d’aver trovato un nuovo modo per evocare i morti attraverso lo stupro di una andicappata di qualsiasi genere. Vomit si meravigliava di come quella idea non fosse stata partorita da Splash, la malignità di Fango giungeva a tali futili pretesti, per lui che aveva sempre la testa nei grimori e nei tomi medioevali ed ebraici, se non orientali e tribali, quella di Blakky era proprio un’offesa. Ora desiderava accoltellarlo come un maiale, voleva il sangue di quel perverso in un oscuro duello omicida, sempre di più Vomit si rendeva conto di stare nel posto sbagliato a sprecare le sue facoltà, per questo forse Nemesi l’avrebbe punito.
Così Vomit confermò un appuntamento, Totila depresso e allucinato volle restare a casa.
Così il grosso Totila si rinchiuse come seppellito nella sua  stanza, vi restò tutto il giorno soppresso da un fosco, inviolabile presagio.
Verso sera un violentissimo vento si abbattè contro le sue finestre, una voce profonda e altre mille più lontane ripetevano in continuazione la stessa parola:
“Morte, Morte, Morte!”
“Vaffanculo, vaffanculooo”
Dopo aver urlato isterico queste parole Totila uscì di casa, era il bene che si vendicava, questo pensava, che immane cazzata pensava il vecchio Totila.
Entrò nella chiesa del paese e cominciò a buttar giù tutte le preziose statue, afferrò l’enorme crocefisso e lo scaraventò in terra.
D’un tratto però la porta della chiesa si chiuse con feroce impatto facendo sussultare lo sconvolto Totila in fase di distruttiva espiazione.
Un uomo dalle lunghe chiome nere e i verdi occhi onusti di malia si avvicinava a Totila, era alto e possente il doppio di lui.
Totila piangeva in ginocchio, i suoi folli occhi traboccanti lacrime, odio e paura si fissarono come chiodi in quelli del misterioso uomo.
“Vieni avanti bastardo, ti spezzo e ti mangio, forza, avanti,AVANTI, AVANTI CAZZO!”
Infine disse.
L’unica risposta fu una risata profonda, Totila s’alzò, serro i pugni e con un ringhio d’odio si scagliò contro lo spettrale tizio.
2NERO
Colpì, colpì con tutta la forza delirante che aveva in corpo ripetutamente, ma solo dopo essere caduto in ginocchio sfinito si rese conto d’aver preso a pugni l’aria.
Quell’uomo era una visione? Manifestava la sua paura di essere sopraffatto da un nemico la cui forza era in opponibile? La paura di non essere più l’imperativo, feroce, grosso più di tutti Totila?
Stava diventando pazzo, era l’unica spiegazione poiché non aveva preso niente ancora quel giorno di allucinogeno o giù di lì.
Si rese presentabile e andò a casa, aveva gli occhi stanchi e gettò via la sua ultima sigaretta per metà. Era stanchissimo e si abbandonò sul suo letto con borchie e catene ancora addosso a rigargli la pelle ed il sonno.
Stava per cadere nell’oblio del sogno quando ancora il vento violento cominciò a imperversare sfasciando le finestre, ancora una spettrale cantilena che agghiacciava Totila rannicchiato e piangente come un bambino. Questa volta la parola pronunciata con l’enfasi d’un sussurro perverso non era più “Morte”, l’uomo della chiesa lo fissava con una smorfia satanica che mostrava due ingialliti canini acuminati come chiodi da bara.
Le parole che questa volta rimbombavano nella mente di Totila erano le seguenti:
“Byron Raven, 1807-1839- diverrò il tormento di chi violerà il mio placido sonno.”
Era una cazzo di follia.
“Basta!” Gridò Totila , continuò a gridare ma la cantilena sopraffaceva la sua voce capace di spostarti i capelli con un growl, fin che non resse più, prese la corda con il nodo a scorsoio che abbelliva la sua stanza, la fisso al soffitto mediante una trave, salì su di una sedia per poi lasciarsi pesantemente andare, negli ultimi istanti della sua miseranda vita Totila non aveva nemmeno il tempo per pensare, pochè nella sua testa ancora incalzava quella tetra e assordante cantilena.
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Vomit intanto affilava un largo coltello, meditava ossessivamente sulla morte di Blakky, sul come aggredirlo. Vomit era troppo fragile per il nerboruto e cattivo Blakky, ma questo rendeva ancora più affascinante il duello di cui egli solo era a conoscenza, mosso da propositi di conservazione circa il suo ordine ermetico.
Ancora il telefono violò i bagliori della sua lama, era Splash, riferiva la fosca notizia della morte di Totila.
“Abbiamo perso il miglior cantante sulla piazza!” disse il malinconico Vomit.
“Lo sapevo che sarebbe finito così, era sempre depresso, per me è tutta colpa delle donne.” Ribattè il misogino Splash.
Fango intanto, ignaro dei fatti poiché ritiratosi in campagna per suonare da solo, maturava la decisione di bucarsi.
Si era procurato tutto l’occorrente, era tempo che portava in grembo questo letifero proposito.
Era solo, nelle sconfinate campagne inghiottite dalla tenebra.
Ma prima che potesse sollevarsi le maniche un’orda di pipistrelli invase la campagna, l’uomo dagli occhi verdi e dai lunghi capelli si avvicinava da dietro il macabro stormo come fosse una Faustiana visione.
“Chi cazzo sei? Sei uno sbirro? Stai lontano stronzo!” ringhiò Fango, era patetico, aveva una fottuta paura ed era così ubriaco da potersi a malapena reggere in piedi.
Dalla bocca della vampirica presenza s’eressero le parole più musicali e profonde che egli avesse mai potuto udire.
“Vieni qui!” disse l’uomo.
Fango s’alzò e andò verso di lui piangendo, colui che gli stava d’innanzi spezzò quella maliarda seduzione generatrice d’impotenza che aveva magicamente generato squarciando la gola di Fango coi denti, lasciandone in terra il prosciugato corpo senza vita.
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Blakky picchiava sulla sua batteria, era veloce come un fulmine e cattivo come un tuono, quando Blakky suonava assumeva un’ aria sovrannaturale, appariva come un’inviolabile demone che esplicava la sua furia inumana sui tamburi attraverso una marcia di eccelsa violenza.
D’un tratto la finestra fu sfondata, una busta nera rotolava subito dopo sul pavimento portando un cupo messaggio di minaccia che eccitò il batterista desideroso di sangue.
Blakky depose le sue bacchette e si accinse ad aprire curioso la busta di plastica, si aspettava un gatto morto o qualcosa del genere mandato da qualche satanista da strapazzo appartenente a chissà quale invidioso gruppo rivale, forse qualche setta finalmente voleva iniziarlo a cose più serie.
Ma dentro alla busta c’era la testa marcescente di Fango, Blakky rise per nulla turbato dalla morte dell’amico, incapace di provare dolore si leccò le labbra.
“Bello scherzo, davvero di ottimo gusto.” Estrasse il suo coltello e con occhi maligni si guardò in torno con sospetto ghignando malignamente contento.
“ Ma adesso vieni fuori coglione, ti farò divertire.”
Una mano ornata di lunghi artigli gli si avvinghiò velocemente alle ossa delle spalle come fosse stata un serpente fuoriuscito dalla tenebra.
Blakky fu brutalmente sollevato dall’uomo dagli occhi verdi che aveva gli artigli ancora saldamente serrati.
Questa volta il terrore imperava sul volto di Blakky.
“Chi cazzo sei, che vuoi da me? Non c’entro niente con le minacce al Sacro Dentice, non sei uno di loro vero? Volevo solo che mi prendessero con loro.”
“Io sono il Barone.” Disse l’uomo, poi stacco’ via il braccio sinistro dal tronco di Blakky con la sola forza di una mano, con esso lo percosse senza ritegno alcuno.
Blakky moriva, ucciso dal suo stesso braccio.

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Splash era nella sua stanza e si masturbava pensando al corpo morto di sua sorella. Terminata la frenetica operazione decise di andare a farsi un giro.
Le strade erano deserte, solo i lampioni proiettavano deboli spettri di solitudine austera.
Ma improvvisamente una bellissima donna attraversò la strada, benevola gli si parò innanzi fissandolo con insistenza con i suoi verdi occhi riverberanti splendida ipnosi.
Lentamente la donna si avvicinò, tutti i sogni di splash si stavano realizzando, infatti la donna silente gli prese la mano e lo condusse con se verso quel cimitero che tanto a Splash era familiare. Quell’accadimento era così magico, così onirico, quella donna sembrava provenire da poetiche regioni di tenebra.
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Ella si distese sulla fredda pietra di una lapide e aprì le gambe.
Splash si avvicinò ma la donna cominciò a mutare, divenne il carnefice dei suoi amici, che gli afferrò la testa e lo schiaccio con la faccia contro la lapide.
“Leggi, leggi cosa c’è scritto verme!”
Le parole erano più che familiari: Byron Raven- 1807-1839- diverrò il tormento di chi violerà il mio placido sonno.”


vampireL’uomo sodomizzò Splash che piangeva dal dolore, ma trovò il coraggio di pronunciare le seguenti, estreme parole:
“Avresti potuto uccidermi nella forma di prima, avresti potuto farti dare un paio di colpetti troia mutaforma di merda.”
Splash non si rendeva conto mai di un cazzo di niente.
Il Barone gli strappò il cuore, gli estirpò il pene e lo depose delicatamente tra le labbra di Splash, poi si diresse verso l’ultimo del gruppo.

                                              ***********************

Vomit dormiva un sonno irrequieto, sognava i suoi amici che si mangiavano a vicenda sulla lapide del tipo a cui avevano fumato le ossa.
Si svegliò di colpo con la fronte madida di sudore, ma quella non era la sua stanza, era buio, non poteva muoversi liberamente.
Gli mancava l’aria a poco a poco.
Si trovava infatti in una bara sotto un metro di terra. Urlò il saccente e filosofico Vomit, urlò fino allo sfinimento.
La sua lapide portava inciso:
Byron Raven- 1807-1839- diverrò il tormento di chi violerà il mio placido sonno.
                                                                        FINE

Del dardo e del pugnale

Del dardo e del pugnale
Di Davide Giannicolo



Seppellisci di rose il mio cadavere,
seppelliscimi in inverno
così che la pioggia strozzi i miei lamenti,
così che tu possa ignorare la mia immensità.
Ricopri di terra la mia bara
E lascia che io riposi nel  freddo giaciglio,
lascia che il mondo muoia.

Ricopri di baci la mia bocca
E lo saprai anche tu,
saprai anche tu
cosa significa essere me.



                                                             *************

Talvolta gli stolti superano il risultato supposto, l’aquila maestosa non può volare più in alto poiché è già abbastanza irraggiungibile:

“Possono questi stormi di passeri loquaci
Spartire dell’aquila la solitaria rotta?”.  (Canto di un nobile cuore, Kayo Honen).

Non mi piace ripugnare eppure m’accade così spesso, è troppo bassa per arrampicarcisi e io sono troppo pesante, è troppo bella per lasciarla in mani altrui ma custodir non posso la sua mirabile bellezza, grandi e languidi i suoi occhi di malizia mi portano messaggi taglienti, ora mi rallegra il suo disprezzo, cara stolta Gabriella.
Penserai a me e alle mie labbra ripugnanti che curve in un sorriso sforzato si chinarono alla tua fonte di delizia.
Penserai alle mie mani che tentarono di sfiorare la tua pelle, carezzare le tue chiome.
Impressionante.
Negasti i miei abbracci.
No, ella non nuota nel fango ma in petali di rosa, in delizioso miele ove giacciono le più atroci cattiverie.
Nella dolcezza dimora la malvagità, provate a mangiare tutto il giorno miele e ditemi se la vostra bocca non sarà votata a blasfeme e taglienti offese e atti.
Nell’amaro e austero sapore del tabacco si nasconde un severo padre che ama i suoi figli.
Il cacao è invece un’artigliata seduttrice.
Noto con piacere d’esser male interpretato,
bada bene giovane filosofo imberbe sedotto dalla ribellione, torna a masturbarti o leggi chiara come la costellazione di scorpio la mia chiave di lettura.

Il dolce sapore dei baci richiama il dolce sapore del sangue.
Quante volte si muore in questa breve vita ove nessuno sa capire?
La mia bocca intona bestemmie all’umanità ogni notte, poiché cancello spalancato fu il mio cuore, ma vi si entrò solo per compier razzie, per depredare, saccheggiare, offendere, bruciare, eppure resta ancora un po’ ospitale, un po’, giusto un po’.
E la mia bocca suona ancora per gli stolti che mai saranno illuminati se non dal sangue.
Sono sottile e fragile in realtà, eppure quercia imperiosa,
non poi così gigante?
Un sorriso sa che regna la paura,
suonate violini, seguite i miei ruggiti, suonate e accompagnate il gracchiare del mio cuore.

Odo campane,
non vesto sempre il nero eppure sono a lutto.
Gabriella non esisti più, sei sfiorata ogni notte da un frocio volgarmente brutto che è blasfemo alle regole della forma e della bellezza, hai deciso d’amare un uomo con il volto ed il corpo di vecchia, ammesso che tu amare possa, ed è di questo, di questo che io parlerò in queste pagine, della realtà di voi troie e della disgregazione della terra a causa di quelli come te ed il tuo amante storpio che non riuscirebbe a sollevare un’ascia.

La mia donna è sempre stata morta,
e mai forse aprirà gli occhi celati dal bianco sudario,
ella giace fredda sul marmo del fosco sepolcro,
chi mai osa fermarla?
Ella giungerà a me.
Che folle speranza,
che povero uomo.

Pensare fa male, il tuo respiro s’ingrossa e le mani ti sudano, tremi di rabbia mentre il tuo cuore accelera i battiti. E’ un segnale, i demoni dell’inverno ti dicono di non pensare, fermano il tuo braccio stanco desideroso di violenza.
Devi imparare ad amare quello che hai.
Fanculo,
non verrà mai nessuno a salvarci da voi insulsi esseri, nani infingardi che nell’ombra tramate.
Dunque mi stendo,
e innalzo un nuovo canto,
un lugubre inno alla madre sofferenza.

9\12\1999

Vi è chi è mal interpretato e chi si veste come una baldracca a mezzanotte, chi scrive e si veste di mistero mentre dormiva sul mio ventre e mi agitava per godere di virile, perlaceo latte incandescente, costui che recitava parti femminili nel mio letto ora gode di ciò che non merita, egli che ha l’alito fetido di sperma dona baci alla dolcezza infettando anche la sua ignara, fiduciosa amante. Ed ancora egli godrà, poiché è ricco e potente.
Costui è un’offesa alla vita e al giusto, costui deve soffrire torturato dai dodici molossi bianchi della giustizia di colui che merita.
Egli se così non sarà reggerà il mondo attorniato da altri come lui, egli sarà la legge.
Attenta umanità ipocrita, attenta a chi punisci.
Osanna la forza, dona a Sparta l’infingardo.

Al mio funerale vili amici vorrete apparir commiserevoli,
ebbene piangete pure di falsità d’innanzi alla mia morte,
e voi mie donne così facili di rifiuto,
guardate in basso, verso i vostri seni,
e se volete disperatevi,
poiché essi mi hanno ucciso.

10\12\1999

Verso quell’ora che voi chiamate mezzogiorno, io, malato di desiderio e logorato dalla gelosia, contorto e agonizzante su di un letto di rasoi profetizzo.
La natura un tempo raggiante e vispa, bella e splendente nelle sue forme rotonde ove mille delizie prosperavano e rigogliose brulicavano tornò a voi deturpata, vecchia, con gli occhi impauriti ed il ventre martoriato da frecce e pugnalate.
Sanguinante e malata, morta ormai la sua carne cosparsa di piaghe.
Con il volto smarrito, pallido e cadaverico.
I suoi occhi velati di nero, funesto dolore.
Due solchi scavati nella carne delle guance a causa delle lacrime, putridi, infetti a causa del sempiterno scorrere doloroso.
La schiena un tempo sensuale e liscia ora mostra marce ferite e segni di frusta.
Violentata brutalmente, con le gambe sanguinanti a causa dei violenti stupri che dissacrarono quel vetusto splendore di quando ella vergine, dai bianchi vestimenti vagava per boschi e campagne.
Ma adesso, adesso ella vi fissa con lacrimanti occhi mentre i suoi seni si decompongono divorati dai vermi che nella carne nera e sanguinante si muovono lenti per poi ricadere sul ventre, in unica, viscida massa pulsante, un orrendo suono la segue: la masticazione di quei parassiti e il rumore di essi che scavano e strisciano liquidi nella carne marcia.
Ella, che voi credeste morta, ella si, tornerà a voi con un regale inchino e sputerà su ciascun vostro volto stolto e assassino, maledetti figli di puttana folli che avete scempiato e violato la rigogliosa madre con la vostra plastica, le vostre automobili, i vostri computer, le vostre invenzioni futili
che vi hanno deviato dal divino flusso del cosmo.
Avete stuprato quella povera vergine un tempo sorridente e poderosa, l’avete massacrata, violata, fustigata, scarnificata, bruciata, sondata e la sua bocca implorante  è stata messa a tacere da una verga pulsante di sadico disio.
Io celebrerò il suo funerale e la sua vendetta, farò la stessa cosa alle vostre figlie, i miei molossi sodomizzeranno i vostri pargoli coglioni, brucerò le vostre fabbriche, strapperò i vostri cuori di gesso.
Ella nel suo angolo polveroso, agonizzante ancora mi implora di salvarvi, piange, sono cessate le sue melodie incantatrici e cedono il posto ad un canto straziante, un triste lamento.
Con le unghie strazia il suo volto mentre tento di spiegarle che nulla si può fare per voi, che siete piccoli e ignoranti, persi nelle vostre bieche esistenze.
Quando l’ultimo vostro stendardo di plastica verrà piantato brutalmente nella sua schiena ed ella morrà, in quel momento stesso, il vostro mondo artificiale brucerà, e solo allora cercherete di ricordare, ma non potrete poiché immane e pervicace è la vostra ignoranza.
Solo i puri ricorderanno con dolore quanto lontano è il giorno in cui liberi cavalli cavalcavano impetuosi, e bianco quello più robusto arrestava la sua corsa per abbeverarsi al limpido ruscello.
Immemore sarà il tempo passato, e l’ultimo uomo urlerà fra le fiamme e penserà al dolce sorriso della natura.

                                                      
                                                         IL MISANTROPO

13\12\99

L’amore ha infiniti effetti, io sto impazzendo per esso, la società ha creato il misantropo? No il misantropo si crea da solo isolandosi all’ombra dei boschi.
Non ho più amici, l’abbrutimento mi rende inavvicinabile, sono chiari i miei segnali e non sono sempre ornamenti.
Di notte la mia mente viaggia ed apro le gole di chi mi è più vicino, nessuno può consolarmi, ne la vita ne la morte.
Potrei uccidere tutti coloro che mi attorniano, ma è un lavoro troppo lungo e non ho abbastanza scuse, l’amore, l’amore mi ha reso così, mi ha chiamato tra le sue braccia oscene.
Quanto sangue immagino, non pensavo che il cadavere dell’amicizia ne contenesse così tanto.
Brucerò la città, no , no devo solo allontanarmi, vivere non è difficile, tutti lo fanno o fingono di farlo, non è lì il punto, io non sono l’adolescente stupido che piagnucola, taglierò gole, io non sono “tutti”.
L’amore ha cancellato tutto ciò che si può chiamare un adolescenza felice, a che serve sorridere? A cosa serve l’ombrello quando ti piove dentro?
Se resto in questa stanza, nel mio regno, nessuno potrà più farmi male e io non dovrò usare coltelli su carni che non siano le mie, scarnificherò solo il mio corpo, a volte penserò all’amore, e il sangue mi pulserà alle tempie, la lama cheterà i miei istinti, i miei cani leccheranno il mio sangue acquistando il mio antico vigore, di quando portavo uomini a orde sulle mie larghe spalle.
Non parlerò più a Dio,
poiché egli non mi risponde.


                                                                     IL MONDO

E’ una serie di profumati inganni,
è un applauso fatto il giorno prima di pugnalarti,
è la gloria e la caduta di cesare,
una sfilata di immagini inafferrabili eppure tangibili,
è un’illimitata collezione di ferite:
alcune sottili, altre profonde e lancinanti
le cui cicatrici
ridestano il ricordo.
Fulmini di gloria,
poi l’impotenza.
È un’immensa macchina malsana,
è il mondo.

14\12\1999

Ogni pioggia porta note diverse, ogni goccia ha il suo messaggio.
Danzo al temporale coi miei cani, la mia notte non ha lampioni, l’amore non ama. Danzo sotto la pioggia per ascoltare, ascoltare i lamenti del tempo.
Ogni notte percuote con smanie diverse, l’amore per i coltelli, danzo, e ho i vestiti fradici.
Danzo e i capelli come febbre di delirio si incollano sulla mia fronte.

I miei cani d’innanzi al camino, il mio letto d’asciutte lenzuola.
Dono fuoco, ricevo pioggia.
Nessun dipinto mi sa raffigurare,
nessun musicista saprà interpretarmi.
Il verbo si fece carne per camminare in mezzo a voi.
Non sono un buon musicista, non so dipingere, le parole infine vengono interpretate come si vuole. Avrei bisogno di qualcosa che si imponga per quello che è, poiché purtroppo dentro me ci sono cose che non riuscirò mai a dire, vi sono immagini che mai potrò esternare, poiché impossibili da descrivere con semplici parole. Forse non sono un buon poeta, e ho chiesto a me stesso di esserlo.
Vi sono melodie che le mie dita tengono prigioniere.
Ho bisogno d’imparare, la poesia è così fragile, mentre molto violenta è la pittura, il cinema, la fotografia, tutte cose dittatoriali che impongono colori, sensazioni.
Voglio mostrarvi con minuziosa precisione le minime fossette dei volti sorridenti dei miei animali.
Vi sono cose che non riesco a fare,
come violare le spoglie d’una bella donna morta in un cimitero.
Ho bisogno di interpreti,
anche per me stesso.
Ora muoio,
è ossessionante e disgustoso,
non saper imporre i propri pensieri intendo.



   LO STUDENTE SEDICENNE

Vedo il cadavere d’una donna bassa e tozza, ha due grossi seni ondulanti di colore olivastro sui quali ricadono corvine chiome.
Attirata nella brughiera, violenza, violenza inaudita. Tuttavia non si può essere quel che non si è.
Violenza oscura, lugubre, innata, istintiva.
Il cadavere sorride, nuda la donna ospitava un lussurioso serpente fra le gambe.
Nella brughiera mani tozze toccarono i suoi seni, poi un coltello vi passò, seguito da un crudele, delizioso fendente alle costole.
E il sangue bagnò quel che era di rugiada bagnato, le lacrime irrorarono ciò che prima saliva irrorava.

Il cadavere d’una donna giace in abito da sposa, distesa in una bara foderata di nero. Una fossa è scavata nel cimitero, se vi si guarda si scorge una danza carnale, nudo è l’uomo che viola il cadavere, da solo gode della morta sposa.
Dio pensa ai suoi figli,
io penserò ai miei.
Scoccata l’ora in cui sarò libero d’uscire da questo luogo che spaccia sapienza stantia ma in realtà dell’ignoranza settoriale è il covo, cercherò di liberare la mia mente da questi torbidi pensieri.
Ma la mia amata probabilmente un altro bacerà, e  allora ancora mi trastullerò nella visione e nel dolore.

                                                 L’ODIO DEL MISANTROPO

16\12\1999

E’ davvero triste scoprire di esser superiori, quasi quanto ammettere la propria inferiorità.
Ciascuna cosa ha una chiave ironica, avrò forse scoperto la mia sincerità?
A quanto pare d’ironia se ne possiede poca,  specie quando si succhia, e si sa di essere inferiori, è lì che nasce l’arroganza, è lì che quattordici pugnali straziano il tuo essere ermafrodito.
Ti credi sensibile e alato, misterioso e tormentato, cominci a predicare la tua ignoranza vestendo i panni del filosofo, lambendoti di belle parole di cui nemmeno tu conosci il significato.
Artistotto dannato, c’è il mio stivale a schiacciarti.
Lo sai cos’è un petto ampio? Sai cosa significa esser stato eletto dalla natura ad esercitare il giusto? Vi è un motivo se io sono un gigante di centoventi chili mentre tu sei un esile animaletto non credi?
Il motivo è palese ma il mondo sociale moderno, composto da magnati e reggenti come te non può ammettere questa verità, non può cogliere questa sfida, è palese anche questo non credi?
Mi sgomenta come questo sia accaduto, sarà la potenza della maggioranza, se la maggioranza è una vasca di sterco inutile finisce per voler contaminare il resto.
Vorrei che tu e quelli come te ammetteste la vostra sconfitta. Certo io non ho la tua reputazione di scolaro modello, diligente universitario intellettualoide.
Ma ammetti che il mio è un intelletto raffinato, creatosi da solo, mentre tu sei il plagio dell’intelletto, sei dunque la caricatura dell’ignoranza, tu e quelli come te, vestiti di parole forbite come un tanghero si veste a festa per far bella figura mentre ai miei occhi appari sempre più ridicolo.
Non ti uccido e sai che posso,
questo ti basti a scappare non appena la tua femminea figura mi si parerà innanzi.

                                                   

 IL GIOVANE CONFUSO
19\12\1999

“Non ti incendio perché siamo sotto le feste!”
Dicendo così recitavo la mia scena di clown.
Penso o forse è certo il fatto che sono maledettamente ubriaco, troppe persone cercano confusioni, cosa non direbbe una donna per respingerti e poi apparir giusta e caritatevole.
La bruttezza a volte è fonte d’un pregiudizio chiamato delicatezza.
Un gruppo di prostitute negre genera particolari movimenti al ventre, fonte d’esecrabile vendetta comprare uno di quei corpi e fustigarlo sotto un ponte buio.
Penso che la bellezza in realtà vada ammirata, sono molto volubile, molto schivato, però ci sono occhi così maliziosi, ci sono ragazze così cretine.
La gelosia è una lusinga, ma a volte le illusioni fanno male veramente.
Quante lame stanotte hanno cercato gracili costati, quante volte le mie braccia cercarono un bersaglio, e non parliamo delle mani, che più volte hanno avvolto il collo d’una donna.
Ho camminato con i miei presunti amici di cui non ho ricordo e dei quali vorrei la morte e la tortura mediante pistola spara chiodi .
Ho visto una guerriera danzare, imperiosa e statuaria nelle sue larghe spalle, dea della guerra figlia di Marte danzava sinuosa con due fiaccole in pugno, inebrianti e delicate le sue movenze, eppure così forti.
Ma il dolore ha molte forme, quante donne esistono sulla terra? Quanti uomini meritano davvero la vita?
In realtà tutte puttane, tossiche, cadaveri dotati di forza motoria, un gemito, sette gemiti.
I tempi sono belli quando sono passati, non ci si rende conto dell’importanza della quotidianità.
È blasfemo farmi torto, una guerriera mia sin dalla nascita, l’immagine torna e so che è difficile, si manomettono le sorti oh regina, odio gli uomini e il fuoco a volte aiuta.
Qualcuno dice che io sia repellente, vorrei stabilire la sopravvivenza poiché in ogni caso posso, qualcuno forse sadicamente dall’alto mi manovra.
Spero che la gelosia meriti il mio tormento, spero che le parole abbiano il solito senso, spero che le illusioni paghino il dolore.
Una guerriera danza sinuosa, i miei occhi muoiono ancora.
                             
                                 

LO STUDENTE SEDICENNE E IL BACIO DELLA MALINCONIA

21\12\1999

E’ stupefacente il grado d’azione della sofferenza.
Non mi riconosce più nessuno, sono malato, fragile, pazzo, fragile, delirante, debole.
Ai suoni di violino di madama malinconia io mi incupisco, il mento sul pugno, fumo e tabacco, dolore, pensieri, autoflagellazione.
E mentre tutti si sforzano di dare un senso alla propria vita, credendosi profondi, pensatori, attrici, modelle di cartongesso, cantanti ingabbiate nel verbo proto ormonale dell’impatto porno, vagoni di cazzate su binari che conducono al nulla.
Ancora la dama suona al centro della mia stanza, le mie mani si tendono, ma fendono l’aria.
Allora capisco d’esser stato partorito in un castello di illusioni, così abbraccio me stesso infondendomi il mio amore.
Quando odio me stesso invece non so che fare, quando la dama proprio non cessa di suonare, ed io sono disteso con il mio violino sul petto intrappolato dalla diabolica apatia che mi pervade come assenzio.
D’un tratto però m’alzo in piedi, e nessuno può impedirmi di fracassare quello che mi sta in torno, così cerco volti da odiare, a cosa serva uccidere chi tocca ciò che sarà toccato da altri un secondo dopo che gli hai sfregiato i lineamenti con una pialla?
Capisco che si può uccidere all’infinito, e io ne ho il potere.
L’amore ha come ultimo fine la distruzione, il totale annichilimento di una delle due parti o di entrambe.

23\12\1999

Quando nasciamo uno gnomo peloso dagli occhi rossi depone al capezzale del nostro letto una frusta, questo gnomo bastardo deciderà poi se questa frusta servirà per flagellarsi o flagellare.
Costui decretò per me la strada più dolorosa, così accoltellai ferocemente il suo piccolo ventre, avevo undici anni, ma quella frusta è sempre nel mio pugno, sporca del mio sangue.
Sulla mia schiena vi sono piaghe che si riaprono ogni notte, le fruste non sono tutte uguali, io amo la mia frusta, ha occhi nocciola e lunghi capelli neri.
Se tutti morissero sarebbe un gran bel giorno.

Quando baci una donna ne senti tutto il giorno il profumo della bocca sul labbro superiore, non vi è nulla di più doloroso di quella fragranza.


Davide Giannicolo

Quando la brezza fruscia sulla seta

La sera moriva, s’innalzava la notte, stupenda come una donna che non ha bisogno di psicofarmaci, delicata e austera, discreta.
Affascinante perché se ne sta lì seduta a bere slivovitz senza badare a nessuno. Con gli occhi smarriti, privi di sorriso, un segreto che si proietta in profondi tagli sui magri polsi bianchi, cicatrici velate dalla seta dei vestimenti.
Così giungeva la notte, affascinando di delirio i pochi che potevano scorgerla.

“Buonasera signora.” Disse lui giacente sul suo letto intriso di sangue e sudore, si rivolgeva ad una forma indistinta e morbida che era entrata dalla finestra.

“Perché sei coperto di sangue?” esclamò lei con tono severo.

“Ero fuori, solo, tormentato, ho sentito il bisogno di uccidermi, droga, alcol, puttane, assassini, ladri. Cosi ho cercato rifugio nel mio sangue.”

Ma la dolce voce di lei bloccò improvvisamente il suo parlare confuso.
Era calma come una distesa di ghiaccio, fusa alla notte parlò con mesta voce profonda.

“Hai bevuto, ti sei scempiato con le droghe, ma non sono giunta, solo adesso che il tuo sangue scorre lento e conta i battiti confusi del tuo dolore puoi scorgermi.
Ti sei chiesto il perché? Ti sei chiesto perché non riesci più a scopare?”

“Non lo so, non mi interessa, portami con te!”

“Sono già dentro di te, sono il tuo sangue, ti carezzo dolcemente le vene, sono il tuo tormento, la tua tristezza, la tua malinconia, la tua vivente morte.”

“Come sei bella!”

La brezza carezzò quella sottile figura, i veli di seta frusciarono rivelando un bianco ventre nitidamente librato nella tenebra, un argenteo fulgore esso emanava riverberandosi sulla lacrime di lui.
Quello spettro drammatico era la sua ossessione,  candida madonna di cera.
Nello stesso fruscio con il quale era giunta ella svanì, senza voltarsi, senza mostrare i bianchi piedi nudi allontanarsi.
Forse costei era la notte del tormentato, del dannato che la brama senza mai riuscire a sfiorarla, che può sentire soltanto le sue eteree carezze a mezzanotte e poi finge di scordarla inseguendo la morte, baciando la droga e il misfatto senza sapere che lungo il suo viaggio verso la morte vi è ancora l’ombra soave e in ugual modo tagliente di quel sogno, quel sogno che al crepuscolo fa trepidare e che per ognuno è diverso. Il sogno di volare nelle mani di quel fantasma che di rado si rivela in tutto il suo mirabile lucore, il sogno di attirare lo sguardo di quella donna che beve da sola, ma che poi svanisce nel lene fruscio della seta.

Dedicato a chi soffre d’amore, poiché ciascuna sua lacrima è dolce piuma di dolore che accarezza e taglia il volto.

©Davide Giannicolo.

Mantide Astratta

Nei Balcani vi era la foglia di cristallo che Minè, assetata cercava, il suo obi bianco era stretto ai fianchi opulenti sui quali mai uomo alcuno aveva posato il tocco.
Attraverso le boscose foreste ella cercava, e i suoi occhi di mirabile lucore si imprimevano del chiarore delle foglie, come fossero stati di vetro specchiavano i silenti fruscii.
D’un tratto, lenta come una fiera tra gli alberi comparve una figura, alta e bruna la forma dell’uomo si stagliava ormai ferma a tredici passi da Minè.
L’uomo del Sud si fece avanti, cercava la piuma impressa nel ventre di lei.
Così Minè strinse le dita d’angelo lungo l’elsa dell’avvelenato pugnale, era quell’uomo che possedeva la foglia diafana della sua purezza.
Ma egli sorrideva, a petto nudo e magro dell’agilità d’un puma.
Minè abbrancava d’innanzi alla primitiva seduzione, sentiva fremere intorno ai fianchi la seta carnalmente maliarda del suo kimono, come fosse lama quel fruscio le incideva le anche di desiderio.

Quel lungo viaggio l’aveva fiaccata, la sua imperiale pelle di pesca d’un delicato nitore aristocratico era ora sporca e graffiata.
All’avanzare dell’uomo il suo corpo s’arrestò, d’ansia s’accese il suo ventre e sarebbe bastato un solo tocco di lui per far sì che la mente di lei svanisse come lo spettro soffuso della luna sull’acqua.

D’un tratto però, schizzi di un rosso purpureo le colorarono il volto, era stato come un loto che lacrima carezzato dalla brezza, l’uomo scuro che le si stava avvicinando era stato orribilmente trafitto.
Quando il suo corpo cadde fragrante sul manto di foglie, allora comparve l’uomo baciato dall’orso che Minè aveva visto in sogno molte volte, colui che brandiva la piuma del corvo e cantava con la voce delle foglie.
D’innanzi a lui Minè cadde in ginocchio, il suo primitivo sentore languido di masturbazione mutò, mutò senza però abbandonare l’esercitare d’una ignota, funesta seduzione.
Quando gli occhi di Minè si specchiarono scuri come il tronco del ciliegio negli arcani bagliori di profondissimo verde boscoso degli occhi di lui ella fu ammantata da una sensuale, truce visione:
Bianco il suo corpo era legato ad un albero, le catene stringevano immergendosi vampire nella morbidissima carne e in deboli rivoli il sangue scorreva abbeverando le foglie.
La bocca, in tragico languore soavemente s’apriva in un lene schiocco di fascinosa sofferenza.
Le catene ai seni le si avvinghiavano come gelide serpi, offuscata ella era in balia di quella duplice visione, attratta e respinta dalla voluttà di quel desiderio, l’impotenza fascinosa di pendere alla catena che strusciava lasciva al culmine del peccato contro il suo sesso.
Minè stava bruciando nella sua stessa carne di cigno.

Quando aprì gli occhi e  si risvegliò dalla trance osservò l’uomo venuto per secondo che continuava a fissarla, muto egli estrasse la foglia di cristallo e la porse a Minè, come una bimba ella pianse e si gettò alle ginocchia dell’uomo:
“Grazie guerriero, grazie!”
“Hai attraversato un lungo viaggio alla ricerca della tua purezza ed io ho chetato il tuo fuoco, ricorda Minè, il giorno in cui infrangerai il tuo limpido cristallo sarai solo carne infilzata da ami da pesca.”
“Chi sei?” Chiese Minè quando l’uomo già stava svanendo tra gli alberi  lasciando il cadavere dell’altro alla realtà incomparabile della forza dei boschi.
“Sei l’uomo del sogno che cavalca l’orso nottetempo non è vero? Sei il fruscio delle ali del corvo!”
Una foglia raminga cadeva fluttuante in risposta al quesito della donna, quanto era sensibile e sacra la dolce Minè.

©Davide Giannicolo