Odio profondamente gli intellettuali e gli intellettualismi,
per questo vorrei scrivere per la pornografia,
avere il potere di essere, fare ed agire.
Chi ha rubato dai miei occhi lo sguardo?
Il mio cane è andato via,
i vermi mangiano i suoi occhi
e un giorno accadrà a chiunque io ami.
Intanto io sono qui
e aspetto.
Davide Giannicolo
Necromania e puro amore per decadenza e violenza, poesia oscura, lirismo licantropico, monumentali astrattismi sanguinari, danza di catene e rasoi al chiaro di luna, letteratura notturna, solinga, antintellettuale. Questo è il manifesto del porto dei misfatti, e i viandanti che vi entreranno sentiranno gelidi moncherini carezzare il loro volto, o sinuose sirene, il cui bacio sa di prostituzione e antichità.
giovedì 1 dicembre 2011
Purezza o desiderio
PUREZZA O DESIDERIO
DI DAVIDE GIANNICOLO.
DI DAVIDE GIANNICOLO.
Non si scorgeva cosa in giro più bella di lei, se alzavi gli occhi al cielo, oppure giù verso i fatati fluttui del mare, ti rendevi conto che nulla osava infrangersi contro quella pelle, l’armonia delle cose veniva spezzata, letteralmente infranta dalla sola esistenza fisica di lei a frapporsi metafisica con il paesaggio.
Era innaturale si, innaturale e fulgida nei colori dei suoi indumenti intimi e le palesi trasparenze, troia agli occhi dei più, ma lui la vedeva come un angelo che brandisce una bomba incendiaria, l’angelo che dissacra il potere del suo splendore ornandosi dell’ordigno, questo era lei, un angelo di psicosi in intimo rosa.
Lui le stava dietro, sul ponte della nave, pareva un latrato, e nerovestito al sole era la sua ombra. Ma se guardavi meglio distogliendo lo sguardo da lei angelotroia, capivi che lui non era l’ombra, notavi uno sguardo infame, largo, e il padrone dello sguardo era un gigante con le braccia segnate da tagli e cicatrici, al di la degli occhiali da sole di lui lo sentivi lo stesso il suo sguardo che t’aggrediva, t’abbaiava contro come un Pit bull che compone versi di violenza. Poi si fermava e guardava oltre, intanto lei non aveva notato nulla, infima e dolorosa stella del mattino magari ricambiava il tuo sguardo pavido.
Questa scena la potevi notare spesso.
“Chi è lui?” Si chiedevano i più.
“Lei lo si sa, sarà una troia.”
*******
Sulla nave le cose andavano lente, ormai tutti bramavano lei, e molti magari già credevano di sapere come distogliere la specie di orso che la seguiva.
Ci fu una festa quella sera, sia lui che lei bevvero molto, ma lei diede più spettacolo, avvampando con movenze artefatte con maestria gli ammiranti sguardi infingardi.
Un giovane le si avvicinò, si baciarono, l’orso non mosse un dito, e tutti si voltarono a guardarlo in cerca d’un presunto segreto svelato, così lui accennò un mesto sorriso.
“Cos’è lei per te?”
Udì la voce della donna grassoccia e insignificante invidiosa della di lei perfezione, l’aveva notata avvicinarsi, lui odiava spiegare cos’era lei per lui a tipi così, odiava spiegarlo in generale.
“Lei è l’imperatrice che io servo devotamente, o forse la donna che più mi ha fatto effetto nella vita, o quella che mi a dato più amore.”
“E ti fa male vederla così?”
Tremende pugnalate all’anima e al sistema nervoso, ogni volta, ma questo non lo disse, non le disse di quel sottile gioco vampiresco che quando sembrava essere meno doloroso improvvisamente abbrancava, non le disse dei baci rubati, del sangue versato, giovane, fiammeggiante sangue fulgido d’amore, quel suo sangue di quand’erano bimbi, lei lentigginosa e con il seno opulento appena sbocciato, lui grosso e sensibile il doppio di tutti da sempre.
Così si erano scelti vivendo in quel gioco, c’era voluto molto per ammansirlo, ma non era ancora domato, un animale selvaggio non si domina mai, ma un uomo selvaggio può divenire un guerriero, e allora sceglie di percorrere pericolosi sentieri di devozione.
Lei dal suo canto lo amava, o almeno amava la mente e lo spirito di lui, la sua devozione forse, ma mai la sua forza, lei non era donna che potesse amare la forza, lei aveva la psiche in frantumi, se non avesse avuto la stupenda maschera di quella bellezza sarebbe spiccata palese la sua confusione da bimba smarrita, bimba violata, in lacrime.
Si, al di là della maschera lei era una lacrimante, fragile espressione di purezza in frantumi, e lui tentava follemente di assorbire quel dolore unendolo ai baci da lei incoscientemente donati sulla loro strada, ma in fondo lei era una dolce, ingenua bambina, di quelle che non puoi proprio sgridare.
Dov’era la sua vendetta irreale?
Chi aveva violato la purezza del suo amore?
“No anzi”, Infine rispose, “mi fa sorridere, non si stanca di farlo, mai, non ha imparato i principi che forgiano un vero uomo.”
“E tu aspetti che se ne accorga? Come puoi? Cioè tu mi stai dicendo che sei innamorato di lei e la segui come un cane aspettando che ti noti mentre troieggia con l’equipaggio?”
“Vedi piccola pustola, esistono uomini che attendono che qualcuno li aggredisca per poi uccidere placando la sete di sangue che li avvampa, esistono uomini che difendono il tempio con la vita
anche quando è in fiamme, e altri che amano con fervore pur non ficcando la cappella fra le gambe di voi troie.”
“Ma come ti senti di fronte a scene come questa?”
Lei portava via il giovane con cui stava ballando mentre l’interlocutrice dell’orso le rivolgeva la domanda, forse lo portava in cabina, o forse a farsi possedere per terra, sul ponte, sotto il cielo maligno borchiato di stelle.
“Non capisci che lei è una bambina smarrita, non lo senti ora il suo pianto? Non odi il tormento? Io lo sento, e dico che nessuno di voi può capire nè vedere realmente.”
Così si versò un nuovo Jack e guardò i seni grassocci e tondi dell’interlocutrice, forse anche lui, celato sotto il grosso corpo di orso, nascondeva un bambino piangente, sconcertato dalla vista del mondo e della purezza violata.
©Davide Giannicolo
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SUPERSADOMASO
La pioggia invadeva gli argini delle guglie più alte della cattedrale, luminescenze scandite dal battito del temporale erano condivise con la divina poesia delle stelle, l’eterna solitudine del cielo tutt’intorno lacrimava.
Sulla vetta più alta di quella costruzione imperiosa sedeva una figura, flagellata dalla tempesta appariva inamovibile.
Aveva in dosso una muta da sub completamente nera, aderente, con tanto di cappuccio e maschera. Lo sguardo al di sotto della diafana lente della maschera sembrava follemente triste, inconsolabile, smarrito.
Cosa ci faceva quel surreale figuro lassù? O meglio, cosa rappresentava?
Cosa mai poteva volere costui che ai piedi calzava pinne anch’esse nere come l’abisso della notte?
Di colpo l’uomo s’alzò, ed il suo sguardo sembrò infrangersi contro l’oscurità come un fragile cristallo di tristezza, poi si getto nel vuoto.
Il volo fu toccante, flemmatico, fino a che il corpo non si frantumò al suolo in una rosa di sangue.
Trascorse qualche secondo e il tipo si rialzò, si mise a posto qualche osso e terse il sangue dalla sua bocca spaccata, abbandonò le pinne e a piedi nudi fu inghiottito dalla notte.
*
“Uccisa giovane coppia e seviziata orribilmente, lui ritrovato senza scarpe.”
“Che posto di merda sta diventando questa città. Perché hai preso questo quotidiano del cazzo al posto di una pornorivista, tettone bionde no? Sei un necrofilo di merda Gottoni?”
“Che cazzo dici Spaducci, questa licenza te la faccio fare con le ossa rotte se parli ancora come una fottuta checca con me, che strafottuto cazzo significa Necrofilo.?”
Spaducci e Gottoni erano due militari, la conversazione si svolgeva nella carrozza d’un treno che dalla stazione di Milano avrebbe condotto entrambi in Sicilia.
Spaducci estrasse un coltello, lungo abbastanza da poter trapassare Gottoni.
“Necrofilo è colui che scopa coi morti, non andava bene una pornorivista di merda? A te piace il sangue bestione di merda?.”
Spaducci, gracile negretto siculo accoltellò il grosso Gottoni, i primi fendenti gli bucarono dolcemente il petto, penetrando soffice la lama s’abbeverava di sangue per poi estrarsi e famelica affondare ancora avidamente.
“Stronzo di merda, le pornoriviste.”
Gottoni stramazzò al suolo con uno sguardo attonito e la bocca che vomitava sangue.
Spaducci cominciò a prenderlo a calci, era palesemente eccitato, gli occhi lustri e all’infuori, continuava a imprecare riguardo le riviste porno e intanto si sfregava la patta della mimetica.
Il bastardo si chinò in terra da Gottoni e cominciò a slacciargli i calzoni, gli calò le braghe e con un volto disumanamente alterato da una lubrica follia dirompente affondò avidamente il volto nel culo del soldato suo compagno, leccava e baciava con ingordigia, come volesse mangiarlo. Secco da far schifo, Spaducci si denudò e diede inizio ad un deplorevole quanto raccapricciante atto sessuale con il suo defunto compagno da lui stesso ferocemente assassinato.
Era in totale estasi questo folle sudato e ormai nudo d’innanzi al monumento di pietra della perversione. S’estraniava dal corpo la sua mente, diveniva un tutt’uno con il suo battito cardiaco, ed il suo battito cardiaco era un tutt’uno con le spinte che dava con forza sodomizzando il suo amico.
Il treno intanto era partito, e di tanto in tanto violenti fasci di luce in corsa squarciavano la scena consumata nella torbida carrozza.
Terminato il suo lercio amplesso Spaducci s’adagiò sul corpo del defunto e violato Gottoni, solo lo scorrere delle ruote d’acciaio sui binari violava il silenzio delittuoso della stanza, ma Spaducci udì dei passi, seppur soffusi, delicati come quelli di un gatto.
La porta della carrozza si spalancò di colpo, un violento calcio in bocca catapultò il patetico, nudo soldatino contro il vetro che si crepò contro le sue costole.
Un alto uomo era entrato nella stanza, completamente nerovestito emanava un effluvio di plastica.
Era il tipo della cattedrale, di lì su non sembrava così grosso, ora la sua corpulenza si rivelava in quell’ambiente angusto.
Ma Spaducci non aveva la minima idea di chi fosse quel tipo, tanto meno sapeva perché fosse vestito da fottuto sommozzatore.
Calzava degli anfibi stavolta, con i quali aveva sfigurato il volto del pederasta scoperchiatombe soldato deviato, l’uomo con la muta stava zitto, ma intanto il suo respiro si ingrossava d’un eccitazione perversa osservando l’inerme Spaducci sanguinante che non osava profferire verbo, il secco e sinuoso scorrere d’una chiusura lampo bella lunga fu il suono che aprì un portale di indicibile e inumana turpitudine, il sommozzatore era mezzo nudo e mezzo coperto dalla muta aderente, con indosso ancora il cappuccio e la maschera, le sue carni erano flaccide, i suoi testicoli pendenti come brandelli di carne ad un gancio. Cominciò a massaggiare il suo laido corpo in una viscida movenza di infima masturbazione femminea e tattile.
Spaducci aveva una paura fottuta, il buio gli artigliava il respiro, il buio maledetto che gli aveva mandato quella visione al di là del satanico.
L’uomo mascherato chinò le natiche sul volto del ragazzo, e quelle lerce chiappe coperte di sfregi e ustioni vomitarono un fallo di gomma color mirtillo fosforescente.
Con quell’arnese, che nelle sue mani appariva diabolico, cominciò ad auto penetrarsi con inaudita lascivia.
Il silenzio era orribile, e Spaducci non poteva nulla, anzi una cosa poteva farla, poteva trovare il coltello e sventrare quel bastardo pervertito, così il soldato abbrancò in avanti in cerca della lama, ma presto la laida massa unta gli fu addosso, l’uomo sfregava i suoi orribili genitali martoriati sul volto del ragazzo bloccato in una morsa che lasciava già presagire d’esser stata affinata mediante molteplici stupri del genere. Il tipo in muta estrasse un rasoio, e recise di netto un orecchio di Spaducci, il sangue sgorgato impiastricciava le nudità del satiro che stava su di lui a infierire con il rasoio, sfregiata la faccia per bene cominciò a percuoterla con forti pugni, poi seguirono gli sputi, in fine le leccate con morsi mutilatori, baci di piranha nell’oceano della notte.
Spaducci fu lungamente percosso, sbattuto violentemente da una parte all’altra della carrozza, sodomizzato con il fallo di gomma, poi con il rasoio ed infine con il sudicio pene che iniettò in quelle ferite il suo pus infetto.
Il sommozzatore si rialzò, si masturbò e venne sulla faccia scempiata della sua agonizzante preda, poi si tolse le scarpe e si infilò le pinne, aprì la finestra e vi gettò le scarpe, poi si lanciò egli stesso, in un magistrale tuffo giù dal treno in corsa.
Le sue ossa si schiantarono al suolo, vomitò sangue e poi giacque inerme con il collo rotto. Dopo pochi secondi il tizio si alza, si mette a posto il collo e lentamente, con le pinne, movendosi maldestro e dolorante come fosse una foca gore andò in cerca delle scarpe nella campagna.
CONTINUA.......
DAVIDE GIANNICOLO
Gilgamesh, Enkidu e l’amore
Gilgamesh, Enkidu e l’amoreGilgamesh il possente,
a braccia incrociate,
osservava il proprio popolo.
Egli che ne era re,
bramava temprarne il corpo,
donando loro divina forza.
Allora costringeva i propri sudditi,
a massacranti,
violente prove.
Era difficile accontentare Gilgamesh,
nel cui sangue scorreva l’icore di un dio;
le cui nodose braccia
potevano strozzare un leone.
Ma un giorno giunse Enkidu,
creatura bestiale e furente.
I due si scontrarono,
così come l’onda
si abbatte sulla scogliera.
Colpo restituiva colpo,
fino a che non sanguinò,
il villoso, virile petto d’entrambi.
Nessuno riuscì a battere l’altro,
così nacque la loro fraterna amicizia,
germogliata nella violenza.
II

Enkidu era selvaggio,
le bestie lo avevano allevato,
la riccia barba gli carezzava il ventre e
la sua pelle emanava
l’acre olezzo
della selva.
Soltanto una donna
sarebbe stata in grado
di educarlo.
Giunto a palazzo,
Gilgamesh donò a Enkidu
Una delle più fascinose sue cortigiane,
presto Enkidu,
grazie alla bella,
fu iniziato alla civiltà.
Nella foresta dei cedri poi
Gilgamesh ed Enkidu
s’addentrarono nottetempo,
cercarono l’albero profumato;
ma incontrarono Khubaba
dalla faccia di viscere.
Era Khubaba il loro desiderio
ardente lungo le possenti membra?
I due guerrieri
soli
nella foresta di Cedri
uccisero Khubaba
e raccolsero i sacri rami,
soli
nella foresta
l’uno accanto all’altro
avevano appagato il loro desiderio
sul cadavere dell’oscuro guardiano
della loro passione virile.
Il loro desiderio era la rissa,
il sangue,
il massacro per futili motivi!
O altro ancora?
O strusciar di maschili membra
nell’oscurità della foresta indisturbata?
Solo in tali scorribande i due
sigillavan sempre più
il solenne patto d’amicizia.
III
Ma la superba Ishtar,
sedotta dal valore del grande Gilgamesh,
una notte apparve alla sua alcova.
“Sarai mio sposo, mio amante,
mio schiavo,
è Ishtar che lo vuole!”
Ma il possente re conosceva
i capricci della dea
che uccideva i propri amanti e
brutalmente la ripudiò!
“Preferisci accoppiarti nella selva,
in bestiali rapporti
col tuo inseparabile amico Enkidu?”
La dea lo schernì,
sibilando come una serpe,
mortalmente offesa dal rifiuto.
“I vostri irsuti corpi da buoi
strusciati l’uno contro l’altro,
è questo ciò che preferisci alla mia pelle divina?”
IV
Senza attender repliche,
Ishtar la bella svanì,
Porgendo al proprio padre Anu una supplica.
“Ti chiedo il Toro Celeste oh padre,
così che io possa liberarlo,
nella città regnata da colui che mi ha offesa!”
Anu annuì mestamente
E il toro fu scagliato,
seminando morte e distruzione.
V
Enkidu s’imbatté nel Toro
affrontandolo senza retrocedere,
le sue braccia possenti stringevano le corna
come a volerle strappar via.
Ma il Toro Celeste era immenso,
gli sbuffi del suo naso
ardevano le membra.
Enkidu possedeva però
la forza e il valore delle bestie,
afferrò la coda al Toro
immobilizzandolo.
Allora sopraggiunse Gilgamesh,
che con la sua lunga spada
spaccò il cranio all’animale sacro.
“Non lo avrei mai ucciso senza te
Valoroso fratello!”
Disse l’irsuto e bestiale Enkidu.
I due s’abbracciarono,
e realmente,
i loro corpi sudati e villosi,
dai muscoli possenti,
strusciarono l’uno contro l’altro,
così come aveva predetto Ishtar.
VI
Trascorsero gli anni,
ed Enkidu morì per volere degli Dei,
lasciando Gilgamesh solo.
Fu l’unica volta in cui
il possente e violento re
provò dolore.
“Mia dea Ishtar,
quanto ingiusto è stato il tuo furore,
ignoravi che
non necessariamente ci si accoppia carnalmente,
con le cose che si amano!”
Dolore,
ignobile,
pervicace,
un veleno sardonico
aveva distrutto
quel sublime germoglio
nato dalla violenza.
Che era il loro amore.
Davide Giannicolo
La statua della Vergine
La statua della vergine
Ricettacolo di perversioni oscure è la storia che mi accingo a narrarvi.
Logorato dal delirio di una passione impossibile amai e strinsi tra le braccia la donna che voi venerate come dea.
Quanto peccaminose e lerce sono ora le mie braccia tatuate della sua immagine opaca a vergare la vergognosa empietà della mia colpa, del mio orrido delitto: quello di sapere.
Camminavo, una sera malinconico lungo una strada desolata, pesanti si susseguivano i miei passi in cerca di solitudine, lontano dall’amore, perfido e maligno.
Nella cupa notte che aleggiava smaniosa ed elegante tutt’intorno a carezzar i mattoni e gli strettissimi vicoli, io, pallido di delirio e insonnia febbrile m’arrestai d’innanzi un tabernacolo, all’interno di esso la vergine Maria mi fissava a grandezza naturale, con le mani giunte e gli occhi eterni.
Fui mestamente colpito da quel perlaceo volto, rimasi stregato di morboso incanto da quella statua che era di foggia comune, simile a tantissime altre.
Nel mio fissarla lungamente fui però scosso da un indicibile inquietudine, quale orrore s’ergeva nella notte a tormentarmi di cupe visioni? Le labbra della statua erano mutate in un malizioso sorriso, le sue vesti, prima di pietra, ora ondulavano al vento con soave armonia che però rivelava il biancore mirabile di dolci forme intraviste.
La vergine si mosse, e io indietreggiai.
La luna illuminava entrambi, tutt’intorno piccole vite che vita non erano, spettri striscianti, fantasmagorie remote a osservare, insetti soprofagi anche di tanto in tanto a spiare celati dalle grondaie mentre stuprano gli acari e ne fecondano le spoglie defunte.
Ammaliato dalla superba bellezza della donna che avevo innanzi, osai andarle in contro. Poco dopo caddi nel suo morbido abbraccio, un abbraccio soffice ed estatico che aveva il sapore di stella e dolore.
Ella rideva maliziosamente, e io sentivo la pienezza di quelle carni sotto la mia mano terrena e callosa, non più freddo marmo, bensì carne calda e sensuale, liscia, palpitante disio ineluttabile.
Entrambi cademmo nell’umida erba d’una desolata campagna che affiancava la tetra stradina.
Sereno, m’abbandonai in un sonnecchiare sui suoi seni velati di bianco tessuto orientale.
Presto i suoi sospiri divennero affanno, si liberò del mio abbraccio per allargare le labbra in un carnale bacio dal sapore di sangue. In quell’istante le mie mani afferrarono l’opulenza traboccante dei suoi seni, seni di donna non più gravida da poco, seni apparsi bianchi e luminosi nella tenebra quando li liberai dai veli che soffusi vi si posavano, sfavillanti seni che abbagliarono la mia delittuosa vista di mortale peccatore.
Mi strinse a se mediante le sue gambe perfette, nuda completamente, nel suo inumano nitore giunonico ondeggiava in una folle danza onusta di lussuria. Il di lei volto era intriso in ogni lineamento di soddisfazione lubrica e sfrenata mentre io mi concedevo interamente a lei.
Sorrise e affondò le unghie nella carne della mia schiena sudata, ma non vi badai, non vi fu parte del suo corpo che non consumai di baci nonostante il suo supplizio divenisse sempre più selvatico.
Compiuto l’amplesso blasfemo ella s’alzò e con nudo, felpato passo s’incamminò per la campagna ritornando alla stradina.
Io la rincorsi e lei rideva di me, scorgevo le sue natiche di lontano, non potevo non perpetrare al massimo estremo l’oscenità del mio peccato rapendo quelle forme fin che avessi avuto vita.
Ma quando tornai al tabernacolo ella era di nuovo pietra, statua immacolata e innocente.
Ogni notte passai per quella via, mai ella tornò di carne e sangue.
Sacrificai ad essa anime innocenti come imposizione e ricatto affinché ella tornasse, cosparsi la statua di sangue di neonato, ma ignorava il mio folle richiamo maledetto.
Mi circondai delle sacre sue immagini, non per fede, no, bensì per amore. Ma una notte ella tornò finalmente.
A causa dei miei macabri riti la statua fu trasferita al cimitero ove nessuno sarebbe entrato a ora tarda. Io invece dormivo ai piedi della statua ogni notte vegliando con ossessione, vagando per il cimitero con il cuore a pezzi come uno spettro languente, rifugiandomi tra le lapidi che portavano incise preghiere innalzate alla mia amante perduta.
Ella ridivenne carne, da gelida che era, era una notte d’estate, stupenda, partorita da Iside.
Discese lentamente il piedistallo, e subito, in un lene fruscio si liberò dei suoi vestimenti liberando l’estasi del suo corpo ondeggiante.
Mi spinse con forza all’indietro, caddi disteso sull’erba del cimitero che portava l’estasi euritmica dei morti nel suo tocco, poi ella salì su di me dando nuovamente inizio ad una smaniosa danza voluttuosa. Graffiava il mio petto senza ritegno, gemeva impazzita rendendomi vittima e nient’altro, ma io godevo orribilmente, godevo come mai avrei potuto, travolto dalla carnalità divina di lei che si abbatteva su di me inesorabile come un ascia su di un cranio.
Sollazzatasi come una puttana sontuosa e sudata, dai seni imperlati di lussuria indecente ella mi parlò:
“Smettila di evocare la mia presenza, sei stato il mio casuale sollazzo di una notte, sono tornata per pena e sappi che non lo farò più. Ho bisogno di variare i miei amanti e le mie fantasie, un crescendo di perversione è la mia eternità.
Nulla farà si che io possa tornare, ne le tue lacrime, ne le tue preghiere, ne tanto meno il patetico sangue dei tuoi figli. Sei solo l’ignara vittima della vergine eterna, non sei il solo, non sei il primo ne sarai l’ultimo, vile insulso pidocchio.”
Tornò sul piedistallo e ridivenne immobile pietra.
Ero stato vittima della puttana di Dio carnefice del divino tribunale del tradimento. Furioso distrussi la statua maligna, la frantumai al suolo con in corpo la collera bellicosa d’un omicida.
Mi voltai disperato verso la statua di Gesù Cristo che era di fronte a quella distrutta di sua madre.
Egli scese dal piedistallo ed era di carne e ossa, si liberò della tunica, e nudo avanzò verso di me……
DAVIDE GIANNICOLO
Ricettacolo di perversioni oscure è la storia che mi accingo a narrarvi.
Logorato dal delirio di una passione impossibile amai e strinsi tra le braccia la donna che voi venerate come dea.
Quanto peccaminose e lerce sono ora le mie braccia tatuate della sua immagine opaca a vergare la vergognosa empietà della mia colpa, del mio orrido delitto: quello di sapere.
Camminavo, una sera malinconico lungo una strada desolata, pesanti si susseguivano i miei passi in cerca di solitudine, lontano dall’amore, perfido e maligno.
Nella cupa notte che aleggiava smaniosa ed elegante tutt’intorno a carezzar i mattoni e gli strettissimi vicoli, io, pallido di delirio e insonnia febbrile m’arrestai d’innanzi un tabernacolo, all’interno di esso la vergine Maria mi fissava a grandezza naturale, con le mani giunte e gli occhi eterni.
Fui mestamente colpito da quel perlaceo volto, rimasi stregato di morboso incanto da quella statua che era di foggia comune, simile a tantissime altre.
Nel mio fissarla lungamente fui però scosso da un indicibile inquietudine, quale orrore s’ergeva nella notte a tormentarmi di cupe visioni? Le labbra della statua erano mutate in un malizioso sorriso, le sue vesti, prima di pietra, ora ondulavano al vento con soave armonia che però rivelava il biancore mirabile di dolci forme intraviste.
La vergine si mosse, e io indietreggiai.
La luna illuminava entrambi, tutt’intorno piccole vite che vita non erano, spettri striscianti, fantasmagorie remote a osservare, insetti soprofagi anche di tanto in tanto a spiare celati dalle grondaie mentre stuprano gli acari e ne fecondano le spoglie defunte.
Ammaliato dalla superba bellezza della donna che avevo innanzi, osai andarle in contro. Poco dopo caddi nel suo morbido abbraccio, un abbraccio soffice ed estatico che aveva il sapore di stella e dolore.
Ella rideva maliziosamente, e io sentivo la pienezza di quelle carni sotto la mia mano terrena e callosa, non più freddo marmo, bensì carne calda e sensuale, liscia, palpitante disio ineluttabile.
Entrambi cademmo nell’umida erba d’una desolata campagna che affiancava la tetra stradina.
Sereno, m’abbandonai in un sonnecchiare sui suoi seni velati di bianco tessuto orientale.
Presto i suoi sospiri divennero affanno, si liberò del mio abbraccio per allargare le labbra in un carnale bacio dal sapore di sangue. In quell’istante le mie mani afferrarono l’opulenza traboccante dei suoi seni, seni di donna non più gravida da poco, seni apparsi bianchi e luminosi nella tenebra quando li liberai dai veli che soffusi vi si posavano, sfavillanti seni che abbagliarono la mia delittuosa vista di mortale peccatore.
Mi strinse a se mediante le sue gambe perfette, nuda completamente, nel suo inumano nitore giunonico ondeggiava in una folle danza onusta di lussuria. Il di lei volto era intriso in ogni lineamento di soddisfazione lubrica e sfrenata mentre io mi concedevo interamente a lei.
Sorrise e affondò le unghie nella carne della mia schiena sudata, ma non vi badai, non vi fu parte del suo corpo che non consumai di baci nonostante il suo supplizio divenisse sempre più selvatico.
Compiuto l’amplesso blasfemo ella s’alzò e con nudo, felpato passo s’incamminò per la campagna ritornando alla stradina.
Io la rincorsi e lei rideva di me, scorgevo le sue natiche di lontano, non potevo non perpetrare al massimo estremo l’oscenità del mio peccato rapendo quelle forme fin che avessi avuto vita.
Ma quando tornai al tabernacolo ella era di nuovo pietra, statua immacolata e innocente.
Ogni notte passai per quella via, mai ella tornò di carne e sangue.
Sacrificai ad essa anime innocenti come imposizione e ricatto affinché ella tornasse, cosparsi la statua di sangue di neonato, ma ignorava il mio folle richiamo maledetto.
Mi circondai delle sacre sue immagini, non per fede, no, bensì per amore. Ma una notte ella tornò finalmente.
A causa dei miei macabri riti la statua fu trasferita al cimitero ove nessuno sarebbe entrato a ora tarda. Io invece dormivo ai piedi della statua ogni notte vegliando con ossessione, vagando per il cimitero con il cuore a pezzi come uno spettro languente, rifugiandomi tra le lapidi che portavano incise preghiere innalzate alla mia amante perduta.
Ella ridivenne carne, da gelida che era, era una notte d’estate, stupenda, partorita da Iside.
Discese lentamente il piedistallo, e subito, in un lene fruscio si liberò dei suoi vestimenti liberando l’estasi del suo corpo ondeggiante.
Mi spinse con forza all’indietro, caddi disteso sull’erba del cimitero che portava l’estasi euritmica dei morti nel suo tocco, poi ella salì su di me dando nuovamente inizio ad una smaniosa danza voluttuosa. Graffiava il mio petto senza ritegno, gemeva impazzita rendendomi vittima e nient’altro, ma io godevo orribilmente, godevo come mai avrei potuto, travolto dalla carnalità divina di lei che si abbatteva su di me inesorabile come un ascia su di un cranio.
Sollazzatasi come una puttana sontuosa e sudata, dai seni imperlati di lussuria indecente ella mi parlò:
“Smettila di evocare la mia presenza, sei stato il mio casuale sollazzo di una notte, sono tornata per pena e sappi che non lo farò più. Ho bisogno di variare i miei amanti e le mie fantasie, un crescendo di perversione è la mia eternità.
Nulla farà si che io possa tornare, ne le tue lacrime, ne le tue preghiere, ne tanto meno il patetico sangue dei tuoi figli. Sei solo l’ignara vittima della vergine eterna, non sei il solo, non sei il primo ne sarai l’ultimo, vile insulso pidocchio.”
Tornò sul piedistallo e ridivenne immobile pietra.
Ero stato vittima della puttana di Dio carnefice del divino tribunale del tradimento. Furioso distrussi la statua maligna, la frantumai al suolo con in corpo la collera bellicosa d’un omicida.
Mi voltai disperato verso la statua di Gesù Cristo che era di fronte a quella distrutta di sua madre.
Egli scese dal piedistallo ed era di carne e ossa, si liberò della tunica, e nudo avanzò verso di me……
DAVIDE GIANNICOLO
Dio è un'osmosi universale draconiana
I° STATO DELLA COSCIENZA
DIO
Ciascuna dimora di ciascun Dio è riposta nell’universo, Dio rappresenta la luce divina del sole e la mesta tenebra del cosmo, Dio è l’amplesso simbiotico tra esse.
L’ignoranza dell’uomo ha scomposto e scisso queste due parti dalla loro estatica, primitiva fusione.
Solo i culti orientali conservano una reale ispirazione mistica che si avvicina alla reale idea di divinità.
Il buio e la luce sono Dio, e non credo ci chiedano di servirli.
Credo ci chiedano di fonderci ad essi.
II° STATO DELLA COSCIENZA
IL LANGUORE è LA CHIAVE CHE BISOGNA POI DISGREGARE
Attraverso l’ascensione si è obbligati ad oltrepassare la soglia del languore, ogni sbaglio è già scritto, un’orma dell’orso sul manto di aghi di pino.
L’avvicinarsi a Dio significa abbandonare la propria condizione umana, porsi al di fuori, o meglio al di sopra di ogni sbaglio.
Penso sia impossibile crogiolarsi nella luce fulgente di Dio senza trascendere, se così fosse tutto accadrebbe come se una fata luminescente si gettasse leggiadra tra le fauci di un drago, in un volo leggero, d’altera letizia.
Tuttavia l’espiazione monastica non avvicina a Dio, essa è una pratica introspettiva legata alla tenebra, una pratica che conduce ugualmente al mare nero popolato di astri del cosmo, ma la strada che percorre è nelle tortuose e introspettive caverne dell’individuo, questa strada è molto dolorosa, spesso un guerriero però decide di percorrerla.
XXXXXXXXxxxXXXXXXX
Il mio nome è Sturlak Ombra di Orso, la strage che ho compiuto ha scatenato praticamente tutti i clan del fiordo di Yglak, in realtà volevo solo rubare un cavallo, poi ho visto questa donna avvicinarsi, che Odino la fotta a sangue quella troia, mi ha spaventato e di colpo l’ho sgozzata. Ho ucciso proprio la stramaledettissima stupra muli figlia unica di jijark l’assassino.
Ora non mi resta che nascondermi tra i boschi, all’ombra, dove le cose fanno dannatamente paura, qui, dove la notte è padrona.
Sento i cani avvicinarsi e le voci dei peggio rissosi tagliagole spartirsi verbalmente le mie membra torturate.
In realtà io non sono uno di loro, ho origini Italiche, sono scappato dalla confusione bastarda di Roma, Roma è ormai un puttanaio, solo lupanare e vomito.
Una fitta tenebra mi sta abbrancando il cuore stordendolo di sangue, ecco, mi abbraccia, penso CHE questa tenebra sia Dio venuto in terra a dare un calcio in culo a Dioniso.
In realtà un lupo, enorme e nero, stava dilaniando le membra ubriache di stanchezza e dolore di Sturlak Ombra di Orso, e solo in quel istante, brandito dalla morte, egli sentiva vicini gli Dei.
Il cavallo il povero Sturlak, lo stava rubando per mangiarlo.
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III°STATO DELLA COSCIENZA
STATO PRIMITIVO DELL’ESSERE
L’uomo è un animale bramoso di sangue scisso da Dio. Colui che vuole avvicinarsi a Dio deve cessare di essere uomo. Ogni via è individuale. La morte è trascendenza. L’universo non appartiene alla carne. In ciascuno di noi vi è una goccia di esso. Qualcuno la chiama anima. Altri essenza.
Davide Giannicolo
Ciascuna dimora di ciascun Dio è riposta nell’universo, Dio rappresenta la luce divina del sole e la mesta tenebra del cosmo, Dio è l’amplesso simbiotico tra esse.
L’ignoranza dell’uomo ha scomposto e scisso queste due parti dalla loro estatica, primitiva fusione.
Solo i culti orientali conservano una reale ispirazione mistica che si avvicina alla reale idea di divinità.
Il buio e la luce sono Dio, e non credo ci chiedano di servirli.
Credo ci chiedano di fonderci ad essi.
II° STATO DELLA COSCIENZA
IL LANGUORE è LA CHIAVE CHE BISOGNA POI DISGREGARE
Attraverso l’ascensione si è obbligati ad oltrepassare la soglia del languore, ogni sbaglio è già scritto, un’orma dell’orso sul manto di aghi di pino.
L’avvicinarsi a Dio significa abbandonare la propria condizione umana, porsi al di fuori, o meglio al di sopra di ogni sbaglio.
Penso sia impossibile crogiolarsi nella luce fulgente di Dio senza trascendere, se così fosse tutto accadrebbe come se una fata luminescente si gettasse leggiadra tra le fauci di un drago, in un volo leggero, d’altera letizia.
Tuttavia l’espiazione monastica non avvicina a Dio, essa è una pratica introspettiva legata alla tenebra, una pratica che conduce ugualmente al mare nero popolato di astri del cosmo, ma la strada che percorre è nelle tortuose e introspettive caverne dell’individuo, questa strada è molto dolorosa, spesso un guerriero però decide di percorrerla.
XXXXXXXXxxxXXXXXXX
Il mio nome è Sturlak Ombra di Orso, la strage che ho compiuto ha scatenato praticamente tutti i clan del fiordo di Yglak, in realtà volevo solo rubare un cavallo, poi ho visto questa donna avvicinarsi, che Odino la fotta a sangue quella troia, mi ha spaventato e di colpo l’ho sgozzata. Ho ucciso proprio la stramaledettissima stupra muli figlia unica di jijark l’assassino.
Ora non mi resta che nascondermi tra i boschi, all’ombra, dove le cose fanno dannatamente paura, qui, dove la notte è padrona.
Sento i cani avvicinarsi e le voci dei peggio rissosi tagliagole spartirsi verbalmente le mie membra torturate.
In realtà io non sono uno di loro, ho origini Italiche, sono scappato dalla confusione bastarda di Roma, Roma è ormai un puttanaio, solo lupanare e vomito.
Una fitta tenebra mi sta abbrancando il cuore stordendolo di sangue, ecco, mi abbraccia, penso CHE questa tenebra sia Dio venuto in terra a dare un calcio in culo a Dioniso.
In realtà un lupo, enorme e nero, stava dilaniando le membra ubriache di stanchezza e dolore di Sturlak Ombra di Orso, e solo in quel istante, brandito dalla morte, egli sentiva vicini gli Dei.
Il cavallo il povero Sturlak, lo stava rubando per mangiarlo.
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III°STATO DELLA COSCIENZA
STATO PRIMITIVO DELL’ESSERE
L’uomo è un animale bramoso di sangue scisso da Dio. Colui che vuole avvicinarsi a Dio deve cessare di essere uomo. Ogni via è individuale. La morte è trascendenza. L’universo non appartiene alla carne. In ciascuno di noi vi è una goccia di esso. Qualcuno la chiama anima. Altri essenza.
Davide Giannicolo
Fino a divenire tuono
Ondeggia sinuoso
il respiro della lacrimasul fondo dell’oceano
degli smarriti miei sentori.
Diviene tenebra,
persino il più fulgido dei raggi di sole
nell’inespugnabile bosco dell’anima mia.
Ho perforato così i sogni,
rubato le parole alla bocca dell’essenza,
ho disprezzato il gelo degli altri
fino a divenire tuono.
Ma s’estingue,
vorticosamente,
come l’ombra della scure il mio dolore.
Pur che io sempre riposi,
nel bosco fatato
mio
interiore.
Davide Giannicolo
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