venerdì 2 dicembre 2011

Il giorno in cui Shub-Niggurath si inculò la De Filippi

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Maria se ne stava nel suo attico in centro, era stanca di dispensare sorrisi ma era questo il prezzo del suo successo, Maurizio glie l’aveva detto, lei credeva che dopo aver succhiato il corto pene rugoso del baffuto e pingue ciccione tutto si sarebbe risolto, ma non era così.
Nella sua camera da letto, una ragazza mandatale da Fabrizio(un paparazzo da due soldi), poco più che diciottenne, l’aspettava in mutandine e reggiseno, era ora di rilassarsi, le avrebbe leccato la fica per due ore, così avrebbe dimenticato ogni cosa, poi se la sarebbe fatta leccare e si sarebbe addormentata mentre la ragazzina ancora lappava.
Maurizio era stato chiaro, avrebbe avuto i miliardi, la gente l’avrebbe amata, avrebbe potuto mantenere le proprie tendenze lesbiche e andare anche oltre, anzi, era meglio se fosse andata oltre, poiché Shub-Niggurath adora gli individui empi e corrotti, e pretende innumerevoli sacrifici.

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Inizialmente si trattava di bazzecole, cerchi di candele, rituali, orge, si era fatta inculare e aveva inculato(con falli di gomma e di ferro) innumerevoli politici.
 Ogni notte doveva celebrare Shub-Niggurath, anche da sola, non doveva dimenticarlo mai, nuda doveva porsi sotto le stelle, sul terrazzo del suo attico, circondata di candele, e una empia creatura sarebbe discesa a prendere sessualmente il suo corpo, carezzandola con squamose grinfie e penetrandola con cuspidi rostrate, sotto il battito d’ali strisciante di insetti stellari, il corpo di Maria praticamente, come quello dell’intera umanità, apparteneva a Shub-Niggurath.
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Ma la situazione era divenuta ingestibile da quando la creatura che si agitava in bagno, una delle tante progenie che la divinità le aveva costretto ad adottare, stava raggiungendo proporzioni immani e presto non si sarebbe accontentata del bagno, avrebbe occupato interamente il suo appartamento, corrodendo i costosi mobili ed il parquet con la propria bava viscosa.
Forse era meglio dargli da mangiare prima di dedicarsi al relax.
Maria prese la testa di maiale che da due giorni teneva nel freezer del suo enorme frigo all’ultimo grido, costatole ventimila euro, ce lo si può permettere quando si detiene il monopolio dell’arte da due soldi italiana, quando si lancia cantanti senza speranza in altri paesi e ballerini con le emorroidi.
La mascolina biondina vinse il disgusto e portò la testa di porco in bagno, era ripugnata dal suono dei tentacoli che sbattevano in umidi tonfi contro la porta.
“Ecco, ti ho portato la cena!” Disse la regina della tv italiana.
“Sono stanco della tua carne morta puttana! Dammi la ragazza che hai di là!”
Maria si ritrasse lasciando cadere in terra la testa di porco, uno dei tentacoli uncinati si allungò afferrando la carne congelata, in meno di un secondo triturò il cranio e lo portò a uno dei suoi quattordici becchi, deglutendo senza troppi sforzi, quelle molteplici bocche avevano un infinito bisogno di carne.
“Non posso darti la ragazza! Non che non voglia, ma quel paparazzo del cazzo me l’ha procurata, se scompare nel mio appartamento lo sapranno tutti i giornali entro poche ore, e poi anch’io ho bisogno del mio relax , non lecco una fica da due settimane, me lo concederai spero?”
La creatura strisciò in avanti minacciosamente, un tentacolo afferrò i biondi capelli della muscolosa puttana di Mediaset.
“Questi sono affari tuoi troia, io sono uno degli innumerevoli figli di  Shub-Niggurath, nel mio sangue scorre l’icore della sua divinità, e tu devi servirci, sia me che la Dea prolifera, è solo grazie a lei che puoi permetterti il tuo stile di vita, inutile pezzo di carne, è solo grazie a noi che hai fama e ricchezza, devi farci pascere, presto giungeranno i miei fratelli, non è consigliabile contrariare la mia stirpe!”
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Maria sospirò, l’immonda progenie aveva ragione, maledisse Maurizio, quel fottuto ciccione, che l’aveva iniziata a quelle immonde pratiche, il giorno in cui la mise nuda in un cerchio, facendola inculare da milioni di tentacoli provenienti da una botola nel pavimento, promettendole fama e successo eterni.
Sì, Shub-Niggurath, l’aveva inculata coi suoi dodicimila tentacoli, inculata a sangue, nel vero senso della parola, e adesso le mandava a casa i suoi figli da mantenere.
La prima volta aveva fatto morire un cucciolo, era poco più grande di un cane, solo che somigliava ad un incrocio tra un coccodrillo e un calamaro, lo lasciò nella vasca da bagno, un po’ disgustata e un po’ convita che la creatura fosse autosufficiente, quando morì, due giorni dopo, Shub-Niggurath in persona andò a farle visita, la inculò nuovamente coi dodicimila tentacoli(infilarglieli nella vagina significava renderle l’onore di inseminarla con le proprie spore, una zozza mortale non poteva ospitare una sacra progenie dei grandi antichi), quel giorno con la Maria c’era un ballerino albanese, Shub-Niggurath inculò anche lui, avete idea di che dolore può provocare essere penetrati da dodicimila tentacoli? Ma per il successo e il denaro non si bada a queste cose.

Al fine di placare l’ira della divinità Maria dovette indire dei nuovi provini per Amici, miriadi di incompetenti e coglioni incapaci si presentarono in un capannone della periferia(tanto cosa costa provare?) tutti finirono tra le fauci di Shub-Niggurath, offerti in sanguinario sacrificio, i genitori non fecero domande, credono ancora che siano nella scuola di ballo, il ballerino albanese(col culo ormai largo come un portacenere) risponde personalmente con false mail ai genitori, che sono contenti della  fittizia vita carceraria che i propri figli conducono sotto l’ala protettrice della grande Maria, sperano di vederli presto in un reality o a sculettare davanti alle checche della giuria di Amici, non sanno però che Shub-Niggurath, la grande dea dei boschi ermafrodita dalla innumerevole prole, ha già cagato le ossa dei loro figli ormai da tempo.shubbQuindi era meglio non contraddire la divinità, e i suoi figli erano molto capricciosi, inutile tentare di corromperli con offerte sessuali, il ballerino orami non voleva più saperne di dare il culo a quei tentacoli, ma la Maria ci provò lo stesso:
“E se ti succhiassi i tentacoli?”
La creatura rise, la bava giallastra colò dai suoi becchi di seppia, allungò una grinfia e solleticò il capezzolo di  Maria.
Maria%2520De%2520Filippi%25209“Effettivamente mi fa schifo mettere un mio tentacolo dove l’ha messo Maurizio Costanzo troia, ma mi piacerebbe umiliarti, girati!”
La progenie di Shub-Niggurath infilò il proprio tentacolo fra le natiche di Maria, e sarebbe una falsa la troia se dicesse di non aver goduto, la creatura spinse fino alle viscere, poi la sventrò tirando via con sé le budella!
Svuotato, il corpo di Maria cadde in terra, ancora dall’ano le fuoriuscivano lunghe strisce di interiora sanguinanti.
“Ma Shub-Niggurath aveva detto….”
Tre becchi famelici stavano masticando le budella dell’aspirante imperatrice d’Italia.
“Shub-Niggurath se ne fotte dei pezzi di carne come te, siete burattini, deboli, sostituibili, affascinati dal ballo, dalle chincaglierie dello spirito, dalla vanagloria, presto i nostri tentacoli affonderanno nelle natiche della vostra patetica umanità!”
La creatura uscì dal bagno, il cui pavimento era orami ricoperto da sangue e materia organica di scarto; si diresse nella camera da letto, dove l’aspirante ballerina stava attendendo Maria!

©Davide Giannicolo

Il bacio scarlatto, di Davide Giannicolo

    IL BACIO SCARLATTO


                                                                              

          Davide Giannicolo

L’attesa era sem­pre stata parte inte­grante di quella sto­ria, ini­zial­mente attese per rag­giun­gere lei attra­verso i secoli, poi attese per­ché lei lo rico­no­scesse, attese per le sue lab­bra, per rive­derla ancora, e ora avrebbe atteso per ucci­derla, ora che lei non era più sua, e che forse mai lo era stata.


LEGGI IL ROMANZO QUI: http://www.wordshelter.it/il-bacio-scarlatto/


Casa


Casa

Il sole,
in tiepidi sospiri,
si posa come uno spettro
anche negli angoli più bui
della mia essenza.

Silenzio,
il battito d’ali
d’un doloroso sentimento:
l’assenza;

si dipana ora languendo
fra le pieghe stropicciate
del mio non esserci.

L’assenza
mi lacera.

Davide Giannicolo


Lambiscimi di quell'essenza di Davide Giannicolo




Il pentacolo si aggrovigliava intorno alla grande alce piagandogli le membra, Colo ascolta l’ansimo dell’animale, sente l’affannoso respiro scorrere lungo il suo collo.
Andò via da quel pensiero, sapeva che ogni visione svanisce poiché è sottile richiamo, ascetica concessione di danzanti flussi d’energia al di la del baratro del cosmo.
Frammenti di quei fluttui si potevano scorgere negli occhi rapaci di un gufo, nel volo di un’aquila, nelle ferali movenze di ogni animale.
L’alce ansimava morente nella visione di Colo, archetipo di un male selvaggio schiacciato da un nuovo tiranno, una nuova rappresentazione del male più puro, e seducente il pentacolo di ossidiana si imponeva a regnare nella sua mente.
Dunque una sottile seduzione avrebbe schiacciato l’istinto rapace, una strangolatrice cosmica ornata di nastri di cuoio: la pallida forma sfumata e diafana chiamata bellezza.
E ancora Colo ascolta fissando la notte, inseguendola lungo foschi dirupi come fosse una spettrale fanciulla  che nuda sfugge e sorride.

“L’orso nero avanza nella notte e avvilupperà anche te, tu sei la chiave nera dell’oscura mancanza, aggredisci l’orso accogliendo il suo caldo e umido naso fra le natiche, godi della paura strisciante e dolorosa degli artigli avvinghiati alla tua carne, se così farai egli sarà vinto, e tu padroneggerai lussurioso sui viventi.”

“Non essere blasfemo, nulla può fermare dell’orso nero il selvaggio impeto, non cercare di salvarti.”

Colo comprese che si stava tenendo una discussione nella sua mente, una discussione profondamente legata al cosmo e alle sue fluide, impercettibili movenze, entità morbose e psicologiche lottavano per un dominio che in realtà era così misero:
la psiche di Colo.
In ogni mente vi è un bosco antichissimo, al di la di ogni sguardo una stella, poiché l’uomo era destinato a essere imbevuto nell’essenza del cosmo, era una trascendente creazione attua ad uno stadio di perfetta sintonia tra mondo vegetale, animale e cosmico.
Ma questa creatura si rivelò troppo fragile per assorbire quell’intensa magia, l’uomo è mutato schiacciato da un enorme peso, è impazzito in un esile, fragile declino che lo ha reso la creazione più debole e imperfetta dell’universo.
Quello che era il disegno d’un fulgido amplesso siderale ora diveniva un vagante abominio privo di senso.
Qualcuno però, ancora oggi, riusciva ad essere chiamato dalle stelle, o dal bosco, o dall ansimo del puma.
Qualcuno persuaso dal mare perpetra la poesia dell’esizio e della strage.
Mentre poi vi è chi si affida alla frusta, costoro sono coloro che vibrano al contatto col cuoio, coloro che vivono in un macabro bivio fra il dolore e l’oblio.

                                                                              *

Colo si spogliò per intero, si legò con dei fili di nylon in un complesso nodo, l’arazzo filiforme aderiva alla carne e la tagliava con sottile eleganza, cessò di stringere quando si sentì soppresso dal dolore e rigato di sangue.
Si alzò dal letto e si vestì con il nylon ancora compresso nel macabro nodo.
Si era messo una gonna di pelle, calze autoreggenti e rossetto nero, sotto i vestiti, i fili di nylon ondeggiavano lenti orchestrando il suo dolore.


Scese in strada e si diresse verso il quartiere delle prostitute, il suo aspetto era veramente conturbante ed estremo a vedersi.
Andò dritto verso la più inquietante, era una donna nera dall’aria tossica e allucinata, l’enorme bianco dei suoi occhi avviluppò Colo, antichità shamaniche volteggiavano in quello sguardo.

La donna danzava come uno spettro di inquieta malinconia d’innanzi al fuoco, Colo, vestito da donna, col nylon che gli straziava le carni sotto le vesti del suo delirio, si avvicinò a lei.


“Vieni!”
Disse la donna spalancando ancora gli occhi,
e Colo andò, senza fiatare, rapito da quell’estasi primitiva che la donna evocava.

Si ridestò in un letto di serpenti e i fili ancora scavavano le sue carni, al soffitto pendevano teschi dai cui occhi vuoti fuoriuscivano fluttuati e oppiacee, dolci nuvole di fumo speziato.

Udiva un sonaglio, un velenoso sonaglio che lo ipnotizzava di febbre e delirio.

Poi sentì la smania sessuale abbrancarlo, la donna danzava spasmodica sopra di lui in una selvaggia, isterica frenesia, lo violentava sudata delirando primitivi dialetti. Poi il buio.

Cercò quella donna altre volte dopo essersi risvegliato nudo, abbracciato ad una croce in una cappella sconsacrata, non la trovò mai, senza mai sapere se quell amplesso sbocciato nelle effusioni magiche di un primitivo rituale fosse delirio o realtà.

Colo è stato ritrovato in un bosco impiccato e cosparso di ferite inferte da rami, il che lascia presumere che si sia lanciato nudo in una corsa cieca e furiosa fra i cespugli per poi togliersi la vita impiccato come Odino, appeso all’albero dell’universo per ricercare la suprema saggezza in una pagana cerimonia suicida.
L’universo, la terra, le fiere, avevano chiamato Colo attraverso un doloroso poema, anch’egli come tanti, non era riuscito a sopportare lo schiacciante peso della trascendenza.

©Davide Giannicolo

giovedì 1 dicembre 2011

Ragazze difficili

  



La lettera era stata portata da una impaurita stronzetta neutrale, era una sfida, per quello stesso pomeriggio, alle tre, dietro i garage di un condominio come da consuetudine, così che il silenzio della solitudine estiva avrebbe contornato la violenza della lotta.
Rebecca era arrabbiata, Giulia le aveva soffiato il ragazzo proprio il giorno prima, ma era solo la goccia che aveva fatto traboccare il vaso, i due gruppi si odiavano da tempo, bisognava attestare chi erano le più toste della scuola, se le Velvet Blades o le Satan’s Folowers.

Giulia apparteneva alle Velevet, sapeva di non poter vincere in un corpo a corpo contro Rebecca, era una cicciona Rebecca, la schiena enorme, le mani cattive, pensare che aveva solo 12 anni come lei.
Ma anche Giulia aveva la sua cicciona nel gruppo, Monica, solo lei poteva battere Rebecca, se le erano sempre date di santa ragione da quando erano alle elementari, non si era mai capito chi delle due era la più forte.
In un duello dunque Giulia non aveva possibilità, a meno che non avesse avuto un arma, ma sapeva che anche se formalmente la lettera faceva pensare a un duello, le sfide dietro ai garage, nel primo pomeriggio, erano sempre uno scontro tra i due schieramenti, sarebbero arrivate tutte con la voglia di menare le mani, era rissa, e nessuno poteva tirarsi indietro.

“Allora? Cosa facciamo?” Chiese Monica rileggendo la lettera.
“Cosa vuoi che facciamo? Dobbiamo accettare, è arrivato il momento di dargliele a quelle troie!”
Giulia giocava a fare la cattiva, ma le tremavano le gambe.
“Le ragazze stanno già facendo qualche arma rudimentale, bastoni con chiodi, bottiglie, qualche coltello, lamette, catene!”
Nicoletta si fece avanti, voleva essere la leader da tempo, e adesso approfittava della tensione.
“E’ tutta colpa tua Giulia, è perché sei una troia e la dai a chiunque, tra un po’ suona l’ultima ora, e questo pomeriggio, con questo caldo, ci toccherà sfregiarci a sangue per farti tenere il manzo?”
Giulia sbadigliò con finta disinvoltura:
“Sei libera di non venire Nicole, nessuno qui ti sta obbligando, loro cercano solo una scusa, vogliono lo scontro da mesi, sei della banda, e sicuro te la faranno pagare in cortile!”



Da lontano una ragazza apparentemente innocua le osservava, La Regina la chiamavano, faceva paura a tutti, eppure aveva un aspetto così dolce, era ricchissima, sempre vestita come una bambola, gli occhi turchesi e i boccoli biondi, la mattina la accompagnava a scuola un autista, una macchina nera, enorme.
La Regina non apparteneva a nessuna gang, non guardava nemmeno di sbieco i ragazzi che facevano impazzire le altre, i suoi abiti erano costosi, i suoi profumi, perfino il suo modo di parlare, tutto era superiore.
Perché tutti temevano la Regina? Perché era estremamente perversa, diabolica, subdola, vendicativa.
Nicole l’aveva vista un giorno sventrare un gatto e affondare le manine rosa nelle sue viscere, la regina credeva di essere inosservata, ma quando aveva notato Nicole, s’era voltata con disinvoltura, l’aveva guardata sorridendo, senza estrarre le mani dallo stomaco del gatto, quegli occhi erano gelidi, satanici, adulti, avevano inchiodato Nicole, un infinita malignità traspariva da quello sguardo apparentemente soave, una luce malsana, sanguinaria, era un avviso, “Ti sembra una cosa strana? A me piace, sono il male, per questo stammi lontana!”
Questo dicevano chiaramente lo sguardo ed il sorriso inquietante dell’algida Regina alta un metro e cinquanta.
Sembrava divertita dall’imminente sfida, amava il sangue quella piccola bambola, e soprattutto amava la paura di quelle loro compagne Punk, che ostentavano tanta aggressività per piacere ai maschi ma che adesso se la facevano nelle mutandine colorate.

“Parla piano, di quella lì non mi fido, di sicuro verrà a vederci scannare tra di noi mangiando zucchero filato come fosse al cinema!”
Disse Nicole.
Giulia si sedette sul banco, era sottile, piccolina, lei e Nicole sembravano gemelle, solo che una Giulia era bionda e Nicole nera come l’ala di un corvo.
“Quanto vorrei avere una pistola, le metterei tutte a sedere da sola!”
Disse Giulia sbuffando.
“Potremmo dirlo ai maschi, risolverebbero tutto!”
Mara aveva osato fare questa proposta.
“Sei pazza? Che figura ci faremmo?” Ribatté la taurina Monica, “dobbiamo affrontarle, e schiacciarle una volta per tutte”.
La regina non la smetteva di sorridere, tutte si chiedevano cosa balenasse nella sua testa da psicopatica.


I garage condominiali erano luoghi perfetti per gli scontri tra bande di ragazzini, posti circoscritti dai quali non si può scappare, silenziosi, dove si aggiravano spettri pomeridiani fatti di silenzio e solitudine.
Pochi anni prima, le ragazze bambine, ci giocavano a palla a volo, o scrivevano i loro nomi uniti a quelli delle amichette del cuore, adesso qualcuna di loro ci perdeva la verginità, almeno quella orale, adesso erano luoghi di scontri, di sesso, di sangue.
Si erano viste tutte insieme a casa di Mara, lei viveva in campagna, era nel suo capanno che erano custodite le armi: catene, due coltelli, un bastone con chiodi arrugginiti e una vanga che solo Monica riusciva a sollevare a giusto modo, ma sapevano che Rebecca l’obesa Dark si era sempre vantata di possedere un pugno di ferro, con il quale aveva rotto la mascella di una di classe sua, Rebecca la tettona maledetta, che a dodici anni le aveva già grosse come le loro madri.


Adesso le ragazze avanzavano sul grigio asfalto dei garage, il sole pomeridiano arrivava solo parzialmente a illuminarle, li regnava l’ombra, e le loro carni surriscaldate dalla calura ora erano percorse dai brividi, era la tensione dello scontro, la trepidanza della lotta, tutto era silenzio, la poesia dei garage condominiali, gli spettri di un sole pallido, il tintinnare delle catene che violava il silenzio, tutto era perfetto.
Le Satan’s Flowers le stavano aspettando, erano in dieci, le Velvet Blades avevano raccolto chiunque fosse stato disponibile a menare le mani, erano in otto, ma con loro c’erano campagnole terribili e cattive, ragazze selvagge abituate a far partorire cavalli e che già si facevano scopare nei campi dai cugini maggiori, avrebbero maciullato la faccia della tettona dark come fosse burro!

“Satana ci guida miei fiori velenosi, il diavolo ci illumina, le sbudelleremo in suo onore queste troie!”
Urlò Rebecca quando loro furono abbastanza vicine da sentirla.
Giulia sorrise fingendosi rilassata, stringeva nella piccola mano ossuta un coltello arrugginito:
“Il Black Metal ti ha rincoglionita cicciona!”
Erano schierati orizzontalmente, una gang di fronte all’altra, bambini dal trucco pesante con abiti Punk e Dark, armati di spranghe, catene e approssimati pugni di ferro ricavati da ferri da stiro, aculei di fortuna, catene di biciclette, palette da giardino, bottiglie.

Seguì un urlo selvaggio, e lo scontro ebbe inizio, una rissa furente, le campagnole erano terribili, picchiavano con crudeltà disumana le finte ribelli, il sangue zampillava contro le serrande imbrattandole, si udivano tonfi, grida, legno marcio che si spezzava sulla carne, ciuffi di capelli strappati dolorosamente, il suono dei corpi che si infrangeva rumorosamente contro le saracinesche metalliche.

Rebecca si era subito lanciata su Giulia, era feroce la grassona, voleva menomarla seriamente, ma Monica si frappose fra loro due, le mollò una badilata sulla faccia, la Dark fu intontita dal colpo, vacillò all’indietro, allora Monica incalzò dandole un nuovo colpo in un fianco, Rebecca si piegò, in quell’istante Giulia le saltò addossò accoltellandola a una gamba, la lama penetrò per metà, una Satan’s Flower mollò una catenata sul volto di Giulia spaccandole il volto a metà, il sangue era caldo, e fluiva copiosamente, il garage non era più silenzioso, grida e singhiozzi di ira o pietà infuriavano rimbombando nel condominio, le due leader caddero una accanto all’altra, sanguinanti, semicoscienti.
Monica intanto veniva frustata con la catena di colei che aveva messo fuori combattimento Giulia, le maglie di ferro le avevano sbucciato le nocche costringendola a mollare il badile, un colpo di catena sul sopracciglio la mise a sedere in terra, anche Marta era fuori combattimento, aveva preso un paio di calci al ventre e adesso preferiva starsene ferma sul pavimento mentre osservava i piedi della gente lottare e quasi calpestarla, ma qualcuno di tanto in tanto infieriva su di lei credendola svenuta, allora le arrivavano colpi di mazza sulla schiena o bottigliate nei fianchi.

Nicole si rese conto di essere sola con le campagnole, agitando la lama alla cieca tentava di tenere lontane le tre ragazze che le lanciavano pietre e bottiglie addosso incalzandola, presto però le furono addosso, la bloccarono con la schiena sul freddo asfalto dei garage, fu allora che tutto si fermò e divenne silenzioso, si udì un ringhio, un abbaiare tonante, e il ticchettio delle unghie di un grosso cane che avanzava sul pavimento.
“Toglietevi di mezzo, andate via, tutte, o sciolgo Fenrir e vi faccio sbranare!”


Era la Regina, elegantissima come al solito, con un cappottino di velluto nero nonostante la calura di inizio estate, le calze bianche e le lucide scarpette da bambola, era così gelida da doversi coprire anche in estate, per questo la gente pensava fosse un cadavere, nessuno aveva mai visto i suoi genitori, qualcuno credeva fossero vampiri.
Avanzava sorridendo, il solito sorriso diabolico e perverso di chi è sereno e totalmente pazzo, aveva al guinzaglio un cane enorme, avrebbe potuto scaraventarla al suolo in qualsiasi momento, ma il molosso ubbidiva con mansueta riverenza ai comandi della ragazzina che le arrivava al garrese.

Tutte scapparono in un lampo, il cane guardava le ragazzine correre restando calmo, negli occhi però, si scorgevano scintillii di violenza mal contenuta, avrebbe insomma affilato volentieri le proprie zanne su quelle piccole ossa.
Nicole fece per alzarsi, era rimasta da sola con la Regina, e la cosa la inquietava non poco, specie se la perversa compagna era accompagnata da quel cane mostruoso.
“Tu no, tu resta qui ancora un po’ Nicoletta!”
La Regina le sorrise, e a Nicole si sciolsero le viscere, cosa voleva da lei? Sistemare la faccenda del gatto?
“Sono venuta a posta per te, non mi interessava niente di quelle poveracce, ma non credere che ti abbia salvata con disinteresse!”
Gli occhi azzurri della bambola inquietante si illuminarono, il sorriso da automa continuava ad allargarsi inquietantemente sul suo volto.
“Tu mi piaci Nicoletta, e adesso sei mia, vuoi?”
A Nicole si strinse la gola, come quando nei sogni si vuole urlare ma non si riesce.
“Verrai tutti i giorni da me, dopo scuola, studieremo insieme, lascerai la gang, staremo sempre insieme, sai, mi sento così sola!”
Il cane si era seduto, era alto come la Regina, entrambi apparivano come figure partorite da un incubo grottesco.
“E ci baceremo, e tu frugherai dentro me, e mi accarezzerai, proprio qui…”
La piccola manina rosea indicò il basso ventre.
“Sarai la mia migliore amica, la mia ragazza, il mio giocattolo, me lo devi Nicoletta, ti ho salvata, ma non avrei sopportato che quelle luride avessero sfregiato il tuo bel visino!”
La regina si avvicinò a Nicole e le carezzò il volto, poi le baciò una guancia, soavemente.
“Mi piaci molto, hai una pelle così liscia, mi bacerai vero? Mi bacerai tutto il giorno e non sarò più sola, saremo buone amiche, berremo il tè e ci accarezzeremo, vuoi?”
La regina era ripetitiva, sembrava un Robot, o una bambola parlante che conosce solo pochi termini, cosa poteva risponderle Nicole, che pensò:
“Questa ha qualche ritardo, perciò è così fuori!”
Ma disse:
“Si, voglio!”
E la Regina rise, felicissima, come una bambina molto più piccola di quello che lei era, una bambina che ha ricevuto uno splendido regalo.
“Allora a domani Nicoletta, dopo scuola, pranzerai da me, dillo a tua madre, e staremo insieme tutto il giorno, mi bacerai, mi accarezzerai, proprio qui, sai, è molto bello, mi piaci molto tu, moltissimo, credo proprio di amarti sai? Siamo amiche adesso non è vero Nicoletta? E lo saremo per sempre vero? Starai sempre con me? Non mi lascerai mai vero?”
Nicole era ancora seduta per terra, una ragazzina molto carina dalla pelle ambrata e punte di seni appena sbocciati.
“Si a domani Regina!”
La regina andò via, era piccolissima, molto goffa nel camminare, il cane la seguiva pigramente, si voltò a pochi passi da Nicole guardandola di sbieco, gli occhi turchesi, felici, estremamente satanici, pareva una bambina posseduta.
“Non provare a non venire Nicoletta…ti voglio bene e adesso sei mia!”
Era chiaro, doveva andarci, tutti i giorni, per tutta la vita.

©Davide Giannicolo




Harry Splatter e i doni della sifilide

 Harry Splatter e i doni della sifilide
(la caverna delle scimmie pazze)

 


La scialuppa andava alla deriva da giorni ormai, Harry ignorava la direzione in cui lo scafo veniva mollemente trascinato, non aveva più la forza di remare, né di respirare, il sale marino aveva disidratato e corroso la sua pelle cosparsa di croste, il sole, nemico allegorico di Harry, dardeggiava impietoso spaccandogli le carni, inoltre la sete, come un cappio dentato, stringeva la gola del maghetto.
Sua intenzione era raggiungere la caverna delle Scimmie Pazze, situata su di un atollo protetto da una ostile vegetazione, le scimmie erano custodi di un potente amuleto che avrebbe consentito ad Harry di padroneggiare incantesimi attui a proteggerlo dalle minacce incombenti, nubi grigie e violente su di lui.
Non sapeva quanto distasse l’isola, tantomeno se stava seguendo la giusta direzione, Harry si trovava in uno stato di trance, il bruciore causato dallo scolo gli aveva più volte pensare di amputarsi il pene, purtroppo però non aveva con sé una lama.
Il corsaro Von Sodom intanto era sulle sue tracce(vedi “Harry Splatter e la fuga verso lo scolo”); il pirata lo inseguiva a bordo del suo galeone frustando a sangue la ciurma, voleva ritrovare il suo amore perduto, e avrebbe fatto qualsiasi cosa pur di raggiungerlo.
Questa era la condizione di Harry quando un pellicano verde mela si posò sulla punta consunta della sua scialuppa.

Il pellicano osservava Harry con piccoli occhietti eloquenti, quello sguardo pareva del tutto umano, latore di un messaggio; il grosso uccello aprì la sproporzionata bocca, all’interno della rigida sacca giallastra che era il suo becco, giaceva un orsetto rosa di pezza che pareva addormentato, imbracciava un mitragliatore e a prima vista entrambi sembravano giocattoli.
Improvvisamente l’orsacchiotto spalancò gli occhi, il suo sguardo era aggressivo, feroce, buffamente contrastante con l’aspetto del roseo peluche, puntò l’arma verso Harry aggrottando gli occhi di plastica.
“Sono qui per ucciderti Harry Splatter, su di te c’è una taglia a cui non posso rinunciare!”
L’orso era ancora nella bocca del volatile mentre Harry allargava le braccia guardando il cielo, tutto si aspettava nella vita, tranne essere crivellato di proiettili a opera di un orsetto rosa.
“Fallo! Fai in fretta, ma non consegnarmi a loro!” Disse Harry piagnucolando.
“Fammi finire ragazzino, ho detto che sono qui per ucciderti ma non lo farò! Anche se non sembra io e te siamo simili, entrambi ci opponiamo al nostro destino, la gente si aspetta da me che me ne vada in giro a disseminare caramelle e a cantare stupide canzoncine, vuole che mi faccia tirare le orecchie da bambine bavose, vaffanculo, questo solo perché sono un orsetto rosa, ma a me piace fumare sigari enormi, mi piacciono le armi, l’alcool, le troie e il bondage coreano! Quando ho sentito parlare di te, mi sono subito sentito in dovere di aiutarti!”

L’apprendista maghetto era perplesso, nessuno gli aveva mai offerto il suo aiuto con tale spontaneità, restò in silenzio mentre l’orsetto scartava un lungo sigaro e, una volta stretto nel musetto, tentava d’accenderlo senza successo.
“Porca troia, la pietrina è bagnata, tutto il giorno nel becco di questo cazzo di pellicano verde, mi sono infradiciato tutto!”
Il buffo pupazzo era ancora seduto nella sacca dell’uccello verde mela, quest’ultimo restava immobile, con i vitrei occhi fissava Harry Splatter in cerca di pietà.
“Lui si chiama Brucionte, è praticamente il mio mezzo di trasporto, ogni tanto gli do anche una botta, sai, in mancanza di baldracche ahahahah”.
Lo sghignazzare che seguì questa affermazione si rivelò alquanto agghiacciante, quasi l’orsetto soffocava allo scopo di liberarsi di quella sua rozza ilarità da marinaio.
“Penso sia piuttosto sadico da parte tua torturare questo povero animale!”
Harry sapeva che così dicendo si sarebbe forse messo contro l’unica persona fino a ora disposta ad aiutarlo, ma nonostante ciò, deglutendo a causa della paura e reso folle dai bruciori dello scolo, aveva detto ciò che pensava, erano finiti i giorni in cui il principe infetto lo prendeva a calci in culo! O forse no? Visto che subito una recidiva paura lo avviluppò nel vedere gli occhietti assassini dell’orsetto rosa stringersi sempre più in una postura minacciosa.
“Non mi piacciono le vittime Harry Splatter!” Disse l’orsetto.
“Ebbene io lo sono!”
“Allora dovrei spappolarti il cervello a suon di mitragliate e incassare la taglia!Eppure dicevano che eri tosto, cazzo hai fatto un macello laggiù a casa tua, dragoni sputa fuoco, gente mutilata, cazzo ci sarà un motivo per cui tutti i maghi della regione si siano riuniti per farti il culo!”
“Sono una vittima, credimi orsetto rosa!”
Harry deglutì nuovamente, contrariava per la seconda volta il pericoloso interlocutore che per tutta risposta gli puntò il mitra in faccia.

“Non osare mai più chiamarmi così! Intesi? Il mio fottuto nome è Macinabudella, ci siamo capiti?”
Un orsacchiotto rosa alto circa settanta centimetri, amante del bondage coreano, che si fa chiamare Macinabudella; Harry comprese che non c’è limite alle stranezze del mondo.
“Vuoi quindi aiutarmi Macinabudella?”
“Non lo so ancora, mi sa tanto che ho perso solo tempo con te!”
“Te la sentiresti di accompagnarmi sull’Atollo delle Scimmie Pazze? Insinuarti nella sua foresta dove brulicano creature immonde e piante carnivore? Addentrarti nella caverna maledetta, tempio delle scimmie, le cui colonne portanti sono fatte di ossa e budella essiccate? Affrontare l’ira di Von Sodom e degli arcimaghi che sono sulle mie tracce? Perché dovresti farlo’”
Macinabudella fissò Harry coi suoi lucidi occhietti neri di plastica scadente, occhi perfettamente inespressivi:
“Perché dovrei farlo? Per l’amore nei confronti del sangue e della violenza, cosa c’è di più semplice?”
Harry fissò il peluche per un lungo momento, tutt’intorno la voce dei gabbiani intonava un canto col placido suono delle onde marine, onde turchesi rese scintillanti dal sole che cullavano la barca di Harry; infine il maghetto sorrise, mentre il pellicano cominciava a perdere fili di bava ai lati del becco, orami da troppo tempo spalancato.

“Va bene Macinabudella, sono onorato di conoscerti, dove sto per andare avrò bisogno di settanta centimetri di puro rancore quale tu sei, però prima di stringere il nostro patto devi promettermi una cosa!”
L’orsetto strinse la zampetta introno al grilletto:
“Ma come cazzo parli Harry Splatter, io non prometto proprio un cazzo, tanto meno a un cretino come te…”
“Non allarmarti mio nuovo amico, ti chiedo solo di trattare con meno durezza il tuo pellicano!”
L’orsetto guardò il suo verde mezzo di trasporto, poi deformò le labbra di stoffa in un’espressione di sdegno.
“A me sembra che sei proprio o frocio o rallentato piccolo mago! Forse entrambe le cose.
Sai che ti dico? Ti seguirò fino all’atollo, voglio vedere cosa fai d’interessante, poi lì penserò alla taglia che grava sulla tua testolina pustolosa, fino ad allora ti starò inchiodato, come le labbra di una vagina infetta sulle pareti di un enorme cazzone, mi hai capito Harry Splatter!? E a proposito di Brucionte, non preoccuparti, a lui piace essere trattato così, è un po’ masochista, un fottuto pellicano pervertito, si tinge anche le piume il frocione! Stai tranquillo e dimmi in che direzione è l’atollo!”
Harry si strinse nelle spalle rachitiche:
“Non ne ho la minima idea!”

“Sarà dura non uccidere questo coglione, fortuna che ho con me del whiskey!”
Dicendo ciò Macinabudella ruspò nella larga sacca del pellicano, estraendo poi vittoriosamente una bottiglia di marca scadente, svitò il tappo ingollando un florido sorso, presto la peluria sintetica all’altezza dello stomaco prese a gocciolare infradiciata.
“Cazzo! Non hai idea di quanto possa essere noioso avere un corpo di stoffa, non riesco mai a ubriacarmi come si deve!”

*
Macinabudella aveva con sé una mappa lacera, tracciò veloci coordinate, poi estrasse una catena dalla bocca del povero pellicano, legò un estremità al collo del compagno verde mela e un'altra alla punta della scialuppa.
“Per adesso sei mio prigioniero Harry Splatter, vediamo cosa sarai capace di fare nella caverna delle Scimmie Pazze!”

Il pellicano si rivelò essere un ottimo traino, la scialuppa solcava le acque azzurre smerigliate dal cocente sole dei tropici, la velocità era ottima, presto giunse il tramonto ed il sole calante cominciò a dipingere l’orizzonte con rosee sfumature.
Dinnanzi a loro apparve un atollo selvaggio, la caverna era visibile, l’entrata era un solco verticale, del tutto simile a una titanica vagina circondata da vegetazione verdeggiante.

“Quella è la caverna delle Scimmie Pazze Harry! Vediamo se ci troviamo qualcosa di buono! Quelle bestiacce coi calli al culo rossi come pomodori sgocciolanti potrebbero nascondere un prezioso tesoro!”
Macinabudella urlò queste parole dall’alto cavalcando il pellicano Brucionte, ma l’apprendista maghetto udì vagamente quelle parole, pichè controto dai bruciori causati dallo scolo.
Ben presto lo scafo incise la sabbia bianca della spiaggia, Harry allora discese dalla barca tenendosi fra le mani il membro, cercando così di contenere il dolore.
L’isoletta sembrava tranquilla, uccelli tropicali dai variegati e sgargianti colori intonavano un canto giulivo attraverso la fitta vegetazione, un canto caldo e sconosciuto a Harry, simile al lamento ingannevole di una sirena lacustre.
Finalmente Harry ebbe modo di vedere Macinabudella ritto sulle proprie gambe, sembrava estremamente fragile e vulnerabile, se non fosse per il mitragliatore automatico, molto più grosso di lui, che l’orsetto rosa imbracciava con fumando un sigaro faticosamente acceso.
Anche il pellicano adesso zampettava goffamente sulla spiaggia, finalmente libero dal giogo dell’orsetto ma non da quello della catena, che adesso lo legava al polso di Macinabudella come fosse un guinzaglio.
“Introduciamoci in questa cazzo di giungla e sfracelliamo i culi callosi di queste scimmiette!”
L’orsetto sparò una raffica tonante in aria, così facendo, in questo suo eclatante gesto da spaccone, provocò la fuga di un gran numero di volatili che s’involò in una colossale ascesa verso il cielo.
“Cosa fai?” Chiese Harry perplesso.
“Avviso i furboni nascosti dietro gli alberi che non siamo indifesi!”
“C’è gente nascosta e in agguato?”
“Non lo so, ma se ci fosse qualcuno, adesso sa che stanno arrivando dei maledetti carnefici!”
Dicendo ciò l’orsetto rosa sputò grossi grumi di catarro.
Harry rimase profondamente affascinato da questo risoluto, preventivo agire e seguendo Macinabudella si avventurò nella fitta vegetazione che conduceva alla caverna vaginale, sentendosi quantomeno protetto al fianco dell’orsacchiotto, che non sembrava dotato di genitali, quindi almeno lui, forse, non lo avrebbe violentato(nda vedi episodi precedenti).
La foresta tropicale era avvolta da un silenzio sinistro, quasi sacro, come se ci si trovasse in prossimità di un tempio inviolabile, anche Macinabudella taceva immerso nella silente vegetazione, avanzava muto col pellicano alla catena ed il mitra in pugno, la sua mascella di stoffa era serrata in un’espressione guardinga, era piccolo si, quasi ridicolo, ma lo si avvertiva al primo sguardo che poteva essere letale.

Improvvisamente il pellicano iniziò ad agitarsi, al primo segnale strano Macinabudella cominciò a disseminare raffiche incandescenti su ogni lato, i proiettili si schiantarono fra le fronde, così i cespugli vomitarono fiotti di sangue e arti di scimmia, incrostando di corpose frattaglie il pellicciotto del peluche.
Dall’alto piombò un giavellotto rudimentale, l’asta si infilzò senza difficoltà nel corpo di pezza di Macinabudella inchiodandolo violentemente al suolo, l’orsetto immobilizzato, si agitava grottescamente sparando a casaccio.
“Sono bloccato cazzo, Harry fai una magia!”
Ma un nuovo giavellotto venne lanciato dai rami alti, l’aguzza punta infilzò la testa dell’orsetto rosa, mettendolo a tacere questa volta, arpionato al suolo come un puntaspilli.
Harry era da solo adesso, anche il pellicano era scappato involandosi insieme ai tucani.
Il maghetto diede una timida occhiata al corpo trafitto di Macinabudella, si guardò intorno dimenticando i bruciori dello scolo, tutto era silenzio ora che il mitra di Macinabudella aveva cessato di sparare, si udivano però scattanti movimenti fra le foglie e diaboliche risatine di scherno.
Le scimmie uscirono in fine allo scoperto una dopo l’altra, era un grande branco, circa una quarantina di soggetti, alcuni dei primati erano agghindati da pirati, altri indossavano abiti femminili, un orango se ne stava su un ramo vestito da sposa nonostante i suoi genitali fossero chiaramente maschili.
Due piccole, diaboliche scimmiette esotiche afferrarono Harry, ognuno per un braccio, la folla fece largo ad una figura imponente che nell’avanzare malmenava le altre scimmie, era un babbuino enorme, dalle zanne affilate, incazzato nero a causa degli scarlatti calli al culo, al collo peloso portava una collana di denti umani, un teschio(altrettanto umano) gli faceva da elmo, il volto era segnato da numerose cicatrici che contribuivano a renderlo mostruoso, aveva inoltre un membro eretto e peloso, grosso come il manico di un ascia.

“Cosa sei venuto a fare qui Harry Splatter?”
Il rachitico, fallito apprendista maghetto non osò parlare al cospetto del belluino primate dal petto ampio e le zanne affilate.

Presto mani callose e scimmiesche afferrarono Harry, fu immobilizzato e condotto nella caverna vaginale, all’interno l’umidità si mescolava al tanfo di carne morta e decomposta, ossa umane erano sparse ovunque, da questo si evinceva che le Scimmie Pazze erano carnivore e ghiotte di carne umana.
Una scimmietta niente male se ne stava assisa su un trono si teschi, era agghindata con deliziosi ornamenti ossei, orecchini fatti con falangi, i seni grigi coperti da due teschi spaccati, il sesso, ricoperto da una nera peluria, era pulsante e visibile, accanto a lei vi era la scimmia vestita da sposa che sembrava avere evidenti tendenze omosessuali a giudicare dai gesti effeminati e la voce alterata a donna.
Il Babbuino gigantesco afferrò i capelli unti di Harry e lo costrinse a inginocchiarsi dinnanzi alla regina delle Scimmie Pazze.
“Lei è la nostra madre e signora, amante e regina, ha dato vita a ciascuno di noi e continua la nostra stirpe, sembra sia eterna e che non invecchi mai, guarda com’è bella! Ma ultimamente la nostra stirpe si sta indebolendo, abbiamo bisogno di nuove donne, non possiamo continuare così, da dieci anni non nascono più femmine da lei, l’unica è quella che vedi accanto a lui, se così possiamo chiamarla, Cincitta è uomo, ma ci sollazza ugualmente facendo le veci della femmina, è frocio insomma, e quindi non può partorire, si veste da donna e ad alcuni di noi piace! Una profezia aveva previsto tutto ciò, così come aveva previsto il tuo avvento, dall’unione di un mago con la nostra regina nascerà la nostra nuova stirpe!”
Harry rabbrividì, non voleva far l’amore con una scimmietta, per quanto carina potesse essere, ma sembrava non avere scelta; la scimmia regina già gli sorrideva con languore fascinoso, mentre la scimmia Gay Cincitta, discese con il suo abito da sposa e sculettando prese la mano di Harry Splatter.
“Vieni bel maschietto, ti accompagnerò nell’alcova, e spero che dopo che avrai finito con la regina avrai un po’ del tuo arnese umano anche per me!”

Il babbuino schiaffeggiò la scimmia gay in malo modo, una sua mano era due volte più grande della testa della sposa invertita:
“Lurido frocio! Sempre a fare moine e a offrire il culo ai nuovi venuti, togliti dalle palle, non c’è tempo per riempire il tuo calloso e pulsante deretano, sporco pervertito voglioso e ninfomane, dopo ti darò io una bella dose di tronco di scimmia, lascia l’umano alla nostra regina, ne va della nostra stirpe!”
Intanto la regina si era alzata, era tutta coperta da un manto nero e lucido, non era niente male, un velo trasparente le copriva la schiena, ma attraverso di esso si vedeva un culetto appetibile seppur peloso, in fondo a Harry non dispiaceva l’idea, l’aveva fatto con una granchia, con un corsaro sadico e galeotto(nda vedi puntate precedenti), perché non farlo con quella scimmietta carina e sorridente dai modi eleganti, che tra l’altro era una regina?
Poteva essere il padre di una nuova stirpe, ma cosa poteva nascere da un inetto come lui?
Il babbuino costrinse Harry ad alzarsi con un disinvolto movimento del possente braccio:
“Dopo che l’avrai ben riempita ti daremo il nostro dono, e con esso potrai sconfiggere qualsiasi nemico!”
Il Babbuino gigantesco sorrise, mostrando zanne affilate come sciabole, Harry ricambiò il sorriso, un dono magico, era per quello che era giunto fino all’Atollo delle Scimmie Pazze.
Harry entrò nell’alcova della regina, mentre la scimmia gay piagnucolava cercando un pene ed elemosinandolo a chiunque incontrasse ricevendo in cambio solo schiaffi e calci in culo.
“Siamo stanchi di te Cincitta, vogliamo una vera troia!
L’alcova era illuminata dalla fioca luce di torce, un braciere riscaldava placidamente l’ambiente disseminando fumi afrodisiaci e inebrianti dal carattere oppiaceo, la scimmietta era nuda, distesa su cuscini di seta, sorrideva, a gambe larghe, offrendo la vulva pelosa e pulsante al maghetto.
I fumi afrodisiaci rizzarono immediatamente il sottile e pustoloso pene di Harry martoriato dallo scolo, gli dispiaceva contagiare quella bella scimmia dagli occhi luminosi e le labbra seducenti, ma non aveva altra scelta, aveva bisogno dei doni di quella grottesca tribù, si avvicinò col pene ritto, la scimmietta con moine da gatta afferrò il membro con le sue mani callose, poi vi incollò sopra la bocca in un bacio risucchiante, Harry andò in estasi, la regina era bravissima, una ventosa, non poteva resistere a lungo a quel bacio, doveva penetrarla se non voleva sacrificare nella bocca di lei la carica destinata alla vulva.

La femmina pelosa lo guardava dal basso con occhi seducenti, emanava femminei lamenti, si contorceva, poi si distese, e lo invitò a penetrarlo.
“Vieni piccolo essere glabro, entra nella mia regale caverna e lasciaci il tuo seme umano, le mie viscere bruciano, ho bisogno di qualcosa di umido che me le annaffi prepotentemente!”
Harry infilò il proprio arnese nella cavità succosa, provò una piacere arcano, antico; era il suo secondo rapporto attivo in tutta la vita, il primo era stato con una femmina di granchio, e ora sentiva la differenza tra la coriacea cavità salmastra dell’aracnide del mare, con quella sublime conchiglia carnosa che ora invece accoglieva il suo membro in un abbraccio setoso, caldo, umano e non mostruoso com’era stato con la granchia.
Harry abbracciò la regina scimmiesca e aumentò la foga delle sue spinte, la amava, voleva restare con lei in eterno, Re delle Scimmie Pazze e padre di una nuova progenie, la scimmietta baciava il collo di Harry, chiuse le proprie zampe prensili dietro la schiena del maghetto, aiutandolo a spingere con le proprie gambe, gemeva la scimmia, gemeva affannando in quel dolce, bestiale rapporto.
Harry fu avvolto da un fremito, una rossa nebulosa gli offuscò la mente, la scimmia cominciò a schiaffeggiargli i glutei.
“Ancora, ancora!” Gridava la regina, mentre i suoi seni grigi sobbalzavano.
E il maghetto esplose dentro di lei, innaffiandola di arretrato piacere.
Restarono per un po’ distesi sui cuscini, poi la regina si alzò con ancora la pelliccia incrostata di sperma.
“Adesso puoi andare!”
Harry, nudo come un verme, magro da far schifo, sussultò.
“Ma allora non mi ami?”
La scimmietta sorrise mentre si imbellettava le labbra con del sangue di struzzo come fosse rossetto:
“Amarti? Con quel cosetto che hai tra le gambe? Non l’ho nenache sentito!”
Harry provò una profonda tristezza, almeno la granchia lo amava.
“Ma i doni che mi avete promesso?”
“Li hai già avuti, ti sei beccato la sifilide proprio ora, tutti noi Scimmie Pazze l’abbiamo, ce la contagiamo da millenni!”
“La sifilide? Ma che magia è?”
“Non esiste la magia ragazzino, esiste solo la carne, e la sifilide la distrugge, la spacca, la corrode, adesso tu ce l’hai! Ti appariranno croste e piaghe sul pene e su tutto il corpo, noi l’abbiamo debellata e sappiamo dominare il batterio, tu ora la custodisci dentro di te, è questo il nostro dono, il dono della morte in cambio di quello della vita!”
“Ma ho già il corpo ricoperto di croste!”
“Si ma adesso puoi uccidere chiunque abbia un rapporto sessuale con te!”
“E come faccio a convincere gli arcimaghi ad avere un rapporto sessuale con me? Tutti insieme?”
La scimmietta si stava rinfilando il reggiseno di teschi, sorrise, era fascinosa e regale:
“Questi sono cazzi tuoi Harry Splatter, noi i doni te li abbiamo fatti!”

Ma in quell’istante colpi di mitragliatore infransero misero in subbuglio la caverna.
“Cosa cazzo succede?”
Disse l’elegante regina.
Harry si precipitò fuori dall’alcova, vide Macinabudella, con il piccolo corpo squarciato dalle lance, che perdeva pezzi di ovatta e palline di polistirolo, mentre falciava le scimmie con il suo mitragliatore.
“Ecco il piombo scimmie del cazzo, credevate di avermi messo fuori gioco vero? Ma non avevate calcolato il mio fido pellicano!”
LA scimmia gay Cincitta si precipitò verso il carnefice.
“Scooopamiiii ti prego Orsacchiottooooooo!”
Ricevette una scarica di piombo nel ventre che la tagliò in due disseminando in giro le sue budella, ormai il suo abito da sposa era scarlatto.
“Una delle cose che mi rende furioso è il sesso dolcezza, non ho il pisello, sono piuttosto frigido! E la cosa mi rende odioso, sadico e cattivo!”
Disse l’orsetto rosa mentre sterminava le scimmie.
Il babbuino gigante, impugnando una clava tentava di avanzare, prendendosi dritto nel petto l’onda d’urto dei proiettili.

Guadagnava lentamente terreno mentre le sue carni si spaccavano sanguinando sotto gli inclementi proiettili, pezzi del suo petto schizzavano verso l’alto, ma non si fermava, avanzava, era vicinissimo a Macinabudella che stringendo il musetto in una smorfia di stizza non staccava la zampa dal grilletto, finalmente il babbuino si inginocchiò, col cuore spappolato, e una scarica di piombo gli maciullò la testa imbrattando di sangue e pelo l’orsetto rosa.

Harry raggiunse il proprio compagno, non voleva dirgli della regina, infondo portava in grembo la sua progenie.
“Macinabudella, sei vivo? Dov’è Brucionte?”
“E’fuori da questa cazzo di caverna a forma di passera, ci sta aspettando, le odio queste cazzo di scimmie, tutto in funzione del sesso, io odio il sesso, non posso scopare, il coglione che mi ha costruito non mi ha dotato d uno strafottuto organo riproduttivo, sono un represso col cervello bruciato, è forse per questo che sono così fottutamente violento, sai di solito i sadici sono impotenti….vaffanculo la psicologia, le ammazzo tutte queste scimmie che ostentano i loro bei cazzoni grossi!”
Quell’affermazione fece pensare Harry, forse Macinabudella era un omosessuale represso, aveva parlato con ammirazione dei “cazzoni” delle scimmie, come se desiderasse strofinarseli in faccia, ma distruggeva l’oggetto del proprio desiderio represso con il proprio inverosimile machismo, non aveva forse detto che si accoppiava con Brucionte di tanto in tanto? Forse in quei rapporti assumeva un ruolo passivo.

Nel giro di mezzo’ora tutte le scimmie erano morte, tutt’intorno era una poltiglia di pelo, sangue e frattaglie, la regina era scappata rifugiandosi in qualche cunicolo sotterraneo che le avrebbe consentito di custodire e preservare la propria stirpe fecondata da Harry Splatter.
Macinabudella era furioso:
“Ma qui non ci sono tesori, ci sono solo ossa e merda di scimmia!”
“Mi hanno dato la sifilide però!” rispose Harry.
“Gran bel regalo del cazzo!”
Macina budella si accese un sigaro.

Quella sera Harry Splatter, Macinabudella e Brucionte raggiunsero l’atollo vicino delle Zoccole Malconce, era un isoletta di puttane deformi la cui economia era basata sulla prostituzione, offerta ai pirati di passaggio.
Ricucirono Macinabudella con ago e filo, usando del cotone nero che all’orsetto piacque molto, una di loro, Lenora la zoppa, ballò per tutta la notte in uno spogliarello grottesco per Macinabudella, che con gli occhi arrossati e la mascella serrata osservava il corpo della ballerina, la sua espressione era di rabbia mista a desiderio.
“Perché ti fai così del male?” Gli chiese Harry.
“Le cose che più ci fanno male sono le cose che desideriamo e non possiamo avere, ma allo stesso tempo, anche se ci fanno del male, sono le cose che più amiamo!”
Macinabudella proferì queste parole senza staccare lo sguardo dalle tette della zoppa, masticando a vuoto con un sigaro maciullato dal nervosismo stretto fra le labbra.
Harry si alzò e andò verso la spiaggia, adesso aveva anche la sifilide oltre allo scolo, doveva riflettere sul come usare queste sue armi, anche se non sapeva cosa gli avrebbe riservato la sua prossima avventura…..

©Davide Giannicolo

L'impero di plastica


Il caldo di giugno scopriva le gambe delle troie d’ogni specie e opprimeva le genti. Lui se ne stava soppresso dall’ozio in una selvaggia posizione animale, per terra, lanciando il debole occhio verso il punto più vicino: il portacenere pieno.
Una volgare depressione si appiccicava alla sua vita giovane e longeva.
Barba lunga e puzza di chi non esce da tipo tre giorni e sta solo con se stesso sul crocevia della misantropia.
Per quanto egli volesse restare in solitudine, giungeva sempre una presenza a disgregare la fittizia, dolorosa quiete.
I suoi genitori erano infatti immersi in una rumorosa e accesa discussione, pensò al fresco d’una caverna, alla vegetazione più fitta e impenetrabile.
Andò in cucina facendosi spazio tra i suoi genitori alienati nel loro litigio. Brandì un coltello da cucina e lo piantò nelle spalle di lei drastico come la negazione, poi un fendente allo stomaco di suo padre. Quei maledetti si contorcevano e continuavano a gridare, la quiete ere un sole lontano che non cheta gli animi accesi con il tepore dei suoi raggi. Così li colpì ancora, e ancora, fin che non dimorò il silenzio. Intanto aveva fatto un macello, tutto era sporco di sangue.
Andò verso il frigo e si attaccò a una bottiglia gelida di vino bianco, si dissetò avidamente mentre guardava gli immobili cadaveri impiastricciati di sangue e macellati dei propri genitori, non si sentiva in colpa, provava un senso di leggerezza innato, d’un tratto il silenzio fu spezzato ancora, qualcuno bussava alla porta.
Aprì di colpo e fracassò la bottiglia sul cranio dello sconosciuto visitatore, sicuro spacciatore di plastica, non contento e ancora contrariato rientrò per prendere il coltello insanguinato e infierire sul corpo martoriandolo di robusti fendenti.
Brutti figli di un cazzo di niente, li doveva fare fuori tutti, solo così sarebbe stato felice.
Scese in strada e portò il coltello con sé.
Un uomo urlava come un forsennato, blaterava qualcosa a proposito di merce di raffinata qualità, lui gli si gettò contro e lo accoltellò mentre intanto la gente spaventata gridava e scappava come un gregge di pecore.
Ma lui colpiva alla cieca chiunque, più ne prendeva e meglio era.
Poi si mise a correre, la pioggia ed il parco gli diedero rifugio.
Una biondo e atletico ragazzo giocherellava con una bella ragazza dai capelli d’ebano sotto la pioggia che si stava infittendo.
Lui si avvicinava inesorabile, molla saltata del sistema del cazzo, afferrò la ragazza per i capelli e le distrusse il viso di colpi, patetico il ragazzo scappò causando nel petto di lui un tripudio di vergognoso scalpore, così lanciò la ragazza alzandola di peso contro il cicisbeo in fuga, lui era forte, antico uomo, molla impazzita fiera e orgogliosa ma comunque impazzita, non trovava il coltello caduto nel fango, ma era abbastanza forte, folle e motivato da potersi difendere ancora a lungo con le proprie mani.
Le sirene della polizia si avvicinavano, c’era un unico modo per sfuggire a quel mondo di plastica.
Corse verso la cattedrale della città, nella fuga pensava di arrivarci attraverso i tetti, pensava a come sarebbe stato poetico e romantico volteggiare in una furiosa fuga di tetto in tetto al di sopra dei vicoli e delle logge tormentate dalla pioggia, provava compassione per la solitudine poetica dei tetti così simile alla sua.
Salì finalmente in cima alla guglia più alta della cattedrale, flagellato dalla pioggia appariva come una entità tragica volta al dramma perversamente venusto del suicidio.
Scorgendo le sirene in basso serrò i pugni, e si gettò nel vuoto.

Davide Giannicolo