giovedì 1 dicembre 2011

Vetusta sapienza




Vetusta sapienza
Maestosa come un dragone di rubino t’ergi
E il cielo mesta oscuri.

Fatato disio,
elegiaco come il disastro
gli occhi m’accarezzi.

Armonia nucleare
Di fascinose delizie porti dono
Nel giorno e nella notte altera.

Se al di la degli astri si tiene il banchetto degli dei,
al di la degli astri giungerò come moto disgregatore,

poiché voglio il fruscio del armonia lambirmi d’euritmica passione.

Dirigerò i geli siderali,
e del pino e dell’abete
sarò fedele servo.

                                                        ********


Nelle cose che incalliscono le mani vi è il segreto del moto e della forza,
ogni chiave di violino
austera e orrendamente profonda
come un corridoio di rasoi
espleta gli arcani più oscuri della trascendenza.

In ogni seno di donna vi è la vita
Come goccia d’infinito
Che sboccia al di là del mare.

                                                  ************


Ombre di cristallo la bellezza del mondo riverberano,
sempiterni ardori di tumulto
nelle scosse membra stanche.

Se ciascuna lacrima fosse una lama
Orrendamente sanguinante il nostro volto parrebbe.

Orrendamente mutilata invece è l’anima,
mossa dal disio a taglienti prove.

                                             **************

Vetusto il fascino degli angeli
Affanna il nostro leggiadro vagare.
D’altronde v’è bestia che và chetata.

Assaporo il vigore,
sempiterna bellezza
che nella lama dolce si posa per dimorarci in eterno.

                                      *********************

Feroce indole chetata,
mestizia fulminata da ali di farfalla.

Crisalide d’amore
D’onore
Di sapienza,
del furore attende il seme nottetempo.

                                **********************
                                Che Nemesi possa perdonarmi.

Verbo di forza,
il laido, fasullo impostore uomo cerchi,

verbo di forza,
monumenti di letizia forgi affinché questo falso mondo si frantumi
sotto il martello che nelle mie mani imponi.

Cerco di brandire la bellezza come fosse alabarda,
cerco la grazia,
l’elegante unione con la lama,

per meglio erigere
l’onore della forza.
                                     ******************

Petali di dolore
Delicati si posano
Sui rami di ciliegio della mia onusta essenza.

Note d’un sanguinario rituale
Mi seducono affinché io perpetri il giusto.

Non v’è armonia
In questa desolata landa,

non v’è armonia
a meno che non sia illusione,

e le illusioni si sa,
sono fragili come vetro,

e una volta che l’impetuosa mano vi si è stretta intorno
con vibrante passione,
esse s’infrangono

e taglienti,
taglienti come lama di stiletto esse divengono.

Allora alla vista del sangue delicato,
reale è solo la rabbia ed il dolore.

Allora,
solo all’ora,
il guerriero brandisce l’alabarda.

                                                     © Davide Giannicolo.

Musa


“Se tendi a dissociarti diventerai il nulla”.
Così mi aveva detto la stupida al telefono, forse volevo diventarlo sul serio, ci ho spesso pensato, ricordando che alla fine ero riconducibile alla mediocrità umana anch’io, nonostante tentassi di tenerlo nascosto agli altri con gli inutili ornamenti della mia profondità.
Volevo farle credere, a lei come agli altri, che il mio genio fosse in continua evoluzione, mentre in realtà pagavo a caro prezzo la mia arte, sarei divenuto un genio solo se avessi definitivamente stretto un patto, rinunciando all’amore, al mondo e alla vita stessa.
A quei tempi questa consapevolezza era inconscia, anche se percepivo il desiderio della mia arte di divorare il mio senno, questo mi affascinava, e quando me ne resi conto in maniera più tangibile non seppi abbandonare il mostro impulsivo della mia fantasia.
Le mie muse erano morte, restavo solo e febbricitante nella mia sterile, ottusa prosa, ormai non attendevo più muse, bensì un moto che muovesse la mia penna morente, capace di innalzarmi da quel continente di nulla che sprigionava null’altro che impotenza.
Fu allora che giunse, in piena notte. L’invadente trillo del telefono spezzò il mio monotono ripetere a me stesso:
“Non potrò dormire, non potrò dormire mai più!”
Quando alzai il telefono udii una voce di donna che subito mi disse maliarda:
“E’triste lo sfumare delle cose, il fascino del torpore ieratico che provavi ora infranto; nemmeno il piacere che ricavavi dalla tua languida, apatica sofferenza ora ti rasserena!”
“Chi sei?” Dissi incuriosito.
“Verrò da te questa notte, una visita breve, e ti porterò un mio verso.” Dicendo questo riagganciò.
Ritornò il silenzio ad accarezzarmi la fronte come una presenza laida e perversa, faceva caldo, mi sentivo intrappolato in una pellicola di sudore.
Chi era quella donna non lo avevo capito, erano le tre del mattino, e sentii l’improvviso impulso di scrivere:

Cala la bruma,
nudi passi,
solo
t’attendo
dal gelo ghermito,
e quando sorgerà il sole
io sarò morto.

Quando terminai l’ultima frase squillò nuovamente il telefono.
“Pronto..”
“Allora? Ti piace?”
“La mia poesia.”
“Quale poesia? Ma tu chi diavolo sei?”
Era la voce calda e sinuosa di prima, ma a quella domanda di nuovo il silenzio nel mio petto spalancava le ali taglienti.

Quando mi ridestai il giorno dopo, sentii la sensazione di un triste evento, una sorta di gelo, apatico e subdolo strisciava in me suggendo frammenti d’anima.
Rilessi i versi che avevo scritto, cosa significava quella poesia? Eppure l’avevo scritta io.
Il telefonò trillò ancora scuotendomi, alzai la cornetta senza parlare.
“Puoi passare da me? Ho litigato coi miei, non vogliono che mi rifaccia le tette.”
Era la mia migliore amica, con o senza tette rifatte sembrava restia a curarmi con esse, ma con lei dovevo essere lucido, vivo, non dovevo lasciar trasparire alcun segno della mia alienazione. Così alla fine andai da lei; quando la vidi non provai null’altro che un impeto di tristezza, depressa e fottuta dal culto di una lontana Barcellona pensava compiaciuta alla sua illusoria bellezza, fragile come il suo pensiero, come i suoi sogni, come ogni venustà.
“Questa notte una donna mi ha chiamato dicendomi che mi avrebbe scritto dei versi, quando ha attaccato ho cominciato a scrivere, lei ha richiamato ed è stato come se avesse voluto dirmi che quello che aveva scritto era suo.”
“Forse è vero, forse è la tua musa che ti scuote.”
A quelle parole mi assalì un sospetto.
“Non è che sei tu che ti diverti con questi scherzi del cazzo? Sicura che non ne sai niente?”
“Non sai quanti ragazzi mi stanno dietro negli ultimi tempi.” Disse lei con occhi trasognati.
“E questo adesso cosa c’entrerebbe?”
“Con cosa?”
“Vaffanculo!”

Tornai a casa e dovetti ancora star sveglio, insonne, stanco, malato di nulla, un nulla che stringeva alla gola asfissiandomi.
Sul tavolo della mia cucina giaceva una lettera, la aprii avidamente strappando la busta e lessi, i caratteri erano scritti con la mia esatta calligrafia:
Ecco il mio suicidio,
posto a voi come sacro monumento,
di lacrime scolpito,
dal sangue modellato.
Ecco l’armonia del mio corpo
pendere alla corda.
Quelle parole si fusero alla mia mente, quando le avevo scritte? O meglio, chi le aveva scritte?
Ma ancora il telefono fendette la notte:
“Dolce, piccolo poeta, sei proprio fortunato ad avere una musa come me, visto che splendore?”
“Senti, ma perché non vieni qui?”
“Ma perché io sono già qui sciocchino, tutto ciò che hai creato, tutto quello che credi ti differenzi dalla natura umana è opera mia, io sono la tua arte!”
Rise di una risata smorfiosa ma attraente, e io restai con in mano la cornetta e gli occhi spalancati ad ascoltare la conversazione ormai interrotta, dopo qualche minuto attaccai anch’io, sordo ormai ad ogni percezione.
Trascorsi l’intera notte a pensare, e se fosse vero? Se nulla di ciò che ho creato fosse di reale mio pugno?
L’indomani, all’alba, dopo una pensierosa notte insonne, bruciai tutti i miei scritti, un fuoco morboso che s’innalzava al cielo.

Erano tre mesi che bevevo più di sempre, immobile nel letto depressivo, sudato, ansimante, non dormivo mai e mangiavo nicotina.
“Piccolo nichilista, smettila di giocare con la morte!”
Una voce soave, sbarazzina, era lei, finalmente dopo la sua rivelazione al telefono si era rifatta viva, era venuta a trovarmi.
Si avvicinò al letto ove giacevo ubriaco e semicosciente, era una donna stupenda. Capelli d’ebano le coprivano fluenti il volto affilato lasciando scorgere solo una pallida striscia del suo volto, che al buio emanava un candido riverbero.
“Tu non sarai mai un grande scrittore!”
“Lo so”. Le dissi con un sorriso rassegnato.
“Questo perché hai una musa troia come me, una musa crudele!”
Mi incantavo nel guardarla, volevo restasse per sempre con me, non mi interessava della sua crudeltà, il desiderio di essere stretto dalle sue braccia mi indusse a morbide, copiose lacrime.
Poi si avvicinò, si chinò su di me di modo che io potei sentire la soffocante oppressione del suo crine di seta sul mio volto, succhiò il mio sangue in un bacio divino, lentamente, eppure a me parve che quel dolce, confuso istante fu troppo breve per essere esistente.
“Liberami!” Le dissi.
Ella mi guardò, profonda e mesta, dai suoi capelli estrasse un fermaglio d’argento, era simile ad un biforcuto stiletto lavorato con delicata maestria, me lo porse dolcemente, e sorrise intrappolando per sempre il mio senno nel suo sguardo di vampira.
“Scrivi su di me il tuo ultimo poema! Il tuo capolavoro.”
Io annuii, ma volevo piangere ancora, volevo andare via con lei pur sapendo di non potere, non so, sentivo dentro me di dover assecondare ogni suo capriccio.
Incisi tutta la notte una elegante poesia su quel bianco corpo, un’opera d’arte scritta col sangue, mentre ogni rima era accompagnata da un sensuale sospiro d’agonia della mia musa.
Quando finii, all’alba, ella spirò, non lasciando traccia alcuna del suo corpo e della mia opera massima, si dissolse tra le mie braccia come una liquida nebbia, divenendo solo sangue, null’altro che sangue, l’inchiostro del vero scrittore.
Da allora non scrissi mai più.

©Davide Giannicolo

Corsaro

              

   


Corsaro

La luna rasserenò il polipo sventrato sulla banchina, egli vedeva quei raggi, egli che conosceva solo il manto atmosferico del mare.
Quando il marinaio ci pisciò sopra, marinaio a volte un po’ illegale, in passato, come di passato cupo in fondo rifulgevano i suoi scuri tatuaggi.
“Una notte, una notte sola.”
Questo era il suo pensiero, mentre la notte ululava il suo amore al mare che a sua volta liberava selvagge le sue onde per raggiungere la luna che troia bramava il cielo.
Il marinaio non udiva il tumulto estatico a lui intorno, non scorgeva la caotica lite dell’universo avvampato dal sidereo fuoco dell’amore.
Egli non era passiva ghiaia viva, non era granchio, il suo pensiero era di avere una notte sola, una soltanto, poi ancora il mare per chissà quante settimane.
Intanto aveva ripreso il suo solitario cammino, il porto era una specie di triste compagno che bisognava abbandonare, lì, inerte, coi suoi misteri pericolosi.
Sputò tredici volte, fumò mezzo sigaro e una sigaretta,
“Cazzo,” pensò, “Bisogna bere!”
Si incamminò ma percorse solo pochi metri, una prostituta somala dal corpo d’ebano gli si parò innanzi.
“OK questo era già stato previsto da notti e da giorni, fottuti giorni al sole battente.”
Spolpò viva la puttana, la baciò in bocca con la lingua senza il suo permesso, questo fu il principio di una brutalità naturale, quando ebbe finito, e state certi che si appagò lungamente, la troia fu lautamente ricompensata.
Uscì dal porto e la città lo investì quasi subito, il mondo era divenuto una sbeffeggiante imitazione della fiction, più finto però, ci si fermi a pensare, più finto della fiction, brrrrrr!
Molto meglio il mare, il mare ed una donna.
Un gruppetto di ragazzi ben vestiti lo evitò cautamente, egli strinse dolorosamente le dita intorno alla larga lama che portava celata sotto il ruvido cappotto quando scorse il sorriso di una delle ragazze.
“Sono diventato uguale a quello che sono sempre stato,che razza di cazzata.” Pensò.
Pestò a sangue tantissimi punk a bestia per un ora, ubriaco perso come il suo furore. I punk a bestia li odiava perché simboleggiavano la merda di ciò che lui aveva idealizzato e rispettato da giovane, a lui piacevano i Punk, Punk e basta.

                                                     *********************

Non era ancora molto tardi, meglio calmarsi, la luna era offuscata da striature di evanescente sangue nebuloso, ultime notti del cazzo, piacevoli, dolorose ferite di lama.
“Stelle taglienti, il polipo abbraccia il caso e voi, oh stelle taglienti, il polipo giace sulla banchina trafitto dalla luna.”
Si alzò dal marciapiede e andò in un costoso albergo, aveva molti soldi, tanti davvero. Aveva fatto storie allucinanti per mare, dopo aver trasportato un carico in Tunisia di merce onesta per conto di oneste società Europee ma accompagnato da svariate auto rubate per conto suo si era un po’ abbandonato lì, poi aveva fatto veramente di tutto, sia per esportazioni oneste che per cose un po’ più sporche.
Pirateria, contrabbando, trasporto di donne a scopo di schiavitù e prostituzione, traffico d’armi.
Aveva visto i porti dell’Albania, della Turchia, della Tailandia, della Grecia.
Adesso era in camera, si rasò la faccia, si ripulì, indosso abiti nuovi e vagamente eleganti, poi compose una cifra sulla tastiera del telefono.
“Devo vederti, ti ricordi? Ricordi di me?”
Lei agganciò il telefono, come so che era una lei? Lo si notava vedendolo in faccia, bastava guardarla quell’espressione che gli storpiava il volto come fosse cicatrice.
Voleva condurla verso il mare, ove dimora il sogno, il sogno dal quale il polipo è stato strappato, quell’armonico sogno di fluttuante, cupa letizia incantata.
Nessuna giustificazione giungeva a perdonarla, nemmeno a biasimarla.
“La notte, quest’ultima notte, non è ancora finita.”
Scese in strada e caricò tredici puttane, le portò su in albergo, il portiere tentò di fermarlo ma lui lo accoltellò al braccio, poi lo pagò, poi  lo prese a calci nel culo.
Si addormentò seppellito dalle morbide carni di donna, quella notte fu degna dell’ultima notte in terra di un corsaro.

©Davide Giannicolo

La violenza antropofaga dell'atto sessuale


 
vans 

La violenza antropofaga dell’atto sessuale

Attori:
            Satana
            Il ninja
            Adolfo( il gigante)
            L’alce
            Lo spettro
            Sventonia(il trans)
            Le drug queen(3)
            La regina del peccato(ermafrodito sadomaso)
            Gli schiavi(negri, nani e nani negri)
            Brutoldo(il cane)
            L’alce(vera)

Una stanza molto piccola, squallidissima e diroccata, strumenti di tortura in ornamento, l’impressione deve essere di sporco e angoscia claustrofobica, di sottofondo il suono di catene e calcinacci.

Satana entra, balla in maniera grottesca, è completamente nudo, con lui c’è il ninja, arriva Adolfo che comincia a picchiare a sangue il ninja, picchia anche Satana che si umilia si inginocchia e succhia Adolfo da genuflesso, gli prende le palle in bocca, le stringe nelle mani, gli offre il culo come un cagnolino scodinzolante mentre sorride beatamente.
Satana si fa fottere con brutalità sia da Adolfo che dal ninja che lo graffia, lo morde e gli strazia le carni.
Satana succhia il cazzo del ninja mentre Adolfo lo fotte a quattro zampe con brutalità, poi Satana ed il ninja si baciano mentre Adolfo infila le dita nel culo di entrambi.

Arriva lo spettro e frusta tutti, porge una frusta a Satana e così anche lui comincia a frustare tutti fino a mutilarli.
Satana caga in faccia e sul petto di Adolfo, continua a frustarlo fino ad ucciderlo, si china su di lui e spompina il suo cadavere sanguinanti mentre il sangue gli imbratta la faccia.
Lo spettro atterra il ninja e lo soffoca con le sue chiappe ossute.
Arrivano le tre Drug Queen danzando in sorrisi d’angoscia, sembrano tre vecchie in procinto di morte, scopano con Satana in un groviglio di pompe e percosse.
Giunge il cane e comincia a mordere chiunque, una Drug Queen lo masturba, l’altra lo succhia, l’altra ancora lo penetra.

vans2

Lo spettro si procura un enorme taglio obliquo sul petto servendosi di un coccio di vetro, Satana ruba il vetro allo spettro, se lo litigano come due bambini con un lecca lecca, alla fine Satana riesce a strappare l’ambito trofeo e inizia a riempirsi di tagli su tutto il corpo.

Le Drug Queen afferrano il Ninja, lo stendono sul pavimento, estraggono delle lamette dall’ano cagandole dolorosamente, poi iniziano a tagliuzzare il Ninja un po’ ovunque ridendo sguaiate ed inquietanti.
In quel momento fa il suo ingresso la regina del peccato, brandisce un grosso coltello, con esso sventra il cane e si impiastriccia il volto e il corpo seminudo con sangue e budella dell’animale.
Satana l’afferra da dietro, la costringe a stendersi, la scopa e lei scopa lui, si flagellano, si tagliano, mentre Satana percuote con schiaffi e pugni la faccia del cadavere di Adolfo, presto anche la regina del peccato riceve le percosse di Satana, testate che rompono il suo naso da narciso, si alza, la prende a calci e comincia a flagellarla, dopo una decina di minuti di efferata violenza Satana si ferma ad ammirare la regina tutta livida e inerme sul pavimento, solo allora la fotte nuovamente.
 scissor
Intanto il ninja fotte le Drug Queen in alternanza, succhiando i loro piccoli cazzi e sgozzandole, giunge lo spettro armato di martello(è magro come la morte) schiaccia la testa di una Drug Queen rubandola alla mano omicida del ninja, allora il ninja aggredisce lo spettro, tenta di strozzarlo introducendo i propri testicoli nella sua bocca, poi col coltello che ha usato per sgozzare i travestiti lo squarta, comincia a giocherellare con le budella dello spettro estraendole con folle sguardo.

Entrano gli schiavi, ciascuno armato di flagello chiodato, frustano a più non posso, poi iniziano a scopare i cadaveri.

Satana nota una certa confusione e assume il controllo, percuote chiunque, lega i negri a collari incatenati ai muri, inizia a percuoterli con una mazza ferrata e una catena spaccando loro le carni, la borchiata regina del peccato si unisce al signore delle tenebre, succhia i neri mentre Satana inizia a scorticarli.

Entra il trans con una sontuosa coda di pavone, accarezza Satana che troneggia sugli schiavi succhiato dalla regina del peccato, lo bacia, lo masturba strappando l’enorme membro del diavolo dalla bocca della regina, il trans lega la regina con collare e catena, inizia a succhiare il cazzo mostruoso di Satana costringendo la regina a succhiare il suo.
Satana lecca i capezzoli artificiali del trans, continua a sorridere come se il suo volto fosse di cera, il Trans gli offre il culo e Satana lo infilza.

Il ninja intanto gioca con lentezza da bambino pazzo seduto fra i cadaveri, i resti mutilati sono i suoi balocchi, l’alce si muove tranquilla per la stanza annusando i genitali dei morti, d’ora in avanti la vedremo sempre sullo sfondo.

Entra l’alce(vera) cioè un magro uomo nudo cosparso di cicatrici e in pantofole con un’enorme maschera da alce di peluche, spara al ninja in pieno petto con un fucile a canne mozze.
Il trans corre sul cadavere del ninja col cazzo dritto, lo rivolta sulla schiena e lo incula accoltellandolo, piume di pavone svolazzano qua e là mentre il loro proprietario infierisce sul cadavere ridendo con espressione diabolica.

scissor2

La regina del peccato fotte Satana da sopra come donna, poi lo volta per tentare come uomo, ma ci ripensa, si alza e gli arroventa le grasse chiappe con dei marchi roventi.

Uno schiavo e un nano sopravvissuti ma in cattivissime condizioni si baciano con lingue serpentine, la regina del peccato e il trans si contendono il cadavere del ninja tirandolo come un pupazzo fino a che la testa non si stacca, dal corpo e dalla testa fuoriescono coriandoli fluttuanti, i contendenti si rallegrano e fanno la pace lanciandosi l’un l’altro la testa come fosse una palla, la loro espressione è di folle infantilismo.

Il trans comincia a scopare con l’alce in moltissime posizioni masturbando il nano mentre Satana si impadronisce nuovamente della regina del peccato cercando vendetta, la trascina per tutta la stanza tenendola per i capelli, la lancia contro i muri, la picchia, la fotte, l’alce vera si muove ancora tranquilla brucando tra frattaglie e cadaveri, d’un tratto Satana, afferrando il fucile a canne mozze, spara un colpo in mezzo agli occhi del povero animale, lo fa mentre fotte a pecora la regina del peccato, l’alce cade dunque di botto unendosi ai morti.
L’uomo alce frusta il trans, si uniscono anche gli schiavi, fottono il trans a turno e in gruppo, tutti sono completamente ricoperti di ferite.
 Senza_nome-congiunto-01
Satana stacca lentamente un femore al corpo dello spettro, dopo la lunga e pasticciona operazione si lancia sul gruppo al quale si è unita anche la regina del peccato che poco prima era stata cacciata via da Satana poiché gli leccava ostinatamente tutto il corpo come fosse una cagna sorridente.

Tutti vengono percossi dalla palla chiodata di Satana, sembra però infiorire più di tutti sull’uomo alce, lo maciulla letteralmente in teatrali spruzzi di sangue, costringe Trans e regina a succhiarlo, infila il femore nell’ano dell’uomo alce, poi lo volta accoltellandolo molteplici volte, afferra un accetta tagliandogli gambe e braccia, struscia il pene per un po’ nelle ferite.
Intanto gli schiavi hanno rapito la regina, la fottono lungamente in tradizionali peripezie, lei però è felice.

Il trans offre il proprio culo sul cadavere scempiato dell’uomo alce, Satana lo prende, eiacula sulla schiena del trans, si volta e sgozza con un filo di ferro il nero che sta scopando a pecora la regina, poi costringe il trans a scopare col proprio pene il nano, il trans ci prede gusto fiaccando quelle piccole reni, Satana intanto cava gli occhi al nano e li mangia, la regina che poco prima frustava Satana lo bacia assaporando a sua volta l’organico boccone di quegli organi visivi, subito dopo il diavolo impicca il trans con collare e catena mentre la regina lo succhia, una volta rotto il collo del trans e soffocato nel proprio sangue Satana lo slega, comincia a scopare i suoi resti mentre la regina danza in una danza di delirio e follia.
Satana eiacula per l’ennesima volta, si alza e taglia a pezzi la regina, tanti, piccolo pezzi.
Resta da solo fra i cadaveri, insanguinato e cosparso di ferite, piscia e caga su tutti i corpi, ha cagato un grosso revolver nero, lo afferra e si spara un colpo alla tempia facendosi esplodere le cervella che schizzano dall’altra parte della stanza.
Fissiamo per tre lunghi minuti l’inerte e silenziosa massa di corpi poi cala il sipario.

©Davide Giannicolo

Molotov di purezza




Giungo a fari spenti nella notte
porgendoti la mia molotov di purezza,
un fiore di fuoco zampilla
e le sue spore accarezzano il tuo volto.                  
Non ci sarà più tempo
non ci sarà più logica
nel momento in cui ti costringerò a temermi.

Davide Giannicolo

Pensiero di un aspirante suicida occidentale



Pensiero di un aspirante guerriero suicida occidentale
Di Davide Giannicolo

Aldilà dell’ombra vi era un declivio, lì egli ascoltava le foglie, carpendo il tempo; debole velo sui suoi occhi si posava assopendo le palpebre segnate d’ombra.
Quanti istanti di vita serpeggiavano tra quelle foglie carezzate dal vento!
In esse fluttuava un opaco segreto, un sussurro impercettibile generato dall’essere, composto di verdeggiante grazia, severo brusio frusciante che schermisce il sole.
Doveva tentare di annientare se stesso o di proseguire, o semplicemente star fermo, immobile, ad attendere le foglie rivelare quel muto, celato segreto da esse custodito e in criptico codice arcano cantato.
Il suo essere occidentale, il suo profondo legame con la rude e barbara essenza dell’uomo guerriero d’occidente, il canto fragrante del mediterraneo sul volto, tutti questi elementi gli concedevano di pensare a quell’attesa come qualcosa di affascinante, ne individuava la sottile grazia, ma non poteva pensare ad  essa come qualcosa di utile.
Egli non era infatti come un’orientale, disposto ad attendere il metaforico cadavere fluttuare sul fiume dell’esistenza; egli invece avrebbe superato questa attesa non senza un profondo calvario, dedicandosi a spasmi di frustrazione e auto lesione.
Anche se esteriormente appariva freddo, distaccato, dentro di lui però, sotto la sua cipria di morte, scorreva una violenta lava vulcanica ghermita da tagliente ghiaccio.

Così egli carpiva la grazia ma era incapace di scovarne il flusso, ignaro della sua profonda, segreta essenza offuscatrice.
Si ridestò dai suoi pensieri ermetici e cominciò a camminare in discesa lungo il declivio, in quel momento pensò alla capacità della totalità delle cose di mascherare, si, il tutto intorno a lui lo ingannava sempre, quella silenziosa pineta ove stava camminando era in grado di mascherare il triste cemento circostante, l’infinita distesa di inquietante, patetico cemento che ricopriva la terra uccisa.
Dunque gli ultimi spiriti della natura si rifugiavano lì, in quella macchia mediterranea a picco sul mare, nascosti fra i rovi attendevano la notte.
La pineta si raccoglieva mesta intorno a lui evocandogli una cupa sensazione d’onta, profonda e muta, da espiare con il sangue del suicidio.
Assaporò tutto ciò che riusciva ad assimilare coi suoi sensi, ma non era mai abbastanza, sembrava che ogni cosa, compreso il tappeto intricato di ricami di aghi di pino che lui carezzava col piede ignudo, fosse legata alla sofferenza.
La sua pelle in quei giorni era divenuta bruna, i capelli stupendi e compatti grazie alla salsedine, camminava senza trovare refrigerio tra i pini, il suo corpo sudava incredibilmente.
Dopo un sentiero arido circondato da cespugli spinosi incontrò la sabbia, così la sensazione di morbosa espiazione svanì, sostituita da un sentimento impetuoso, divagante, che colmava per intero l’anima e l’essenza impregnandola di languida tristezza.
Sotto di lui vi era il mare, non maestoso e poetico, bensì sporcato da bagnanti e imbarcazioni, non il mare puro, archetipo cosmico e unico che di notte chiama a sé il saggio.
Era giorno, il mare era triste, un mare d’agosto stuprato.
Pianse, si percosse il petto con un pugno al fine di rinsavire, si stava lasciando sedurre troppo dal canto supplichevole di quel mare violato.

Tornò indietro sul sentiero sabbioso e rientrò nella pineta, dei ragazzi fumavano hashish accanto ad un grande albero, lui li guardò di soppiatto, poi istintivamente si unì a loro, voleva evadere da quei pensieri troppo ciclopici per la sua giovane anima diciottenne.
Così sentì svanire ogni primitiva sensazione, la magia di quei luoghi era sfumata, morta in un solo istante mediante un fendente inferto da lui stesso.
Poiché aveva parlato, sporcando il silenzio e se stesso con la futile promiscuità di quell’incontro, allora si sentì come quel mare, un tempo vergine e puro, ora sporco di boe e canotti, violato dal compromesso dell’esistenza.
Passò una donna in bikini, e nuovamente, nell’osservare le ambrate carni ondeggianti e prospere, sicuramente salate, egli fu mosso da un istinto di strage, questa volta differente dal suicidio, un istinto di violento possesso, di rinuncia alla grazia e all’umano, un istinto indomabile che rifiutava ogni legge, persino quelle della natura e della venustà.
“Voglio fare un macello!” Pensò.
“Voglio distruggere tutto poiché in tutto c’è dolore, il mare soffre poiché esiste, dunque se non esistessimo ne' io, ne' il mare, ne' la felicità….”
Il suo pensiero s’arrestò, e provò vergogna per averlo postulato, era tutto troppo semplice e allo stesso tempo troppo complesso, come lo erano del resto quelle opulente forme ondeggianti di lontano.

©Davide Giannicolo

Magica Notte




Magica notte
                                                            (RACCONTO DI NATALE)
Era una notte gelida, multicolori luci intermittenti sporcavano la tenebra, volteggiava nell’aria un fatato sentore, strisciante sulla pelle riscaldata da pesanti abiti in lana e feltro, avvolgendo le genti, infondendo lirica malinconia.
Un uomo camminava nella notte, di ritorno da un cupo vagare lungo le strade deserte della vigilia di natale, udiva la voce delle cose, inquietanti le luci parlavano sussurrando al silenzio, gli alberi adorni di colorati gingilli si scorgevano nitidi attraverso i vetri diafani delle case avvolte da un calore morente.

Un ignota fragranza giungeva ai sensi dell’uomo, un qualcosa di evanescente che come fumo scivola via nell’oblio dello spirito.
Anche lui tornava alla sua casa, non sapeva se avrebbe preferito anche lui il calore, le luci, o se a lui forse si addiceva qualcosa di più simile a una tana, in simbiosi con la natura, una caverna, un albero cavo nel cuore innevato di una foresta di pini.
Ma lo avrebbe investito ugualmente la perversa, artificiosa malia di quella magia? O semplicemente, voleva così tanto stare lontano dall’artificiosa notte colma di luci?
Ma il volteggiare dei suoi pensieri si posò come una civetta su un ramo innevato, dovette entrare in casa, era arrivato, inutile invocare la fantasia, a sua disposizione vi era forse solo il finto calore, le luci.

Il palazzo era ornato pateticamente da minuscolo abete abbellito con cianfrusaglie pacchiane.
Salì le scale, al suo piano vi era il neon rotto, il vento di quella notte gelata fischiava lungo le scale, impazzando selvaggiamente come fosse uno spettro lungo le scale del palazzo che pareva vuoto e silente.
Il Pianerottolo era dunque buio, dal finestrone si scorgevano altre case, altri intermittenti lucori, famiglie raccolte intorno a tavole imbandite, bambini sorridenti, bagliori alcolici in bicchieri tremolanti di vini ambrati.
Udì un grottesco rumore, l’uomo si impuntò, il buio non poteva tentare di suggestionarlo.
Si voltò nella tenebra che ora lasciava distinguere il marmo bianco, un colpo in faccia lo investì in pieno, un pugno robusto, secco, che lo rovesciò all’indietro, era in terra sanguinante mentre la grossa figura avanzava verso di lui, tacchi di scarponi rintoccavano nel vuoto.
L’uomo si alzò in fretta lanciandosi in avanti, verso un grosso ventre che pareva attenderlo, colpì più e più volte, con immane potenza, l’aggressore tossì, era buio, nel silente pianerottolo si udivano i loro affanni, ringhi di lotta nella notte di natale.
Robuste mani si infrangevano contro robuste teste, l’aggressore mostrava attimi di cedimento e il nostro uomo infieriva in maniera selvaggia, mosso da una smania folle.
L’aggressore natalizio si ritrovò a sbattere nel muro emanando un secco tonfo, poi riuscì a strisciare via affannando.
Lui attese nella tenebra, ansimante, l’adrenalina era calata, cominciava a sentire il dolore delle ferite, le labbra gonfie, il sapore del sangue, poi, senza essere né udito né intravisto un nuovo colpo investì il suo mento scoperto, cadde nuovamente in terra, era stordito, non si sarebbe rialzato, qualcosa cadde sul suo petto, qualcosa di leggero che prima di atterrare era fluttuato soavemente nell’aria, niveo come una notturna falena.
Vide l’aggressore uscire dal grosso finestrone, la vista era annebbiata dai colpi ma la figura fu schiarita grazie alle luci della strada, era grosso, poco più basso di lui, ma più largo, più solido, più antico, il suo odore era simile a quello che percepiva in quella notte invernale, una fragranza ancestrale che sapeva di quercia e chiodi di garofano.
Quando capì di essere nuovamente solo raccolse l’oggetto che l’altro aveva lasciato, era una lettera.




Quando entrò in casa accese la luce, lesse il biglietto tinto da gocce di sangue:

SEI STATO CATTIVO?
NON DIREI, E’ CHE QUELLO CHE PIU’ TI RENDE VIVO E FELICE E’ LA LOTTA.
BUON NATALE


C’erano scritte solo queste poche righe, egli sorrise, spalancò la finestra ispirando l’aria gelida, la notte gli parlò ancora col suo arcano, magico linguaggio, poi guardò le luci che anche in casa sua imperavano, un suono di campanelle si udì nella notte, ma fu per un attimo, uno soltanto, poi svanì tra le ombre.
“L’anno prossimo ti spaccherò il culo vecchio!”

©Davide Giannicolo