venerdì 20 settembre 2024

La solitudine del Vampiro nella Foresta di Cemento

 

Il sole tramontava, rosso come sangue sul rovente asfalto di fine estate. Il vecchio sedeva a una panchina, all’ombra di un grande albero, nessuno sapeva da quanto tempo fosse lì, non era stato visto da anima viva, un reietto, un invisibile di cui non si cura neanche un passante.

Osservava il campetto da basket, tutto in cemento, di fronte a lui, cinto da pali gialli e una rete verde arrugginita e sfondata. Immobile fissava i ragazzi giocare, adolescenti sudati che tiravano al canestro e ragazzine che pattinavano intorno a loro come mosche ronzanti su una carogna.

Ammirava i ragazzini con un leggero sorriso sulle labbra, dietro gli antiquati occhiali da sole il suo sguardo era simile a quello di una faina che da lontano, ma abbastanza vicino da avere la bava alla bocca, tiene d’occhio le grasse galline che svolazzano goffe in un pollaio, in attesa del momento giusto in cui ingozzarsi spargendo in un tetro banchetto piume insanguinate.

Ormai il sole era svanito in quella desolazione d’asfalto lasciando spazio ad un violaceo crepuscolo, solo in cielo tra nubi grigie regnava una scia rossa morente. Allora il vecchio si alzò dirigendosi verso il campo di cemento, ancora il fuoco del giorno, di cui l’asfalto era impregnato, si innalzava da esso, liberando vampe che lo investivano
in ondate veementi.
Le ragazze erano mezze nude, si potrebbe dire in mutande, vedeva la carne guizzare, tremula e invitante. I muscoli tonici delle gambe levigate, l’odore pregnante del sudore adolescenziale che per lui era come una spezia impareggiabile.

Un ragazzo alto dall’aspetto di un rapper lo urtò facendogli cadere gli occhiali da sole, la figura esile e trasandata del vecchio si chinò per raccoglierli.

“Che cazzo vuoi vecchio bavoso? Guardi le nostre ragazze? Vattene a fanculo e gira a largo da qui!”

Avrebbe voluto saltargli in faccia e mangiargli quel volto arrogante, ma non poteva, poteva solo incolpare sé stesso per essere uscito così presto. Tutto da attribuire alla noia e alla sua attuale, squallida sistemazione che non gli consentiva svaghi.

Così si allontanò tra le  risate di scherno delle ragazze.

“Bravo vattene! Ci scommetto che avresti tirato fuori l’uccello e avresti cominciato a menartelo qui davanti a tutti vecchio pervertito!”

Dietro all’albero dove c’era la panchina vi era un terreno incolto e brullo che conduceva a un declivio, che a sua volta portava a un fosso di edera ed erbacce malsane, lì sorgeva una baracca fatiscente e abbandonata, lui viveva in quel posto, o meglio ci si nascondeva, in completa decadenza. Tra ratti, vermi e larve consumava il suo sonno mattutino, nel tardo pomeriggio si destava affamato e soprattutto in estate l’attesa della notte era insopportabile.

Stava per compiere un errore fatale, quei ragazzi erano così pericolosamente vicini al suo nascondiglio, come quando rubò accanto alla panchina la carrozzina con dentro il neonato, nonostante il pasto sublime come non ne consumava da anni fu un miracolo che polizia, pompieri e volontari non lo stanarono da quel fosso impervio in cui rimase nascosto per giorni mangiando topi e luridi insetti, non voleva ripetere quella terrificante esperienza. 



Si diresse allora verso la fermata dell’autobus che dalla periferia lo condusse nella cittadina vicina. Scese in una zona malfamata e buia, sotto una sopraelevata che faceva da tetto a molti reietti tra lampioni tremolanti intorno ai quali orbitavano sciami di gialle falene notturne. Allora finalmente si nutrì, scelse un africano ubriaco che giaceva su un sudicio materasso sfondato coperto di stracci. Il suo sapore però era disgustoso, sapeva di cibo in scatola e alcool scadente. Mentre gli squarciava la gola con un coltellaccio arrugginito da macellaio e affondava le labbra nella ferita per suggere il liquido nero, in rantoli bestiali, contrariato e deluso pensava:

“Non sarebbe stato meglio cibarsi del sangue di quelle ragazze giovani e in fiore? Anche a costo di farsi scoprire e morire, compiere un ultimo pasto decente, piuttosto che nutrirmi di questa immondizia?”

Era tardi ormai, la sera lasciava spazio alla notte, una pallida luna piena si stagliava al di là del ponte della sopraelevata, scempio urbano che squarciava il cielo. Decise di tornare a piedi alla sua tana tagliando per i campi che separavano la piccola città dalla periferia residenziale. Il cammino fu lungo, i ragazzi non c’erano più

al campo da basket, tutto era deserto, un’immensa solitudine circondava quella landa desolata di cemento silente. 

Tornò alla baracca, sazio ma disilluso, col pesante fardello di un’angoscia incontenibile sul petto, il vampiro era infelice, triste, nel suo giaciglio sperduto nella brughiera, ma aveva un sogno, che forse era un suicidio: l’indomani la faina, si sarebbe lanciata nel pollaio, nutrendosi a sazietà in un sanguinario banchetto…

Davide Giannicolo


venerdì 13 settembre 2024

Orgia di Mezzanotte(Surrounded by Zombie Lust)

 


Talvolta accade, in una notte di luna rossa, soprattutto in autunno o nel gelido inverno, che le tombe dei cimiteri si scoperchino e aiutate dalla pioggia scrosciante, tra veli di nebbia spettrale, le mani dei morti affiorino dal terreno come funghi malvagi. 

Corpi decomposti, scheletri nefasti, bocche verminose, si muovono barcollanti in cerca di carne, mosse da un oscuro desiderio, abomini innominabili e blasfemi, offensivi alla natura stessa, varcano i cancelli del camposanto dirigendosi verso le case ove dimorano i vivi.

Fu proprio ciò che accadde quella notte, in cui la donna si risvegliò di soprassalto in seguito alle carezze gelide di oscuri sconosciuti, mani viscide come pezzi di macelleria le scorrevano lungo il corpo, stringendole i seni, insinuandosi tra le sue gambe, penetrando invadenti nelle mutandine e poi nei recessi della sua intimità. Inutili le grida, inutili i singhiozzi e il pianto disperato. Cazzi verdi, in cui brulicavano vermi, erano già all’altezza della sua faccia, come arieti invadenti chiedevano di sfondare il portale della sua bocca serrata umida di lacrime. Le verghe pulsavano, vibranti come molle impazzite, le mani adunche e scheletriche afferravano i suoi capelli costringendola ad avvicinare la bocca a quei turgidi randelli minacciosi, mentre altri strappavano i suoi vestiti e la sua biancheria intima.

Sentì la bocca di uno di loro infilare la grigia lingua decomposta nella sua vulva, allora aprì la bocca cercando di gridare e subito un fallo putrido e viscoso le si infilò nella trachea spingendo con prepotenza. Altri cazzi di zombie la penetrarono, instancabili, lacerando ano e vagina, intanto denti famelici e mani nodose staccavano brandelli sanguinanti della sua carne, mangiandola in un tetro banchetto mentre fiotti scarlatti imbrattavano le lenzuola, le pareti candide ed il di lei corpo nudo.

Presto sangue e materia organica furono un tutt’uno mentre fuori la pioggia scrosciava irruenta. Sazia, la gang di non morti continuò tutta la notte a fottere un cadavere scempiato di cui ormai si vedeva parte di scheletro in alcuni punti. Quando giunse la plumbea alba dalle nebbie angoscianti, il gruppo tornò al cimitero, ricoprendosi di terra come fossero lenzuola nei loro giacigli funerei.

Attenti dunque alle notti di luna rossa, serrate bene porte e finestre quando scroscia la pioggia e imperversa la tempesta d’autunno, poiché la gang dei non morti non è mai stanca dei propri bagordi e carnali voglie.

DavideGiannicolo



domenica 18 agosto 2024

Penelope Scarlatta



Macinatore, grattugia arrugginita, ossa e carne, onore distorto, vendetta. Penelope decomposta, Penelope Zombie, lutulenta puttana, catacomba, ritorno, violenza.
Membro di ferro, punizione, estorsione, puntualizzazione, marchio, feticcio.
Penelope assassinata, guanto di ferro, spada, usurpatore legittimo, violenza, sogno rosso come la porpora di ogni ferita, la porpora dei tuoi deliranti vestimenti in un’alba attorniata da onirici cadaveri.
Ritorno, lama, supremazia, atto dispotico, l’usurpatore Lotofago percosso, sanguinante, strisciante ai miei piedi.
Penelope: cazzo nel culo un’ultima volta; sotto il sigillo della mia forza, sotto la morsa della mia presa d’acciaio, tagliola anale di Pancrazio dominante. Non dibatterti Penelope morta: cazzo nel culo un’ultima volta, squartata come un animale al macello, immobilizzata, esposta con le natiche dilatate al massimo da una forza distruttiva pregna di rancore tradito, come hai potuto dimenticare? Questi Proci a banchettare nel mio talamo, il sudore della mia fronte, tutto il cazzo che mi hai rotto ora te lo sbatto nella faccia.
Come hai potuto dimenticare la furia della mia spada? La funesta cupezza della mia ira? Pensavi davvero di poter dormire tranquilli sonni col tenero mollusco sopito tra le tue mani?
Ti repelleva il tocco della mia callosa mano di guerriero, che adesso ti schiaffeggia le molli natiche fino a spaccarti le carni aprendo fontane di sangue.
Vendetta,
Vendetta,
Rancore.
Ridammi ogni mio sogno, ridammi la realtà della mia camera da letto.
Sono tornato e ho con me un vello purpureo, ho ucciso Argo a calci e messo in ginocchio il tuo nuovo me.
Estorsione uccide la mia antica eleganza, sputerò sulla tua vagina, usurpatore Lotofago sconfitto, inerme, implorante, piagnucolante, che cazzo ci fa qui un Lotofago? Come è arrivato dai meandri della sua isola remota fino agli anfratti della prigionia che ti avevo imposto, a frugare convulso nella tua vulva pulsante come un granchio impazzito in una buca? 
Anfibio nero nel muso, denti rotti, danni ingenti, voglio i soldi e la tua carne, non sono Ulisse ma un Lestrigone pazzo fuoriuscito da una realtà distorta, piscerò nella tua faccia dopo averla sfregiata. 
Specchio in frantumi, calma, sperma, respiri profondi, sangue, guanti neri carezzano il corpo violato di Penelope risorta, umiliata, nuovamente marchiata, purificata. Anfibi calpestano i cocci e i detriti dell’atto cruento di innata violenza, usurpatore Lotofago percosso, strisciante, mugghiante. Nuova vita, sperma e sangue versato, nuove certezze, una nuova alba lontano dalla morte, poiché ove v’è dolore e sangue v’è assenza di morte e la realtà è costretta a inginocchiarsi d’innanzi all’atto.
Mutandine nere slargate da mani tozze, ano dilatato a forza, peli pubici intrisi di sperma, stoffa filiforme spostata di fianco su una natica percossa e violacea, inghiottita dalla carne, ti fotto con addosso le mutande a filo come facevo un tempo, ricordi il suono del campanello che ti faceva tanto ridere? Perché adesso piangi? Eppure sei umida, non dirmi che non stai godendo.
Il Re Teschio, impresso sul possente braccio della violenza, si allontana barcollando, ubriaco di tenebre ed espulso furore.
Sul pavimento distesa in posa di sfinito abbandono solo una puttana stuprata e un povero illuso picchiato gravemente, sperma, sangue e i cocci di vetro di uno specchio infranto.

Davide Giannicolo

giovedì 8 agosto 2024

Calipso


 

La spuma delle onde si tinge di rosso cinabro infrangendosi contro scogli ostili, neri rasoi che celano incubi e lamprede, fino a condurre alla sabbia frastagliata di cocci di gusci marini e cadaveri di granchi bianchi come spettri, la mia prigionia.

Ulisse, sette anni, ricordi ancora il tuo nome?

Incantesimo, stregoneria, l’eterna solitudine di Calipso. Non mi libererà mai, non tornerò, o sono io a non volerlo?

Olezzo di alghe marce, isola deserta, letto di conchiglie, inerzia, sortilegio, non riesco a muovermi. 

Cuore straziato.

Nostalgia.

Costrizione.

Isocrono dolore.

Non voglio, non riesco ad abbandonarla.

Il mare si scaglia contro le rocce giorno e notte, luna sanguinante, sole nero, monotonia, ipnosi, sogno. 

Il suono di una malia senza tempo che il tempo cancella, non sono più me stesso, non esisto più, prigioniero dell’amore di Calipso. La amo anch’io? Me ne sono convinto o mi ha persuaso il meccanico lamento delle onde?

Non è come essere preda delle mostruose fellatio di Scilla e Cariddi, di viscose zanne e taglienti bivalve.

No, questo è ugualmente un incubo, composto però di immobilità ed eterno silenzio, impotenza arrendevole, catena invisibile, peso schiacciante sul petto, paura dell’ignoto e del domani lontano da lei, anche se ella mi repelle come la carezza di una medusa tra i fluttui notturni.

Non posso, non voglio tornare, non posso non voglio abbandonarla, la amo, ho paura, l’isola mi inghiotte, incantesimo, malia, affascino, sortilegio.

Il suo sesso rosso e salato m’annega in un mare di sogno, polpi e murene m’avvinghiano senza che io possa formulare nemmeno un pensiero.

Penelope, mia amata, dimentica i giorni felici, non attendermi, io sono perduto.

Davide Giannicolo

mercoledì 5 giugno 2024

Profumo di Trauma


 Tra le scale del vecchio palazzo, in un giorno senza luce, aleggia profumo di trauma.

Deicidio striscia tra le natiche di ogni prescelta come il filo di un tanga, si impregna dei nasturzi del loro sfintere, degli afrori del loro sudore, esplode negli uteri in spore di diamante e risplendente sfavillio.

Tutta la vita è assoluto nichilismo abbellito dagli orpelli del desiderio.

Percorro la città deserta alla ricerca di una copertina per il mio poema e incontro il fantasma di una pittrice geniale, salgo le scale della sua casa silente. Mi accolgono i suoi anziani genitori, così viene confezionato il gioiello del mio primo capolavoro. Poco più in là mi seduce il surrealismo di una puttana ai margini della città nei più squallidi bassifondi.

Profumo di trauma tra le strade spettrali di una domenica morta nella mia automobile scassata, il poeta ha il suo poema.

Poi c’era la troia degli alberi bassi che si nascose nello scroto del dio ubriaco. Disio assassinato perso in un pessimo ritratto che fu ugualmente rilegato nell’opera.

Tutto svanì nel nichilismo degli astri, tutto è ancora lì, oltre il portale popolato dagli spettri del ricordo.

Arrotolato in un mobile, carta ingiallita, la casa del poeta dai muri ormai scrostati, svuotata dal tempo inesorabile, dai tarli, dalla polvere, dalla morte, che tutti sapevano prima o poi sarebbe giunta.

Una Napoli immota di primo pomeriggio, surreale come un quadro di De Chirico, che per quello tanto mi impressiona, diede vita all’estetica del mio artifizio.

I manoscritti nelle mani del tipografo del quartiere, la speranza, il sogno, la voglia di essere che come una daga squarciava il cielo turchese troppo stretto per i miei occhi assetati. Il sigillo sancito, la tipografia esiste ancora, grigia, anonima, sconosciuta, nella strada che il poeta percorse mille e mille volte, accanto alla sua casa, dove i sogni hanno sanguinato notte e giorno, vagando a piedi nelle ore solinghe coi suoi mastini al guinzaglio e le lame nelle tasche. 

Fu quello che feci coi primi soldi guadagnati dal lavoro: stampai un poema immortale così come prima di me, nei secoli fu fatto, inserendovi all’interno le migliori opere pittoriche in circolazione a quei tempi. Tutto fatto in casa, tutto nel quartiere o poco lontano. Tutto Mio!

La mia arte,

La casa del poeta, dei ricordi e della malinconia.

Cosa ne resta adesso?

L’incantesimo fluttua nel tempo e nello spazio.

Inchiostro nero, sperma di seppia, che nottetempo s’erge come creatura mostruosa, e ancora oggi, e nei secoli, striscerà come il filo di un tanga, tra le natiche di ogni prescelta, in oscuro sacrificio.

Davide Giannicolo

venerdì 17 maggio 2024

Dirty Slut Shinobi

 


“Ciliegio Cremisi in Sboccio” era il suo Shikona, ovvero il nome da combattimento che gli era stato dato prima di aver disonorato il mondo del Sumo professionistico. Nonostante il rango di Yokozuna, massima aspirazione per un lottatore, per giunta straniero, Gaijin, né giapponese tantomeno asiatico. Era tutto cominciato con le donne e il bere, qualche rissa in locali notturni con la testa ubriaca e la mente ormai annebbiata da una dimensione di totale aggressività, alla quale lo aveva portato lo stile di vita medioevale nipponico imposto dal suo rango. La violenza era ormai il suo linguaggio e i suoi 180 kg per un metro e novanta non avevano aiutato a non sfasciare cose preziose e mandare gente in ospedale, con gravi conseguenze, durante queste sue uscite mondane. Era stato dunque esortato ad abbandonare sia il rango che il Sumo. Un simile comportamento non si confaceva a uno Yokozuna, un grande campione, che doveva anzi essere esempio di eroico decoro alla stregua di un semidio. Ma il culmine giunse quando continuò a disonorarsi anche dopo il ritiro, sotto gli occhi dei media, ricoprendosi di tatuaggi e partecipando a combattimenti di arti marziali miste dalle regole poco trasparenti. Non aveva mai perso, molti lottatori erano stati ridotti a vegetali in sedia a rotelle dalla sua furia irrispettosa e sprezzante. Insomma aveva molti nemici, dalla Yakuza alla federazione nazionale di Sumo, fino ad arrivare ai cari delle persone che aveva ridotto in fin di vita.

Nonostante questo il suo sonno era tranquillo, russava ubriaco di whisky giapponese, completamente nudo, tra le pareti di carta della sua casa tradizionale, uno Yokozuna è legato alla casta dei samurai e lui si sentiva ancora tale, nonostante non fosse giapponese, ad attestarlo c’era la rarissima katana esposta sull’apposito trespolo di fronte al suo futon. Il killer gli fu addosso e sferrò un colpo di lama al collo, fu l’istinto a farlo girare di scatto nel sonno in modo da deviare il colpo e lo spesso strato di grasso che ricopriva il suo petto a salvarlo da una ferita letale. Sanguinava ugualmente come un maiale sgozzato però, mentre afferrava il ninja che si era introdotto nella sua stanza e lo scagliava contro pareti e mobilio, il sangue cominciò a spargersi ovunque, imbrattando il candore intorno con schizzi e pennellate di frenetica pittura scarlatta.

Applicò una presa potente allo shinobi e iniziò a strangolarlo, fu allora o poco prima, che sentì sotto le mani due seni vezzosi, delle curve succulente sui fianchi, ed ebbe una sadica erezione tra gli effluvi del suo stesso sangue. Si era dunque accorto che l’assassino era una donna, strappò le tradizionali vesti nere da shinobi e le lasciò la maschera, la girò di schiena costringendola a stare a quattro zampe come una cagna che offre al cielo il suo sesso rosso e palpitante. Serrò poi l’enorme mano sulla fragile nuca di lei che ricordava nel colore il nitore di un cigno, facendole capire in modo tacito, stringendo forte con le dita possenti, che avrebbe potuto frantumarle le vertebre del collo in qualsiasi momento.

“Ti conviene stare ferma e sottomessa, è il tuo unico modo di sopravvivere!”



Sputò sul proprio membro ipertrofico che già gocciolava di tetro e violento desiderio; il sottomettere il nemico e sopraffarlo con la propria enorme mole lo aveva sempre eccitato, possederlo adesso era l’apice di ogni sua fantasia morbosa di stupro e spargimento di fluidi. Ancora il sangue si riversava caldo e copioso sul suo petto diffondendo umidore, freddo e odore di ferro arrugginito. Infilò il membro nell sua vagina, udì un gemito delicato di colomba ferita, spinse sbavando, gonfiando i muscoli enormi come un orco fuori di sé, ma improvvisamente si udì uno scatto metallico, simile a quello dei coltelli a pulsante, come di molla e cesoia. Il lottatore si tirò indietro, non aveva più il pene tra le gambe, era rimasto nella vagina di lei, rapito come la preda di un mollusco predatore tra valve taglienti. Un violento fiotto di sangue erompeva simile a una fontana cremisi dal suo pube peloso, anche lei a pecorina sanguinava dalla vulva a causa del moncone mutilato, intrappolato tra le labbra maligne del suo sesso; era rimasta immobile nella sua posizione sottomessa, continuando a offrire alla vista i suoi genitali imbrattati, fica inerme eppure letale, rossa, spalancata e lacrimante come in sacrificio. 



L’imbattuto Yokozuna barcollò all’indietro con in volto un’espressione incredula, il suo sangue aveva allagato il pavimento, cercava vanamente con le mani di afferrare nuovamente i candidi glutei di lei come a volercisi aggrappare disperatamente, infine cadde in terra in un tonfo colossale. Allora la shinobi si alzò dal futon ormai tinto interamente di cinabro sanguigno, estrasse la trappola metallica dalla sua vulva insanguinata, tutto il suo corpo era cremisi come se avesse fatto un bagno nel sangue. Si trattava di un congegno a molla che si era introdotta precedentemente tra le gambe, un segreto ninja che non ci è dato conoscere, una sorta di ghigliottina taglia sigari. Solo con quel trucco, quel malvagio espediente, l’esile assassina avrebbe potuto sconfiggere il gigante, aveva infatti un braccio  rotto e due dita frantumate alla mano opposta.

Fu così che il grande campione, dissoluto e ribelle, venne sconfitto per la prima volta, messo a terra definitivamente nella pozza del suo stesso sangue.

Davide Giannicolo 



 

martedì 7 maggio 2024

Il ponte

 


Lì sotto il ponte dove cresce l’erba cattiva, rigogliosa e senza tempo.

Dove la ruggine sfregia i desideri.

Cancelli morti, defunti, abbandonati.

Lì sotto il ponte, ricordi dilaniati.

Nessun odore, men che meno un suono.

Immobile luce di sogno squarciato dal sole del primo pomeriggio di primavera. 

Lì sotto il ponte, squallido, diroccato, tra i ratti, s’aggira il fantasma inquieto della mia assenza.

Davide Giannicolo

A San Giorgio a Cremano.