giovedì 5 maggio 2022

Quindici Anni



Quindici anni:

Il dolore dello sbaglio,

Lo schiaffo della delusione, 

La percossa della scelta.

Lo spintone dello sberleffo,

Il gelo dell’incertezza,

La pugnalata del rifiuto.

Distendersi su di un letto di chiodi come fosse un prato fiorito.

Davide Giannicolo

sabato 30 aprile 2022

Giorni Inquieti




 L’erba che stritola il cervello e le puttane alla luce del giorno.

Nessuna matematica severa.

Catasterismo diurno alla domenica.

La mia giovinezza perduta sotto un ponte in decadenza, sfumata come una boccetta di popper che brucia le cellule e lascia in bocca nauseante sapore di solvente.

Mille modi per odiare angeli.

Il sole non tramonta in un giorno senza fine.

Non tornerò mai più, per questo non ti guardo negli occhi mentre brindo, sto attento al veleno che potresti versarmi nella coppa.

Uno stiletto, sotto il mio sedile, ferro solido, che non sfuma come il popper mentre contemplo il cadavere putrefatto e dissanguato dei miei desideri.

Davide Giannicolo

lunedì 25 aprile 2022

Total Vampirism

 



“Di solito i famigli per noi vampiri sono gatti, corvi o pipistrelli, ma io sono diverso, ci tengo al tratto distintivo, il mio è uno swinford bandog di novanta chili, bavoso, beone e anche un po’ pigro. Mi precedeva nel vicolo sul retro della casa che tenevo d’occhio da giorni. Pioveva a dirotto, lampi blu, tuoni dispotici, scrosci d’acqua che grondavano dai tetti gotici direttamente sul mio lungo cappotto di pelle nera e tutte quelle cazzate che voi appassionati del genere tanto adorate. Gore, il mio cagnone, mi precedeva di un paio di metri, i suoi occhi e i miei in sincronia perfetta, tutto quello che lui vedeva lo vedevo io e viceversa. Mi arrampicai attraverso le finestre del palazzo ed entrai in casa, sapevo che quella era la camera dove si trovava la culla del neonato, dormiva beatamente nonostante avessi sfondato il vetro della sua finestra e adesso nella stanza penetravano i sibili funesti del tetro temporale, acqua gelida e vento ululante che di solito accompagna un vampiro nottetempo nella stanza di un bambino. Molti di voi staranno già protestando sull’inverosimile natura del mio racconto, lamentandosi del fatto che nessuno mi aveva invitato in quella stanza e che quindi non avrei potuto entrarvi scassinando una finestra come un comune intruso furtivo e carico di malevole intenzioni, e io vi dico ancora cazzate! Si avete la testa piena di stronzate, dovete dimenticare i tristi, effeminati luoghi comuni cui siete abituati. Ma secondo voi chi cazzo lo invitava dentro casa Nosferatu? Non aveva certo l’aria di uno che si invita a prendere un caffè e due pasticcini. Il vampirismo è una cosa seria, non riguarda pallidi cicisbei imbellettati, i vampiri hanno i peli sulle mani e nella schiena, sono feroci, rapaci predatori, e non hanno bisogno di nessun invito.

Afferrai il neonato e prima ancora che potesse emettere un suono me ne nutrii suggendo ogni goccia della sua dolce linfa, rinsecchii quelle dolci carni spolpandole avidamente. Il morticino pallido pendeva inerte dalle mie mani, non vi era nulla di tenero ormai in quella creatura innocente, niente di bello o Pucci Pucci, solo puzza di morte nello squallore del nutrimento di una bestia che divora un cucciolo indifeso. Mi diressi poi verso la camera da letto, spaccai la testa al marito senza nutrirmene con un unico pugno sulla fronte, era semi cosciente, lo volevo così perché sentisse ciò che avrei fatto alla sua donna. La vacca dormiva pingue col culo all’aria, la penetrai col mio arnese velenoso ricoperto da tetre mucose cimiteriali, la fottei a pecora mentre urlava frasi sconnesse, espulsi dentro di lei il mio seme di morte, lei triplicò le sue urla, come se le avessi schizzato dentro dell’ acido muriatico, poi la sgozzai da dietro, aprendo un abisso scarlatto nella sua gola mediante la crudeltà dei miei cinque artigli. Fu un bagno di sangue, letteralmente, che imbrattò sia il suo uomo che le lenzuola fino ad impregnare il materasso. Mi crogiolai tutto nudo tra i resti di lei rotolandomi nel liquido rosso come un maiale nel fango. Poi quando mi accorsi che anche l’uomo era cadavere, feci una doccia e lasciai la casa, nel plumbeo crepuscolare di un’alba imminente, ove la città addormentata iniziava a destarsi.”

Stavo facendo questo racconto ai due ragazzi seduti al tavolo con me, conosciuti accidentalmente in quel dark club con consumazione obbligatoria, diciamo che quei due teenager erano la mia consumazione. Avevano naturalmente un aspetto Goth, lei col vestitino striminzito tutto tulle e il trucco pesante, soprattutto intorno agli occhi, segnati da una marcata matita bianca, non immaginava neanche che dal tavolo sentivo il pregnante olezzo della sua fica giovane, un odore aggressivo e sporco, animalesco, mi invadeva le narici di aromi carnali. Lui era un cicisbeo alla Lestat, biondino, capello riccio col codino, pallido, effeminato, camicia bianca e modi affettati, la puzza del suo pisellino rinsecchito, misto tra sapone da poco e orina, mi disgustava. Dissi ai due ragazzi di avere molta cocaina a casa mia e che dopo esserci fatti di brutto avrei potuto rendere anche loro dei vampiri come me. I coglioni intimamente ci credevano ma non volevano sembrare dei creduloni e l’esca della droga facile aveva finito per convincerli a venire nella mia tana.

Già nella mia auto, una bmw nera come la notte, sentivo l’acquolina in bocca percependo violentemente di non poter resistere a lungo, una goccia del mio seme malato e maledetto già colava dal glande gonfio, rosso e palpitante di desiderio, celato dai pantaloni di pelle grigio topo. 

Era tutta colpa dell’ afrore fortissimo della fica di lei, adolescente piena di odori capaci di stordire un animale come me. Corsi perciò come un pazzo in automobile spaventandoli leggermente, ma ci stava, un vampiro, anche se ti invita a casa a tirare coca, è pur sempre un tipo pericoloso. 

Godevo al pensiero del banchetto imminente, li feci entrare nel mio squallido appartamento al sesto piano di un palazzone popolare. Immagino si aspettassero una villa antica ricoperta d’edera o qualcosa del genere, quando furono all’interno percepii la loro paura, era chiaro che stessi mentendo, che non ero un vampiro ma un maniaco sparacazzate e avevano fatto un grave errore a seguirmi, lo sentivo dalle pulsazioni di quei due cuoricini. 

Gore ci accolse scodinzolando, infilò il suo enorme nasone umidiccio sotto la gonna corta di lei e anche lui fu piacevolmente colpito dal pregnante olezzo della sua fica giovane, dovetti urlare per allontanarlo.

Feci cadere pesantemente sul tavolino del mio salotto un grosso sacchetto trasparente pieno zeppo di cocaina mista ad anfetamine.

“Divertitevi pure ragazzi miei!”

Si fiondarono sul bottino servendosi in abbondanza, stendevano piste enormi e avevano i nasi carichi, ridevano, si stavano fidando; la sostanza però aumentava i battiti del loro cuore, sentivo il sangue, il suo suono divino pompare impazzito, non potevo resistere oltre. 

Sferrai un colpo alla vena aorta del ragazzo servendomi di un rasoio vecchio stile che porto sempre con me, il sangue zampillò come da una fontana scarlatta, ma io con velocità ferina, sono capace di non sprecare nemmeno una goccia in questi casi, mi avventai su di lui succhiando avidamente dalla ferita come fosse la vulva rossa della ragazza. Lo lasciai in vita però, cosciente, perché come raccontato prima nella mia storiella, che era vera, mi piace quando i maschietti inermi e impotenti vedono cosa faccio alle loro bamboline.

Sono il Nightstalker, il predatore indiscusso della metropoli e nessuno mi può fermare, non ho nemici naturali, sono in cima alla catena alimentare e questo mi ubriaca di potere.

Le strappai i vestiti di dosso, aveva seni piccoli e acerbi, gridava come un’arpia, ma poco prima avevo messo a tutto volume un vecchio disco dei Dissection.

Le legai le mani e la minacciai di sgozzarla, piangendo cessò di gridare, leccai le sue lacrime, un sapore sublime, mentre incombevo su di lei soffocandola, come immensa oscurità che inghiotte uno spiraglio di luce.

Il ventre piatto e giovane sussultante dal terrore, il volto impaurito, creatura fragile, inerme e tremante dinnanzi a me, il mio membro si drizzò come un palo a quella vista e forzandola a inginocchiarsi glielo ficcai dritto in gola come se volessi trafiggerla. La stuprai tutta la notte in tutti i modi, di fianco al suo fidanzatino semi cosciente e immobilizzato, erano entrambi pupazzi di carne tra i miei artigli.

Eiaculai abbondantemente, il mio seme acido le bruciò le membra e il volto sfigurandola.

Solo quando svenne mi nutrii anche di lei prendendomi il suo sangue e la sua vita.

Ragazzini che vogliono giocare con la morte, che vogliono ribellarsi e finiscono nella tana dello scorpione, mi fanno schifo.

Gore sbranò i loro resti, è un vero e proprio bidone, mangia di tutto, credo che abbia dato anche una scopatina al cadavere di lei, non lo so bene, perché sorgeva l’alba e io mi stravaccai nudo ed esausto, sporco di sangue e fluidi, il membro rilassato e sazio, sul mio divano sfasciato dall’ usura. Una cosa la so di certo però, mentre il mio mastino lo divorava, il cicisbeo era ancora vivo, con gli occhi spalancati dal terrore. 

Davide Giannicolo


....Potrebbe continuare....

mercoledì 20 aprile 2022

Disfatta

 



Il giorno è impregnato 

dall’afrore disgustoso della disfatta.

I ricordi non hanno più sapore

e non mi resta che la morte.

Davide Giannicolo

venerdì 11 marzo 2022

Tradizione



Tradizional reazione di un nobile cuore

all’offesa s’oppone con la lama.

Avi d’un antico tempo

poco tolleranti verso oltraggio alcuno,

dimorano ancora,

fervidi e palpitanti,

mai sopiti, 

dentro me.

Davide Giannicolo

sabato 5 marzo 2022

Evil Sword

 


La fellonia divorava le campagne, i corvi banchettavano su carcasse umane sparse qua e là per la gialla landa bruciata dal sole, l’odore di carogna era ovunque, anche nella limpida acqua dei ruscelli. Chi aveva un cavallo era andato via, razziato dai briganti strada facendo, gli altri erano rimasti, ammalati mortalmente dalla rara carne avariata e dai cereali contaminati da grappoli di muffe d’ogni genere. In più, ogni venerdì arrivava lui. I pochi contadini rimasti lo chiamavano verga di ferro, o fallo di ruggine. Qualcuno diceva fosse solo rancore che si impossessava della ferraglia di un armatura abbandonata in un campo di battaglia, spirito lussurioso che albergava nei resti di una corazza imbevuta di sangue di soldato assassinato con ferocia, maledizione ambulante, sotto il cui ferro arrugginito non ci fosse carne, tuttalpiù un nugolo di vermi che scimmiottava maldestramente la postura umana.

Non voleva cibo né oro, tanto non c’è n’era. Lui prendeva le donne, vecchie o giovani che fossero, e le portava via, nessuna era tornata, i più pensavano alla lussuria e al sadismo, per questo lo chiamavano verga di ferro, mazza che uccide, cazzo omicida innaturale, altri con più gentilezza, forse per paura, lo nominavano sussurrando e guardandosi intorno, con il semplice appellativo di Spada Malvagia.

Qual era la sua dimora? Una torre diroccata? Un cimitero? Una caverna nel bosco?

Arrivava di notte privo di cavalcatura, si udiva solo il suono del ferro avvicinarsi. Stringeva la mano ricoperta di piastre intorno alla bocca della sventurata impedendole di urlare, la sollevava in spalla e si allontanava nuovamente. Nessuno aveva mai osato contrastarlo, neanche l’esercito del Duca, intanto nelle contrade mancavano sempre più donne e vi erano sempre più uomini disperati sull’orlo della crisi. Il Duca non poteva tollerare oltre all’alto tradimento lo spopolamento con conseguente desertificazione delle proprie già devastate terre.

Fu scelto per la missione non facile un drappello di sette uomini, soldati esperti ma non indispensabili, per lo più teste calde pronte a darsi al mercenarismo che era meglio non tenersi tra le mura del castello, in fondo si stava parlando di un pervertito solitario chiamato verga di ferro o cose così, sette cani rabbiosi come quelli andavano più che bene.

Non sapendo dove cercare, ed essendo sulle tracce di una specie di fantasma i soldati si recarono per prima cosa al villaggio più vicino in cerca del maggior numero di informazioni, ma non trovarono altro che confuse descrizioni al limite della leggenda.            Si parlava di elmo senza faccia, armatura senza corpo, spirito vendicatore e maligno.

-Qualcuno ha mai provato a ferirlo?-

Chiese Ruggero il nero alla folta schiera di disperati riunita intorno al fuoco scoppiettante della taverna. Naturalmente tutti tacquero, nessuno aveva reagito mentre gli veniva portata via la moglie o la figlia, la sorella o la madre. Solo uno si fece avanti e parlò:

-Ho frantumato in mille pezzi un bastone di legno sul suo elmo, lui non ha vacillato, non ha neanche indietreggiato di un passo, il suo guanto di ferro mi ha spaccato il volto catapultandomi lontano e facendomi svenire, poi si è portato via la mia Morella, vi prego consentitemi di venire con voi, sono un buon cacciatore, vi aiuterò a trovare le sue tracce!-

-Certo una mazza di legno non è come un colpo di spada o un martello d’arme in una tempia né tantomeno si può paragonare a una freccia in un occhio- Pensava Ruggero mentre il fuoco ristoratore riverberava nei suoi piccoli occhi amanti di strage e tortura. 

-Vieni pure con noi cacciatore, più siamo e meglio è, staneremo e smembreremo questo spettro come fosse un cinghiale, dimostreremo che è solo un uomo con gusti teatrali, poi me ne tornerò quanto prima tra le mura sicure del castello, perché qui avete tutti delle facce gialle da epidemia e morte.

Dunque al drappello si era unito il coraggioso e giovane cacciatore Taddeo, che aveva recentemente perso la propria promessa sposa per mano della Spada Malvagia. Insieme a lui e Ruggero facevano parte del gruppo:

Doppiosoldo, irsuto e colossale esperto di spadone a due mani, mercenario in quasi tutti gli eserciti dei Ducati italiani, ubriacone e attaccabrighe ormai troppo vecchio e acciaccato per continuare a vagare e far guerra. Lo seguiva il suo compagno d’arme Mano Sinistra, così chiamato poiché monco di mano, ma molto abile nel mazzafrusto e nella daga, che aveva trovato il modo di fissare al proprio moncherino di cuoio nero. Avevamo poi Falconetto, esperto di archibugi, cannoni, bombarde e polveri da sparo, era folle e instabile, si diceva che lo zolfo lo avesse fatto impazzire. Seguiva  poi la compagnia il magrissimo Dardetto, infallibile arciere, balestriere ancor più bravo e non male neanche nel dilettevole passatempo del lancio dei coltelli. Non mancava l’esperto di armi in asta, amante del Mazzapicchio e dello Scorpione, senza eguali nell’uso di Alabarda, Azza e Roncone, artista della Giusarma, a servire il Duca e i suoi compagni d’arme il grande Corradino SpezzaElmi, inavvicinabile con un arma di quelle sopracitate tra le mani, ma ormai da anni orbo di un occhio e a causa di ciò meno capace di difendersi sul lato sinistro. A chiudere la compagnia, il cugino del Duca, Don Fernando, colpevole di adulterio, soggetto a carattere sanguigno e rissoso, nonché incline al bere e all’ingiuria, se ne era ritenuto opportuno l’allontanamento, insomma il Duca aveva approfittato per toglierselo dai piedi; era comunque un fine stratega, esploratore, conoscitore del territorio e abile spadaccino, non pochi erano coloro periti sotto i suoi colpi di pomo, dunque molto utile alla spedizione.

Ora conoscete i nomi di coloro che si addentrarono tra le tenebre, sfidando l’oscura entità di cui nessuno aveva mai visto né il volto, né un seppur minimo lembo di carne sotto l’armatura.

...continua, forse...(se cacci i soldi)


domenica 27 febbraio 2022

Appuntamento al Cimitero

 




Eravamo adolescenti, leggevamo fumetti di Ghost Rider, che noi chiamavamo affettuosamente Ghost, prima ancora che fosse solo concepibile farne un film. Ascoltavamo musica Black Metal, bevevamo birra e vino da poco, magari mangiando una pizza su una panchina arrugginita o fuori ai tavolini di qualche bettola che puzzava di olio fritto non sostituito. Internet non c’era, tantomeno i cellulari, ce ne stavamo in strada, anche in pieno inverno, a gelarci mani e faccia, vivevamo in un paesino di periferia e mentre tutti gli altri facevano cose che a noi sembravano stupide o quantomeno poco interessanti, noi ce ne stavamo in una realtà tutta nostra, fatta di teschi, argento e birra Peroni.

Io ero molto attratto dalle atmosfere gotiche, il vampirismo, le donne spettrali e pallide che passeggiano avvolte in un lenzuolo trasparente in piena notte sul ciglio di una strada deserta. Misterioso, irrequieto viandante mi ci sarei voluto volentieri imbattere, vittima di vampirismo finalmente fuori dallo squallore della quotidianità.

Un sabato sera, intorpiditi dal freddo e resi coraggiosi dalla quarta birra in bottiglia della specie grande(come Lautréamont definirebbe uno scorpione) un mio amico mi rivelò di conoscere un accesso al cimitero, ci saremmo potuti entrare  facilmente anche di notte seguendo le sue semplici istruzioni. Era interessante, certo più di un’altra serata su di una panchina a gelarsi le natiche fumando sigarette birra dopo birra.

Andammo spediti fuori dal muro di cinta, attraverso i cancelli i lumini ci chiamavano, tremolanti e rossi, a una tetra serata di gala. Era atmosferico, romantico, superbo, lontani dalle luci dei palazzi vedevamo solo il cielo nero e le fiammelle scarlatte brillare davanti a noi. Il cuore batteva forte, le emozioni facevano sospirare, come a un primo appuntamento.

Scavalcammo e ci trovammo dentro, il mio amico aveva trovato una strada veramente comoda, chiunque sarebbe potuto entrare, effettivamente chi si sarebbe sognato di profanare un cimitero di notte?

Vagammo un po’ tra le tombe, in un silenzio frusciante e sacro, nessuno di noi osava aprire bocca.

Fu poi il momento di andar via, ognuno alla propria casa e alla realtà infame, ma nessuno di noi, anche quando ormai eravamo in strada sotto i lampioni, sembrava più lo stesso di prima. Era come se quel luogo ci chiamasse da lontano, non pensammo ad altro finché non ci decidemmo a tornare. Questa volta solo in due, perché intanto il terzo(eravamo in tre la prima volta) non dava più notizie di sé da una settimana.

Scavalcammo nel solito modo, era notte fonda, ma immediatamente la nostra inquietudine fu destata da uno strano fenomeno, il silenzio era infranto da uno sciabordio ipnotico, notammo subito che una fontana  era aperta, l’acqua fluiva abbondante, qualcuno aveva dimenticato di chiudere il rubinetto? Era plausibile. 

Camminammo per un po’ tra i marmi funerei, le luci dei lumini proiettavano lunghe ombre danzanti intorno a noi. Udii una risata di donna, maliziosa, ammaliante, guardai subito il mio amico dritto negli occhi.

-Hai sentito?

Lui annuì, pallido come un morto, pietrificato dal terrore.

Vedemmo due ragazze rincorrersi tra le tombe, sembravano nude, ridevano e giocavano come fossero in un prato, poi si voltarono facendoci cenno di seguirle.



Io lo feci, senza badare al mio compagno, ero ipnotizzato, completamente ammaliato da quelle risatine soffuse, attirato come una falena dalla fiamma. Le seguii attraverso i vicoli tombali, quando correvano acceleravo il passo, quando si fermavano ricambiavo i loro sorrisi cercando di raggiungerle e unirmi a loro. Finalmente me lo consentirono, il mio amico era con me e ci accolsero tra le loro braccia, fredde come il letto di una grotta, ci accarezzarono, ci amarono, ci baciarono di baci maliardi, come mai nessuno aveva fatto fuori di lì. Era bello ma allo stesso tempo mi sembrava di sprofondare in una fossa di crisantemi mentre perdevo la mia verginità con uno spettro.

-È quasi l’alba, il nostro tempo è finito, ma voi tornerete presto a trovarci vero?

Disse quella che tra le due aveva i capelli neri come il cielo di novembre.

-Finalmente abbiamo trovato degli amici, stare qui da sole è così triste!

Aggiunse la bionda audace dagli occhi di ghiaccio.



Uscimmo dal cimitero di domenica mattina ai rintocchi delle campane della chiesa vicina, non potevamo credere a quanto vissuto, un sogno a occhi a perti del quale però, fortunatamente, eravamo testimoni l’un l’altro. 

Felici e vispi, avevamo perso la nostra verginità e ci sentivamo uomini, poco importava se quelle due fossero fantasmi, vampire o dio solo sa cosa. 

-Torneremo appena possibile vero?

Dissi sorridendo al mio amico.

-Certo, sono meravigliose, e quando le troviamo io e te due così?

Nessuno di noi fece domande, inutile inventarsi scuse, quelle due non potevano essere vive, troppo facile pensare che fossero come noi, ragazze in carne e ossa, attratte dalle tetre atmosfere cimiteriali.

Decidemmo di andare a trovare il nostro amico, quello che era venuto con noi la prima volta e ne era rimasto angosciato, pur convenendo di comune accordo di non fargli parola delle due ragazze, poiché già ne eravamo gelosi e volevamo tenercele per noi.

Il nostro amico non era in casa, lo avevano trovato il giorno prima, morto, col collo spezzato, proprio nel cimitero. 

Tornare o non tornare? Voi che avreste fatto?

Il richiamo non ha mai cessato di tormentarci. 

Davide Giannicolo

....Potrebbe Continuare...