mercoledì 5 giugno 2024

Profumo di Trauma


 Tra le scale del vecchio palazzo, in un giorno senza luce, aleggia profumo di trauma.

Deicidio striscia tra le natiche di ogni prescelta come il filo di un tanga, si impregna dei nasturzi del loro sfintere, degli afrori del loro sudore, esplode negli uteri in spore di diamante e risplendente sfavillio.

Tutta la vita è assoluto nichilismo abbellito dagli orpelli del desiderio.

Percorro la città deserta alla ricerca di una copertina per il mio poema e incontro il fantasma di una pittrice geniale, salgo le scale della sua casa silente. Mi accolgono i suoi anziani genitori, così viene confezionato il gioiello del mio primo capolavoro. Poco più in là mi seduce il surrealismo di una puttana ai margini della città nei più squallidi bassifondi.

Profumo di trauma tra le strade spettrali di una domenica morta nella mia automobile scassata, il poeta ha il suo poema.

Poi c’era la troia degli alberi bassi che si nascose nello scroto del dio ubriaco. Disio assassinato perso in un pessimo ritratto che fu ugualmente rilegato nell’opera.

Tutto svanì nel nichilismo degli astri, tutto è ancora lì, oltre il portale popolato dagli spettri del ricordo.

Arrotolato in un mobile, carta ingiallita, la casa del poeta dai muri ormai scrostati, svuotata dal tempo inesorabile, dai tarli, dalla polvere, dalla morte, che tutti sapevano prima o poi sarebbe giunta.

Una Napoli immota di primo pomeriggio, surreale come un quadro di De Chirico, che per quello tanto mi impressiona, diede vita all’estetica del mio artifizio.

I manoscritti nelle mani del tipografo del quartiere, la speranza, il sogno, la voglia di essere che come una daga squarciava il cielo turchese troppo stretto per i miei occhi assetati. Il sigillo sancito, la tipografia esiste ancora, grigia, anonima, sconosciuta, nella strada che il poeta percorse mille e mille volte, accanto alla sua casa, dove i sogni hanno sanguinato notte e giorno, vagando a piedi nelle ore solinghe coi suoi mastini al guinzaglio e le lame nelle tasche. 

Fu quello che feci coi primi soldi guadagnati dal lavoro: stampai un poema immortale così come prima di me, nei secoli fu fatto, inserendovi all’interno le migliori opere pittoriche in circolazione a quei tempi. Tutto fatto in casa, tutto nel quartiere o poco lontano. Tutto Mio!

La mia arte,

La casa del poeta, dei ricordi e della malinconia.

Cosa ne resta adesso?

L’incantesimo fluttua nel tempo e nello spazio.

Inchiostro nero, sperma di seppia, che nottetempo s’erge come creatura mostruosa, e ancora oggi, e nei secoli, striscerà come il filo di un tanga, tra le natiche di ogni prescelta, in oscuro sacrificio.

Davide Giannicolo

venerdì 17 maggio 2024

Dirty Slut Shinobi

 


“Ciliegio Cremisi in Sboccio” era il suo Shikona, ovvero il nome da combattimento che gli era stato dato prima di aver disonorato il mondo del Sumo professionistico. Nonostante il rango di Yokozuna, massima aspirazione per un lottatore, per giunta straniero, Gaijin, né giapponese tantomeno asiatico. Era tutto cominciato con le donne e il bere, qualche rissa in locali notturni con la testa ubriaca e la mente ormai annebbiata da una dimensione di totale aggressività, alla quale lo aveva portato lo stile di vita medioevale nipponico imposto dal suo rango. La violenza era ormai il suo linguaggio e i suoi 180 kg per un metro e novanta non avevano aiutato a non sfasciare cose preziose e mandare gente in ospedale, con gravi conseguenze, durante queste sue uscite mondane. Era stato dunque esortato ad abbandonare sia il rango che il Sumo. Un simile comportamento non si confaceva a uno Yokozuna, un grande campione, che doveva anzi essere esempio di eroico decoro alla stregua di un semidio. Ma il culmine giunse quando continuò a disonorarsi anche dopo il ritiro, sotto gli occhi dei media, ricoprendosi di tatuaggi e partecipando a combattimenti di arti marziali miste dalle regole poco trasparenti. Non aveva mai perso, molti lottatori erano stati ridotti a vegetali in sedia a rotelle dalla sua furia irrispettosa e sprezzante. Insomma aveva molti nemici, dalla Yakuza alla federazione nazionale di Sumo, fino ad arrivare ai cari delle persone che aveva ridotto in fin di vita.

Nonostante questo il suo sonno era tranquillo, russava ubriaco di whisky giapponese, completamente nudo, tra le pareti di carta della sua casa tradizionale, uno Yokozuna è legato alla casta dei samurai e lui si sentiva ancora tale, nonostante non fosse giapponese, ad attestarlo c’era la rarissima katana esposta sull’apposito trespolo di fronte al suo futon. Il killer gli fu addosso e sferrò un colpo di lama al collo, fu l’istinto a farlo girare di scatto nel sonno in modo da deviare il colpo e lo spesso strato di grasso che ricopriva il suo petto a salvarlo da una ferita letale. Sanguinava ugualmente come un maiale sgozzato però, mentre afferrava il ninja che si era introdotto nella sua stanza e lo scagliava contro pareti e mobilio, il sangue cominciò a spargersi ovunque, imbrattando il candore intorno con schizzi e pennellate di frenetica pittura scarlatta.

Applicò una presa potente allo shinobi e iniziò a strangolarlo, fu allora o poco prima, che sentì sotto le mani due seni vezzosi, delle curve succulente sui fianchi, ed ebbe una sadica erezione tra gli effluvi del suo stesso sangue. Si era dunque accorto che l’assassino era una donna, strappò le tradizionali vesti nere da shinobi e le lasciò la maschera, la girò di schiena costringendola a stare a quattro zampe come una cagna che offre al cielo il suo sesso rosso e palpitante. Serrò poi l’enorme mano sulla fragile nuca di lei che ricordava nel colore il nitore di un cigno, facendole capire in modo tacito, stringendo forte con le dita possenti, che avrebbe potuto frantumarle le vertebre del collo in qualsiasi momento.

“Ti conviene stare ferma e sottomessa, è il tuo unico modo di sopravvivere!”



Sputò sul proprio membro ipertrofico che già gocciolava di tetro e violento desiderio; il sottomettere il nemico e sopraffarlo con la propria enorme mole lo aveva sempre eccitato, possederlo adesso era l’apice di ogni sua fantasia morbosa di stupro e spargimento di fluidi. Ancora il sangue si riversava caldo e copioso sul suo petto diffondendo umidore, freddo e odore di ferro arrugginito. Infilò il membro nell sua vagina, udì un gemito delicato di colomba ferita, spinse sbavando, gonfiando i muscoli enormi come un orco fuori di sé, ma improvvisamente si udì uno scatto metallico, simile a quello dei coltelli a pulsante, come di molla e cesoia. Il lottatore si tirò indietro, non aveva più il pene tra le gambe, era rimasto nella vagina di lei, rapito come la preda di un mollusco predatore tra valve taglienti. Un violento fiotto di sangue erompeva simile a una fontana cremisi dal suo pube peloso, anche lei a pecorina sanguinava dalla vulva a causa del moncone mutilato, intrappolato tra le labbra maligne del suo sesso; era rimasta immobile nella sua posizione sottomessa, continuando a offrire alla vista i suoi genitali imbrattati, fica inerme eppure letale, rossa, spalancata e lacrimante come in sacrificio. 



L’imbattuto Yokozuna barcollò all’indietro con in volto un’espressione incredula, il suo sangue aveva allagato il pavimento, cercava vanamente con le mani di afferrare nuovamente i candidi glutei di lei come a volercisi aggrappare disperatamente, infine cadde in terra in un tonfo colossale. Allora la shinobi si alzò dal futon ormai tinto interamente di cinabro sanguigno, estrasse la trappola metallica dalla sua vulva insanguinata, tutto il suo corpo era cremisi come se avesse fatto un bagno nel sangue. Si trattava di un congegno a molla che si era introdotta precedentemente tra le gambe, un segreto ninja che non ci è dato conoscere, una sorta di ghigliottina taglia sigari. Solo con quel trucco, quel malvagio espediente, l’esile assassina avrebbe potuto sconfiggere il gigante, aveva infatti un braccio  rotto e due dita frantumate alla mano opposta.

Fu così che il grande campione, dissoluto e ribelle, venne sconfitto per la prima volta, messo a terra definitivamente nella pozza del suo stesso sangue.

Davide Giannicolo 



 

martedì 7 maggio 2024

Il ponte

 


Lì sotto il ponte dove cresce l’erba cattiva, rigogliosa e senza tempo.

Dove la ruggine sfregia i desideri.

Cancelli morti, defunti, abbandonati.

Lì sotto il ponte, ricordi dilaniati.

Nessun odore, men che meno un suono.

Immobile luce di sogno squarciato dal sole del primo pomeriggio di primavera. 

Lì sotto il ponte, squallido, diroccato, tra i ratti, s’aggira il fantasma inquieto della mia assenza.

Davide Giannicolo

A San Giorgio a Cremano.

venerdì 1 marzo 2024

Specchio

 


Io sono la strada cattiva, irta di spine.

Ti condurrò all’inferno delle tue paure segrete, che non riuscirai mai ad affrontare, 

ove la porta è sempre aperta.

Io sono la lebbra che si affaccia nel tuo specchio, mostrandoti riflesso un’abominio aberrante e sfregiato dal peccato, 

in cui non vuoi ammettere di riconoscerti.

Sono inoltre il diamante che ti abbaglia, proveniente da una dimensione irraggiungibile; 

Lo stiletto che pungola la tua mente limitata, il veleno che instilla l’incubo nei tuoi inconfessabili rimorsi.

Non posso mentirti, così come tu non potrai ingannare te stesso in eterno.

Io sono la Verità 

e non v’è sottile trama 

che possa incatenare 

l’ineluttabilità del mio operato.

Aspettami o ignorami.

Il risultato sarà il medesimo.

Sempre.

Davide Giannicolo 

martedì 30 gennaio 2024

Sinfonia del Ghetto

 


Sono risorto dal ghetto in sinfonia di p38.

Le mie armi da taglio, cicatrici d’orgoglio.

Son risorto dal ghetto, tragico rispetto.

Frantumi.

Ricordi.

Sevizie dell’anima.

Non sarò mai più lo stesso.

Davide Giannicolo


martedì 16 gennaio 2024

Gigante

 


Scusami se ho avuto paura, adesso so che sei stato tu stanotte.

Sono sempre stato fiero di te.

So che adesso sei tra i giganti, com’è sempre dovuto essere.

Hai combattuto bene guerriero.

Grazie per il tuo ultimo saluto.


Davide Giannicolo 

A Umberto


venerdì 12 gennaio 2024

Nerio

 


Oh Nerio

Ti ho cercato in ogni cimitero.

Sono arrivato fino a Messina

Con addosso pistola e anfetamina.

Oh Nerio 

Ho tante cose di cui parlarti,

Sono l’autore del Bacio Scarlatto,

E c’ero anch’io tra le corde del tuo basso.

Oh Nerio

Sapevo di non dover cercare.

Che il fascino delle tombe puzza di marcio e la verità uccide ogni magia.

Prevedevo la delusione.

Ma è meglio il dolore che segue al disincanto che l’oblio stralunato dell’illusione eterna.

Oh Nerio

I tempi sono cambiati, 

pupazzi di cartapesta ,

si sgretolano sotto il portone del tuo palazzo,

a qualsiasi ora del giorno e della notte 

e la cosa peggiore è che non li vedi più.

Oh Nerio;

Ti prego torna al cimitero,

Perché adesso mi sto innervosendo,

Ridammi l’ampolla magica della mia giovinezza,

O potrei non esser più una minaccia ma una certezza,

E non rispondere più di me.

Oh Nerio,

Sapevo di non dover cercare,

di tenermi i miei proiettili per me, 

ma son venuto fino a Messina 

con addosso pistola e anfetamina,

T’ho cercato in ogni cimitero

Poiché non ho che te.

E tra le tombe e le corde del tuo basso

non ho trovato altro che solitudine.

Davide Giannicolo